A prova di baby
eBook - ePub

A prova di baby

  1. 320 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

A prova di baby

Informazioni su questo libro

Claudia ha trentun'anni e un'unica certezza: non vuole avere figli. Fin dall'infanzia, quando tutte le bambine giocavano a fare la mamma con le loro bambole, lei si presentava come la simpatica e invariabilmente single zia Claudia. E all'università, quando le sue compagne sognavano due cuori, una capanna e una tribù di marmocchi, lei vedeva solo una montagna di pannolini, la vita sessuale azzerata e le sue amate Jimmy Choo sostituite dall'ultimo modello di pattini Fisher Price. Per lei, una donna priva del senso di maternità, sembrava che l'unico futuro possibile fosse quello da zitella incallita, fino al giorno in cui ha incontrato Ben, bellissimo, spiritoso, brillante e soprattutto assolutamente contrario a ogni forma di continuazione della specie, ed è stato amore a prima vista. Per entrambi la carriera viene prima di tutto e sì, anche l'amore è importante, ma rigorosamente a due posti. Claudia crede finalmente di aver realizzato ogni suo sogno, finché tutto si complica di nuovo quando una coppia di amici annuncia di essere in lieta attesa e anche suo marito scopre all'improvviso di essere pronto per diventare padre. Un gruppo di orgogliose future mamme, una tragica vacanza in Italia e una giovane donna molto carina di nome Tucker faranno capire a Claudia che la vita è come un gelato: due gusti sono meglio di uno, ma solo il terzo è la vera delizia.

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
  • Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con cicli di fatturazione mensili, semestrali o annuali.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a A prova di baby di Emily Giffin in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.

