1
Sada aprì l’involto e carezzò quello che rimaneva del suo amante. Poco dopo sentì bussare alla porta e si alzò dal letto per andare ad aprire. Gli agenti che entrarono nella stanza le chiesero subito i documenti per accertare la sua identità.
«Non perdiamo tempo» disse lei dolcemente. «Il nome che ho dato al portiere dell’albergo è falso. Io sono Sada Abe, la donna che state cercando.»
«Come facciamo a sapere che è proprio lei?» le chiese uno dei poliziotti.
Sada prese il pacchetto che aveva lasciato sul cuscino e lo aprì con delicatezza, mostrandone il contenuto agli uomini che istintivamente fecero un passo indietro. Nessuno dei due osò sequestrarle l’oggetto che stringeva tra le mani per una sorta di imbarazzo che li colse all’improvviso e rimasero immobili, aspettando che fosse lei a fare qualcosa. Sada infilò l’involto nella scollatura del kimono di seta, perché fosse a contatto con il cuore, e chiese il permesso di truccarsi prima di seguire gli agenti. Quando fu perfettamente in ordine, disse: «Andiamo».
Nel tragitto fino alla stazione di polizia pensò amaramente che le sarebbero bastati pochi minuti in più per non farsi trovare in vita, invece l’avevano scoperta prima di quanto avesse previsto. Aveva chiesto alla cameriera dell’albergo di cambiarle stanza visto che la sua aveva il soffitto troppo basso, inadatto a un’impiccagione, e il ritardo sul piano previsto era stato favorevole ai suoi inseguitori.
Tutto quello che sarebbe successo dal momento in cui le era stato impedito di uccidersi non aveva alcuna importanza per lei: l’arresto, il carcere, il processo, la pena di morte. Ogni cosa le era indifferente poiché non avrebbe più potuto vedere il suo amante. Sperava in una condanna capitale non perché pensasse di meritare il massimo castigo, ma perché le avrebbe impedito di soffrire per tutti i giorni che le sarebbero rimasti da vivere. Vivere... le sembrava di aver vissuto solo quattro settimane in trentun anni. O almeno quelle ultime settimane avevano riempito il vuoto di un’esistenza avventurosa, movimentata, ma senza significato.
Nella sua cella si addormentò subito. Erano tre notti che non riusciva ad abbandonarsi all’oblìo liberatorio del sonno, ma finalmente non doveva preoccuparsi più di niente, altri avrebbero deciso per lei. Con la luce del sole che cominciò a filtrare dalla finestrella sbarrata, i pensieri la assalirono di nuovo, violenti. La mancanza di Kichizo si faceva sentire dolorosamente ed era un sentimento insopportabile per una donna che aveva vissuto fino a un mese prima senza un rimpianto o un barlume di nostalgia.
Le emozioni belle le aveva esaurite nei primi quindici anni. L’infanzia era stata serena, con un padre anziano che non aveva la forza di imporre la disciplina a quell’ultima nata e una madre elegante e raffinata, che prediligeva i kimono dalle sete preziose e i colori brillanti, le acconciature complicate e il trucco vistoso. Sada era la più graziosa in famiglia e Katsu, che amava la bellezza sopra ogni cosa, passava il tempo a vestirla, a pettinarle i capelli folti e luminosi, per poi portarla a passeggio esibendo il suo piccolo capolavoro.
Gli Abe erano benestanti, Shigeyoshi possedeva una fabbrica di tatami in cui lavoravano dieci artigiani e aveva acquistato una grande casa nel quartiere di Kanda, a Tokyo, dove Sada era nata nel 1905, ultima di sette figli. Non conobbe il fratello maggiore, morto neonato, e altri due bambini non riuscirono a superare un’epidemia di influenza. Le rimasero le sorelle, Toku e Tatsumi, rispettivamente più grandi di lei di undici e sette anni, e il fratello Shintaro.
