Il centurione di Augusto
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Il centurione di Augusto

  1. 208 pagine
  2. Italian
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Il centurione di Augusto

Informazioni su questo libro

È una grigia giornata d'autunno dell'anno 9 d.C. Nell'atmosfera ovattata e quasi sospesa della foresta di Teutoburgo, un senso di pericolo serra come una morsa gli animi dei soldati. Le parole di Segeste, capo dei Cherusci e alleato di Roma, risuonano ancora funeree: "Morirete, morirete tutti!". Sordo a quell'avvertimento, il generale Publio Quintilio Varo continua ad avanzare verso la trappola che i Germani gli hanno teso, ignaro di andare incontro a un'ecatombe. Fino a quando, inevitabilmente travolte dalla furia dei barbari, tre intere legioni ai suoi ordini vengono annientate in un agguato nel folto della boscaglia. Un massacro annunciato, che getterà un'ombra sulla gloria di Roma e aprirà una profonda ferita nella memoria di ogni cittadino dell'Impero. In un quadro di devastazione e di morte, le vicende del centurione Calidio, pronto a morire pur di mettere in salvo almeno l'aquila, l'insegna simbolo di Roma, si intrecciano a quelle dei soldati, dei comandanti, degli uomini, donne e bambini al seguito delle colonne romane, ciascuno sorretto dall'orgoglio di appartenere a una grande civiltà. Un intreccio avvincente di storia e invenzione, di eroismo e viltà, dal grande pathos.

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Informazioni

Nota sui nomi

Per ragioni di coerenza storica, nel romanzo compaiono i nomi latini delle località. Nell’elenco sottostante viene fornito il nome moderno delle principali città.
Castra Vetera
Xanten
Lugdunum
Lione
Mogontiacum
Magonza
Mutina
Modena
Image

1

Il pallido sole settembrino, che sembrava levarsi con reticenza da dietro le colline, dava inizio al nuovo giorno proiettando una fiacca luce perlacea sull’accampamento ancora addormentato. Sulle torri erette a guardia delle porte e lungo il perimetro segnato dalla palizzata, le sentinelle si stiracchiavano, assistendo al lento emergere del paesaggio circostante dall’oscurità notturna e seguendo con sguardo assonnato l’avanzare lungo il Decumano dell’ultima ronda, avviata verso il centro del campo: passi cadenzati sul suolo sterrato, che meglio di ogni altro suono annunciavano la fine del riposo notturno. Quando quei legionari si fermarono all’altezza del Pretorio, le trombe suonarono la sveglia, e in breve tempo tutto l’accampamento si animò. Destati bruscamente, spronati dalle grida rauche degli optiones, i soldati cominciarono a uscire dalle tende e presero ad allinearsi davanti ai centurioni in attesa.
Anche quelli agli ordini di Decio Murrio Calidio, seguendo uno schema collaudato, si schierarono su quattro file nello spiazzo antistante il loro settore. Calidio, che già indossava l’uniforme da campo, li passò brevemente in rassegna col suo sguardo penetrante, cui nulla sfuggiva. Intrecciando le mani dietro la schiena, stringeva nella destra la tavoletta degli ordini e, come d’abitudine, teneva il bastone di vitigno stretto sotto l’ascella. Da ogni parte attorno a lui, nel grande accampamento, echeggiavano gli ordini stentorei dei suoi pari grado, insieme al calpestio dei legionari che ancora correvano all’adunata. Lui, invece, non aveva bisogno di urlare, perché i suoi uomini erano già tutti lì. Erano sempre i primi, del resto, e guai a loro il giorno che così non fosse stato. Soddisfatto della breve ispezione, annuì e si volse verso Marcello Nepio, il suo optio che, risalendo la fila, gli si stava avvicinando con passo rapido; appena si arrestò sull’attenti a un passo da lui, pronunciò la frase di rito: «Seconda centuria della Prima Coorte all’adunata!».
«Tutti presenti, oggi?»
«Tutti, meno quattro malati e un infortunato, gli stessi di ieri, centurione.»
