Ho sognato la cioccolata per anni
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Ho sognato la cioccolata per anni

  1. 192 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Ho sognato la cioccolata per anni

Informazioni su questo libro

Sedici anni sono troppo pochi per conoscere gli orrori di un campo di sterminio, per sopportare il freddo e la fame, per ascoltare le atroci battute dei soldati, per vedere morire le persone accanto a te come bestie in un macello, per essere spinti sino sulla porta di un forno crematorio. Sembrerebbe impossibile trovare la forza di sopravvivere, di tirare avanti, di continuare a lavorare, a sperare, ad amare.
Ma Trudi Birger ce l’ha fatta. Questa è una storia vera. La storia di una ragazzina che, dai tè danzanti di Francoforte, si trova rinchiusa nel ghetto di Kosvo, prima di finire nell’infamante campo di Stutthof. È la storia di una figlia che rifiuta di salvarsi per non abbandonare la madre, perché sa che solo da quel legame intenso e profondo potrà attingere la forza per continuare a sperare.
Nella semplicità del suo racconto autobiografico, Trudi Birger ci guida tra le atrocità e le sofferenze dell’Olocausto per svelarci la forza della speranza che non si arrende, dei sogni che rifiutano di morire, degli affetti che tengono in vita.

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Informazioni

Print ISBN
9788838488344
eBook ISBN
9788858502860

3

Esilio nel ghetto

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Il 15 agosto 1941 i nazisti recintarono con il filo spinato l’intero ghetto di Kovno. I soldati tedeschi non ci perdevano d’occhio quando ci spostavamo all’interno del ghetto, minacciandoci con gli altoparlanti perché ci muovessimo in fretta. Nessuno osava aprir bocca per protestare, o anche solo per fare una domanda. Ci potevano sparare in qualsiasi momento. Anche oggi, quando sento un altoparlante per la strada, vengo colta dal panico.
Diventammo dei prigionieri, ammassati in alloggi inadeguati, tagliati fuori dal mondo esterno, privati del contatto con le altre comunità ebraiche, senza protezione. Non c’era un tribunale imparziale o un governo indipendente a cui potessimo appellarci. Non avevamo alcun potere né potevamo accedere ai mezzi di informazione. Eravamo circondati dalle truppe tedesche e da una popolazione lituana che si era rivelata terribilmente ostile.
Ero troppo giovane per avere una visione globale della situazione. Sapevo solo che la vita era diventata estremamente pericolosa e che non ero più libera di muovermi a mio piacimento.
Il quartiere di Slobodka, che i nazisti trasformarono nel ghetto, era stato un importante centro di cultura ebraica ortodossa, sede di molte scuole religiose, compresa quella di Slobodka, una delle più grandi istituzioni culturali del mondo ebraico, il centro di un’influente tradizione morale e intellettuale. Questa accademia talmudica era stata il fulcro di un’attiva comunità di ebrei rigidamente ortodossi: insegnanti, rabbini e altre personalità religiose che aspiravano a vivere in un’atmosfera di santità.
A fine giugno, prima che i tedeschi ci ammassassero nel ghetto, i lituani si scatenarono in una delle loro azioni più violente: dissacrarono le sinagoghe e uccisero più di un migliaio di persone, in gran parte rabbini, studenti della yeshivà e le loro famiglie. Fu il loro sangue a tingere di rosso i muri della città.
Nonostante la comunità ortodossa fosse stata interamente massacrata, nel ghetto non c’era ugualmente posto per tutti gli ebrei di Kovno. Agli abitanti di Slobodka, che avevano vissuto in misere abitazioni, fu ordinato di trasferirsi, e gli ebrei presero il loro posto, barattando i loro appartamenti spaziosi situati in quartieri residenziali con monolocali in caseggiati popolari.
