Un foulard stiloso
In cucina friggono le samosa, in bilico tra una doratura perfetta e il nero bruciacchiato. Mia madre è concentrata sull’enorme padella piena d’olio che sfrigola, i capelli avvolti in un vecchio asciugamano, i pensieri rivolti alle persone in arrivo. Sono ospiti importanti, forse i più importanti di tutti.
Il campanello suona. Io schizzo su per le scale con in mano uno strofinaccio da cucina. Nella casa serpeggia il panico. Si sprimacciano i cuscini. Vengono sistemate le tende. La porta della cucina si chiude sbattendo e mio padre è investito da una cacofonia di voci gracchianti: «Sono arrivati! Sono arrivati! Va’ ad aprire!». A quel punto sulla casa scende un’immobilità vigile. I gigli in salotto esprimono compostezza. Mio padre, imperturbabile, si dirige verso la porta d’ingresso per accogliere il suo potenziale genero.
È la prima volta che io e la mia famiglia siamo presentati formalmente a un pretendente. Scegliere che cosa indossare è stato un incubo. Devo essere attraente per l’uomo in questione, e al contempo abbastanza modesta e riservata per la sua famiglia. Il contenuto del cassetto in cui tengo i foulard è sparpagliato artisticamente sul pavimento di camera mia in mucchietti rosa, porpora, azzurro e verde. Ogni foulard è stato accuratamente drappeggiato e appuntato, quindi analizzato dal punto di vista dell’estetica e dell’effetto. Ne ho scelto uno di seta rosa scuro. Il colore è morbido e invitante, femminile ma non infantile. Ho ripiegato la stoffa quadrata a formare un triangolo e me la sono messa in testa, fermandola sotto il mento con spilli invisibili e gettandomi sulle spalle le estremità libere. La stoffa avvolge morbidamente i capelli e le spalle. La fortuna è dalla mia, è una buona giornata per il foulard.
La camicia è della stessa tonalità di rosa, con le maniche lunghe e i polsini arricciati, e stacca sulla gonna lunga color crema con le frange che sfiora il pavimento. Tutta la famiglia è in subbuglio per l’abbigliamento. Il primo incontro è un rito di passaggio obbligato. Potrebbe essere il mio unico incontro. Tendo invano l’orecchio per sentire una voce tonante che annuncia: «Adesso sei una donna». Nessuno dice: «Buona fortuna». Nessuno mi guarda orgoglioso e protettivo, registrando il momento della transizione dalla condizione infantile a quella adulta. Sono uguale a milioni di altre giovani donne sulla soglia del matrimonio.
Sto in piedi davanti allo specchio, fissando nervosamente il mio riflesso, cercando con grande sforzo di controllare il battito furioso del cuore. Inspiro, espiro. Inspiro, espiro. Come sarà lui? Che cosa gli dirò?
Ho diciannove anni e sto per entrare in un mondo al quale sono stata preparata sin da quando ero bambina. Il peso della tradizione, che poggia così delicatamente sulle mie spalle di asiatica musulmana, è stato non meno potente dell’innocente, deliziosa attesa dell’amore. Tutte le voci che mi echeggiano in testa sono sicure dell’amore. Le commedie romantiche di Hollywood sono certe dell’esistenza del vero e glorioso amore appassionato. Le favole per bambini lo proclamano. Gli insegnamenti dell’islam promettono a ogni individuo un partner che lo completerà. La cultura asiatica pone il matrimonio al di sopra di tutto. E l’amore, l’amore dolce, piccante e onnicomprensivo fiorisce nel cuore di qualunque idea del matrimonio.
Il fatto che io stia per incontrare il mio pretendente per capire se ci piacciamo è considerato da alcuni una cosa scandalosamente moderna. Io ho sempre saputo che avrei conosciuto in questo modo il mio futuro marito. Allora perché il cuore mi batte così forte? L’uomo e i suoi accompagnatori stanno venendo per “darmi un’occhiata” e io, naturalmente, “darò un’occhiata” a lui. L’equilibrio della situazione non fa nulla per alleviare il mio nervosismo. Qui non si tratta soltanto di un appuntamento al buio, ma di un appuntamento al buio con famiglia.