Quando arrivò l’influenza, nel 1907, si ammalarono i tre figli minori degli Abe. Heizo, la piccola Rumiko e la stessa Sada che aveva solo due anni. Heizo e Rumiko morirono, ma Sada riuscì a farcela, e forse fu questo che causò l’attaccamento morboso di Katsu nei suoi confronti. Il medico era uscito una notte dalla stanza in cui dormivano i tre bambini scuotendo la testa. La febbre era altissima e pensava che nessuno dei piccoli sarebbe sopravvissuto. La mattina dopo l’autoambulanza portò via i cadaveri di Heizo e Rumiko mentre a Sada la febbre era scesa e in pochi giorni si riprese.
Sada si lasciava amare e viziare dalla madre senza accorgersi dell’invidia che suscitava nei fratelli. Percepiva anche la disapprovazione del padre che a volte la tratteneva con sé solo per allontanarla dalla moglie. In modo impacciato le leggeva delle storie, le spiegava in cosa consistesse il suo lavoro, la portava in fabbrica per farle conoscere i lavoranti. Per la strada Sada sfuggiva alla sua mano e camminava qualche passo dietro di lui. Shigeyoshi pensava che la bambina, abituata alla dolcezza materna, si sentisse a disagio con lui. Non immaginava quanto fosse lontano dalla verità. Sada non si affiancava al padre perché notava la mediocrità della sua figura di uomo; basso, leggermente tarchiato, con un viso insignificante, l’abbigliamento ordinario, non le faceva fare una buona figura. Quando usciva insieme a Katsu, invece, la gente si voltava a guardarle, attratta dalla finezza dei lineamenti, dall’armonia dei gesti, dallo sfarfallio di colori di madre e figlia. Sada aveva un viso piccolo e regolare, il nero degli occhi era illuminato da striature verdeacqua e i capelli lucidissimi, raccolti in una lunga treccia, battevano allegramente sulle spalle.
La bambina studiava il padre per coglierne ogni difetto e poter così giustificare davanti a se stessa la mancanza di amore nei suoi confronti. Lo trovava goffo, sbadato, impacciato nel parlare. Quando iniziava un racconto si interrompeva a cercare la parola più adatta e perdeva il filo del discorso. Con gli anni imparò a disistimare quell’uomo che trovava ogni pretesto per sfuggire ai conflitti familiari. In casa si tratteneva il minimo indispensabile e non solo perché amava tanto il suo lavoro da passare in fabbrica tutta la giornata e a volte anche la domenica, era il ricordo bruciante delle sue umili origini a potenziare la volontà di eccellere nell’attività che gli era stata offerta. A sedici anni aveva lasciato la sua famiglia di contadini che viveva in un villaggio sperduto a sud del paese e da allora non l’aveva più vista. I genitori avevano altri otto figli e uno di meno non faceva alcuna differenza, si era detto. Dopo essere stato assunto dagli Abe si era impegnato a svolgere il lavoro meglio degli altri, saltando il pranzo, fermandosi oltre l’orario stabilito, finché i genitori di Katsu avevano deciso di adottarlo perché prendesse in mano la fabbrica di tatami.
L’idea di salire tutti in una volta diversi gradini nella scala sociale gli aveva dato le vertigini e si era imposto di meritare la fiducia che gli Abe riponevano in lui lavorando più di prima e pretendendo orari ferrei anche dai suoi artigiani. Presto la fabbrica si era sviluppata e i guadagni raddoppiati. Il passo successivo degli Abe fu di dargli Katsu in moglie.
Shigeyoshi non avrebbe voluto sposarsi e, se mai, avrebbe scelto Masuhiro, la più piccola delle tre ragazze Abe. Con lei era riuscito a creare un rapporto di complicità e confidenza che non riusciva ad avere con le altre sorelle. Katsu, in particolar modo, gli metteva soggezione. Troppo bella e altera per lui, troppo raffinati i suoi abiti e formali le sue maniere. Ma era lei che gli era stata destinata poiché era la figlia maggiore. A Shigeyoshi non interessava la bellezza della moglie a cui dopo un mese era già abituato. Avrebbe voluto comprensione, una donna semplice che cucinasse per lui e lo aspettasse la sera per ascoltare il resoconto della sua giornata. Katsu invece aveva una domestica che si occupava della casa e passava il tempo a vestirsi e pettinarsi per occasioni sociali a cui Shigeyoshi partecipava malvolentieri.
