Una ragazza disobbediente
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Una ragazza disobbediente

  1. 476 pagine
  2. Italian
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Una ragazza disobbediente

Informazioni su questo libro

Latha vive con una famiglia che non è la sua famiglia: solo persone che hanno il diritto di darle ordini. Ha una sola amica, che però non è una vera amica, ma la sua padrona. Non conta che i voti di Latha a scuola siano migliori, o che la sua bellezza sia più sfolgorante: deve sempre restare un passo indietro. Per lei, orfana e di umili origini in Sri Lanka, l'unico destino possibile è fare la serva. Ma nel suo cuore non sa rassegnarsi alla sottomissione, né rinunciare alle piccole vanità e ai desideri di un'adolescenza normale: un profumo di rose, un paio di sandali nuovi, l'amore di un ragazzo. Finché le ingiustizie subite diventano insopportabili e la ribellione di Latha si trasforma in inganno e vendetta. Biso fugge dal marito alcolizzato e violento, l'uomo che ha ucciso il suo amante e ha minacciato di vendere come prostituta la bambina nata da quell'amore proibito. Fugge all'alba, danzando leggera sulla rugiada, ripensando a quello che la vita le ha tolto, ai sogni che ha spezzato. Fugge insieme ai tre figli, su un treno che dovrebbe condurla a un luogo che appartiene al suo passato, e dove non sa neppure se sarà la benvenuta. Dall'intreccio di due destini apparentemente disgiunti, la storia intensa di due donne che lottano con coraggio contro una cultura che cerca di piegarle alle tradizioni. Due donne in viaggio verso un'unica meta: la libertà.

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Informazioni

TERZA PARTE

Biso

Mentre osservo l’automobile rossa che si avvicina, desidero, per un attimo, di poter riavere i miei orecchini, qualcosa da offrire in garanzia o da scambiare per ottenere un aiuto, date le circostanze.
«Amma, fermiamo quella macchina?» mi chiede mio figlio, accanto a me, notando con quale rapita attenzione io guardi il veicolo.
«No, non stavo pensando di fermarla, ma... tu cosa ne pensi?» Abbasso lo sguardo verso di lui, di colpo fiduciosa che lui possa avere una risposta.
La mia domanda lo spinge a guardarmi con un pizzico d’ansia. Davvero è stato chiesto a lui di decidere? Rivoli di sudore gli colano lungo l’attaccatura dei capelli. Allungo una mano e gli asciugo il viso con l’orlo del sari. Lui sorride, forse ricordando che ci ha già aiutate a uscire dal pasticcio di quel viaggio in treno e a ritrovare la strada sulla terraferma. Quando capisce che sì, sto proprio chiedendo la sua opinione, sporge in fuori il labbro inferiore e aggrotta le sopracciglia per scrutare la strada.
«Penso che dovremmo camminare per un po’ e poi vedere» osserva Loku Duwa. «Potremmo chiedere a qualcuno che abita qui. Come facciamo a sapere che quelli della macchina vivono qui?» Tiene sua sorella per mano, e la tiene stretta. Tanto che non capisco se lo faccia per proteggere la più piccola o se voglia invece dominare una qualche paura che si porta dentro. Vorrei lisciarle la fronte, cancellare quelle pieghe angosciate e capire quale istinto femminile la spaventi, ma resisto. La mia figlia più grande è troppo timida, troppo paurosa e assecondarla in questo momento le farebbe solo male. Come potrà imparare a gestire le proprie paure, trovandosi in una situazione come questa, da sola, con tre bambini, se le si permette di intrattenere i suoi demoni interiori ogni volta che ha voglia di farlo? No, distolgo lo sguardo e lo fisso sul mio ragazzino, in attesa della sua risposta.
«Fermiamo la macchina e chiediamo indicazioni» decide lui alla fine, spostando lo sguardo dalla faccia turbata di sua sorella alla mia, che è più determinata. Poi, senza esitare né attendere il mio permesso o la mia approvazione, alza un braccio e agita la mano in aria. È simile a un uccello quella mano che si muove rapida, quasi tremasse.