Calidio annuì. Come tutti i giorni, percorse i ranghi con un’ultima, severa occhiata, poi prese a leggere dalla tavoletta, a voce alta, gli ordini per i capisquadra: «Vatinio, con tutti quelli del suo contubernio, al magazzino: procurare tutto il materiale indicato nella lista che vi darà Nepio. Scauro e i suoi in fureria: prelevare e distribuire viveri per tre giorni. Damazio e Ligurio, con i rispettivi contubernali, al fossato con gli attrezzi: presentarsi al Prefetto di campo. Le altre squadre, compresi gli immunes, a disposizione, perché sembra ci siano delle novità: devo andare dal tribuno, e quando tornerò avrò certamente incarichi anche per loro».
Interrompendosi per un momento, alzò gli occhi dalla tavoletta verso i suoi soldati che, uditi quegli ordini, si interrogavano l’un l’altro con lo sguardo. «Vi avverto comunque» soggiunse «che nel pomeriggio sarete tutti impegnati a ripulire le armi e a preparare il vostro equipaggiamento. Domattina si disfa il campo e ci si mette in marcia.»
Il legionario Aulo Vatinio, che era un esuberante chiacchierone, commentò: «Bene! Finalmente si torna in fortezza! Via da questi puzzoni biondi!».
Ci fu qualche risata, ma Decio Murrio lo redarguì aspramente per aver rotto il silenzio durante l’appello del mattino. Poi, con un’espressione sorniona, soggiunse: «E comunque, non credo che rientreremo subito ad Alisone. Probabilmente dovremo fare un piccolo cambio di rotta verso settentrione».
Tra i soldati si levò un coro di sommessi commenti. Nepio non seppe trattenersi: «Allora è proprio vero: ieri quel barbaro ha portato cattive notizie».
Calidio lo squadrò freddamente, appoggiando la mano, in un gesto che gli era abituale, sul bastone di vitigno che teneva sotto l’ascella. Nepio era un capuano maneggione e ciarliero, privo di decorazioni e di una vera esperienza di combattimento. Non gli piaceva, ma non c’era nulla da fare: era stato il legato a imporglielo, e per il momento se lo doveva tenere. A giorni, forse, avrebbe potuto vederlo in azione e di certo, alla prima occasione in cui lo avesse colto in fallo, avrebbe trovato il modo per toglierselo dai piedi.
«Belle o brutte, per noi fa lo stesso» replicò seccamente. «Per stasera tutto deve essere a punto: domattina ogni uomo dovrà avere pronto il proprio fardello, e non voglio vedere loriche sconnesse, sandali slabbrati o bisacce semivuote. Te ne riterrò responsabile, mi hai inteso?»
Nepio si raddrizzò come un cavallo indolente allo schiocco della frusta. «Naturalmente, centurione!»
«Va bene. Rompete i ranghi e ognuno alle proprie mansioni.»
Voltate le spalle ai suoi legionari, Calidio raggiunse la propria tenda per impartire al suo servo le direttive circa la preparazione e il trasporto del suo bagaglio durante la lunga marcia prevista per il giorno successivo. Lo trovò già in piedi fuori dalla tenda, a colloquio con altri giovani schiavi, appartenenti ad alcuni legionari della sua centuria, che lo ascoltavano con attenzione estrema e palese riverenza: la gerarchia esistente tra padroni, infatti, si rifletteva pari pari tra i loro servi. Si chiamava Lisco ed era della Rezia, robusto come un toro; Calidio lo aveva comprato anni prima al mercato di Mogontiacum, e non se n’era pentito. Montanaro come lui, era di poche parole, ma sveglio abbastanza perché non fosse necessario bastonarlo spesso o dirgli due volte cosa dovesse fare.
