Il ragazzo perduto
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Il ragazzo perduto

  1. 224 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Il ragazzo perduto

Informazioni su questo libro

Aher non è orfano. Aher in Sudan una famiglia ce l'ha. Ha una madre e un padre, e dei nonni. Anche se di loro non si ricorda niente e non sa se li rivedrà di nuovo. Aveva tre anni, forse quattro quando suo zio se l'è caricato in spalla e l'ha portato via. Non c'era altra possibilità per sottrarlo alla violenza della guerra civile. Dopo giorni e giorni di cammino, all'arrivo al campo profughi in Etiopia non trovano nessuno ad aspettarli. Niente cibo, né acqua, né medicine. C'è solo un lago con l'acqua ricoperta da una patina scintillante, che lo zio gli impedisce di bere. Ci sono fantasmi di uomini e donne che a stento si reggono in piedi. E tanti bambini e ragazzi, loro sì orfani, e senza qualcuno che si prenda cura di loro. Vengono chiamati ragazzi perduti, ma nessuno li sta cercando. Quelli più piccoli a volte piangono, sentono ancora la mancanza della mamma, ma per poco, perché poi bisogna continuare a lottare. Quando anche lo zio lo lascia solo, Aher diventa uno di loro. Saranno la sua famiglia, i suoi compagni di cammino, a volte di gioco, il suo sostegno. A cinque anni Aher ha già affrontato fame, sete e malattie. Ha già visto la morte da vicino, e camminato per giorni e giorni. Eppure il suo viaggio - seimila chilometri attraverso il continente africano - deve ancora cominciare.

