
- 544 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Il poeta
Informazioni su questo libro
Jack McEvoy fa il reporter di nera. La morte è il suo mestiere. Ma questa volta la morte gli porta una storia che non avrebbe mai voluto scrivere e un mistero che vuole risolvere a tutti i costi. Là fuori, in agguato, c'è un serial killer astuto e feroce, un perverso assassino, un meticoloso discepolo del male. Le sue vittime sono tutte poliziotti, agenti della omicidi. E il suo biglietto da visita è un verso di Edgar Allan Poe. La sua vittima è stata il fratello di McEvoy e la sua prossima... potrebbe essere lui stesso.
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2011Print ISBN
9788838468957eBook ISBN
97888585028151
LA MORTE È IL MIO MESTIERE, ci guadagno da vivere, ci costruisco la mia reputazione professionale. Io tratto la morte con la passione e la precisione di un becchino: serio e comprensivo quando sono in compagnia dei familiari in lacrime, ma da freddo osservatore quando sono solo. Ho sempre pensato che il segreto nel trattare con la morte consistesse nel tenerla a debita distanza. Questa era la regola: mai permetterle di avvicinarsi sino a sentirne il fiato sul collo.
Ma la mia regola non servì a proteggermi. Quando i due detective vennero a dirmi di Sean, un torpore gelido mi avviluppò rapidamente. Mi sentii come se fossi cascato dall’altra parte del vetro di un acquario, come se mi muovessi sott’acqua guardando il resto del mondo al di là del vetro. Dal sedile posteriore della macchina dei due detective vedevo i miei occhi nel retrovisore, lampeggianti ogni volta che passavamo sotto un lampione. E adesso riconoscevo anche in me lo sguardo smarrito tipico delle vedove fresche che avevo incontrato e intervistato nel corso degli anni.
Conoscevo solo uno dei due detective: Harold Wexler. Lo avevo incontrato alcuni mesi prima quando una sera mi ero fermato al Pints Of a bere qualcosa con Sean. Lavoravano insieme nell’unità CAP del Dipartimento di Polizia di Denver. Ricordavo che Sean lo chiamava Wex. Gli sbirri usano sempre dei nomignoli fra loro. Wexler era Wex e Sean era Mac. È un rito per consolidare una specie di legame tribale. Alcuni nomignoli non sono molto lusinghieri ma gli sbirri non si lamentano. Ne conosco uno, giù a Colorado Springs, che si chiama Scoto e che quasi tutti i colleghi chiamano Scrotum. Alcuni non vanno tanto per il sottile e lo chiamano Scroto, ma ho il sospetto che questi siano dei suoi vecchi amici, se no non la passerebbero liscia.
Wexler aveva il fisico di un piccolo toro, poderoso ma tarchiato. La voce gli era maturata lentamente negli anni tra fumo di sigarette e whisky, e la sua faccia tagliata con l’accetta sembrava sempre più rossa ogni volta che la vedevo. Ricordo che quella sera beveva Jim Beam con ghiaccio. Sono sempre curioso di vedere cosa bevono gli sbirri. Dice molto sul loro conto. Quando bevono tanto e liscio, penso sempre che hanno visto troppe volte troppe cose che la maggior parte della gente non vede nemmeno una volta in tutta la vita. Quella sera Sean beveva una birra Lite, ma lui era giovane. Pur essendo il più alto in grado dell’unità CAP, doveva avere almeno dieci anni meno di Wexler. Se fossero passati altri dieci anni, forse avrebbe finito con lo scolarsi anche lui la medicina liscia e ghiacciata di Wexler. Ma adesso non potrò più saperlo.
