PRIMA PARTE
Brava a letto
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1
«L’hai visto?» domandò Samantha.
Mi chinai sulla tastiera del computer per non far capire alla mia caposervizio che si trattava di una telefonata personale.
«Visto che cosa?»
«Oh, niente. Non importa. Ne parliamo quando torni a casa.»
«Che cosa dovrei aver visto?» chiesi di nuovo.
«Niente» ripeté Samantha.
«Samantha, da quando in qua mi chiami a metà giornata per niente? Avanti. Sputa.»
Samantha sospirò. «Okay, ma ricordati che ambasciator non porta pena.»
Cominciavo a preoccuparmi.
«L’ultimo numero di “Moxie”. Cannie, devi procurartelo subito.»
«Perché? Mi hanno eletta tra le dieci donne peggio vestite dell’anno?»
«Scendi nell’atrio a comprarlo. Aspetto in linea.»
Questo era grave.
Oltre a essere la mia migliore amica, Samantha era anche uno degli associati dello studio legale Lewis, Dommel e Fenick. Samantha non aspettava mai. Samantha costringeva gli altri ad aspettare, oppure ordinava alla sua segretaria di rispondere che era in riunione. «Aspettare è un segno di debolezza» mi aveva spiegato.
Avvertii una lieve fitta d’ansia che dalla nuca si propagò lungo la spina dorsale.
Raggiunsi l’ascensore e scesi nell’atrio del «Filadelfia Examiner»; feci un cenno di saluto all’addetto alla sicurezza e marciai risoluta verso l’edicola: «Moxie» era in bella mostra accanto alle pubblicazioni gemelle «Cosmopolitan», «Glamour» e «Mademoiselle». Difficile non notarla: in copertina ammiccava una top model coperta solo di lustrini, e i titoli proclamavano «L’Orgasmo multiplo in sette lezioni!» e «Glutei Perfetti! Quattro sistemi infallibili per un fondoschiena Spettaculoso!».
Dopo un istante di indecisione afferrai un sacchetto di M&M’s al cioccolato, pagai e tornai di sopra.
Samantha era ancora in linea. «Vai a pagina 132» disse.
Mi sedetti, infilai in bocca un paio di M&M’s e sfogliai fino a pagina 132. Era quella di “Brava a Letto”, la rubrica piccante dedicata alle fantasie erotiche maschili. Dapprima non notai nulla di particolare, ma quando misi a fuoco i caratteri il colpo fu durissimo: «Amare una donna abbondante, di Bruce Guberman». Bruce Guberman era stato il mio ragazzo per più di tre anni, fino a quando, tre mesi prima, avevamo deciso di prenderci una pausa di riflessione. Quindi, la donna in questione non potevo che essere io.
Sapete quando nei thriller un personaggio racconta: «Il mio cuore smise di battere?». Beh, è esattamente quello che accadde a me, lo giuro. Poi riprese a pulsare, nei polsi, nella gola, nei polpastrelli. Mi si rizzarono i capelli sulla nuca. Avevo le mani gelate. Sentivo il sangue rombarmi nelle orecchie mentre leggevo la prima riga dell’articolo: «Non dimenticherò mai il giorno in cui scoprii che la mia ragazza pesava più di me».
La voce di Samantha giungeva da una distanza siderale: «Cannie? Cannie, ci sei?».
page_no="14" «Lo uccido!» sibilai con voce strozzata.
«Respira a fondo» consigliò Samantha. «Inspira dal naso, espira dalla bocca.»
Betsy, la mia caposervizio, mi lanciò un’occhiata perplessa al di sopra del pannello divisorio tra le nostre scrivanie. «Stai bene?» sillabò silenziosamente. Strizzai gli occhi. La mia cuffia auricolare era finita a terra e udivo l’eco della voce di Samantha salire dal tappeto. Stavo ansimando. Sentivo tra i denti residui di cioccolato e zucchero. Lessi la frase che, evidenziata da sfacciati caratteri rosa, campeggiava proprio in mezzo alla pagina. «Amare una donna grassa,» aveva scritto Bruce, «è un atto di coraggio nel mondo in cui viviamo.»
«Non ci credo! Non posso credere che abbia fatto una cosa simile! Giuro che lo ammazzo!»
Betsy ora era dietro le mie spalle e cercava di sbirciare la rivista che tenevo in grembo. Gabby, la mia perfida collega, guardava nella nostra direzione, gli occhietti scuri curiosi e malevoli, le dita tozze già in posizione sulla tastiera, pronte a diffondere la cattiva notizia in tempo reale tramite una raffica di mail. Chiusi bruscamente la rivista. Respirai a fondo e feci segno a Betsy di tornare al suo posto.
Samantha aspettava. «Non lo sapevi?»