Potrebbe essere l’unico Principe Azzurro che incontrerò, che avrò mai bisogno di conoscere. E che cosa c’è che non va? Muoio dalla voglia di avere il mio Principe Azzurro e sogno di far parte di una coppia di “innamorati”. In realtà, è molto più probabile che lo conoscerò con una presentazione formale.
Nella sua visita sarà accompagnato da almeno uno, se non più, “adulti”. Conoscere la sua famiglia e capire il suo background è importante almeno quanto stabilire su quale gradino della scala “alto, tenebroso e affascinante” si colloca. Lui e la sua famiglia valuteranno me nello stesso modo: un appuntamento allargato dipende da una decisione presa in comune, e io e lui saremo al centro dell’attenzione.
Mi guardo di nuovo allo specchio e mi esercito a sorridere. Monna Lisa o Julia Roberts? Mi metto il profumo e poi crollo sul pavimento con un sospiro nervoso. Recito alcuni versetti del Corano che in teoria mi aiuteranno a calmarmi e mi consentiranno di recuperare il controllo di me stessa. La melodia ritmica e la saggezza delle parole mi restituiscono l’equilibrio. Metto qualche monetina in una speciale cassetta per l’elemosina che teniamo in casa, chiamata sadaqa, poi mi sistemo gli abiti. Offrire denaro a chi ne ha bisogno ha qualcosa della teoria del caos: una piccola fluttuazione aumenta e si moltiplica finché l’energia positiva torna ad aleggiarti intorno. Un buon karma è decisamente quello di cui ho bisogno in questo momento.
La porta d’ingresso si apre: resto in apnea. Il signor Quello Giusto è arrivato.
Corro di sopra per dare un’occhiata al gruppetto in arrivo dalla finestra mentre parcheggiano l’auto. Mi inginocchio e mi metto a sbirciare dalla fessura tra il davanzale e la tenda. Noto una Toyota marrone grigiastro. O è un’Honda? Ma poi chi se ne frega della marca, è solo una tipica auto familiare asiatica. I miei occhi scattano verso la coppia che trotterella sul vialetto di casa nostra. Il ragazzo, Ali, cammina tranquillamente dietro di loro.
Gli ospiti arrivano allegramente alla porta d’ingresso, fingendo che non ci sia nulla di insolito nella loro visita. Persino all’incontro di presentazione non viene fatto alcun cenno esplicito allo scopo di quel ritrovo. Gli ospiti hanno un’aria troppo innocente, troppo carina per essere venuti a stravolgermi l’esistenza. Sono qui per strapparmi dal grembo della mia famiglia? A me piacciono i miei, sono felice qui. Non vedo perché dovrei andarmene. Il loro arrivo mi ha messa in apprensione. Agito le mani, in preda al panico, abbandonata da sola al piano di sopra a camminare avanti e indietro in silenzio mentre aspetto il momento adatto per fare il mio ingresso. Una ragazza a un appuntamento deve fare un ingresso. Lo sanno tutti.
Mi fermo di colpo e me la prendo con me stessa. Non voglio forse innamorarmi e vivere per sempre felice e contenta? Quest’uomo potrebbe essere il Principe Azzurro. Il mio. Potrebbe condurmi in un mondo di rose e abiti da ballo alla Cenerentola. Sentirò le farfalle nello stomaco e mi innamorerò di lui a prima vista?
So quattro cose, che ho classificato in “importanti” e “non interessanti”. Il fatto che sia un contabile e abbia ventitré anni è importante. Che sia un ragazzo “carino” e che provenga da una “buona” famiglia mi è indifferente. A diciannove anni sono cose irrilevanti di fronte al mio semplice desiderio di innamorarmi.
Capisco che si siedono, dai rumori che provengono dal salotto. Scendo furtiva le scale e mi siedo dove non possono vedermi per poter ascoltare quello che dicono. Passano qualche minuto a discutere di legami familiari e di origini, cercando di capire se abbiamo qualche parente in comune. Gli asiatici parlano delle famiglie come gli inglesi discorrono del tempo: un preambolo non impegnativo che può essere sviscerato all’infinito. Dietro ai convenevoli è possibile cogliere dettagli essenziali dell’interlocutore. Qual è il suo background, la sua storia, la sua reputazione?