Durante quasi tutto il viaggio da Denver, non feci praticamente altro che pensare a quella sera al Pints Of. Non che fosse successo qualcosa d’importante: solo qualche bicchiere con mio fratello nel bar degli sbirri. Ed era stata la nostra ultima rimpatriata, prima che Theresa Lofton comparisse sulla scena…
Questo ricordo mi fece ripiombare nell’acquario del mio torpore gelido. Ma per qualche momento la realtà riuscì a fare breccia attraverso il vetro e nel mio cuore, e venni allora assalito da un senso di fallimento e di angoscia. Era il primo autentico strazio dell’anima che provavo nei miei trentaquattro anni di vita. C’era stata, è vero, la morte di mia sorella, ma a quell’epoca ero troppo giovane per provare veramente dolore per Sarah e per capire la tragedia di quella vita interrotta. Adesso invece ero straziato perché non avevo mai neppure immaginato che lui potesse essere così vicino al limite: Sean era giovane e beveva ancora birra Lite, mentre tutti gli altri sbirri che conoscevo marciavano a whisky con ghiaccio.
Naturalmente, sapevo che mi stavo autocommiserando. Ma la verità era che, per molto tempo, io e Sean non ci eravamo molto preoccupati di parlarci né di ascoltarci l’un l’altro. E non appena ammettevo questa verità, il ciclo della mia angoscia ripartiva da capo.
Una volta mio fratello mi aveva spiegato la teoria del limite. Disse che ogni sbirro della Omicidi aveva un limite ma che il limite restava sconosciuto finché non veniva raggiunto. Stava parlando dei cadaveri. Secondo Sean, uno sbirro poteva guardarne soltanto fino a un certo numero. E il numero cambiava per ogni persona. C’erano quelli che tagliavano presto il traguardo. Alcuni superavano anche i venti senza neppure andare vicino al limite. Ma c’era sempre un numero fisso di tolleranza per ogni sbirro, e quando arrivava, era finita. Ti facevi trasferire agli archivi, consegnavi il distintivo, facevi comunque qualcosa perché non sopportavi più l’idea di dover vedere un altro cadavere. E se ci provavi, se superavi il tuo limite, be’, allora eri nei guai: potevi ritrovarti a succhiare la canna di una pistola. Questo mi aveva detto Sean.
Mi accorsi che l’altro detective, Ray St. Louis, mi aveva detto qualcosa.
Si girò sul sedile per guardarmi. Era molto più grosso di Wexler. Nonostante la luce soffusa dentro la macchina, vedevo la grana ruvida del suo volto segnato dal vaiolo. Non lo conoscevo, ma ne avevo sentito parlare da altri sbirri e sapevo che lo chiamavano Big Dog. Quando avevo visto lui e Wexler che mi aspettavano nell’atrio del giornale, il Rocky, li avevo subito etichettati come la coppia ideale Mutt e Jeff: lo sbirro buono e lo sbirro cattivo. Sembravano usciti da uno di quei film trasmessi a tarda ora, fatti di lunghi soprabiti scuri, cappelli scuri, scene girate in bianco e nero.
«Mi hai sentito, Jack? Glielo diremo noi. È il nostro lavoro, ma volevamo che ci fossi anche tu per darci una mano, magari per restare con lei nel caso reagisca male. Sai, potrebbe servirle qualcuno vicino. Okay?»
«Okay.»
«Bene, Jack.»
Stavamo andando a casa di Sean. Non all’appartamento che divideva con altri quattro sbirri a Denver per essere in regola con l’ordinanza municipale che richiedeva la residenza ai suoi tutori dell’ordine. Andavamo alla sua casa di Boulder, dove avremmo trovato la moglie Riley a rispondere ai nostri colpi alla porta. Sapevo che per lei non sarebbe stata una vera sorpresa. Lo avrebbe capito subito dopo aver aperto la porta, vedendoci là tutti e tre senza Sean. Qualunque moglie di sbirro lo capisce. Loro trascorrono intere vite temendo questo giorno e cercando di prepararsi al suo arrivo. Ogni volta che sentono bussare alla porta si aspettano la visita di qualche messaggero di morte. E questa era davvero così.
«Lo capirà subito» dissi ai due davanti.
«È probabile» disse Wexler. «Succede sempre.»