«Che cosa avrei dovuto sapere? Che il mio ex fidanzato è convinto che per uscire con me ci voglia del fegato?» Tentai una risatina sardonica. «Essere me richiede ancora più coraggio!»
«Dunque non sapevi che lavorava per “Moxie”?»
Aprii la rivista alla prima pagina, dove erano elencati i nomi dei collaboratori corredati da una fotografia in bianco e nero grossa come un francobollo. Ed ecco Bruce, i capelli lunghi fino alle spalle scompigliati da un vento sicuramente artificiale. “Sembra Yanni, il cantante new age” fu il mio poco caritatevole pensiero. La didascalia diceva: «Bruce Guberman entra a far parte dello staff di “Moxie” per occuparsi della rubrica “Brava a Letto”. Scrittore freelance originario del New Jersey, Guberman sta attualmente lavorando al suo primo romanzo».
«Il suo primo romanzo?» dissi. Okay, strillai. Più di una testa si voltò a fissarmi. Oltre il divisorio, Betsy mi guardava preoccupata e Gabby aveva cominciato a digitare a tutto spiano. «Brutto sacco di merda bugiardo!»
«Non sapevo che stesse scrivendo un romanzo» rimarcò Samantha che senza dubbio desiderava disperatamente cambiare argomento.
«Quell’analfabeta sa a malapena scrivere un biglietto di ringraziamento» replicai, tornando a pagina 132.
«Non sono mai stato un estimatore della ciccia» lessi. «Ma quando conobbi C. il suo spirito, la sua risata, i suoi occhi sfavillanti mi fecero innamorare. Con il suo corpo, pensai, avrei imparato a convivere.»
«LO UCCIDO!»
«Avanti, uccidilo e falla finita» borbottò Gabby, aggiustandosi sul naso le lenti spesse un dito.
Betsy era di nuovo in piedi. Mi tremavano le mani, e un momento dopo gli M&M’s erano sparsi sul pavimento, triturati dalle rotelle della sedia.
Mi scusai con Samantha e riagganciai.
«Sto bene» dissi a Betsy, che rispettosamente si ritirò.
Dovetti fare tre volte il numero di Bruce prima di azzeccarlo e quando la sua imperturbabile voce registrata mi informò che in quel momento non poteva rispondere, persi la calma, agganciai e richiamai Samantha.
«Brava a letto... Chi cazzo è lui per giudicare?» ringhiai. «Denuncerò la sua totale incompetenza in materia. La redazione di “Moxie” avrebbe dovuto interpellarmi.»
«È la rabbia che ti fa parlare» disse Samantha, che da quando usciva con il suo istruttore di yoga era diventata insopportabilmente filosofa.
«Un estimatore della ciccia?» gemetti. Le lacrime mi offuscavano gli occhi. «Come ha potuto farmi una cosa simile?»
page_no="16" «L’hai letto tutto?»
«Solo l’inizio.»
«Meglio così.»
«Che cosa vuoi dire? Peggiora?»
Samantha sospirò. «Sicura di volerlo sapere?»
«No. Sì. No.» Samantha rimase in attesa. «Sì. Dimmelo» capitolai.
Sospirò ancora. «Ti definisce... “lewinskyana”.»
«Per via del peso o per le performance amatorie?» Cercai di ridere ma tutto quel che mi uscì fu un rantolo soffocato.
«E poi insiste sulla tua... aspetta... ecco, la tua ampiezza.»
«Oddio!»
«Dice che sei succulenta» proseguì Samantha. «E voluttuosa. Non è un brutto termine, ti pare?»
«Oddio!! Eppure quando stavamo insieme non ha mai detto niente che...»
«Lo hai piantato. Per questo ce l’ha con te» sentenziò Samantha.
«Non l’ho piantato!» gridai. «Ci eravamo presi una pausa! E lui aveva convenuto che si trattava di una buona idea!»
«Beh, che altro poteva fare?» domandò Samantha. «Tu gli dici che vuoi stare un po’ per conto tuo. A quel punto lui ha due alternative: o si dichiara d’accordo, e se ne va attaccandosi a quel po’ di dignità che gli resta, oppure ti supplica di non lasciarlo e fa una figura patetica. Ha afferrato il modesto appiglio della sua dignità residua.»
Mi passai le mani tra i capelli sforzandomi di valutare la reale portata del disastro. Chi altro poteva aver letto l’articolo? Chi era in grado di capire che “C.” ero io? Quante probabilità esistevano che Bruce non l’avesse già mostrato a tutti i suoi amici? Mia sorella l’aveva visto? L’aveva visto, Dio non volesse, anche mia madre?