Oltre a impegnarsi per migliorare il proprio aspetto, Katsu aveva un hobby, fabbricava bambole. Aveva imparato a farlo da bambina e con gli anni la tecnica era migliorata a tal punto che diversi negozi le chiedevano l’esclusiva per vendere le sue creazioni. Ma lei non voleva guadagnare da quel passatempo e le regalava ai bambini del vicinato. Quando si sparse la voce di quei doni molte mamme del quartiere andarono a fare visite di cortesia alla signora Abe e occhi curiosi e avidi di bambini apparivano ogni tanto davanti alla finestra della stanza in cui lavorava. Durante l’infanzia di Sada, Katsu la prese a modello per le bambole che assunsero tutte i suoi lineamenti, cambiava solo i preziosi vestiti che cuciva per loro e le acconciature.
Shigeyoshi odiava quelle ripetizioni della figlia minore sparse in tutta la casa ma non disse mai niente alla moglie. L’atteggiamento remissivo che aveva in famiglia spariva quando si trovava insieme ai suoi lavoranti e Sada, che passava molto tempo a vagabondare per i locali della fabbrica, se ne accorgeva. Lo aveva visto sul punto di licenziare qualcuno degli operai solo perché non aveva il grembiule richiesto o per un semplice ritardo. Poi non ne faceva nulla, i suoi artigiani erano quasi più importanti della famiglia. Si riconosceva in loro e a volte rimpiangeva il tempo in cui era un semplice lavorante libero di passare la serata come voleva invece di tornare in una famiglia in cui la sua presenza e i suoi pareri contavano poco.
Notando la severità con cui il padre organizzava la vita dei suoi operai, ascoltando i suoi scoppi d’ira, Sada si chiedeva cosa gli succedesse quando varcava la porta di casa. Il lupo lasciava la pelle all’esterno e diventava agnello. Anche i denti affilati venivano sostituiti con delle labbra molli che tremavano per la collera e poi si serravano contratte. Era convinta che non fosse solo la stanchezza di una giornata di lavoro a fargli trascurare le manchevolezze della sua famiglia. Secondo lei aveva paura del giudizio della moglie. Non si era mai sentito alla sua altezza e anche se si trattava di rimproverare i figli temeva di fare discorsi ridicoli e inefficaci, così evitava di affrontarli e di punirli mantenendo un atteggiamento di cocciuta indifferenza.
La madre non insegnò a Sada solo il gusto nel vestire e la delicatezza dei movimenti, quando cominciò a frequentare la scuola le pagò lezioni private di danza e musica che la bambina dimostrò di preferire allo studio. Annoiata in classe, correva entusiasta a casa del maestro di canto per apprendere anche a suonare lo shamisen, lo strumento a tre corde che accompagnava le rappresentazioni del teatro Kabuki e veniva usato dalle geishe per intrattenere i loro clienti. Sada aveva un’idea romantica del mondo delle geishe e, nonostante sapesse di essere destinata a sposarsi, le piaceva immaginarsi nelle case del tè mentre cantava e suonava il suo shamisen davanti a uomini raffinati che avrebbero apprezzato la sua femminilità unita a una conversazione colta.
Terminate le elementari con voti mediocri, gli insegnanti le consigliarono di rinunciare alle lezioni di musica per dedicarsi maggiormente allo studio, ma Sada rifiutò. Sentiva di possedere un’energia straordinaria nel fare le cose che amava e che aveva scelto volontariamente, mentre le attività obbligatorie, come la frequenza scolastica, le mettevano addosso un malumore che la rendeva svogliata e insofferente.
«Non voglio più andare a scuola» disse alla madre al termine delle medie.
