1
Nella calura pomeridiana, mentre il giorno trascolorava nel crepuscolo, Joe Jaggard strinse nella sua la mano di Amy Le Neve, che volentieri si lasciò condurre via dal banchetto preparato per le sue nozze.
Amy era minuta, poco più di cinque piedi di altezza e meno di cento libbre di peso. I suoi capelli biondi splendevano nella luce del giorno morente; aveva la pelle chiara e morbida di una pastorella. Era una giovane di sedici anni, eppure la sua mano, nella destra robusta di Joe, sembrava quella di una bambina. Lui, alto più di sei piedi, snello, muscoloso, i capelli dorati, di anni ne aveva diciotto. Nella sinistra stringeva un fiasco di vino.
Continuarono a correre, ormai ansimanti. Lei, a piedi nudi, batté contro una selce aguzza. Barcollò gemendo per il dolore e la ferita. Joe si fermò, l’aiutò a distendersi nell’erba alta, le baciò il piede e succhiò il sangue che gocciolava dalla pianta.
Le lacrime le scorrevano sulle gote. Joe le prese la testa tra le mani, le scompigliò con le dita i capelli bagnati di lacrime, la baciò su tutto il viso. La strinse a sé, avvolgendola nell’abbraccio.
Amy gli aprì la camicia di fine tela di cotone; Joe le liberò i polpacci dall’abito nuziale, sfilandolo verso l’alto, oltre le cosce perfette, stropicciando la sottile veste estiva di tessuto pettinato. Era amore. Ma anche guerra: gli ultimi spasimi deliranti di una battaglia che entrambi sapevano perduta.
Joe bevve un robusto sorso dal fiasco. «La sai una cosa, bambolina?» cominciò con una voce che si fece stridula. «Io credo che tu sia un abominio. Resta dietro di me, figlia di Satana, corrotta e impura, fragile costola di Adamo. Affermo con convinzione che sei caduta nel peccato.»
«Io ti aborro» rispose Amy, conficcandogli il gomito tra le costole e ridendo all’unisono con lui; poi, facendosi seria, aggiunse: «La cosa buffa è che parla davvero così».
«Winterberry? Uno stronzo, dico io. Sporco, lascivo, un cagasotto, secondo me. Li chiamano puritani. È puro come la merda di maiale, immerso fino al collo nella libidine oscena. Ha la faccia di un cane che non è mai uscito dal canile; i suoi abiti neri e severi ricaccerebbero per lo spavento l’Anticristo nell’inferno. Paga per comprarti come se tu fossi una puttana in un bordello di Southwark.»
Rimasero in silenzio per qualche momento. Sentivano in lontananza, portati di tanto in tanto dalla brezza tiepida, i sussurri della musica.
«Ce ne andremo» disse Joe. «Andremo a Londra. Ho del denaro.»
«Non posso lasciare la mia famiglia. Ricorreranno alla legge per punirci. Sarai imprigionato e frustato. Impiccato a Tyburn. Non voglio.»
Joe si volse verso di lei. Era arrabbiato. «Preferisci infilarti nel suo letto? Vuoi che sia lui a giocare con te?»
«Lo sai che non è così. Sono costretta a sposarlo.»
«Li ammazzerò tutti» disse distogliendo lo sguardo dalla giovane. «Lo farò per loro: per i tuoi parenti, per tutti.»
«È inutile.» Lo baciò. «Stasera dovrò tornare lì. Sono una donna sposata adesso.»
Joe teneva gli occhi chiusi. Li aprì. «No, bambolina. Qualcosa possiamo fare. Io posso. Posso fare in modo di stare sempre con te, noi due insieme, te lo prometto. Fidati. Baciami ancora, adesso.»
Si baciarono a lungo, indugiando. Fu l’ultima cosa che fecero. Non sentirono i passi felpati sull’erba.