La mia famiglia finì in un’unica stanza di tre metri per quattro, che, come arredamento, aveva solo quattro letti e un armadio. Fuori, nel corridoio, si affacciavano un cucinino e un bagno. A parte i tre giorni trascorsi nella cella frigorifera, non avevamo mai vissuto in un ambiente così ristretto. Eppure ricordo di essere stata contenta quando vi arrivammo. Adesso avevamo almeno un posto dove vivere. Era una stanza minuscola ma aveva quattro mura e un tetto, ed era nostra.
Quando i tedeschi ci ordinarono di lasciare le nostre case e di trasferirci nel ghetto di Slobodka, ci dissero di portare con noi tutto il denaro e gli oggetti di valore. I miei genitori lo interpretarono come un buon segno. Pensavano che ci aspettasse una nuova vita – non come quella che avevamo condotto prima che i russi invadessero la Lituania e neanche come il breve periodo antecedente al ghetto, quando eravamo stati costretti a portare le stelle gialle e ad affrontare ogni genere di arbitrio e di discriminazione, ma pur sempre una vita. Se avevano intenzione di eliminarci, non ci avrebbero detto di portare con noi gli oggetti di valore?
Ricordo quando preparai i bagagli, prima del trasferimento nel ghetto. La nostra casa era molto più piccola di quella in cui avevamo vissuto a Francoforte e a Memel, ma avevamo ancora delle belle cose: mobili, tappeti e soprammobili che avremmo dovuto abbandonare, abiti troppo voluminosi o ricercati per essere stipati in una valigia. Fu penoso dire addio ad alcune delle mie bambole, ai libri e ai bei vestiti che non avrei più indossato.
Mia madre prese tutti i suoi gioielli, non un gran tesoro, ma cose a cui era affezionata perché erano regali che mio padre le aveva fatto in qualche occasione speciale durante gli anni del loro matrimonio: anelli e braccialetti d’oro, una o due collane con pietre preziose, un paio di orecchini di perle. Li esaminò uno ad uno, posandoli con cura nella sua scatola portagioielli. Mio padre vi aggiunse alcuni oggetti suoi: un orologio d’oro con catena, alcune spille da cravatta, dei gemelli e un paio di anelli.
Sapevano che, in un futuro che si profilava incerto, sarebbero serviti a procurarci del cibo. Quanto pane ci avrebbero dato per l’anello di fidanzamento di mia madre? Quante uova valeva la sua spilla con il cammeo? Perlomeno i gioielli offrivano alla nostra famiglia una speranza di sicurezza.
Scaricammo il piccolo carretto e sistemammo le nostre cose il meglio possibile. Sfiniti, i miei genitori si riposarono, ma Manfred ed io eravamo irrequieti. La stanza aveva un odore simile a quello della macelleria di Jonas. Qualcuno aveva gettato secchiate di pittura rossa anche sulle pareti interne. Mi avvicinai e posai un dito su una macchia. Nessuno dovette spiegarmi niente. Capii subito che si trattava di sangue umano.
La nostra stanza era situata in un insieme di caseggiati, lunghi edifici muniti di ingressi separati che si aprivano su un ampio cortile. Le costruzioni erano a tre piani, simili a treni. I genitori di mia madre e i miei due zii si sistemarono in un appartamento vicino.
Se si può parlare di fortuna in simili circostanze, la nostra famiglia ebbe la fortuna di rimanere unita. Quando da Memel eravamo stati trasferiti a Kovno, la famiglia di mia madre era venuta con noi, ad eccezione di zia Tita, che era andata a Riga con suo marito. I miei due zii, Jakob e Benno, erano molto legati ai genitori e vivevano in casa con loro. Nel ghetto abitavano vicino a noi, ed era ancora una gioia andare a trovare i nonni, un ricordo dei vecchi tempi. Portavamo loro da mangiare, perché non avevano diritto alle razioni visto che non lavoravano. Rubavo spesso del cibo per loro quando lavoravo fuori dal ghetto.