Quando si avviò in direzione della tenda del tribuno, il grande accampamento brulicava ormai di soldati in piena attività. Lui, però, per quanto ansioso di conoscere le novità che c’erano nell’aria, s’imponeva di non affrettarsi più di tanto, sia perché era consapevole di essere come sempre in anticipo rispetto a quasi tutti i suoi colleghi, sia perché l’esperienza gli insegnava che, quando ci si trovava sul punto di smantellare il campo, non era opportuno farsi notare troppo durante il rapporto davanti al legato, onde evitare il rischio di veder assegnare al proprio reparto, magari in considerazione della sua particolare efficienza, incarichi gravosi e sgradevoli, col risultato di partire poi in coda alla legione, di mangiare polvere per tutto il percorso e di doversi preparare il rancio per ultimi.
Imboccato il Cardo, si sentì chiamare da Gaio Aufidio, il suo pari grado della Terza centuria, che naturalmente aveva la sua stessa meta. Si fermò ad aspettarlo, poi insieme con lui si rimise in cammino. Battendogli la larga mano sulla spalla, Aufidio accennò col mento in direzione della tenda del legato, attorno alla quale c’era un grande via vai di ufficiali e sottufficiali. Ai pali di legno piantati ai margini dello spiazzo antistante erano assicurati, sotto la vigilanza degli scudieri, i cavalli di una mezza dozzina di prìncipi germani. «Hai visto laggiù? Varo è mattiniero come sempre, e già riceve visite.»
Nella risposta di Calidio aleggiò un tono sarcastico: «Già. Probabilmente i nostri fedeli alleati si stanno accomiatando».
«Li rivedremo presto, però. Sembra che il nostro legato si prepari davvero a fare la guerra. Ma a chi, non è ancora chiaro. Gli uomini non parlano d’altro, e non sono per niente contenti.»
«Naturale! L’estate è al termine, e non vedono l’ora di rientrare in fortezza.»
«Per una guerra vera sarebbe già tardi: abbiamo superato le calende di settembre, e l’inverno arriva presto da queste parti.»
Istintivamente, Calidio alzò gli occhi a scrutare il cielo, nel cui tenue azzurro sembravano galleggiare grandi cumuli di nuvole bianche. A Occidente, però, altre ne apparivano, plumbee e minacciose. Rispondendo all’amico, scosse il capo: «A sentire Claudio Ceionio non ci saranno battaglie: ieri sera diceva che il legato ha in mente di tornare a Castra Vetera passando per Alisone, ma allungando un po’ la strada con una deviazione verso settentrione. Parlava di dare una dimostrazione di forza a certi capi dei Carausi che non rigano diritto».
«Ossia?»
«Sembra che un distaccamento della Diciassettesima Legione, una mezza centuria, sia stato assalito in un villaggio, da qualche parte, in mezzo alla selva.»
«Ahi! Da chi l’hai saputo?»
«Sempre dal nostro valoroso Prefetto di campo, ma la fonte dovrebbe essere Arminio.»
«Ci sono state perdite?»
«Non so nulla di più di quanto ti ho detto; Ceionio non mi ha dato notizie precise.»
«Non era stato proprio quell’Arminio a chiedere l’invio di soldati da quelle parti?»
«Da quelle parti come in molti altri villaggi. Come sai, due giorni fa sono partite delle staffette per raggiungere ognuno di quei manipoli e richiamarli. Ieri ne sono arrivati alcuni, gli altri ci raggiungeranno per strada.»
Avevano ormai raggiunto l’ampia tenda di Marco Valerio Messalla, il tribuno laticlavio. Entrando, Calidio constatò di essere come sempre arrivato fra i primi. Fra i pochi che li avevano preceduti v’era Aurelio Silano, il centurione primipilo: stava in piedi davanti al tribuno che, da uno scranno dietro un tavolo da campo, ingombro di rotoli di papiro, dettava una lettera a un servo. Questi era un greco minuto, col volto incorniciato da una barba scura, che sedeva a un piccolo scrittoio pieghevole. Un altro servo, un giovane domestico di probabili origini orientali, attendeva ordini in un angolo. Vedendo entrare i nuovi arrivati, Messalla accennò loro di pazientare e accelerò la dettatura: «...E dunque, vedi bene che l’affare risulta opportuno. Procedi senza timori alla stipulazione del contratto, cercando di contenere per quanto possibile le spese di mediazione. Quanto agli inquilini, per il momento ti suggerisco di mantenere in vigore tutti i contratti, almeno fino al mio ritorno, che prevedo per la prossima primavera. Evita però, al tempo stesso, ogni spesa di ammodernamento degli edifici. Ti abbraccio con affetto e ti prego di ossequiare per me nostra madre».