Mi resi conto che facevano affidamento proprio su questo: Riley lo avrebbe capito appena aperta la porta, e il loro compito di messaggeri di morte sarebbe dunque stato più facile.
Abbassai il mento sul petto, infilai due dita sotto gli occhiali, quindi mi strofinai gli occhi e il naso. Mi accorsi di comportarmi come un personaggio di una delle mie storie: mostravo anch’io quei segni e dettagli del dolore che cercavo sempre di distribuire nei miei articoli per renderli più partecipi. Adesso, però, ero io uno dei dettagli della storia.
Un senso di vergogna mi avvolse mentre ripensavo a tutte le telefonate di lavoro che avevo fatto a una vedova, ai genitori di un bambino morto, o al fratello di un suicida… Sì, ho fatto anche questo. Non credo che esista un solo genere di morte sul quale io non abbia scritto qualcosa, spingendomi come un intruso nel dolore altrui.
Che cosa prova? Ecco le parole tipiche del cronista. Sono sempre loro la prima domanda. Magari non viene posta in modo così diretto, e la si maschera abilmente con altre parole destinate a trasmettere comprensione e partecipazione, anche se in realtà non si prova nessuna emozione autentica. Questa mia insensibilità mi aveva comunque lasciato un ricordo: una sottile cicatrice bianca che mi solcava la guancia sinistra appena sopra l’attaccatura della barba, provocata dal diamante sull’anello di fidanzamento di una donna il cui fidanzato era rimasto ucciso sotto una valanga vicino a Breckenridge. Le avevo fatto la solita domanda scontata e lei aveva risposto con un manrovescio. All’epoca ero ancora un novellino e mi ero sentito maltrattato ingiustamente. Adesso porto la cicatrice come un distintivo.
«Sarà meglio che accostiate» dissi. «Sto per sentirmi male.»
Wexler deviò bruscamente l’auto verso la corsia d’emergenza. Sbandammo un po’ sul ghiaccio nero, ma poi Wexler riprese il controllo. Prima ancora che la macchina si fermasse del tutto, cercai disperatamente di aprire la portiera ma la maniglia non funzionava. Era un’auto di servizio, ricordai, e i passeggeri più frequenti sul sedile posteriore erano sospetti e prigionieri. Quindi le portiere posteriori avevano blocchi di sicurezza controllati dal davanti.
«La portiera» riuscii a gracchiare.
Finalmente l’auto si fermò, mentre Wexler sbloccava la sicura della portiera. L’aprii, mi sporsi fuori e vomitai nella fanghiglia nerastra. Tre conati profondi. Per circa mezzo minuto rimasi immobile aspettandone altri, ma ormai mi ero svuotato. Ripensai al sedile posteriore: è per sospetti e prigionieri. Probabilmente adesso io ero entrambe le cose: sospetto in quanto fratello e prigioniero del mio orgoglio. La sentenza, naturalmente, sarebbe stata una condanna a vita…
Questi pensieri bislacchi scivolarono subito via con il sollievo dell’esorcismo fisico. Scesi goffamente e mi avvicinai al bordo dell’asfalto, dove le luci delle auto di passaggio si riflettevano in arcobaleni mutevoli su un sottile strato di neve di febbraio macchiata dai gas di scarico. Sembrava che ci fossimo fermati accanto a un pascolo, ma non sapevo dove eravamo. Non avevo prestato molta attenzione ai chilometri che mancavano per raggiungere Boulder. Mi tolsi i guanti e gli occhiali e li infilai nelle tasche del cappotto. Poi mi chinai e scavai sotto la superficie sporca fino a trovare neve bianca e pura. Ne raccolsi due manciate e le premetti contro il viso, strofinando la neve sulla pelle fino a sentirla pungere.
«Ti senti bene?» chiese St. Louis.
Mi era sopraggiunto alle spalle con la sua domanda idiota. Lo ignorai.
«Andiamo» dissi.