A papà bastò un colpo d’occhio per capire che la nostra stanza non offriva alcun nascondiglio sicuro per i gioielli. Chiunque avrebbe potuto sgattaiolare in casa e rubarli.
Dietro casa nostra c’era un grande cortile incustodito. In una notte buia, poco dopo il nostro arrivo, papà e Manfred sgusciarono fuori e sotterrarono buona parte dei gioielli dietro la casa. «Abbiamo depositato i soldi in banca», scherzò mio padre quando rientrarono e si sciacquarono la terra dalle mani.
Dietro tutte le costruzioni c’erano cortili abbandonati. I bambini andavano a giocare tra le erbacce, lontano dagli occhi dei genitori. Ma io non volevo unirmi a loro. Era avvenuto un rapido cambiamento in me. Mi rendevo conto che non era il momento di giocare. Per me, quegli appezzamenti di terreno abbandonati erano un simbolo di pericolo, non di libertà.
Non ricordo di aver avuto amici della mia età nel ghetto. Avevo vissuto in Lituania solo due anni prima della guerra, non abbastanza per farmi dei veri amici. Non ero una bambina solitaria, ma ero indipendente.
I nazisti organizzarono subito lo Judenrat, un comitato amministrativo composto da funzionari ebrei costretti ad eseguire i loro ordini. Papà cominciò a lavorare in un ufficio come impiegato, con altri otto uomini.
Qualche giorno dopo la chiusura del ghetto, gli altoparlanti annunciarono che agli studenti universitari e ai laureati veniva offerto un lavoro speciale. C’era solo un centinaio di posti, e gli interessati dovevano presentarsi subito in una certa piazza.
Molti degli ebrei di Kovno erano professionisti provvisti di buona istruzione, ingegneri, fisici, farmacisti, che avevano incoraggiato i loro figli a studiare. La guerra aveva interrotto i loro studi, ma a quanto pareva adesso i nazisti intendevano offrire a questi giovani una nuova occasione.
Centinaia di brillanti giovanotti si recarono nel luogo stabilito muniti di diplomi e certificati, impazienti di cominciare a lavorare per mantenere i genitori e ovviare alle difficoltà della guerra. I tedeschi li portarono via e, per un paio di giorni, non si seppe più nulla. In seguito apprendemmo che erano stati falciati dalle mitragliatrici.
La vita nel ghetto era una noiosa, deprimente routine, punteggiata di terribili tragedie: omicidi arbitrari, convocazioni, selezioni, insomma, tutto quello che i tedeschi chiamavano Aktionen. Sembrava che si divertissero a eliminarci: acciuffavano delle persone per la strada o le trascinavano fuori dalle loro case, senza nessuna particolare ragione.
Una domenica sentimmo degli spari provenire dall’isolato vicino al nostro. Quegli spari allarmarono mia madre più del solito, sebbene non fossero un fenomeno infrequente. Potevamo uscire di casa, ma era pericoloso avventurarsi per le strade. Non sapevi mai se sarebbe toccato a te o a qualcuno dei tuoi cari essere arrestato o fucilato.
Era primavera. Ricordo l’aria fresca, il sole tiepido e le prime foglie sugli alberi. I cortili dietro le case erano pieni di erbacce alte e di fiori di campo. Gli spari provenivano da molto vicino alla casa dei nonni. Mia madre capì subito: «È nel cortile dei miei genitori». Uscì di corsa in direzione della sparatoria, un’iniziativa decisamente avventata. Non potendo fermarla, la seguii.
Quando arrivammo vedemmo subito la nonna. Due soldati la trattenevano mentre lei si divincolava, gridando. Le sue urla mi gelarono il sangue. Poi vedemmo altri soldati trascinare zio Benno verso un muro. I soldati avevano fatto irruzione nell’appartamento dei nonni, avevano catturato Benno, l’avevano preso a calci e spinto giù dalle scale. Altri soldati avevano afferrato la nonna, costringendola a seguirli. Le sue implorazioni li divertivano.