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Informazioni

Print ISBN
9788856612837
eBook ISBN
9788858502266
Page 13 PARTE PRIMA

1

Arrivai in un campo profughi in Etiopia sulle spalle di mio zio Atem, che ci aveva aperto la strada nella boscaglia durante la fuga. Ben presto imparai che il campo si chiamava Panyido. Era il 1987 e io avevo tre o quattro anni.
In seguito, quando tornai in Sudan, scoprii che Panyido si trovava a due giorni di cammino (marciando giorno e notte) dal confine sudanese, e a molti, molti giorni di distanza dal mio villaggio.
Era notte quando mio zio e io, insieme ai miei cugini più grandi Dut e Yaac, giungemmo sulle rive del fiume Tana, dove sorgeva il campo. C’erano folle di persone che, come noi, si erano sentite dire dagli abitanti incontrati lungo la strada che lì avrebbero potuto trovare cibo e riparo.
I nuovi arrivati, che avevano sofferto fame e sete, malattie e ferite durante il viaggio, accorsero fiduciosi verso il centro del campo, ma non c’era nulla per loro. Avevano costretto i loro fragili corpi a seguire il corso del fiume in direzione del campo, sperando nelle voci che parlavano di cibo e assistenza medica. Avevano immaginato un’accoglienza in perfetto stile sudanese da parte di familiari dispersi che avrebbero offerto loro qualcosa da mangiare, o di sconosciuti disposti a dividere con loro il cibo che avevano, ma lì a Panyido c’erano solo altre facce affamate e gente che implorava aiuto. Non c’erano provviste né operatori umanitari. Qualcuno crollò a terra inerme senza più muoversi, coperto di polvere bianca; chi ne aveva ancora la forza si diresse verso il flusso apparentemente infinito di persone che continuavano a sbucare dalla boscaglia, per aiutarle ad attraversare il fiume.
Passarono i giorni e arrivarono centinaia di nuovi profughi, ma né il governo etiopico né l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (United Nations High Commissioner for Refugees, UNHCR) fornirono assistenza, sebbene girasse voce che appena possibile gli operatori umanitari avrebbero portato cibo e medicine. Al crescere della fame, qualcuno che non mangiava da molti giorni trovò la forza di andare a caccia. Altri, che avevano l’energia per raggiungere a piedi i villaggi più vicini, tornarono con le magre provviste ricevute in cambio di qualche capo di abbigliamento.
A Panyido c’era un’unica strada di terra rossa che portava a Itang, un altro campo, dove si erano stabiliti i primi profughi. Tutti gli occhi erano puntati su quella strada, ma l’auspicato rombo dei motori dei camion non arrivava. Quindi ogni uomo doveva affrontare da solo le sofferenze e le malattie della propria famiglia.
A Panyido faceva caldo. Ricordo le zone d’ombra sotto gli alberi. Erano affollate di corpi. Corpi vivi. E corpi morti.
Mio zio Atem e io trovammo posto sotto un albero di marula, al riparo dal sole feroce. Di notte ci spostavamo con gli altri a dormire allo scoperto. Qualcuno, però, era troppo debole per muoversi dagli alberi. Al mattino i morti venivano portati via per essere seppelliti.
Sentivo la mancanza dei miei genitori e non capivo perché non fossero con me al campo. Vidi gli occhi di un morto puntati su di me. Erano grandi e luminosi, ma non vedevano nulla.
Passarono i mesi, ma il cibo non arrivò. Nessuno aveva più la forza di andare a caccia per mantenere in vita chi soffriva la fame. Poi, un mattino, alcuni soldati etiopi ci portarono un piccolo aiuto. Migliaia di persone sentirono il rombo di un trattore in avvicinamento. Era un trattore dipinto a strisce verdi e nere, che trainava un rimorchio rosso carico di sacchi di mais.