La macchina sembra più piccola, man mano che si avvicina. È tutta tondeggiante, come le automobili di una volta. Sul tondo argenteo che ha davanti ci sono una V e una W. Quel simbolo mi ricorda le macchine eleganti in vendita in un negozio per ricchi sulla Galle, insieme a tanti altri oggetti di importazione, quello che era stato chiuso dopo che Mathiniya aveva preso il potere nel paese e ci aveva costretti tutti a vestirci con lo stesso tessuto blu a fiorellini bianchi e ad acquistare tutto con le tessere di razionamento. A me piaceva tanto guardare le vetrine di quel negozio, per vedere cosa c’era nel mondo, anche se nessuno di quelli che conoscevo avrebbe mai potuto permettersi di entrare a comprare qualcosa, anche se Siri continuava a sostenere che là dentro era pieno soltanto di lussi inutili. Almeno era colorato! Non come i magazzini spogli e tristi che vennero dopo, dove si vendevano soltanto beni di prima necessità, riso, dhal, cocco, lattine di latte in polvere senza etichetta, file e file di piatti di terracotta e fornelli a carbone. Sono deliziata dall’aspetto di quest’automobile. Mi ha fatto ripensare a un tempo più felice.
Rallenta, avvicinandosi, e ora tutti e quattro possiamo vedere il conducente, un giovanotto con i baffi che potrebbe avere circa vent’anni, e uno straniero seduto accanto a lui. Soltanto quando il mezzo si ferma e l’autista abbassa il finestrino, vediamo un altro uomo sul sedile posteriore; è un ragazzo, in realtà, o forse un uomo che sembra un ragazzino, biondo e snello. Sta giocando con un apparecchio che tiene in mano e che emette deboli squilli e di tanto in tanto si lascia sfuggire esclamazioni irritate oppure sorride.
L’autista mi squadra dalla testa ai piedi, poi guarda i bambini e di nuovo me. Alza il mento e mi fa un cenno con la testa. «Qual è il problema?»
«Il nostro treno,» comincio io indicando in direzione dei binari, anche se i tre non possono vedere il treno dall’interno della macchina «ha avuto un incidente...»
«È scoppiata una bomba» spiega mio figlio in inglese, e tutti e tre lo guardano con occhi pieni di interesse.
Lui tiene la borsa piccola dietro la schiena, con le braccia incrociate, e alza gli occhi verso di me, timidamente, ondeggiando leggermente. Il mio cuore... lo sento nel cuore, un battito che all’improvviso salta, perde il ritmo, e mi pento: non avrei dovuto chiedergli di decidere. Ora me ne rendo conto e lo vedo per quello che è: un ragazzino, un bambino. Gli scompiglio i capelli con la mano.
«Bomba, hai detto?» chiede lo straniero accigliandosi. «Dove?»
«Laggiù» gli rispondo parlando in inglese, fiera di me stessa e dei miei figli. Noi non siamo gente comune, ordinaria, anche se possiamo averne l’aria. Noi siamo istruiti, rispettabili. Sorrido per esprimere cordialità, poi continuo a parlare con l’autista nella nostra lingua. «Un intero scompartimento è saltato in aria e siamo dovuti scendere ad aspettare che la polizia rimettesse tutto a posto. Ma io devo andare a casa di mia zia, a Ohiya...»
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«Quindi qual è il problema? Ohiya è la prossima città.»
«Il fatto è che io so arrivare alla casa soltanto partendo dalla stazione. Non so come raggiungerla passando dalla strada.»
«Mi sembra di avere capito che è la casa di tua zia. Voi di dove siete?»
«Oh, noi siamo del Sud. Non veniamo qui molto spesso. Questa per me è solo la seconda volta da adulta e i miei figli non ci sono mai venuti. Per questo... ecco...» Guardo la strada che sale e scompare dietro la montagna e poi mi giro a guardare la direzione da cui proveniva l’auto. Il pullman ha curvato, ormai, e ora sembra ancora più piccolo di prima. Torno a fissare l’autista. Dev’essere più giovane di quanto io abbia immaginato, perché mi accorgo che oscilla tra un moto di simpatia verso di noi, che siamo come lui, e l’arroganza che gli viene dal suo lavoro di autista per questi bianchi. Cerco di concentrarmi sulla gentilezza. «Sai se c’è un autobus che va da questa parte?»
Lui annuisce, poi mi fa segno di aspettare. Alza il finestrino e si consulta con i due passeggeri. Quelli continuano a guardarci e lo straniero sembra incoraggiante, perché mi sorride spesso. Poi si piega in avanti, di scatto, come se avesse dimenticato qualcosa. Fruga nel cassettino del cruscotto e tira fuori un pacchetto di gomme da masticare. Poi si sporge oltre l’autista, abbassa il vetro per creare una fessura e lo dà a mio figlio. È un pacchetto giallo di Wrigley’s Juicy Fruit.