I centurioni presenti, ossia quelli della prima centuria di ciascuna coorte, più altri che erano stati convocati per assegnare loro compiti specifici, si erano mantenuti impassibili, fermi davanti al tavolo da campo. Messalla era forse l’ufficiale più indaffarato di tutta la legione, ma a tenerlo così occupato non erano tanto le incombenze inerenti al suo grado di Primo Tribuno, che occupava più per diritto di casta – il suo rango senatorio – che in ragione di meriti militari, quanto piuttosto la gestione dei suoi investimenti immobiliari nella capitale e nell’area vesuviana. Nel complesso, comunque, non era peggiore di altri ufficiali di rango e, quanto meno, non era un imbecille, il che nell’esercito, e in particolare negli alti comandi, costituiva già un merito rilevante. Inoltre, aveva a Roma non poche aderenze importanti, che arrivavano fino a lambire il Palatino, sicché Calidio si era sempre imposto di andarci d’accordo. Messalla era un uomo oltre la trentina, ben piantato, abbronzato e di bell’aspetto, benché precocemente brizzolato. Non indossava il corsetto di cuoio frangiato che in genere gli ufficiali portavano al campo, né altro che anche vagamente ricordasse la milizia, bensì, lunga fino alle ginocchia, la bianca tunica laticlavia, attraversata verticalmente dalla larga fascia rossa dei senatori. Licenziato con un gesto lo scritturale, si volse brevemente verso Silano e i centurioni, ormai tutti presenti e raggruppati di fronte a lui; subito, però, il suo sguardo prese a cercare qualcosa sul tavolo da campo, e si fissò su una pila di tavolette di cera. Con gesto meccanico ne prese una e, dopo averne scorso rapidamente lo scritto, annuì borbottando qualcosa fra sé, indi depose la tavoletta e si alzò in piedi. Le mani sui fianchi, prese a parlare in tono svogliato: «Dunque, come ormai tutti sapete, domattina la legione, insieme alla Diciassettesima e alla Diciottesima, leverà il campo e si metterà in marcia. A quanto ho capito, si torna al Reno, facendo tappa ad Alisone. Il legato, però, intende fare una deviazione verso settentrione. Il capo di un popolo amico ha riferito di una ribellione. Non è ben chiaro di cosa si tratti, ma pare che una trentina di legionari della Diciasettesima siano stati uccisi dai Carausi. Ho qui gli ordini di marcia per i vostri reparti».
Cominciò a distribuire le tavolette fra i presenti, leggendo via via su ciascuna di esse il numero delle diverse centurie. Prendendo la sua, Calidio domandò: «Il capo del popolo amico sarebbe quell’Arminio che è giunto qui due giorni fa a rotta di collo, o sbaglio?».
Messalla annuì. «Sì, e oggi, uno dopo l’altro, stanno arrivando dal legato gli altri capi alleati. Anzi, è ora che anch’io lo raggiunga nella sua tenda; perciò, se nessuno ha domande da fare, potete andare... Tu no, Silano, e neanche tu, Calidio: verrete con me dal legato.»
Schioccò le dita e il servo fece un passo avanti. Senza guardarlo, l’ufficiale ordinò: «La lorica squamata, Efesto!».
Mentre gli altri centurioni uscivano in silenzio, lo sguardo di Calidio indugiava sulla tavoletta degli ordini. A lui era stato affidato il compito di verificare, alla partenza, il completo carico e il corretto incolonnamento delle salmerie: una rogna, certamente, ma il problema era un altro. Mentre il servo lo aiutava a indossare la corazza, Messalla si accorse della sua perplessità. «Qualcosa non va, centurione?»