I due gruppi parlano finché non salta fuori un parente in comune. Le lingue asiatiche sono adattissime allo scopo, dato che hanno termini specifici per le relazioni complesse che rendono veloce l’identificazione di un oscuro parente. Sono in grado di definire la sorella del marito della sorella di mia madre in due mosse invece delle quattro richieste dall’italiano, mentre mi bastano tre mosse per indicare il marito della sorella della suocera della sorella della moglie del fratello di mio padre. Entrambi gli interlocutori sono determinati nel loro desiderio di scoprire un parente o un amico che li lega. Finché alla fine suona un allarme e una voce annuncia: «Tombola! C’è una connessione».
Dopo qualche minuto so per istinto che è tempo di fare il mio ingresso. Provo di nuovo il sorriso allo specchio: una piega appena accennata all’angolo della bocca o un sorriso a trentaquattro denti? O forse dovrei abbassare la testa quasi impercettibilmente mentre entro nella stanza? Ficco le ciocche ribelli sotto il foulard, liscio la gonna e mi dirigo verso la porta. Il cuore batte martellante, tum tum tum. Ho la fronte umida e un vulcano nel petto. È venuto il momento di conoscere l’uomo.
La porta del salotto è socchiusa. La apro ed entro nella stanza, dove la conversazione è animata. Mi aspetto che cali il silenzio e che tutti gli occhi si orientino verso di me. Anche se sto lì per parecchi secondi, nessuno mi degna. Le chiacchiere continuano come se nulla fosse. Dovrei salutare con la mano? Dovrei dire qualcosa?
Finalmente mio padre si accorge di me. «Oh oh!» dice a voce alta, una chiara esclamazione asiatica. «Questa è mia figlia Shelina.» Lancia agli ospiti uno sguardo di scuse, come se per loro il mio arrivo fosse una sorpresa.
Di colpo sono consapevole di me stessa, in piedi impalata in mezzo alla stanza. Il salotto è un grande ambiente quadrato con le pareti dipinte di un verde acqua poco impegnativo e le tende di velluto verde smeraldo. Le portefinestre del portico si affacciano su un giardino pittoresco che i miei genitori curano amorevolmente. Adorano il giardino, e il giardino adora loro. Gli ospiti siedono comodamente su divani di pelle disposti in cerchio attorno al centro del salotto, e attorno a chiunque si trovi in quel punto.
Faccio un rapido sorriso, guardandomi in giro nervosamente. Come di norma, gli uomini e le donne si sono seduti ai lati opposti della stanza. Dov’è l’ospite femminile? L’educazione impone che saluti lei per prima. E il Principe Azzurro? Devo prendere atto della sua presenza apertamente, ma con pudore. Come si sono sistemate le persone e dove devo sedermi? Decisioni rapide e corrette sono fondamentali per fare buona impressione.
Mi muovo verso l’ospite femminile e dico: «Salam alaikum», il saluto islamico che significa “la pace sia con te”. È la zia di Ali. La bacio sulla guancia e lei ricambia. Probabilmente in questo momento sta pensando alla descrizione che la sensale le ha fatto di me. Chissà cosa le avrà detto! Sono all’altezza delle aspettative? La sensale è presente anche se non c’è, ed esercita una certa influenza sulla mia vita e su quella di molti altri ragazzi e ragazze non sposati.