Informazioni

Print ISBN
9788856603767
eBook ISBN
9788858501825

1

Non ho mai sentito il desiderio di essere madre. Anche da piccola, quando giocavo alle bambole con le mie sorelle, facevo sempre la buona zia Claudia. Lavavo, cambiavo, cullavo i loro bambini di plastica e poi me ne andavo in cortile o in cantina a tuffarmi in avventure più eccitanti. I grandi trovavano “divertente” il mio atteggiamento nei confronti della maternità, e mi facevano lo stesso sorriso sornione che si rivolge ai maschietti quando dicono che tutte le femmine hanno i pidocchi. Per loro ero solo un maschiaccio che avrebbe finito per innamorarsi e rientrare nei ranghi.
Risultò poi che quei grandi in parte avevano ragione. In effetti uscii dalla fase del maschiaccio e finii per innamorarmi, parecchie volte in verità, a cominciare da Charlie, il mio ragazzo del liceo. Quando però Charlie mi fissò negli occhi dopo il ballo dell’ultimo anno e mi chiese quanti figli volevo, risposi con un secco “zero”.
«Nessuno?» trasalì come se gli avessi appena confessato un segreto vergognoso. «Perché?»
Avevo molte ragioni e gliele snocciolai una dopo l’altra quella sera, ma nessuna lo soddisfece. E Charlie non fu l’unico. Dei molti che seguirono, nessuno sembrava capire o accettare il mio punto di vista. Sebbene quelle relazioni siano finite per i motivi più disparati, avevo sempre la sensazione che, in qualche misura, c’entrasse il problema dei bambini. Eppure continuavo a credere che un giorno avrei trovato l’uomo giusto, quello che mi avrebbe amata senza condizioni e senza promesse. Ed ero disposta ad aspettarlo.
Tuttavia, al giro di boa dei trent’anni, realizzai che avrei potuto restare sola. Che forse non avrei mai provato quell’inequivocabile contorsione delle viscere dovuta alla certezza di aver trovato Lui. Invece di piangermi addosso o di accontentarmi di qualcosa di meno straordinario, concentrai le mie energie sulle cose che potevo controllare: la mia carriera di editor in una grande casa editrice, viaggi esotici, bei momenti con gli amici, incontri con scrittori interessanti, serate a base di buon vino e conversazioni brillanti. Nel complesso ero contenta della mia vita e mi dicevo che non avevo bisogno di un marito per sentirmi completa e realizzata.
Poi incontrai Ben.
Bello, gentile, divertente, sembrava troppo perfetto per essere vero, soprattutto quando mi accorsi che condivideva le mie opinioni sui figli. L’argomento saltò fuori la sera che ci conoscemmo grazie a un appuntamento al buio combinato dai nostri amici comuni Ray e Annie. Eravamo da Nobu e chiacchieravamo mangiando sashimi di tonno pinna gialla e tempura di gamberi, quando un bambino di sei anni al massimo, seduto al tavolo accanto, attirò la nostra attenzione. Era vestito all’ultima moda, con un berretto Kangol nero e una polo Lacoste con il colletto sollevato. Dritto come un palo, ordinava orgogliosamente il suo sushi con pronuncia corretta, senza aiuto da parte dei genitori. Evidentemente non era la prima volta che andava da Nobu; anzi, avrei giurato che il sushi gli era più familiare dei toast prosciutto e formaggio.
Mentre lo osservavamo, sorridendo con la condiscendenza che si riserva ai bambini e ai cuccioli, mi ritrovai a dire: «Se uno decidesse di avere dei figli, dovrebbe averli così».
Ben si protese sul tavolo e sussurrò: «Vuoi dire con i capelli alla paggetto e un guardaroba trendy?».
«No. Voglio dire quel tipo di bambino che puoi portare da Nobu una sera qualunque» replicai decisa. «Non ho nessuna voglia di mangiare pollo fritto da T.G.I. Friday’s.»
Ben si schiarì la gola e ghignò. «Cioè, non ti va di vivere nei sobborghi e mangiare da Friday’s, oppure non vuoi saperne di avere figli?» domandò mentre io notavo i suoi denti inferiori leggermente accavallati, dettaglio che ho sempre considerato molto sexy.
«Nessuno dei due. Tutti e due. Niente di tutto questo» dissi. Poi, nel caso non fossi stata abbastanza chiara, precisai: «Non voglio mangiare da Friday’s, non voglio vivere nei sobborghi, e soprattutto non voglio bambini».
Era molto presto per fare una dichiarazione così impegnativa, specialmente nel nostro caso. Avevamo entrambi trentun anni, e a trentun anni quello dei figli è un argomento tabù al primo appuntamento. Perché si suppone che tu i figli li voglia. Dire che non li vuoi è come annunciare che sei amica intima di Anna Kournikova e insieme organizzate incontri a tre. In altre parole, l’uomo in questione non ti considererà sposabile, ma sarà certamente entusiasta di frequentarti. Perché una trentunenne che non vuole figli non ti sta con il fiato sul collo e quasi tutti gli scapoli amano le relazioni rilassate, motivo per cui si indirizzano sulle ventenni. Per avere un po’ di spazio, un po’ di respiro.