Accigliato, Calidio cercò con un’occhiata il sostegno di Silano e, nel rispondere, si sforzò di scegliere con cura le parole: «Ecco, Tribuno, si tratta di questo: qui c’è scritto “ordine di marcia abituale’’. A quanto ho capito, però, dovremo marciare in regioni impervie e poco conosciute e in mezzo a questa gente infida, perciò sarebbe forse meglio...».
Sollevando la mano in un gesto di sufficienza, Messalla lo interruppe: «Siamo in una regione ormai sottomessa. I capi delle tribù germane circonvicine ci forniranno guide e truppe ausiliarie. Del resto, il percorso non sarà così impervio come dici: i nostri soldati hanno lavorato bene in questi mesi, e i sentieri che conducono a settentrione sono stati allargati e resi più percorribili. Molto probabilmente sarà poco più di una passeggiata. C’è altro?».
Con un braccio già sul tramezzo della tenda, Silano lo fissò con i suoi occhi cerulei e obiettò torvamente: «Questi scimmioni sono traditori per natura. E anche quell’Arminio... ieri il suo scudiero ha quasi ammazzato uno dei miei perché lo aveva guardato troppo fisso. Con tua licenza, Tribuno, non so quanto ci si possa fidare di lui».
Mentre Efesto gli sistemava il mantello purpureo sulle spalle, Messalla sorrise: «È una fortuna che Quintilio Varo non ti possa sentire, Silano: il nostro legato ripone in Arminio la massima fiducia. Del resto, quel barbaro ha combattuto valorosamente per Roma nell’Illirico e in Pannonia, tra gli ausiliari, o almeno così si dice. In ogni caso, laggiù si è conquistato l’anello di cavaliere. Chissà se alla fine della tua carriera di te si potrà dire lo stesso».
Silano si drizzò sulla schiena, come se fosse stato colpito da una frustata. Era un uomo asciutto e sanguigno, dal profilo aquilino e di poche parole. Tutti sapevano che la conquista dell’anello d’oro era il suo sogno da sempre, poiché, per ragioni non chiare, da due generazioni la sua famiglia era stata esclusa dal cavalierato. I suoi occhi lampeggiarono; tuttavia, ligio alla disciplina, chinò il capo e, scostando il tramezzo, cedette il passo al tribuno. Calidio uscì per ultimo, e tutti e tre si avviarono verso la grande tenda del legato. Vedendo Decio Murrio ancora scuro in volto, il tribuno cercò di sollevare il suo spirito: «Sta’ di buon animo, centurione, e rendi grazie agli dèi: si torna al caldo degli alloggiamenti. Fra dieci, venti giorni al massimo, vino di Falerno e donne a volontà».
Il centurione annuì e, senza replicare, si sforzò di sorridere. In che mondo viveva Messalla? Lui il Falerno non lo beveva da un pezzo, né al campo né in fortezza, e si doveva accontentare del vino annacquato e malamente speziato fornito dagli appaltatori; quanto poi alle donne, quelle che stavano nei carri appena fuori del campo erano le stesse che avrebbe incontrato nel castrum: nessuna di loro valeva granché. Tranne Annia Flamilla, forse.

2

Davanti alla grande tenda del legato trovarono una piccola folla. Vigilati con ostile attenzione dalle guardie del Pretorio, numerosi guerrieri barbari, appartenenti a diverse tribù, stazionavano in chiaro atteggiamento di attesa accanto ai loro cavalli e a quelli dei rispettivi capi, che evidentemente si trovavano a colloquio con Quintilio Varo. Su quelle cavalcature si notavano splendide gualdrappe e ottime selle romane, di certo donate, assieme agli stessi animali, dall’accorto Procuratore, che blandiva senza risparmio i maggiorenti fra i Germani. Molti di costoro uscirono dalla tenda proprio quando Messalla stava per entrare, costringendo lui e i due centurioni a cedere il passo. Alti e barbuti, imponenti nel fisico e coi volti segnati da profonde cicatrici, vestivano semplici camiciotti di daino o di lino e brache di pelle, senza recare dunque nell’abbigliamento alcun segno particolare che valesse a distinguerli in mezzo alla loro gente, salvo forse la particolare ricercatezza dei bracciali e dei collari d’oro dei quali, come tutti i barbari, amavano adornarsi; un paio di loro erano addirittura a torso nudo. Alcuni portavano lunghe spade al fianco, altri ne avevano di più corte e più larghe, simili a micidiali mannaie, che chiamavano skramasax e che i soldati romani da tempo avevano imparato a temere. Invano Calidio cercò di catturare lo sguardo dei loro occhi, freddi e metallici, per arguirne lo stato d’animo, poiché nessuno di loro degnò di un’occhiata né lui né il Primo Tribuno, che, nell’espressione del volto, mostrò di risentirsene non poco. Sgusciarono tra le sentinelle e, senza parlare nemmeno fra di loro, si salutarono con occhiate e semplici cenni del capo, raggiungendo ciascuno il proprio servo e il proprio cavallo, per poi montare e allontanarsi subito al galoppo.