Viveri! Furono accolti con grida di dolore e di gioia.
Quando il trattore si arrestò, centinaia di mani si tesero. Dai sacchi lacerati il mais si riversò sulla strada. I più robusti si impadronirono dei sacchi, costringendo i deboli a raccattare i chicchi caduti per terra, anche se ciò significava morire calpestati nella calca. Uomini e donne carponi mangiavano il mais crudo, mentre i malati imploravano di essere nutriti. Un uomo ricevette qualche chicco, ma non riuscì a masticarlo. Si arrese e morì, tra i pianti dei familiari che assistevano alla sua agonia.
Quel giorno arrivarono tre carichi, e la cosa andò avanti per una settimana, una grazia che si trasformò in una maledizione. Mangiare senza freni dopo mesi di inedia faceva venire una gran sete, e la gente corse al fiume. Alcuni erano talmente deboli che, inginocchiandosi per bere, caddero in acqua e affogarono. Molti altri furono uccisi dal colera, poiché ormai l’acqua era inquinata dai malati e dai morti.

2

Dio solo sa come sfuggii alla morte in quel campo.
Anche mio zio Atem sopravvisse, lui che mi aveva portato sulle spalle fin lì. Si prese cura di me e stabilì delle regole che non potevo violare. «Se hai molta sete,» mi ammonì «non bere più di un piccolo sorso quando arriviamo all’acqua.»
Di solito mi dava da bere tre volte al giorno – al mattino, al pomeriggio e alla sera – e dovevo limitarmi a quello. Mi proibiva l’acqua che i nostri vicini continuavano a offrirmi, perché temeva fosse inquinata. La nostra la filtrava con la sua camicia – per trattenere la polvere argentea che conteneva – e poi la conservava in una tanica. Ogni mattina mi chiedeva se avessi sete, e poiché non avevamo un bicchiere inclinava la tanica per farmi bere. Quando il cibo scarseggiava, mi impediva di bere troppa acqua finché non mi avesse trovato qualcosa da mangiare, e solo quando avevo ingerito un po’ di mais mi concedeva un singolo sorso. Io mi lamentavo, invocavo la mamma che non c’era, ma inutilmente.
Mio zio era sempre cauto anche quando razionava il mais. Me ne dava pochi chicchi alla volta, tenendo il resto per dopo. Spesso restava lui stesso senza cibo in modo da lasciarmene un po’ per il giorno dopo. Ma io continuavo a piagnucolare che avevo tanta fame e tanta sete. Solo quando fui più grande, ed esplorai io stesso la campagna circostante incontrando la gente del posto, mi resi conto di quanto dovesse aver camminato mio zio per trovare qualcuno ancora disposto a dargli un po’ di mais, e di quanto dovesse essergli costato bollire o arrostire quei chicchi per me. E quando vidi tanta gente morire per aver mangiato troppo mais asciutto, o per aver bevuto dell’acqua con quella patina argentea, compresi che mio zio mi aveva salvato la vita.
Ogni sera, quando faceva un po’ più fresco, zio Atem portava me e i miei cugini Dut e Yaac giù al fiume. Andavamo a monte della gente che nuotava, dei malati e dell’inquinamento. Ricordo ancora quanto era limpida l’acqua: quando ti immergevi fino alla vita vedevi ancora le dita dei piedi e la polvere argentea che scintillava come diamanti sulla sabbia sottostante.
«State attenti!» diceva mio zio a Dut e Yaac. «Non smuovete l’acqua quando riempite la tanica, o farete sollevare quella polvere d’argento.»
Ricordo che mi lavava, e tornati al campo mi copriva con un sacco – l’unico che avevamo – per farmi dormire.