«Devo andare» dissi nuovamente a Samantha. Posai la cuffia auricolare e mi alzai a osservare dall’alto la redazione del «Filadelfia Examiner»: decine di persone di età compresa tra i trenta e i cinquanta, prevalentemente di razza bianca, incollate ai computer o raggruppate attorno ai televisori a guardare la CNN.
«Qualcuno sa dirmi come si fa a procurarsi una pistola in questo stato?» domandai ad alta voce.
«Presto faremo un pezzo sull’argomento» rispose Larry della cronaca cittadina, un ometto barbuto dall’aria eternamente perplessa, che prendeva tutto maledettamente sul serio. «Mi pare però che non sia troppo difficile.»
«Bisogna aspettare almeno due settimane» cinguettò uno dei reporter sportivi.
«Solo se hai meno di venticinque anni» precisò il viceredattore ai servizi speciali.
«Ti confondi con il noleggio auto» replicò sprezzante quello dello sport.
«Ti faremo sapere, Cannie» concluse Larry. «Hai fretta?»
«Abbastanza.» Mi sedetti, poi mi alzai di nuovo. «In Pennsylvania c’è la pena di morte, vero?»
«Stiamo lavorando a un pezzo...» cominciò Larry, serio.
«Lascia perdere.» Mi sedetti e chiamai Samantha.
«Vuoi sapere una cosa? Non lo ucciderò. La morte è troppo poco per lui.»
«Come vuoi» disse Samantha, da amica leale qual era.
«Vieni con me stasera? Gli tendiamo un’imboscata nel parcheggio.»
«E poi?»
«Da qui a stasera mi sarò inventata qualcosa.»
Avevo conosciuto Bruce Guberman a un party, un incontro da romanzo che pareva tratto dalla vita di un’altra. Prima di Bruce, non mi era mai capitato di andare a una festa e di imbattermi in un uomo che si interessasse a me al punto da chiedermi immediatamente un appuntamento. Il mio tipico modus operandi consisteva nel logorare la resistenza maschile a colpi di humor, conversazioni intriganti e cene kasher a base di pollo con aglio e rosmarino. Con Bruce non ci fu bisogno del pollo. Con Bruce fu facile.
Mi ero piazzata in un angolo del salotto che mi garantiva un’ottima visuale della stanza e comodo accesso alla salsina calda di carciofo. Mi stavo esibendo nella migliore delle mie imitazioni, quella di Tanya, la compagna di mia madre mentre succhia una chela di granchio gigante con un braccio appeso al collo. Quindi, la prima volta che Bruce mi vide avevo un braccio premuto contro il petto, il collo piegato grottescamente di lato e la bocca spalancata pronta a succhiare la polpa immaginaria da una altrettanto immaginaria chela. Ero arrivata al punto in cui per sbaglio Tanya si infilava la chela nella narice destra, e non posso escludere che sulla mia guancia ci fossero tracce di salsa di carciofo, quando Bruce si avvicinò. Era alto, abbronzato, con il pizzetto, i capelli biondo cenere legati a coda di cavallo e dolci occhi castani.
«Uhm, scusa,» disse, «ti senti bene?»
Inarcai le sopracciglia. «Benissimo.»
«È che poco fa mi sei sembrata... come dire...» Esitò. Aveva una bella voce, anche se un po’ acuta.
«Strana?»
«Una volta ho visto un uomo a cui stava venendo un infarto» disse. «È cominciato proprio così.»
A quel punto la mia amica Brianna, che stava ridendo a crepapelle per la mia imitazione, riprese il controllo. Asciugandosi gli occhi, gli afferrò la mano e ci presentò. «Bruce, questa è Cannie» disse. «Cannie stava solo facendo un’imitazione.»
«Oh» fece Bruce, lì impalato come un baccalà. Sicuramente si sentiva un po’ scemo.
«Non preoccuparti» dissi. «Hai fatto bene a fermarmi. Stavo diventando troppo cattiva.»
«Oh» fece ancora Bruce.
Ripresi a parlare. «Vedi, mi sto sforzando di diventare più amabile. È uno dei miei buoni propositi di Capodanno.»
page_no="19" «Siamo in febbraio» precisò lui.
«Ho la partenza lenta.»
«Beh,» disse lui, «se non altro ci provi.» Mi sorrise e si allontanò.
Trascorsi il resto della serata a raccogliere informazioni su di lui. Era venuto con un tipo che Brianna conosceva dall’università. La buona notizia era che frequentava un master, dunque doveva essere ragionevolmente sveglio. In più era ebreo, proprio come me. Aveva ventisette anni, io venticinque. Perfetto. «È anche divertente» disse Brianna prima di passare alle brutte notizie: Bruce stava lavorando alla sua tesi da tre anni, forse di più; abitava nel New Jersey, a oltre un’ora di distanza da Filadelfia; lavoricchiava come scrittore freelance o dando lezioni alle matricole; si manteneva con una piccola borsa di studio, e, soprattutto, grazie ai soldi dei genitori.