Mi guardo attorno timidamente, individuo il ragazzo e gli rivolgo un educato cenno del capo. D’istinto occupo una sedia libera vicina alla porta. Sto composta e poso dignitosamente le mani sulle ginocchia. Rivolgo un sorriso affascinante allo spazio che ho davanti. La conversazione riprende. Faccio un respiro profondo e cerco di ritrovare il controllo. Lancio occhiate fugaci al pretendente evitando di guardarlo direttamente. Sono consapevole del fatto che mi stanno soppesando. Lui sembra rilassato: è seduto comodamente sul divano e chiacchiera con mio padre. Mio padre può conversare con chiunque, indifferente al ceto sociale, all’età e allo status. Tanto è chiacchierone con gli estranei quanto è di poche parole e determinato in famiglia. Ha una corta barba bianca che si accorda alla perfezione con la sua statura e la sua dignità. Gli piace prendermi in giro mentre me la sfrega contro le guance. L’unica concessione agli strilli che mi strappa da quando ero piccola è usare un balsamo per ammorbidirla, in modo da non graffiarmi la pelle.
«Studi o lavori?» Nella stanza scende il silenzio. Io fisso senza capire le persone che mi circondano. La domanda è rivolta a me. Non me ne rendo conto.
Alla fine riesco a squittire: «Vuol dire io?». Mi schiarisco la voce perché non esca acuta come quella di un personaggio dei cartoni animati. «Studio.»
«Molto bene» commenta l’ospite più anziano, lo zio di Ali. «Ho sentito che studi psicologia e filosofia, vero?»
Annuisco in silenzio. La mia voce è al piano di sopra, nella mia camera da letto, a protestare per questa situazione sociale così imbarazzante.
«Significa che saresti in grado di dire che cosa penso?» Ridacchia, poi scoppia in una risata irrefrenabile e inizia a tossire.
«Shelina, beti, portagli un po’ d’acqua» mi istruisce mio padre.
Torno con un bicchiere di acqua gelata e rioccupo il mio posto. Rimango seduta in silenzio per qualche minuto, finché mia madre mi rivolge un cenno impercettibile con la testa. Esco senza far rumore, camminando sulla soffice moquette, diretta in cucina. Riempio d’acqua il bollitore e lo accendo, osservando la spia rossa e aspettando pazientemente che l’acqua bolla. Fisso nel vuoto e poi torno in salotto. Con la voce da futura nuora, più dolce ed educata che mi riesce di tirar fuori chiedo: «Gradite del tè o del caffè?».
D’un tratto mi sento più a mio agio: ho un ruolo da interpretare. Sorrido a ciascuno degli ospiti mentre domando che cosa desidera bere e quanto latte e zucchero preferisce nel tè o nel caffè. Evito di fare commenti quando qualcuno mi chiede quattro cucchiaini di zucchero e il latte condensato, gli ingredienti base del tè all’asiatica. Questa preferenza per quantità spropositate di zucchero non è insolita. Cerco di non guardare troppo il ragazzo mentre prendo le ordinazioni. Anche lui sembra terrorizzato.
Ripeto in silenzio le richieste come un mantra. Nella cultura asiatica cucinare e fare la padrona di casa sono abilità fondamentali per una “vera” donna, come del resto succedeva in passato anche in Europa. Tutte le donne devono essere dee del focolare. Certo non avrebbe giocato a mio favore commettere un errore a quel punto.
Tornata in cucina, sistemo le tazze sul vassoio in modo da ricreare la disposizione dei posti a sedere in salotto. Questo mi aiuterà a dare a ciascuno la bevanda giusta. Metto le bustine del tè nelle tazze, doso i cucchiaini di caffè (è istantaneo, per comodità), metto lo zucchero, verso l’acqua bollente e asciugo gli schizzi. Mi sistemo gli abiti, prendo il vassoio e cercando di non inciampare nell’orlo della gonna, mi dirigo verso il salotto. Rimpiango di aver scelto una gonna lunga di chiffon mentre ne calpesto le frange.
Appoggio il vassoio al centro del tavolino e dispongo con cura le tazze davanti a ciascuno degli ospiti. Prendo la tazza del ragazzo e di colpo non so più bene che cosa farne. Mi avvicino a lui, come ho fatto con tutti gli altri, e appoggio la tazza. Mentre lo servo, sollevo un momento gli occhi per guardarlo in faccia. Per l’imbarazzo distolgo lo sguardo troppo in fretta. Rimproverandomi per essere tanto agitata, lo guardo di nuovo e questa volta mi ritrovo inaspettatamente a fissarlo negli occhi. Poi il contatto finisce e io torno nel normale continuum spazio-temporale. Fuggo in cucina, con le guance in fiamme.