3

I trattori continuavano le loro consegne quotidiane, ma non bastavano a sfamare tutti a Panyido, e uomini, donne e bambini seguitavano a morire ogni giorno, a ogni ora. Ricordo la gente affamata e malata che si lamentava in preda a dolori atroci, invocando i nomi di familiari dispersi in guerra, o morti di fame nel campo. Un vecchio ripeteva che avrebbe preferito morire prima che iniziasse la guerra. Pregava Dio di chiamarlo a sé, così non avrebbe più visto gli altri soffrire. Più tardi, quello stesso giorno, venni a sapere che era morto. «Era ciò che voleva» disse la gente.
I trattori non portavano pace nel campo. Giorno e notte si sentivano persone che urlavano di dolore finché non si addormentavano o morivano, e a quel punto qualcun altro li sostituiva nel lamento. Nel cuore della notte si raccoglievano i morti che l’indomani sarebbero stati portati nella foresta e seppelliti in una fossa poco profonda, ma ciononostante il tanfo di corpi in decomposizione era onnipresente.
I parenti facevano fatica ad aiutare i malati, molti dei quali erano così deboli che era quasi impossibile capire cosa stessero dicendo. I parenti affamati non potevano far altro che stringere le mani avvizzite dei moribondi e ascoltare i loro borbottii. Quelle persone erano consapevoli che le loro sofferenze erano dovute alla guerra, sapevano che difficilmente sarebbero sopravvissuti, e lo accettavano.
Poi una notte accadde una cosa straordinaria. Tra i lamenti strazianti dei moribondi udii di colpo un applauso. La gente batteva le mani e rideva! Vidi un uomo morente alzarsi sulle ginocchia ad applaudire, poi un altro.
«Che succede?» domandò qualcuno.
«Non so» rispose un altro. «Com’è cominciato?»
Forse qualcuno aveva raccontato una storiella. O aveva origliato una conversazione tra vicini. Qualunque cosa fosse, quella notte il campo fu un posto meravigliosamente allegro e tutti noi ringraziammo il Signore di averci concesso quella felicità.
Tre giorni dopo questo evento, a mezzogiorno, vedemmo con sorpresa arrivare un camion anziché un trattore. Poteva portare un carico molto maggiore e tornava tre volte al giorno. Eravamo ancora affamati, ma non morivamo più di fame.
A poco a poco i sopravvissuti si ripresero. I capi delle varie comunità cominciarono a organizzarsi. Aspettavano l’arrivo dei camion, ricevevano i viveri e poi li distribuivano alla gente, accertandosi che chi non aveva la forza di lottare per la propria razione avesse comunque da mangiare a sufficienza.
Poi un giorno arrivarono due Land Cruiser con un gruppo di operatori umanitari etiopi per una visita inaspettata. Rimasero visibilmente scioccati da quello spettacolo, le condizioni in cui viveva un numero così elevato di persone, la fame e la sofferenza. In quell’occasione non poterono far altro che dare il poco cibo che avevano con loro ad alcuni individui dall’aspetto particolarmente denutrito, e se ne andarono senza commenti, ma l’indomani arrivò un convoglio di diciassette tir carichi di ogni genere di viveri.
La vita era di nuovo bella! Mentre i primi autisti si facevano strada tra la folla cercando un posto per parcheggiare, la gente premeva per aprire i container. C’erano scatolame e frutta di ogni tipo! Manghi! Persino noccioline! Ma quando centinaia di uomini affamati saltarono sui camion, i deboli furono ancora una volta gettati a terra e alcuni vennero calpestati.
Uomini, donne e bambini che avevano patito la fame finirono per morire per eccesso di cibo. Molti non si resero conto che mangiando troppo dopo un lungo periodo di inedia rischiavano di avere problemi digestivi gravi, persino letali. E poi il cibo faceva venire sete, e presi dall’entusiasmo alcuni sottovalutarono la minaccia del colera. Ancora una volta fu mio zio a salvare me e i miei cugini. Ci aveva dato molti consigli per sopravvivere nel campo. «Dio in persona ci manderà dei viveri,» soleva dire «ma noi dobbiamo essere responsabili. Aiutati che il ciel t’aiuta.»
Arrivava persino a legarmi quando doveva allontanarsi dal campo, vietando severamente ai miei cugini di darmi da mangiare durante la sua assenza. Loro prendevano sul serio quel compito, e dovevo essere molto convincente perché mi concedessero anche solo un sorso d’acqua.
Una volta risolto il problema del cibo, gli operatori umanitari si dedicarono alla questione dell’igiene. Impiantarono tre cliniche. Furono liberati degli spazi sotto qualche grosso albero, e le persone malate e denutrite prive di qualcuno che si occupasse di loro furono portate all’ombra. I due container di viveri che erano stati riservati a queste persone furono aperti, e vennero scelti dei cuochi speciali.
Finalmente c’era cibo in abbondanza per i malati, ma purtroppo erano troppo pochi gli operatori per sfamarli o preoccuparsi dei loro bisogni. Abbandonati a se stessi, giacevano affastellati come fascine, i vivi in mezzo ai morti. Le sepolture erano organizzate da una divisione di soldati accampati non lontano dal nostro insediamento. Si presentavano tutte le mattine, reperivano gli uomini validi e li costringevano a rimuovere e seppellire i cadaveri, due uomini per ogni corpo. Non era un compito che svolgessero volentieri, ma andava fatto, insistevano i soldati, per motivi di igiene.
Gli operatori umanitari stavano facendo del loro meglio per migliorare la nostra situazione, anche se nessuno di loro viveva nel campo con noi. I convogli seguitavano ad arrivare. C’era mais in abbondanza. Ma il colera e altre malattie continuavano a mietere vittime. Le cliniche furono dotate di un gran numero di enormi tende bianche, ma poche furono montate perché non era la stagione delle piogge quando furono consegnate, e l’ombra degli alberi era considerata una protezione sufficiente.
La fornitura costante di viveri e le buone relazioni tra noi e gli etiopi permisero agli anziani di organizzarsi per provvedere alla massa di orfani e di bambini che erano stati separati dai genitori quando i loro villaggi erano stati attaccati. Fu deciso di separare dal resto dei profughi tutti i minori non accompagnati, in modo da proteggerli e seguirli in attesa che i più fortunati potessero riunirsi alle famiglie. Gli adulti che avevano badato a loro fino a quel momento furono incoraggiati ad affidarli agli anziani del campo. I bambini vennero radunati sotto un grande albero e suddivisi in due gruppi. I maschi, che erano la maggioranza (ce n’erano più o meno tremila), furono condotti in un sito a cinque minuti di cammino dal campo. Le circa cinquecento femmine (quelle che non erano state integrate nella comunità) furono sistemate al centro del campo esistente.
Io ebbi fortuna. Non fui costretto a unirmi agli altri bambini perché avevo ancora mio zio.