«Geograficamente inadeguato» dichiarò Brianna.
«Belle mani» contrattaccai. «Bei denti.»
«È vegetariano.»
Fremetti. «Da quando?»
«Dai tempi del college.»
«Beh, magari riesco a fargli cambiare idea.»
«È...» Brianna si interruppe.
«In libertà vigilata?» scherzai. «Farmaco-dipendente?»
«Un po’ immaturo» disse finalmente.
«Questo è normale» commentai alzando le spalle. «Dal momento che è un uomo.»
Lei rise. «È un bravo ragazzo. Parlagli. Te ne accorgerai.»
Per tutta la sera lo osservai e sentii i suoi occhi su di me. Ma non tentò più di avvicinarmi e quando la festa finì mi incamminai verso casa più delusa di quanto mi aspettassi. Era da parecchio tempo che non incontravo qualcuno che mi andasse a genio e Bruce, sul punto di conseguire un master, alto, fornito di belle mani e denti bianchissimi mi era parso, almeno a prima vista, una buona occasione.
page_no="20" Quando udii dei passi alle mie spalle non pensai a lui. Pensai ciò che penserebbe qualsiasi donna che, in città, a mezzanotte passata, senta dei passi avvicinarsi velocemente mentre attraversa una zona buia. Mi guardai attorno e frugai nella borsetta in cerca dello spray urticante che tenevo attaccato al portachiavi. All’angolo, sotto un lampione, c’era una macchina parcheggiata. Decisi che avrei immobilizzato temporaneamente l’inseguitore con lo spray, quindi avrei spaccato il vetro dell’auto nella speranza di far scattare l’allarme e poi mi sarei messa a correre gridando a squarciagola.
«Cannie?»
Mi voltai. Era Bruce, che sorrideva timidamente. «Ehi» disse, divertito dal mio evidente spavento. Mi accompagnò a casa. Gli diedi il mio numero di telefono. Mi chiamò la sera seguente e chiacchierammo per tre ore, di tutto: l’università, i genitori, la sua tesi, il futuro dei quotidiani... «Voglio vederti» mi disse all’una di notte. Stavo giusto pensando che se quella telefonata si fosse protratta ancora a lungo, il giorno seguente al lavoro sarei stata un disastro. «Organizzeremo una serata» dissi.
«No» disse Bruce. «Subito.»
E due ore più tardi, dopo aver sbagliato strada all’uscita del Ben Franklin Bridge, era di nuovo alla mia porta: più alto di quanto ricordassi, con una camicia scozzese infilata nei pantaloni della tuta, un sacco a pelo arrotolato che odorava di campeggio estivo e un sorriso esitante sulle labbra.
E così cominciò.
Ora, a più di tre anni dal nostro primo bacio, tre mesi dopo la decisione di prenderci una pausa e quattro ore dopo la scoperta che aveva raccontato al mondo intero che ero una cicciona, Bruce mi guardava strizzando gli occhi nel parcheggio di fronte al suo appartamento, dove aveva acconsentito a incontrarmi. Sbatteva le palpebre in continuazione, come faceva sempre quando era nervoso. Aveva le braccia cariche di roba. C’era la ciotola blu del mio cane Nifkin. La cornice rossa con la foto di noi due su uno scoglio a Block Island. Un orecchino d’argento che da mesi era parcheggiato sul suo comodino. Tre calzini e una bottiglia di Chanel mezza vuota. Una scatola di Tampax. Uno spazzolino da denti... Insomma, le cianfrusaglie che in tre anni si erano accumulate sotto il letto o erano scivolate tra i cuscini del sofà. Evidentemente Bruce voleva prendere due piccioni con una fava: affrontare la mia furia per l’articolo e restituirmi i miei effetti personali. Mi si strinse lo stomaco a vedere le mie povere cose ammucchiate in uno scatolone del negozio di vini all’angolo. Era la dimostrazione fisica che avevamo veramente, definitivamente, chiuso.
«Cannie» disse freddo, sbattendo le palpebre a un ritmo forsennato.
«Bruce» dissi, sforzandomi di controllare il tremito della voce. «Come va il romanzo? Anche lì mi toccherà il ruolo dell’eroina?»
Lui sollevò le sopracciglia ma non parlò. «Aiutami a ricordare,» proseguii sarcastica, «a che punto della nostra relazione ti ho autorizzato a condividere con alcuni milioni di lettori i particolari della nostra vita intima?»
Bruce alzò le spalle. «Non abbiamo più una relazione.»
«Stavamo prendendoci una pausa» puntualizzai.
Bruce mi rivolse un sorrise...