Mi viene l’acquolina in bocca. Mi ricordo che, quando mia madre era ancora viva, lei e mio padre me ne avevano comprato un pacchetto nel periodo dell’anno nuovo, in aprile. Ricordo perfettamente il sapore che avevano quelle gomme, il pacchetto morbido-ma-compatto, la carta di cui era rivestito, le lastrine avvolte nella carta d’alluminio che conteneva. Mia madre aveva dovuto mostrarmi come si apriva. Le gomme color crema, con il disegno a zigzag, mi erano sembrate un’improbabile squisitezza, quando le avevo avute in mano. Ma il primo morso, nell’istante in cui il sapore di qualcosa di ultraterreno mi aveva riempito la bocca! Era stato come se la dolcezza cantasse con ogni poro e ogni dente, mentre la lingua dirigeva il coro! Mia madre aveva riso guardando la mia reazione, la testa leggermente piegata di lato, il mento appoggiato al palmo della mano aperta. Mi era sembrata così bella, in quel momento: il suo corpo alto e snello, i bei capelli raccolti in uno chignon ordinato dietro la nuca, il sari di cotone e quella risata dolce, il tutto completato da quel gusto celestiale.
Sento la voce esasperata di mio figlio. «Amma! Posso prendere le gomme?» mi chiede.
Gli sorrido. «Certo. E ringrazia questo signore bianco.» Mi giro a guardare le mie figlie, in particolare la più piccola, che sembra mortificata perché le cose non sono andate come al solito, con gli stranieri che riservano a lei favori particolari perché è la più adorabile, oltre che la più piccola. «Aiyya poi dividerà con voi» le bisbiglio.
«Grazie» dice mio figlio allo straniero, con un gran sorriso. Un sorriso eccezionale, data la rarità con cui il mio primogenito concede a tutti noi di vedere che ce l’ha dentro, quella gioia spensierata di ragazzino. Lo straniero ricambia con un sorriso attraverso il finestrino che nel frattempo ha risollevato e, benché io desideri essergli riconoscente, quel sorriso non mi piace perché mi ricorda il modo in cui i bianchi sorridevano ai nostri bambini sulla spiaggia. Un sorriso avido e al tempo stesso condiscendente, come se loro avessero il diritto di provare entrambe quelle emozioni, mentre noi ci preoccupiamo di noi stessi e abbiamo tanto di cui andare fieri. Non mi piacciono gli stranieri. Arrivano e se ne vanno così in fretta e di certo non ispirano fiducia. Non voglio ripensare a quelle ansie di quando stavo vicino al mare. Voglio dimenticare che io e i miei figli abbiamo mai vissuto da quelle parti, esposti ai pericoli di certa gente. Ora sono pentita di aver permesso a Loku Putha di accettare le gomme.
«Tieni, il signore bianco ha detto di darti un po’ di soldi per il viaggio» mi dice alla fine l’autista abbassando di nuovo il finestrino. Per la terza volta sentiamo il fiotto di aria fredda che esce dall’interno dell’abitacolo e ci accarezza il viso, per un attimo, prima di essere assorbito dalla calura che ci circonda. Sembra giungerci a ondate che vanno a tempo con il ritmico girare del motore. Brr... brrrr... brr... così suona alle mie orecchie. Come l’oceano che non voglio dover rivedere mai più. Né io né i miei figli.
«No, grazie, non ci serve denaro» dico all’autista. «Volevo soltanto chiedere indicazioni per Ohiya. Ci si arriva da questa strada?»
«Non fare la stupida» ribatte lui gesticolando con le banconote in mano, l’espressione gentile già sparita, la sua dignità perduta che si ripresenta e fa scudo davanti a lui, forse grazie alle mie parole. «Prendili. Questo ne ha anche troppi. Tu sei sola e hai tre figli da crescere.» Poi ride. «Considerala una vincita alla lotteria Mahajana!»
«No, grazie, davvero, riferisci al signore bianco che gli sono molto grata, ma...»
«Malli! Vieni qui, prendi questi soldi e tienili per tua madre» dice l’autista a mio figlio cercando di allettarlo chiamandolo così, fratellino. «Vieni! Dai, prendi questi. Mettili in tasca. Tienili per dopo. Prima o poi vi serviranno.»