Perché avevano scelto Benno? Era un giovane serio, un figlio devoto, uno zio dolcissimo. Non era coinvolto in movimenti clandestini, non era un leader. Era un professionista, un avvocato. Forse la loro intenzione era quella di umiliare gli intellettuali ebrei per dimostrarci che le qualità personali e i successi di un ebreo non avevano alcun valore. All’interno del ghetto Benno svolgeva già un lavoro faticoso, ma evidentemente non era una umiliazione sufficiente. I nazisti decisero di includere anche lui nel loro numero quotidiano di vittime.
I soldati avevano catturato solo Benno e la nonna, lasciandosi alle spalle il nonno e Jakob che, paralizzati dalla paura, non si erano mossi. Se avessero fatto un gesto, sarebbero sicuramente stati uccisi anche loro. Mio zio non disse una parola. Pazza di dolore, la nonna fu costretta ad assistere alla fucilazione di suo figlio.
I soldati sapevano chi era. Il responsabile disse: «Adesso fucileremo tuo figlio, l’avvocato. Lo vedrai crepare davanti ai tuoi occhi». La nonna li implorò, chiedendo pietà. Ma i soldati si stavano divertendo. Gli spararono tre volte nella schiena.
Zio Benno non avrebbe potuto fare niente per sfuggire alla morte. Ma altri morivano perché rinunciavano a sperare.
Ricordo madri che avevano perduto ogni speranza e che accettavano la morte come un fatto inevitabile, e tuttavia non potevano sopportare l’idea che i bambini condividessero il loro destino. A volte cercavano di prendere accordi con qualche famiglia di contadini lituani disposti ad accogliere i bambini, spesso per denaro. Assistetti a molte scene del genere. Le mamme infagottavano i figli e li infilavano in sacchi di iuta. Poi davano loro del sonnifero perché non piangessero e nottetempo li gettavano oltre il reticolato del ghetto ai contadini in attesa. Quando sono diventata madre a mia volta, e poi nonna, ho cercato di immaginare che cosa ci fosse nella mente e nel cuore di quelle madri quando rinunciavano ai loro figli – un amore tragico, disperato, altruista.
Alcuni di quei bambini sono sopravvissuti. Una mia cugina, gettata oltre il reticolato, fu tenuta da una famiglia di contadini durante la guerra. Poi, non so come, fu restituita alla famiglia naturale e all’inizio del 1970 lasciò l’Unione Sovietica per venire in Israele. Un altro mio parente fu salvato da una famiglia che lo allevò ed è ancora in stretto contatto con loro.
Nel ghetto scarseggiava tutto, specialmente il cibo. I tedeschi distribuivano dei buoni-razione per gli alimenti base, insufficienti a nutrirci adeguatamente: pochi grammi di pane o farina, qualche tubero, mai verdura fresca o frutta, carne o latticini. Dovevamo integrare le razioni con quello che potevamo comprare di nascosto, a prezzi esorbitanti, dai contadini lituani. Era rassicurante sapere che potevamo dissotterrare i gioielli di mia madre e venderli quando fossimo rimasti a corto di cibo.
Nel settembre del 1941 i tedeschi emisero un proclama. Gli ebrei del ghetto di Kovno dovevano consegnare tutti i loro oggetti di valore lasciandoli sul tavolo di cucina, e i tedeschi sarebbero passati di casa in casa per confiscarli. Se qualcuno fosse stato sorpreso a nascondere oro o gioielli dopo quella data, cento ebrei avrebbero pagato con la morte.
Un altro raggio di speranza si era spento.
Eravamo spaventati e pieni di dubbi. Solo mio fratello era tranquillo. Lui e papà avevano nascosto i gioielli in un posto dove nessuno li avrebbe mai trovati. «I bambini hanno continuato a correre nel cortile, calpestando la terra nel punto in cui li abbiamo sepolti. Perché dovremmo consegnarli?»