D’altra parte mi rendevo conto, nota dolente, che questo mi avrebbe immediatamente esclusa da una relazione a lungo termine, com’era capitato spesso nel mio recente passato. Dopotutto la gente – donne e uomini – considera il non volere figli una trasgressione. Come minimo, rischiavo di risultare fredda ed egoista, due caratteristiche che non stanno certo in cima alla lista di “ciò che vogliono gli uomini”.
Ma nel mondo sfrontato degli appuntamenti galanti avevo imparato a privilegiare la franchezza rispetto alla tattica. Il fatto di non volere figli era un bel vantaggio. Indicava che non stavo lottando contro l’implacabile orologio biologico. Né tiravo le somme della mia vita. Potevo quindi permettermi di essere completamente onesta. Fin dal primo appuntamento.
Quindi, dopo aver affrontato l’argomento figli con Ben, trattenni il respiro temendo il solito sguardo critico. Invece lui, sorridendo, esclamò: «Neanch’io!», con il tono giubilante e meravigliato di quando si inciampa in un’inaspettata coincidenza. Come quando mi capitò di incontrare la mia maestra di terza elementare in un pub di Londra. Forse le probabilità di scoprire al primo appuntamento che neppure la tua partner vuole figli sono superiori a quelle di alzare gli occhi, seduto al bancone di un pub dall’altra parte dell’oceano, e vedere un’insegnante che non incontravi da vent’anni. Ma è anche vero che non capita tutti i giorni di trovare qualcuno che, pur desiderando una relazione seria e monogama, non ci tenga a sperimentare automaticamente il magico mondo della maternità. Dalla sua espressione sembrava che Ben avesse capito tutto.
«Hai mai notato come le coppie discutano sui vantaggi di avere i figli, presto o tardi?» mi domandò.
Annuii mentre cercavo di individuare il colore dei suoi occhi, una gradevole combinazione di verde pallido e grigio con un contorno scuro. Era bello, ma soprattutto, al di là del naso ben modellato, dei capelli folti e del fisico solido e muscoloso, c’era quel nonsoché di incandescente che la mia amica Jess chiama il “fattore scintilla”. La sua faccia era vivace e luminosa. Era il tipo d’uomo che vedi in metropolitana e desideri conoscere mentre gli occhi ti cadono involontariamente sul suo anulare sinistro.
Ben continuò: «E il concetto sul quale si basa ogni alternativa è la libertà. Libertà da godersi presto o tardi nella vita».
Annuii un’altra volta.
«Be’» disse lui, interrompendosi per bere un sorso di vino «se il vantaggio di avere figli presto è togliersi il pensiero, e quello di averli tardi è rimandare la fatica, non ne consegue che non averli affatto è la soluzione migliore?»
«Non potrei essere più d’accordo» dissi levando il bicchiere per brindare alla sua teoria. Immaginai noi due che sfidavamo insieme le leggi della natura (la faccenda che l’uomo vuole piantare il suo seme e la donna vuole sentire la vita che cresce dentro di lei) e ci scrollavamo di dosso le regole della società che tanti miei amici stavano ciecamente seguendo. Sapevo di correre un po’ troppo, immaginandomi impegnata in quella lotta con un uomo che avevo appena conosciuto, ma quando arrivi ai trentun anni capisci subito se un tizio ha quel nonsoché o no. E Ben lo aveva.
Comunque, il resto della serata andò a gonfie vele. Nessuna pausa imbarazzante nella conversazione, nessuna bandierina rossa o posa stucchevole. Da parte sua, domande sensate, risposte sagge e segnali di interesse, ma non di impazienza. Così lo invitai a bere un bicchiere a casa mia, cosa che non faccio mai al primo appuntamento. Quella sera non ci baciammo ma le nostre braccia si toccarono mentre lui sfogliava un album di fotografie sul tavolino del salotto. Il contatto con la sua pelle mi elettrizzava e dovevo trattenere il respiro ogni volta che girava una pagina.
Il giorno dopo mi telefonò come aveva promesso. Mi sentii svenire quando vidi il suo nome sul display, e ancora di più quando dichiarò: «Volevo solo dirti che è stato di gran lunga il miglior primo appuntamento della mia vita».
Ridendo risposi: «Sono d’accordo. Anzi, per me è stato meglio di parecchi secondi, terzi e quarti appuntamenti».