Ma mio figlio sa benissimo che non deve schierarsi contro il mio orgoglio, ne sono certa, anche se nel suo cuore vorrebbe tanto proteggerci con quel pugno di banconote che gli vengono offerte senza ragione, senza che noi abbiamo chiesto nulla. Questa è l’altra cosa che mi rende esitante, questa offerta di denaro. Perché dovremmo aver bisogno di soldi quando siamo a un villaggio di distanza dalla mia famiglia? No, non ho mai avuto debiti con nessuno e voglio che i miei figli non debbano sentirsi in obbligo in alcun modo. Appoggio una mano sulla spalla del mio Loku Putha, giusto nel caso gli venisse la tentazione di disobbedirmi, e lui alza lo sguardo verso di me. Gli sorrido per rassicurarlo, ma rimango fermamente della mia opinione. Mio figlio sa che ho due facce, quella che sto mostrando agli stranieri che mi hanno offesa e l’altra, un’espressione di sdegno e indifferenza, che mostro alle persone a cui tengo abbastanza da desiderare che sappiano cosa penso di loro. Gli abitanti del villaggio dove abbiamo vissuto, per esempio, sapevano tutti esattamente cosa pensavo di loro, anche quando tenevo d’occhio per gentilezza i loro figli, compagni di giochi dei miei, o mi comportavo da vicina, quando erano richieste certe cortesie da buon vicinato, durante un parto o dopo una morte.
Abbasso leggermente la testa in modo che lo straniero possa vedere la mia faccia. «Grazie, signore,» gli dico in inglese, con voce dolce «siamo a posto così. Mia zia vive nel prossimo villaggio. Lei e i suoi si occuperanno di noi.» Scrollo la testa e lui sorride alle mie parole. È importante che lo abbia informato del fatto che non è solo per orgoglio se non prendo i suoi soldi, ma che sul serio non ne ho bisogno. Mentre parlo, sono consapevole dello sguardo dell’autista, che non mi toglie gli occhi di dosso, e dei miei figli che mi ascoltano. Hanno avuto di rado l’occasione di sentirmi parlare in inglese. Di solito capita solo quando leggo per loro i miei vecchi libri.
Quando finisco di parlare, mi accorgo di avere il cuore che batte all’impazzata. Come se questo straniero mi avesse minacciata, con il suo denaro, o come se potesse farlo. Lui si limita ad annuire.
«Allora non possiamo esserti d’aiuto» commenta l’autista ingranando la marcia e la sua voce è di nuovo gentile, piena di rispetto. Io non ho messo a repentaglio il suo rapporto con questi uomini bianchi comportandomi con durezza o maleducazione e adesso lui è davvero convinto che lo tratteranno con più riguardo, ora che sanno che la sua gente non è una massa di mendicanti, che tra quelli che chiedono in continuazione penne e matite per la scuola e quelli che sputano sui bianchi a prescindere ci sono anche moltitudini di persone come me, che si comportano con cortesia ma non sentono il bisogno di essere salvate e soccorse da loro.
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«Proseguite lungo questa strada» continua. «È un po’ distante, ma alla fine raggiungerete un incrocio. Da una parte c’è solo una stradina sterrata, non asfaltata. Non so dove vada. Comunque, c’è un thé kadé, a quel bivio. Chiedi al venditore di tè indicazioni per arrivare a casa di tua zia. Se non altro, lì sapranno dirti come arrivare alla stazione, così magari riesci a orientarti.» Il ragazzo non mi guarda.
«Grazie» dico, ma ha già richiuso il finestrino. Osservo l’automobile che esita per un momento, poi si avvia e si allontana da noi, riprendendo l’andatura rumorosa ma tranquilla. Forse gli stranieri non gradiscono le curve brusche ad alta velocità.
«Amma! Perché non hai preso i soldi?» mi chiede subito mio figlio scartando già il pacchetto di gomme da masticare. Ne prende una lastrina, la spezza in quattro parti, ne distribuisce una per ciascuno e si rimette il pacchetto nella tasca dei calzoncini.
«Ci servono soldi?» gli domando. «Stiamo andando a casa di mia zia. Non è necessario accettare soldi dagli sconosciuti quando stai andando dalla tua famiglia a chiedere aiuto. Non saranno certo i soldi a convincerli ad aiutarci.»
«Convincerli? Perché dobbiamo convincerli ad aiutarci?» chiede subito lui. «Mi sembrava che avessi detto che ci avrebbero aiutati!»
«Posso avere un altro pezzo di quella caramella morbida?» chiede la piccola.
«L’hai già mandata giù? Non devi inghiottirla, stupidina.»
«Si è appiccicata» dice lei. «In fondo alla bocca.»
Loku Putha infila due dita in bocca alla sorellina e recupera la gomma masticata. Se la stacca dalla punta del dito e gliela rimette in bocca. «Questa si mastica soltanto, per sentire il sapore, capito? Guarda, si fa in questo modo.» Apre la bocca a sua volta, si mette la gomma fra i denti e mastica freneticamente e rumorosamente per la sorella. Chooti Duwa ride. «Comunque non te ne do più finché non perde tutto il sapore» le dice poi. «Dopo possiamo aggiungerne un pezzetto, così anche quella vecchia riprende gusto. Almeno non la sprechiamo.»