Facendo il loro ingresso nella tenda, Messalla e i due centurioni constatarono che tutti i legati di legione, gli altri tribuni e i tre Prefetti di campo erano già presenti. Uno dei barbari si era trattenuto, e stava discutendo animatamente con il legato. Dalla sua corporatura, prima ancora di vederlo in volto, Calidio riconobbe in lui Segeste, un eminente principe dei Cheruschi, il popolo sicuramente più forte tra i Germani settentrionali. Era un uomo gigantesco: la sua statura superava di molto i sei piedi e la sua figura sembrava riempire da sola la grande tenda del proconsole. Confrontato con lui, quest’ultimo, seduto su uno scranno dietro una scrivania in ebano, faceva una ben misera figura, nonostante l’elegante armatura da campo, di cuoio nero con borchie d’argento, che indossava sopra la tunica laticlavia.
Publio Quintilio Varo era un tipico esempio di maturo patrizio romano: incanutito dalle sue quasi sessanta primavere, aveva un colorito vagamente ambrato ed era bene in carne, pur senza apparire realmente grasso; la sua pelle era liscia e levigata, effetto sicuro di un’adeguata e varia alimentazione, nonché dei frequenti massaggi e dello strigile degli addetti ai bagni. Nel suo largo volto mediterraneo, il mento pronunciato rivelava una certa protervia; la bocca, dalle labbra sottili e aride, era sovrastata da un naso volitivo, diritto e carnoso; sotto le sopracciglia dal disegno superbo, la fissità degli occhi scuri e attenti lasciava intuire che in quell’uomo l’ostinazione sormontava la pur apprezzabile intelligenza. Calidio vedeva in lui un esponente di primo piano della stessa razza aristocratica e rapace alla quale apparteneva Messalla. Tutti nel campo sapevano che Varo, discendente da una famiglia assai nota a Roma e marito di una nipote dell’Imperatore, aveva fatto la propria fortuna in Siria, della quale era stato per alcuni anni governatore. A ricordo di quel soggiorno, certamente contraddistinto da un tenore di vita assai più agiato di quello che gli era imposto a quelle nebbiose latitudini, aveva portato con sé i tappeti persiani di cui era coperto il terreno nella sua tenda, nonché i raffinati arredi dei quali si circondava e le numerose, pregevoli suppellettili che si potevano scorgere ovunque si volgesse lo sguardo. Le pareti stesse della tenda, per esempio, erano adorne di drappeggi riccamente ricamati, e di seta erano rivestiti i grandi cuscini che si vedevano sul suo letto, intagliato in pregevole cedro libanese.
In Siria, Varo aveva anche avuto da fare con una sommossa giudaica, provocata, a quanto si diceva, dall’arroganza del suo atteggiamento e dall’insaziabilità delle sue pretese, e forse proprio il polso fermo di cui aveva dato prova con gli ebrei lo aveva fatto ritenere adatto a curare gli interessi romani in Germania e predisporne la trasformazione in provincia. Quell’incarico rappresentava dunque per lui un trampolino in vista di ulteriori progressi nel suo cursus honorum. Assai ferrato in ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA
  5. Nota sui nomi
  6. EPILOGO
  7. Nota dell’autore