Samosa
Prendo un altro vassoio già preparato, pieno di piattini e stuzzichini, tra cui le samosa perfettamente dorate di mia madre. “Portare il vassoio di samosa” è un modo di dire ereditato dal passato, quando era l’unico momento in cui la ragazza entrava nella stanza dove veniva deciso il suo futuro. Adesso è solo un eufemismo ironico per definire la presentazione di una ragazza a un ragazzo.
Avrebbe potuto essere la sola occasione di vedere il futuro sposo. Anche il ragazzo deve sfruttare l’opportunità: non è certo il caso di scegliere proprio quel momento per chiedere dov’è il bagno. Insieme alla famiglia può essersi fatto parecchi chilometri per quell’unico breve istante, forse la sua unica possibilità di vedere la donna con cui condividerà il resto della vita.
I suoi occhi faranno faville quando la guarderà? Apprezza il drappeggio della dupatta che le donne indiane spesso portano sul capo al posto del foulard? Che succede se la stoffa scivola indietro mentre lei si curva per posare i piatti e lui coglie per un istante la vista dei lunghi capelli corvini? Il modo con cui lei appoggia le tazze di tè o serve i piattini di halwa potrebbe cambiare il suo destino.
“Portare le samosa” significava far sì che l’aspirante marito e il suo entourage potessero dare una sbirciata alla possibile moglie. La donna non era fatta entrare perché si facesse un’opinione o giocasse un qualche ruolo nel processo decisionale. Il suo destino sarebbe stato stabilito dallo sposo e dalla famiglia di lui. In altri termini, lui era il cacciatore, lei la preda.
Insomma, servire le samosa era in grado di tracciare futuri, destini e famiglie.
La ragazza non parlava: il suo ruolo era di essere modesta e pudica. In circostanze molto formali non sarebbe entrata prima nella stanza – come avevo fatto io – né, che il cielo ci scampi, avrebbe parlato. La connessione momentanea creata dalle sfoglie croccanti ripiene di carne avrebbe determinato la decisione dello sposo. Tutto quello che la povera ragazza poteva fare era aspettare il verdetto. Se il responso fosse stato negativo, e se lei si fosse già giocata la carta della “buona famiglia”, non avrebbe potuto far altro che ammettere che la ragione del rifiuto era stata il suo aspetto.
Anche le donne venute in visita la metteranno sulla graticola e comunicheranno il loro verdetto allo sposo e ai maschi della famiglia. Il ragazzo saprà della possibile sposa solo quello che gli è stato riferito dal ramo femminile della famiglia. Il sistema non ammette che il futuro marito possa trovare attraente un tipo di donna diverso da quello ritenuto tale dalle donne della sua cerchia. Deve accettare che “una madre sa che cos’è meglio”.
L’importanza dell’opinione femminile non dev’essere sottovalutata. Un matrimonio non è soltanto l’unione della sposa e dello sposo, ma anche delle loro famiglie. Tradizionalmente, con ogni probabilità la moglie non avrebbe lavorato e avrebbe trascorso più tempo assieme alla suocera e alle cognate che con il marito, dato che la famiglia allargata avrebbe potuto vivere sotto lo stesso tetto. Anche nel caso in cui la coppia fosse andata ad abitare altrove, lei avrebbe socializzato con le donne mentre lui si rilassava insieme agli uomini. Creare armonia nella casa della famiglia allargata avrebbe costituito per la sposa una sfida altrettanto importante che far scattare la scintilla in camera da letto.
Faccio girare il vassoio con gli stuzzichini. Questa volta, quando passo davanti ad Ali gli rivolgo un caldo sorriso. Non so come, ho cominciato a ritrovare fiducia in me stessa e la cosa mi fa sentire bene. Lui ricambia con un sorriso nervoso, ma abbiamo creato un contatto. «Grazie» dice, ed è la prima volta che si rivolge direttamente a me. Quando esco per tornare in cucina sono più lucida. Ho attraversato una stanza pien...