Il primo colpo uccise Joe. Non se ne accorse neanche. Amy non ebbe più di due secondi per rendersi conto dell’orrore prima di crollare sotto il secondo colpo.
2
John Shakespeare trovò sua moglie Catherine nella stanza rivestita di pannelli di quercia che avevano adattato ad aula scolastica. Era impegnata a insegnare l’alfabeto su un abbecedario alla loro figlioletta Mary, di quattro anni. Incrociando il suo sguardo, Catherine, senza sorridere, scosse all’indietro i lunghi capelli neri, quasi volesse allontanare una mosca. Shakespeare percepì la sua rabbia, ma tentò di ignorarla e, sapendo di cosa sua moglie voleva discutere, evitò di proposito l’argomento. «Rumsey Blade intende frustare di nuovo Pimlock» disse.
«Sì, lo so» commentò lei brevemente. «Sei sferzate. Blade ce l’ha su con il ragazzo.»
«Pimlock affronta la cosa con forza d’animo.»
«Ma io no. Come possono studiare i ragazzi se rischiano punizioni così severe?»
Non c’era altro da dire sull’argomento. Una preoccupazione in più che John Shakespeare doveva gestire nella sua qualità di direttore della scuola Margaret Woode, che accoglieva i bambini poveri di Londra. Che piacesse o meno, era costretto a tenersi Rumsey Blade e le sue amate verghe di betulla: glielo aveva imposto il vescovo Aylmer, di fiera fede protestante, con l’intento di accertarsi che nessun insegnamento del cattolicesimo romano si infiltrasse nei programmi di studio. Erano risapute – e poco amate – le simpatie papiste di Catherine.
«Ma c’era l’altro punto...» continuò Catherine.
I muscoli del collo gli si irrigidirono. «Dobbiamo discutere di questo davanti alla bambina?»
Catherine diede una carezza a sua figlia. «Da’ un bacio a tuo padre e va’ da Jane» disse in fretta. Mary, delicata e graziosa come la mamma, corse verso il papà e, in punta di piedi, ricevette il suo bacio e lo ricambiò, poi sgattaiolò via per andare da Jane Cooper nella stanza dei bambini.
«Non hai più scuse per scansare l’argomento.»
«Non abbiamo niente di cui discutere» disse Shakespeare, dolorosamente consapevole del tono duro delle sue parole. «La mia posizione è chiara. Non andrai alla messa.»
Catherine si alzò guardando in faccia suo marito. I suoi occhi azzurri erano freddi e non esprimevano affetto. «Ho ceduto alle tue ragioni in ogni momento della nostra vita coniugale» disse a bassa voce. «Nostra figlia viene educata nella fede anglicana; dirigiamo una scuola che si conforma ai principi della religione anglicana; nessun prete varca la soglia di casa nostra. Frequento persino la chiesa parrocchiale per non incorrere nelle sanzioni previste per i dissenzienti religiosi. Non credi che io abbia fatto la mia parte in questi anni?»
«Lo so, Catherine, ma...»
«Perché allora vuoi negarmi quest’unica cosa che ti chiedo?»
John Shakespeare non intendeva contrastare sua moglie. Di solito era inutile farlo perché era una donna caparbia. Eppure su quel punto si sarebbe battuto fino in fondo. Non poteva permetterle di esporre al pericolo se stessa e l’intera famiglia.
«Lo sai il perché» disse con un’espressione decisa sul viso.
«No, non lo so il perché. Devo sentirmelo ripetere perché sono soltanto una donna e di limitata intelligenza.»
Si trattava di una messa clandestina, celebrata secondo il rito della Chiesa cattolica romana. Erano situazioni molto rischiose. Per essere sottoposti a tortura e finire sul patibolo bastava sapere dove si nascondeva un prete, per non parlare poi di accoglierlo. E quella messa era ancora più pericolosa, perché l’avrebbe celebrata Robert Southwell, un padre gesuita ricercato e un uomo che, come sapeva Shakespeare, era amico di Catherine. Da sei anni Southwell riusciva a sfuggire all’arresto. La regina Elisabetta e i suoi consiglieri lo consideravano una irritante spina nel fianco, da eliminare a tutti i costi.