Katsu ne intuiva la ragione e riteneva che fosse colpa sua. Aveva isolato la figlia per tenerla solo per sé. Non le aveva permesso di passare il tempo con gli altri fratelli nel timore che Tatsumi la coinvolgesse in giochi pericolosi, che Toku la influenzasse con il suo cattivo gusto e Shintaro rischiasse di farle male con i suoi modi bruschi. Le eccessive attenzioni materne rendevano Sada insofferente in classe, dove era solo una bambina tra le altre. Katsu la accontentò e chiamò in casa dei maestri perché le insegnassero la calligrafia e il cucito, capacità fondamentali per aspirare a un buon matrimonio.
Sada usciva solo per frequentare i corsi di musica e, al ritorno, si fermava presso i bagni pubblici. Lo faceva perché le era proibito. «Mi raccomando, vieni subito a casa dopo la lezione. Non ti fermare per la strada e soprattutto evita i bagni pubblici... c’è gente strana lì intorno» le diceva la madre. Accanto ai bagni Sada incontrava dei ragazzi che si divertivano a fare delle brevi incursioni nei locali riservati alle donne, sperando di vederne qualcuna poco vestita. Lei li guardava entrare e uscire e poi scoppiare a ridere. Era l’unica bambina che si fermava in quel luogo e infastidiva il gruppetto. Un giorno uno di loro, per provocarla, le chiese se avesse il coraggio di entrare nel settore dei maschi.
«Se lo farai, mi mangerò un pezzo di sapone!» le disse.
Sada non esitò un secondo, entrò nel bagno degli uomini sollevando la protesta di chi si trovava all’interno e costrinse l’amico a mangiare il sapone.
Diventò un’adolescente determinata, con una personalità forte e una buona dose di coraggio. Nei litigi con i compagni voleva avere l’ultima parola e a volte era lei stessa a provocare conflitti e discussioni per poter sfogare un’aggressività che non riusciva a controllare. Passava molto tempo nella fabbrica paterna a osservare i lavoranti che costruivano i pannelli rettangolari con la paglia di riso intrecciata e pressata e così le capitava di ascoltare i loro discorsi nei quali l’amore e il sesso erano gli argomenti preferiti. Alla sua età conosceva molte più cose delle sue coetanee riguardo i rapporti tra uomo e donna ma le teneva per sé perché sapeva che non era elegante parlarne. Nessuno però le impediva di fantasticare sui racconti uditi.
Nell’anno in cui lasciò la scuola, i genitori erano impegnati a decidere a chi, tra Tatsumi e Shintaro, affidare la conduzione dell’azienda. Toku era stata scartata subito, a causa del carattere ribelle e inaffidabile. Aveva avuto un’infanzia infelice, nata quando i genitori ancora piangevano la morte del primogenito e trascurata per la felicità che l’arrivo di Shintaro aveva portato in famiglia. A dieci anni era scappata di casa e la polizia l’aveva trovata alla stazione che chiedeva ai passanti il denaro per prendere il treno. Voleva andare a trovare i nonni materni a Osaka. Il padre non l’aveva punita, forse provando compassione per quella bambina che faceva di tutto perché la madre si accorgesse di lei. Katsu si limitò a non rivolgerle la parola per qualche giorno e a sorvolarla con lo sguardo quando se la trovava davanti.
Toku non era bella, aveva un corpo sgraziato e un viso inespressivo, non attirava i complimenti delle altre mamme come avveniva invece con Shintaro e, soprattutto, con Sada. Tatsumi era stata più fortunata. Nata dopo il maschio che aveva appagato il desiderio paterno di avere un erede, non aveva particolari attrattive fisiche ma era più graziosa di Toku e dotata di uno sguardo ardente che rifletteva l’intensa vivacità del carattere. Era chiassosa, impulsiva, priva di delicatezza e di eleganza e questo infastidiva Katsu quasi quanto l’aspetto sgradevole di Toku.