4

Come potevo sapere che il governo del Sudan meridionale aveva creato un centro di addestramento militare in Etiopia? Come potevo sapere che l’Esercito popolare di liberazione del Sudan aveva avviato una campagna di mobilitazione di tutti gli uomini abili alla leva? Il Sudan aveva bisogno di loro, dicevano i soldati dell’SPLA, e ogni uomo aveva il dovere di portare avanti la lotta. Venire in Etiopia a vivere di stenti non aveva messo fine al loro obbligo verso la madrepatria.
Lo zio Atem fece resistenza alla chiamata alle armi, ma un giorno semplicemente scomparve, insieme a centinaia di altri uomini. Io non mi resi conto dell’accaduto perché i cugini e gli amici si presero cura di me come avevano sempre fatto in sua assenza. «Tornerà stasera» mi assicurarono. Ma lui non tornò.
Qualche giorno dopo, Yaac mi disse: «Lo zio Atem è andato al campo di addestramento militare a prendere un fucile, così potrà tornare a casa e cercare la tua mamma e il tuo papà. Non avere paura. Ti ha affidato a me finché non verrà a prenderti».
Yaac si occupò di me con sollecitudine – per un mese – ma il ritorno in guerra degli uomini aveva lasciato nell’abbandono tanti di quei bambini che si rese necessaria una riorganizzazione. Fu messo insieme un gran numero di bimbi come me creando un secondo gruppo – i “piccoli” – formato da elementi fra i tre e i dieci anni di età.
Ero sempre stato parte integrante della piccola famiglia di mio zio e ora mi ritrovavo in una mandria di bambini piccoli, con l’impressione di essere totalmente abbandonato. Anzi, eravamo così tanti che quando ci misero in fila per andare in quello che sarebbe diventato il campo dei piccoli, non vedevo né l’inizio né la fine delle due colonne che avevamo formato. Il luogo era pieno del chiasso dei bambini: alcuni piangevano, altri litigavano con gli anziani. Il nuovo campo dei piccoli era a soli cinque minuti di cammino dal campo principale, ma impiegammo parecchie ore a raggiungerlo.
Appena arrivati, un anziano disse: «Ragazzi, voglio che vi sediate in gruppi di dieci. Ora vi daremo da mangiare».
Vedevamo anche noi che c’era del cibo – era dentro un bidone tagliato a metà – ma i gruppi di dieci crearono una gran confusione. Non sapevamo contare fino a dieci! Qualcuno si mise a piangere, cercando disperatamente di capire. Alla fine furono gli stessi uomini che ci avevano accompagnato al nuovo campo a dividerci in gruppi, e a quel punto fu chiaro che il tutto faceva parte di una strategia per impedirci di correre al bidone e servirci da soli. Gli uomini fecero a pezzi dei sacchi vuoti e stesero ogni pezzo per terra come una sorta di piatto comune, intorno al quale fecero sedere dieci bambini prelevati dalla fila.
Alcuni non erano in grado di mangiare, malgrado la fame. Altri, voraci, allontanavano i compagni dal cibo che avrebbero dovuto spartire. I più educati osservavano a bocca aperta i comportamenti dei più aggressivi. Purtroppo il cibo non bastava per saziare tutti, ma gli anziani fecero in modo che quelli più piccoli e più deboli ricevessero la loro parte.
Poi ci si occupò della sistemazione per la notte. Nel periodo trascorso al campo, un gruppetto di bambini intraprendenti si era confezionato pantaloncini e camicie con vecchi sacchi, ma la maggior parte di noi non aveva assolutamente nulla da mettersi addosso e niente su cui dormire. I nostri custodi ci dissero di liberarci un posto prima che facesse buio, e di scavarci una buca poco profonda da usare come letto. Non avevamo niente di affilato per tagliare l’erba alta, così gli adulti – che avevano badato a noi per tutto il giorno – dovettero strappare l’erba ruvida con le mani per liberare un’area sufficiente a ospit...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Dedica
  5. Prologo
  6. Parte Prima
  7. Parte Seconda
  8. Epilogo
  9. Ringraziamenti