La mamma obiettò: «Se vengono in casa e non trovano niente, cominceranno a nutrire dei sospetti. Ci perquisiranno, ci picchieranno, forse ci uccideranno. Dobbiamo sacrificare qualcosa».
Era un bel problema. Secondo papà eravamo in un vicolo cieco. «Se tiriamo fuori una parte dei gioielli e nascondiamo il resto, qualcuno potrebbe vederci e denunciarci. Anche se stiamo attenti, si noteranno le tracce nel terreno. Se i nazisti dovessero trovare i gioielli, prenderanno la gente delle case più vicine e la uccideranno. Se invece non dovessero accorgersene, ci penserà qualche ladro a dissotterrarli.»
L’ora stabilita si avvicinava rapidamente e non avevamo ancora preso una decisione. Quei pochi gioielli, i resti della nostra ricchezza familiare, il nostro ultimo legame con la casa di Francoforte e la mia infanzia felice, stavano tra noi e la fame. Erano tutta la nostra fortuna. Fuori dal ghetto non avrebbero rappresentato granché, ma qui erano tutto, e dovevamo consegnarli. Faceva male. Era un delitto, una crudeltà.
Tutti gli ebrei del ghetto si stavano torturando sullo stesso problema: consegnare i gioielli o rischiare di morire. Era più di un rischio, in realtà era una certezza. Comunque fosse, i nazisti non avevano remore a sparare alla gente a sangue freddo. Nessuno, uscendo di casa, sapeva se quel giorno ci sarebbe tornato. Perché non tentare, quindi? Un giorno o l’altro i russi avrebbero cacciato i tedeschi dalla Lituania e la guerra sarebbe finita. Allora avremmo potuto dissotterrare i nostri gioielli e avere qualcosa con cui cominciare una nuova vita. Se li consegnavamo, non avremmo avuto più niente.
Credo che alla fine sia stato mio padre a decidere di tirarli fuori e di consegnarli per salvare vite innocenti. Così, un’ora prima che i tedeschi si presentassero per ritirare i preziosi, Manfred e mio padre li dissotterrarono. Li disponemmo accuratamente sul tavolo di cucina e li guardammo con nostalgia in attesa che arrivassero i soldati. Quanti ricordi erano legati a quei gioielli: compleanni, anniversari di nozze, occasioni felici celebrate con un dono prezioso. Senza contare quello che rappresentavano ora: la differenza tra la fame e la sopravvivenza.
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Quando i soldati irruppero nella stanza, riempiendola con la loro oscura, minacciosa presenza, con l’odore del tabacco, dell’olio per ingrassare le armi, del cuoio e del sudore, gridando ordini con voci rauche, schiaffeggiando Manfred per il puro gusto della violenza, mi sforzai di non gridare, ma rimasi a osservarli mentre annotavano con burocratica efficienza tutto quello che stavano prendendo. L’elenco non era destinato a farci credere che un giorno avremmo potuto riavere i nostri gioielli, ma solo a impedire che uno di loro intascasse qualcosa. «Un paio di orecchini di brillanti, una collana di perle, un paio di gemelli d’argento, un orologio d’oro con catena.» Anche i miei pochi gingilli sparirono: una spilletta, un braccialettino con i ciondoli, un piccolo anello d’oro.
Nel ghetto, la vita religiosa si disintegrò. Sapevo a stento quand’era Shabbath. Non ho ricordi delle altre feste. Eppure papà pregava a casa ogni mattina. Ricordo che si metteva i filatteri. Non si ribellò mai contro Dio, ma io sì. Lo cercavo e non riuscivo a trovarlo.
Comunque, anche senza la fede, dovevamo continuare a sperare. Non si poteva sapere quello che avrebbe portato il giorno dopo. Ci si aspettava il peggio ma si sperava in un miracolo. La liberazione era un miraggio lontano, eppure dovevamo tener duro, conservare il coraggio di vivere.