«E se poi non ci aiutano? Cosa facciamo?» chiede Loku Duwa, con la sua voce timida, riportandomi alla peggiore delle mie preoccupazioni.
Mi pento subito delle parole che ho scelto, prima. Sono sicura che ci daranno una mano. Lo faranno di sicuro. È solo che non vengo a trovare mia zia da tanti anni, così tanti che non so più quanti siano, questi anni di silenzio, per cui non sono informata della situazione di mia cugina. Com’è suo marito? In fondo il mio non era sembrato tanto male quando ero venuta in visita qui con lui. E il suo anche allora mi era apparso pieno di difetti. Forse anche lei aveva guardato il mio con gli stessi occhi duri con cui io avevo guardato il suo.
Ma ricordo, in questo momento, che allora la nostra visita non era stata accolta con l’ospitalità e la cordialità che avrei desiderato. Ci avevano dato il benvenuto, naturalmente, e ci avevano offerto il tè e avevano preparato un pranzo speciale per noi. Era anche stato davvero un buon pranzo, e c’era perfino un pollo che il marito di mia cugina aveva ucciso e cucinato apposta per noi. Ma quelle erano tutte cose previste dalla tradizione. Tra l’altro noi eravamo arrivati a sorpresa, senza avvertire, quindi non avevano avuto il tempo materiale per prepararci un’accoglienza più distaccata e fredda. Però mia zia era rimasta in disparte, sullo sfondo, senza parlare, e quando mi ero chinata per omaggiarla aveva pianto un po’, mormorando frasi di rincrescimento riguardo a mia madre, al modo in cui se n’era andata e a ciò che lei avrebbe potuto fare per convincerla a restare. Quell’atteggiamento mi aveva stupita. Pensavo che mia madre avesse un buon rapporto con la sorella, benché non si vedessero mai, e che lei fosse fuggita con mio padre per amore. Se fosse stata ancora viva, avrei potuto chiederle chiarimenti, ma quando mia madre si era ammalata ero troppo piccola per preoccuparmi di certi argomenti. Allora ero ancora soddisfatta della vita che i miei genitori mi offrivano e non ero consapevole dei segreti che potevano nascondermi.
«Le persone lasciano casa loro per molte ragioni, duwa» mi bisbigliò mia zia. «Se ne vanno perché amano la persona sbagliata, ma anche perché la persona giusta non ama loro» e i suoi occhi si erano riempiti di lacrime per la seconda volta.
Non ebbi l’opportunità di approfondire con altre domande, perché mia cugina e suo marito ci invitarono a fermarci un altro giorno, ma quando noi dicemmo di non voler disturbare così a lungo, i due scelsero di credere alla nostra storia, ovvero che quel giorno dovevamo andare a trovare qualcun altro a Nuwara Eliya e non insistettero come invece avrebbero dovuto.
Io e mio marito finimmo per andarcene e passammo la notte sulle panchine della stazione, lui fumando in continuazione per tenersi caldo, io accoccolata contro il suo corpo robusto. Forse fu quella visita sfortunata a convincere mio marito che non meritavo le sue cure e il suo affetto, perché sembrava già meno interessato a me quando finalmente salimmo sul treno per il lungo viaggio di ritorno a casa.
E adesso sono qui di nuovo, e non semplicemente con un marito che non aveva le doti che la famiglia di mia madre avrebbe potuto aspettarsi, ma con tre figli e molti bisogni. È tutto così complicato, il matrimonio, il parentado e le parentele, la famiglia, ben più di quanto i figli potranno mai immaginarsi. E non dovrebbero neppure capire i timori, le rotture, le delusioni che angosciano e intristiscono donne e uomini inestricabilmente legati alle fortune reciproche e alla perdita di prospettiva che certe situazioni portano con sé.
Posso solo sperare che loro, i miei figli, possano avere unioni non approvate come quella che ho avuto io con Siri, e che, forse, mia madre aveva con mio padre, perché con il tempo ho scoperto che sono le uniche capaci di permettere all’amore di prenderci per mano e di stare con noi per un po’. In un certo senso, ora che è tutto finito, ora che ho la mia bambina accanto, sono felice che lui sia morto. Sì, sono felice che il mio Siri sia morto. Perché come avrei mai potuto sopportare anche la fine di quell’illusione?
«Amma» dice la piccola, come se mi avesse letto nel pensiero «Akki dice che non ci aiuteranno!»
«No, non ho detto così, Nangi. ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Prima Parte
  5. Seconda Parte
  6. Terza Parte
  7. Ringraziamenti
  8. Glossario