«Catherine,» disse cercando di addolcire il tono della voce, visto che non voleva in alcun modo che quella breccia tra di loro si ingigantisse fino a diventare un baratro incolmabile «lo so che hai accettato molti compromessi. Non l’ho fatto anch’io? Non ho forse rinunciato a una brillante carriera al servizio di Walsingham per sposarti?»
«Allora devo obbedirti?» disse Catherine quasi sputando le parole.
«Preferirei che fossi tu a riflettere e a decidere. Però sì, in questa circostanza tu devi obbedirmi.» Non le aveva mai parlato così.
Lei lo fissò e, quando rispose, le sue parole furono dure. «Come dice Thomas Becon nello Stato cristiano del matrimonio, le donne e i cavalli vanno governati bene. È questo il tuo principio?» Rise con disprezzo. «Sono una cavalla che deve essere tenuta a freno da voi, messer Shakespeare?»
«Non ho altro da dire su questo argomento, madonna Catherine. Non andrai a messa, tanto meno a una officiata dal prete Southwell. È accusato di tradimento, un’accusa che ricadrebbe su di te e su tutta la famiglia se tu avessi contatti con lui. Vuoi fornire a Topcliffe la prova che gli serve per distruggerci e mandare nostra figlia in catene ai lavori forzati nella prigione di Bridewell? Mettiamo la parola fine a questa nostra discussione.»
Si girò e si allontanò a grandi passi. Non si volse a guardarla perché non voleva incontrare il suo sguardo fulminante. Raggiunto il cortile, si mise a sedere su un muretto in un angolo ombroso. Tremava. Era una brutta storia, molto brutta. Sua moglie stava commettendo un grave errore.
Udì alle sue spalle il rumore di un passo irregolare e, voltandosi, vide il suo vecchio amico e aiutante Boltfoot Cooper che arrancava verso di lui, trascinando con movenze sgraziate il piede equino sulle pietre del selciato. Avvicinandosi ai quarant’anni, i suoi movimenti rallentavano, si disse Shakespeare. Forse la vita tranquilla di custode di una scuola non si addiceva a un lupo di mare, a un veterano che aveva seguito Sir Francis Drake nella circumnavigazione del mondo.
«Boltfoot?»
«Avete un visitatore, messere. Un certo McGunn chiede di parlarvi. Lo accompagna un servitore.»
«Lo conosciamo? È il padre di un futuro alunno?»
Boltfoot scosse la testa. «Dice di venire da parte del conte di Essex per trattare con voi.»
La fronte aggrottata di Shakespeare tradì la sorpresa. Si lasciò andare a una breve risata. «Immagino allora che mi convenga vederlo.»
«Lo conduco qui.»
«Non qui. Andrò nella biblioteca. Porta questo messer McGunn e il suo domestico nell’anticamera, offri loro da bere e tra cinque minuti portali da me.»
Mentre saliva la scala di quercia per raggiungere all’ultimo piano della casa la biblioteca, con gli scaffali di libri raccolti dal fondatore della scuola, Thomas Woode, e successivamente da lui stesso, Shakespeare pensava al conte di Essex. Era conosciuto in tutto il regno per essere il favorito della regina, un cortigiano valoroso di nobili natali, di straordinaria presenza, coraggioso in battaglia, dotato di un ardire e un fascino tali da incantare una principessa. Si diceva addirittura che avesse preso il posto di Sir Walter Ralegh nel cuore della sovrana. Che interesse poteva avere il conte di Essex per un oscuro maestro di scuola come lui, così lontano ormai dalla vita di palazzo da dubitare che si sentisse mai fare il suo nome?