Forse perché ero una bambina, non ricordo di aver sentito parlare della guerra, almeno non durante i primi due anni passati nel ghetto. Ricordo invece di aver sentito che alcuni riuscivano a fuggire, soprattutto giovani che cercavano di unirsi alla resistenza. Ma la mia famiglia non sapeva dove andare. Manfred ed io avremmo potuto fuggire separatamente, ma decidemmo di restare uniti. Da quel che mi risulta non avevamo contatti con i movimenti clandestini. Cercavamo semplicemente di tirare avanti.
Gli anni del ghetto furono anni di grande paura. Ogni giorno qualcuno veniva ucciso. Di tanto in tanto i tedeschi si scatenavano in una delle loro Aktionen. Gli altoparlanti annunciavano che non dovevamo andare al lavoro, ma riunirci nel grande spiazzo di terra battuta. Venivamo allineati in lunghe file. I soldati tedeschi ci sfilavano davanti, pavoneggiandosi, facendo schioccare gli scudisci e schiaffeggiando la gente per farla stare dritta o senza alcun motivo particolare. Passavano di fila in fila, separando le persone, mandandole a sinistra e a destra.
Non ci dicevano che la destra significava lavoro e la sinistra morte. Ma noi ebrei lo sapevamo. Stavamo lì terrorizzati per ore. I nazisti separavano intenzionalmente le famiglie, ma la nostra riuscì miracolosamente a non disgregarsi. Mi sforzavo di sorridere, di apparire il più possibile attraente, sperando che i miei sorrisi ci salvassero. Infatti, fino allo sterminio dei bambini del 1944, la fortuna ci aiutò. Ad eccezione di Benno, riuscimmo a sopravvivere tutti insieme.
Nel ghetto giurai a me stessa che avrei fatto del mio meglio per incoraggiare gli altri e mantenere viva la speranza. Dopo la guerra, se fossi sopravvissuta, mi sarei dedicata ad aiutare il prossimo. Ero piena di idee. Forse per questo mi chiamavano das Wunderkind, la bambina prodigio.
Tiravo avanti sognando. Anche se non avevo avuto un’educazione sionista, sognavo sempre la Terra di Israele. Immaginavo che un giorno avrei avuto una famiglia con tanti bambini. Non ricordo di aver mai avuto incubi. Ogni notte, prima di addormentarmi, mi cullavo nelle mie fantasie: dopo la guerra avremmo costruito una nuova casa nella Terra di Israele, e sarebbe stata piena di bambini. I sogni mi incoraggiavano. Mi davano la forza e la volontà di vivere, mi aiutavano a non spegnermi.
I bambini erano particolarmente vulnerabili nel ghetto. Sebbene fossi minuta e dimostrassi meno anni di quelli che avevo, andavo anch’io a lavorare. Dovevo ammazzarmi di fatica come un adulto, perché il lavoro era la nostra unica speranza. Pensavamo che i nazisti non avrebbero ucciso dei lavoratori produttivi, perché avevano bisogno di manodopera. Inoltre, se non lavoravi, non avevi diritto alle tessere annonarie e a quello che potevano procurare.
La prima mattina che andai al lavoro ero terrorizzata. Fortunatamente, mi permisero di restare con mia madre. Le rimasi accanto nelle file di donne che si ammassavano presso il cancello. Al mattino le guardie ci perquisivano in modo approssimativo. La perquisizione vera avveniva al ritorno, per evitare che portassimo dentro qualcosa. Se ti sorprendevano anche con una patata marcia, era la fine.
Eppure, quando lasciavamo il ghetto per andare a lavorare, tenevamo sempre gli occhi aperti per scovare qualcosa di commestibile,...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Sola con mia madre
  5. Dalla cella frigorifera al ponte
  6. Esilio nel ghetto
  7. Dal campo di lavoro al crematorio
  8. Dall’ospedale del campo alla nave in fiamme
  9. Liberazione
  10. La vita normale
  11. Indice