Andò a finire che chiacchierammo per quasi due ore, e quando ci salutammo Ben disse quello che avevo pensato anch’io, cioè che gli sembrava di aver parlato cinque minuti. Che con me avrebbe potuto parlare per ore. “Speriamo” pensai.
Poi venne il sesso. Aspettammo solo due settimane, il che andava contro i consigli preconfezionati degli amici, dei familiari e degli articoli sulle riviste. Non che dovessi stare con lui per un urgente impulso fisico (anche se certamente questo aveva il suo peso). Piuttosto non vedevo come si sarebbe potuto sprecare tutto per una sola notte insieme. Quando mi sembra che qualcosa valga la pena, mi butto. E la nostra prima volta non fu né veloce, né goffa, né esitante, i classici segni distintivi delle prime volte. Al contrario: i nostri corpi si intesero perfettamente e Ben intuì quello che mi piaceva senza che dovessi chiederglielo. Fu quel genere di sesso che ti fa desiderare di essere un cantautore o un poeta. O almeno una donna che tiene un diario, cosa che non facevo da quando ero bambina e a cui tornai prontamente il giorno seguente.
In poco tempo Ben e io scoprimmo di avere molte cose in comune oltre alla nostra opinione sui figli, e molto che ci legava oltre alla folle chimica del sesso. Venivamo da ambienti simili. Entrambi eravamo cresciuti a New York con due sorelle più grandi e genitori divorziati. Eravamo due grandi lavoratori, affezionati alla carriera. Ben era architetto e amava i palazzi come io amavo i libri. Ci piaceva viaggiare in luoghi poco frequentati, mangiare cibi esotici e bere un po’ troppo. Amavamo film e gruppi musicali non troppo popolari ma non per forza intellettuali. Adoravamo dormire fino a tardi nei weekend, leggere i giornali a letto e bere caffè a tarda sera. Eravamo fatti della stessa pasta: disordinati, capricciosi, sentimentali e pragmatici. Entrambi eravamo ormai convinti che, a meno di un miracolo, le relazioni di coppia non valevano la pena.
In breve ci innamorammo e tutto andò a posto. Non si trattava dell’illusione unilaterale di felicità che prova una donna quando vuole credere disperatamente di aver trovato il suo uomo. Il nostro rapporto era così soddisfacente, onesto e vero che a un certo punto cominciai a pensare che Ben fosse la mia anima gemella, la mia metà. Un concetto al quale non avevo mai creduto prima.
Ricordo il giorno in cui me ne resi conto. Abbastanza presto, ma molto dopo esserci scambiati i nostri primi “ti amo”. Stavamo facendo un picnic a Central Park. Intorno a noi la gente prendeva il sole, leggeva, giocava a frisbee, rideva, eppure mi sembrava che fossimo soli. Quando ero con Ben, il resto del mondo spariva. Dopo aver mangiato pollo freddo e insalata di patate, ci eravamo sdraiati a guardare l’azzurrissimo cielo estivo tenendoci per mano, quando ci imbarcammo in una sincera ma cauta conversazione sugli ex. Sulle persone e le esperienze che ci avevano portato a quel momento.
C’erano già stati fuggevoli accenni alle nostre storie e io ero consapevole che stavamo entrambi facendo gli inevitabili confronti del caso. “Lei è più così e meno cosà. Lui è meglio o peggio in questo.” È nella natura umana, a meno che non sia la tua prima esperienza, il che forse spiega perché il primo amore resta speciale e sacro per sempre. Ma più invecchi più diventi cinico e più complicato e contorto diventa l’esercizio. Cominci a capire che la perfezione non esiste e bisogna mettere in conto compromessi e sacrifici. Il peggio è quando scopri che un vecchio fidanzato batte quello attuale e allora pensi: “Se l’avessi saputo forse me lo sarei tenuto”. Era una sensazione che avevo coltivato a lungo a proposito del mio ragazzo del college, Paul. La nostra storia non era certo stata tutta rose e fiori, eppure nei dieci anni successivi non avevo trovato nessuno che fosse riuscito a cancellare la nostalgia per quello che avevamo condiviso.
Ma con Ben era diverso. Non ero mai stata così felice. Quando glielo dissi mi chiese perché era diverso e perché ero più felice. Riflettei a lungo: volevo che la mia risposta fosse precisa e completa. Cominciai a raccontare goffamente perché era finita la mia storia con Paul ed elencai nel dettaglio le sue qualità. Poi elencai quelle di Ben, in cosa era meglio, in generale ma soprattutto per me. «Tu baci meglio. Hai un carattere più tranquillo. Sei più generoso. Sei più interessante. Sei più equilibrato.»
Ben annuì e mi guardò con un’espressione così seria che ricordo di aver aggiunto: «E tu ricicli», tanto per scherzare. (Anche se è vero che Paul non riciclava i rifiuti, e secondo me questo particolare rivelava molto di lui.) Mentre parlavo avevo la netta sensazione di non riuscire a spiegarmi bene, ed era frustrante, perché volevo che Ben sapesse quanto fosse speciale per me.