McGunn fu una sorpresa. Shakespeare si era aspettato di vedere un modesto funzionario in livrea, ma McGunn non aveva l’aria del tirapiedi. Era di statura media, tarchiato, l’aria impavida e bellicosa del mastino, mani grosse e nodose; sbarbato e calvo, con sopracciglia tendenti a ingrigire sotto una fronte rugosa e carnosa. Un cerchio di oro massiccio gli pendeva dal lobo dell’orecchio sinistro. Sorridendo con aria cordiale, tese una mano robusta e ferma.
«È un piacere conoscervi, messer Shakespeare.»
«Messer McGunn?»
«In persona.»
Shakespeare si disse che l’uomo parlava con accento irlandese, ma non avrebbe saputo dire da quale regione di quell’isola oscura e inaccessibile venisse, e neppure a quale rango sociale appartenesse. Era vestito in modo poco appropriato: intorno al collo robusto portava una gorgiera larga e inamidata; una giubba finemente ricamata con fili d’oro gli racchiudeva il torace; indossava calzebrache di serge blu di buona qualità e calze color del grano. Gli parve che avesse un viso da manovale e un abbigliamento da gentiluomo.
Il servitore che lo accompagnava fu presentato semplicemente come Slyguff. Seppur meno riccamente vestito di McGunn – indossava un farsetto di pelle scamosciata del tipo usato dai fabbri o dai carrettieri –, neanche lui aveva l’aria di fare il domestico presso una grande famiglia. Più basso e magro del suo padrone, era forte e resistente come il cavo teso dell’ancora di una nave; la faccia era sottile, con un naso aguzzo e cartilaginoso. Era, sì, più piccolo di McGunn, ma aveva in tutto e per tutto lo stesso aspetto temibile. Un occhio era evidentemente cieco; l’altro non tradiva alcuna emozione.
«Spero che messer Cooper vi abbia offerto della birra. È una giornata calda.»
«Calda davvero. Sì, messer Cooper ha fatto gli onori di casa» disse McGunn sorridendo cordialmente. «E di questo vi siamo grati entrambi. A dirvi la verità, avrei potuto svuotare il mare d’Irlanda, tanto ero assetato.»
«Come posso servirvi, messere?»
«Tanto per cominciare, potreste versarci dell’altra birra. No, no, scherzavo. Siamo qui mandati dal mio signore, il conte di Essex, per scortarvi a casa sua, Essex House. Desidera parlarvi.»
«Il signore di Essex desidera parlarmi?»
«Esatto, messere.»
«Perché mai desidera conferire con l’oscuro direttore di una scuola?»
«Forse vuole una lezione di latino, oppure imparare un po’ di conti. Potreste aiutarlo? Oppure potreste insegnargli a dominare l’umore, che è variabile e incostante come il bello e il cattivo tempo.»
«Forse, messere, state di nuovo scherzando.»
«Sì, sì, è così. La verità è che desidera avere il vostro consiglio su una certa questione che gli sta a cuore. Ma non rendete onore a voi stesso dicendo di essere l’oscuro direttore di una scuola. Chi non ha sentito parlare delle gesta di John Shakespeare, che ha salvato la regina e la patria?»
«Sono cose di tanto tempo fa, messere.»
«Non la pensa così il conte di Essex. È rimasto molto colpito sentendo del coraggio che avete dimostrato davanti a un nemico implacabile. Lo sono stato anch’io, se posso aggiungere. Avete compiuto un’azione mirabile, signore.»
Accettando quel complimento con buona grazia, Shakespeare si inchinò con un lieve sorriso sulle labbra. «Quale genere di consiglio cerca il conte di Essex, signore? Di sicuro sa che non svolgo più il lavoro di informatore e consigliere.»
«Questo sarà lui a dirvelo, messere. Io sono soltanto il suo umile servitore.»