Tornammo in macchina e Wexler ripartì. Vidi il cartello dell’uscita per Broomfield e capii che eravamo a mezza strada. Essendo cresciuto a Boulder avevo percorso almeno un migliaio di volte la cinquantina di chilometri che la separava da Denver, ma adesso quel tratto di strada mi sembrava un territorio sconosciuto. Per la prima volta pensai ai miei genitori e mi chiesi come avrebbero preso la notizia. Stoicamente, decisi. Loro affrontavano tutto in quel modo. Non mettevano mai nulla in discussione. Tiravano avanti. Lo avevano fatto con Sarah. Adesso lo avrebbero fatto con Sean.
«Perché lo ha fatto?» chiesi dopo qualche minuto.
Wexler e St. Louis non dissero nulla.
«Sono suo fratello. Siamo gemelli, Cristo santo!»
«Sei anche un giornalista» disse St. Louis. «Siamo venuti a prenderti perché vogliamo che Riley abbia vicino qualcuno di famiglia in caso di bisogno. Sei il solo…»
«Cazzo, mio fratello si è ammazzato!»
Lo dissi troppo forte, con una sfumatura isterica che agli sbirri non piace, come sapevo bene. Quando cominci a urlare, hanno un modo tutto loro di staccare la spina, di raggelarsi. Continuai allora con voce pacata.
«Credo di avere il diritto di sapere cosa gli è successo e perché. Non sto scrivendo un fottuto articolo. Gesù, voi due siete…»
Scrollai la testa senza finire la frase. Se ci avessi provato, con ogni probabilità avrei perso di nuovo il controllo. Guardai fuori del finestrino e vidi le luci di Boulder avvicinarsi. Molto più numerose di quando ero bambino.
«Non sappiamo perché» disse infine Wexler. «Okay? Posso soltanto dire che è una cosa che succede. Ogni tanto gli sbirri non reggono più a tutta la merda che gli sfila davanti. Forse Mac si è stufato, tutto qui. Chi lo sa? Ma ci stanno lavorando. E quando lo scopriranno, lo saprò anch’io. E te lo dirò. È una promessa.»
«Chi ci lavora?»
«Le autorità del parco hanno passato il caso al nostro dipartimento. Se ne occupa il SIU.»
«Come sarebbe, l’Unità Indagini Speciali? Quelli non si occupano dei suicidi di poliziotti.»
«Di norma, no. Ce ne occupiamo noi al CAP. Ma stavolta sembra che non vogliano lasciarci indagare per conto nostro. Conflitto di interessi, capisci.»
Il CAP, pensai. Crimes Against Persons, l’unità Crimini Contro le Persone. Omicidi, aggressioni, stupri, suicidi. Mi chiesi chi sarebbe apparso sui rapporti come la persona contro cui era stato commesso il ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Il poeta
- Capitolo 1
- Capitolo 2
- Capitolo 3
- Capitolo 4
- Capitolo 5
- Capitolo 6
- Capitolo 7
- Capitolo 8
- Capitolo 9
- Capitolo 10
- Capitolo 11
- Capitolo 12
- Capitolo 13
- Capitolo 14
- Capitolo 15
- Capitolo 16
- Capitolo 17
- Capitolo 18
- Capitolo 19
- Capitolo 20
- Capitolo 21
- Capitolo 22
- Capitolo 23
- Capitolo 24
- Capitolo 25
- Capitolo 26
- Capitolo 27
- Capitolo 28
- Capitolo 29
- Capitolo 30
- Capitolo 31
- Capitolo 32
- Capitolo 33
- Capitolo 34
- Capitolo 35
- Capitolo 36
- Capitolo 37
- Capitolo 38
- Capitolo 39
- Capitolo 40
- Capitolo 41
- Capitolo 42
- Capitolo 43
- Capitolo 44
- Capitolo 45
- Capitolo 46
- Capitolo 47
- Capitolo 48
- Capitolo 49
- Capitolo 50
- Capitolo 51
- Capitolo 52
- Capitolo 53
- Ringraziamenti
- Copyright