Così rinunciai e gli feci la stessa domanda sulla sua ex, Nicole, della quale avevo cominciato a costruirmi un’immagine mettendo insieme stralci di conversazione. Sapevo che era mezza vietnamita e sembrava una bambola di porcellana. (Non nego di aver frugato nei cassetti e di aver trovato un paio di foto.) Era una interior designer e aveva conosciuto Ben in occasione di un progetto per un museo di Brooklyn. Il suo libro preferito era Cent’anni di solitudine, che si dava il caso fosse anche quello di Ben (particolare che irrazionalmente mi infastidiva). Fumava, avevano fumato insieme per molto tempo ma poi lui aveva smesso. Avevano convissuto per tre anni e si erano frequentati per sei. Una relazione intensa, di alti davvero alti e di bassi davvero bassi. Si erano lasciati soltanto l’inverno precedente. E ancora non sapevo esattamente perché. Naturalmente la parola “ripicca” mi tormentava. Il nome Nicole mi riempiva di una folle gelosia.
«Perché la nostra storia è diversa?» domandai a Ben. E subito, temendo di aver osato troppo: «Lo è... diversa?».
Non scorderò mai come mi guardò; i suoi occhi chiari erano spalancati e quasi vitrei. Si morse il labbro inferiore, uno dei suoi vezzi più sexy, prima di dire: «Non è una domanda difficile. Semplicemente ti amo di più. Ecco. E non lo dico perché lei è il passato e tu il presente. È così. In assoluto. Cioè, amavo anche lei, certo, ma amo te di più. Non c’è paragone».
Era la cosa più bella che mi avessero mai detto, soprattutto perché era così anche per me. La persona che mi amava in questo modo era quella che anch’io amavo. Un miracolo, questo è un vero miracolo.
Per cui non mi sorpresi quando, qualche settimana più tardi, Ben mi chiese di sposarlo. Sette mesi dopo, nell’anniversario del nostro primo appuntamento, pronunciammo il fatidico sì su un’idilliaca spiaggia bianca, a St. John. Una fuga d’amore che le nostre famiglie non approvarono, ma volevamo che quel giorno fosse solo per noi. Dopo esserci scambiati le promesse, ricordo di aver guardato il mare pensando che c’eravamo solo noi due e che la nostra vita insieme si estendeva all’infinito. Nulla sarebbe cambiato, a parte l’aggiunta delle rughe, dei capelli grigi e di tanti dolci e gratificanti ricordi.
Naturalmente l’argomento figli saltò fuori spesso nei giorni successivi al matrimonio, ma solo per le domande indiscrete sui nostri progetti di procreazione da parte di tutti: la famiglia di Ben, la mia, amici, madri incontrate al parco, persino la signora della tintoria.
«Non abbiamo intenzione di avere bambini» replicava deciso uno di noi; dopodiché ci sorbivamo l’inevitabile tiritera sui figli che ti riempiono la vita.
Una volta, a un ricevimento di lavoro, un’editor mi disse chiaro e tondo che senza figli la mia vita sarebbe stata priva di senso. Be’, questo mi sembrò eccessivo. «Allora» mi pare di aver risposto «tanto vale che mi uccida subito, no?» Lei finse di non aver sentito e continuò a parlare dei suoi bambini.
Un’altra reazione frequente era l’atteggiamento comprensivo di quelli che credevano stessimo nascondendo una penosa verità: la nostra impossibilità di concepire. Come quando un’ex compagna di college di Ben mi infilò in mano il suo biglietto da visita con l’indirizzo di una clinica della fertilità scarabocchiato sul retro. Lo passai a Ben, che prontamente annunciò all’amica di essersi sottoposto alla vasectomia alcuni mesi dopo il matrimonio. Non era vero – prendevo la pillola – ma la sua affermazione bastò a farla tacere, e vergognare.
Il ritornello ricorrente era: «Chi baderà a voi quando sarete vecchi?». Al che replicavamo: «Noi stessi». E i più tenaci: «Ma se uno dei due muore?». Al che la cosa si faceva davvero grottesca. A volte io alludevo al fatto che le case di riposo sono piene di vecchi che i figli non vanno mai a trovare. Che i figli non sono una garanzia. Magari tuo figlio diventa un artista fallito. O un adulto egoista e inconcludente. Oppure sempre bisognoso di ai...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Dedica
  5. 1
  6. 2
  7. 3
  8. 4
  9. 5
  10. 6
  11. 7
  12. 8
  13. 9
  14. 10
  15. 11
  16. 12
  17. 13
  18. 14
  19. 15
  20. 16
  21. 17
  22. 18
  23. 19
  24. 20
  25. 21
  26. 22
  27. 23
  28. 24
  29. 25
  30. 26
  31. 27
  32. 28
  33. 29
  34. 30
  35. 31
  36. 32
  37. Ringraziamenti