La consuetudine giapponese richiedeva che la prima a sposarsi fosse la figlia maggiore ma il comportamento troppo disinvolto con i ragazzi di Tatsumi costrinse i genitori a cercare un marito per lei prima ancora che per Toku. Shigeyoshi individuò in Yasuhiro, il migliore dei suoi impiegati, la persona giusta. Tatsumi non poteva pretendere di meglio a causa dei pettegolezzi che circolavano sul suo conto e che avrebbero allontanato un partito migliore, inoltre il padre sperava che un ragazzo come Yasuhiro, a cui aveva insegnato il mestiere e che aveva visto crescere e diventare un giovane serio e affidabile, potesse in futuro prendere in mano la fabbrica e sostituirlo. Per quanto lo amasse, non si fidava del proprio figlio che sprecava il denaro con le ragazze e nelle bische clandestine.
Tatsumi fece di tutto per evitare il matrimonio. Disse che sposarsi prima di Toku avrebbe portato sfortuna alle proprie nozze, poi affermò di avere visto il futuro marito entrare in una casa di geishe, infine riferì alcune dicerie secondo le quali Yasuhiro aveva un carattere irascibile. Non servì a nulla perché Shigeyoshi si mostrò irremovibile. Non aveva però previsto i dissidi che sarebbero nati quasi subito tra suo figlio e il giovane Yasuhiro che Shintaro vedeva come una minaccia al suo desiderio di ereditare la fabbrica paterna. Se Shigeyoshi parteggiava per Yasuhiro, la moglie avrebbe voluto che la fabbrica andasse al figlio. Il loro disaccordo e la rivalità fra i fratelli portò un clima di tensione e nervosismo e a discussioni continue all’ora dei pasti.
Poiché i genitori non volevano che Sada assistesse ai conflitti familiari, le chiedevano sempre più spesso di passare il pomeriggio fuori casa. In quei mesi lei, che aveva appena compiuto quindici anni, aveva scelto Minako Fukuda, una ragazza della sua età e dello stesso ceto sociale, come migliore amica.
La villa dal tetto rosso di Minako, circondata da un giardino straripante di fiori che la madre curava personalmente, divenne il luogo di incontro di un folto gruppo di adolescenti. Fra quelle pareti di legno e carta di riso, all’ombra del boschetto di bambù, sui divanetti della veranda, nacquero primi amori, si ruppero amicizie, scoppiarono invidie e gelosie. Proprio durante una di quelle riunioni, Sada conobbe un amico del fratello di Minako, studente di giurisprudenza, con cui iniziò la sua prima amicizia affettuosa. Incontrava Sakuragi a casa dell’amica e si allontanavano dagli altri per passeggiare nel giardino. Sedevano sull’erba e Sada si lasciava prendere la mano mentre, guardando Sakuragi, si chiedeva cosa provasse per lui. Erano i primi batticuori, i primi incantamenti dello sguardo che si posava sul viso del ragazzo come su un capolavoro della natura. Era davvero così bello o l’innamoramento lo trasformava ai suoi occhi? Sada si svegliava ogni mattina aspettandosi nuove sorprese da se stessa. A volte piangeva per niente, altre sentiva di non riuscire a contenere la felicità.
Proprio a casa di Minako, un pomeriggio in cui i genitori dell’amica erano assenti, Sakuragi le chiese di appartarsi con lui qualche minuto in camera da letto perché le aveva comprato qualcosa che voleva darle in privato. Sada era incerta ma poiché il ragazzo insisteva, chiese il permesso a Minako.
«Sakuragi vorrebbe andare di sopra, nella tua camera. Dice di avere un regalo per me e non vuole darmelo davanti agli altri. Hai niente in contrario?»
«No, ma stai attenta Sada!»
«Mi tratterrò solo pochi minuti e poi mi fido di lui.»
Sakuragi chiuse la porta scorrevole e si avvicinò a Sada per abbracciarla. Le baciava la bocca, il collo, gli occhi in modo frenetico, senza dirle una parola e lei, disorientata, fece un passo indietro. «Piano» gli disse dolcemente, respingendolo con le mani. Quella reazione di distacco lo irritò. Le prese un braccio con forza e la fece cadere sul letto. Poi le fu sopra. Con le labbra le impediva di parlare mentre le mani le sollevavano il vestito. Sada si dimenava ma le gambe di lui la teneva...