McGunn non aveva affatto l’aria umile, si disse Shakespeare. Se non fosse stato per i begli abiti, lui e Slyguff sarebbero stati quel tipo di coppia che i sudditi onesti di sua maestà avrebbero attraversato la strada pur di evitare. Eppure, malgrado l’aspetto grossolano, Mc-Gunn sembrava un buontempone. Shakespeare ammise tra sé di essere disorientato. Chi non avrebbe desiderato conoscere il celebre Essex? «Bene, fissiamo un appuntamento e io verrò.»
«No, messere. Noi vi accompagneremo da lui seduta stante. Il mio signore non è uomo da aspettare un appuntamento.»
«Temo che dovrà aspettare. Devo tenere una lezione tra meno di un’ora.»
Sorridendo, McGunn gli diede una pacca sulla spalla con una mano larga come il setaccio di una massaia. «Su, messere, non siete forse il direttore di questa scuola? Incaricate uno dei maestri a voi sottoposti di sostituirvi in cattedra stamattina. Il conte è un uomo molto occupato e vi assicuro che la ricompensa per il tempo che gli dedicherete sarà adeguata. Ecco.» McGunn prese dalla saccoccia una moneta d’oro e la lanciò in aria facendola roteare. L’afferrò e la tenne tra il pollice e l’indice sotto gli occhi di Shakespeare. «Questo è per cominciare. Prendetela. Ce ne sono in abbondanza lì da dove viene questa.»
Shakespeare non prese la moneta. Fissando McGunn negli occhi, vi lesse una bonomia divertita e scherzosa. «E sia. Verrò con voi, ma datemi il tempo di organizzare la lezione e avvertire mia moglie su dove sono diretto.»
Mentre parlava, ebbe un terribile presentimento: la battaglia con Catherine era lungi dall’essere conclusa.
3
Rumsey Blade, un ometto con una faccia grinzosa e antipatica, capelli radi, non aveva voglia di far lezione al posto di Shakespeare. In quel momento si trovava nel cortile della scuola, impegnato a sferzare l’aria con una verga di betulla in attesa di scudisciare Pimlock che, aspettando la punizione, si era abbassato i pantaloni fino alle ginocchia e stava piegato in avanti sul basso muretto sul quale fino a poco prima era seduto Shakespeare.
«Devo allontanarmi per un affare urgente, messere. Mi sostituirete in classe.»
Blade aggrottò la fronte. «Parlate sul serio?»
«Sul serio, messere.»
«Non vi lascerò prendere questa abitudine. È di cattivo esempio agli alunni che il direttore della scuola non rispetti l’orario di servizio.»
Shakespeare non aveva tempo di discutere. «Messer Blade, vi siete dimenticato chi è il direttore della scuola, se pensate di poter parlare in questo modo.» Guardò il ragazzo. «Vi consiglio di non infierire su Pimlock.»
«Lo consigliate, messere? A cosa servono le frustate se non fanno sanguinare?»
«Servono a poco o a niente, facciano o non facciano sanguinare.»
«A Winchester, venerdì era il giorno della frusta. Impensabile non macchiarla di sangue. Ritenete che la vostra scuola sia migliore di quella di Winchester?»
«Buongiorno, messere.»
Mentre Shakespeare si girava per allontanarsi, Blade si irrigidì e smise di sferzare l’aria con la verga di betulla. «Avete già discusso di questo tema con il vescovo? Il vostro atteggiamento permissivo nell’intendere la disciplina e la vostra indulgenza nel trattare i ragazzi non gli andranno a genio.»
Shakespeare se ne andò.
McGunn e Slyguff lo aspettavano a Dowgate in sella ai loro cavalli. Boltfoot teneva le redini della vecchia cavalla grigia, sellata e pronta. Lì fuori, nel pieno sole della tarda mattinata, la calura che lo investì parve a Shakespeare la vampa di uno dei roghi sui quali venivano bruciati gli eretici e i d...