Non c'è niente di più duro della vita di un gatto! Tutti ti afferrano e ti strizzano come se fossi un cuscino. Poi ti danno dei nomi ridicoli e ti fanno mangiare tutte le porcherie che piacciono a loro. Questa è la mia storia, la storia di un gatto senza nome che ha scelto la libertà...

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Un gatto non è un cuscino
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9788856670165
1
Io
HO UNA TOPPA bianca sul petto e quattro scarpette candide.
Sotto l’occhio sinistro ho una macchiolina di latte.
Il resto di me è nero come la pece: coda, schiena, pancia, orecchie, collo, testa.
E anche le zampe.
Il nome non ce l’ho perché sono un gatto libero!
Non mi va che qualcuno possa dire: «Questo gatto risponde al nome di...».

Non voglio rispondere a nessun nome.
Non voglio rispondere a niente e a nessuno.
I gatti liberi sono fatti così!
IN PASSATO, però, ho avuto dei nomi.
In passato mi si poteva chiamare per nome.
E io, a quei nomi, rispondevo.
2
La mia vita
da Miciomicio
DA PICCOLO ho risposto per un certo tempo al nome “Miciomicio”. Ero ancora un minigatto, a quel tempo. Piccolo come un salsicciotto con il codino.
Abitavo in una stalla con cinque mucche e due vitelli. Ogni giorno, mattina e sera, nella stalla veniva una donna a mungere le mucche.
La donna riempiva di latte alcuni bidoni, ma un po’ di quel latte lo versava in una scodella. Poi posava la scodella sul pavimento. E chiamava: – Miciomicio!
Quando la donna chiamava “Miciomicio”, io arrivavo di corsa. Anche la mia mamma e i miei fratellini arrivavano di corsa da quella donna, e dalla scodella.
Avevo quattro fratellini:
uno era bianco, con qualche macchia nera sulla groppa.
Uno era tutto nero.
Uno era bianco, ma con un orecchio nero.
E uno era a macchie bianche e nere, più o meno come me.
Non ho mai conosciuto il mio papà, che però doveva essere nero, perché la mamma era tutta bianca, dai baffi alla punta della coda.
QUANDO una gatta mette al mondo cinque micetti, almeno uno è più piccino e mingherlino degli altri. Purtroppo questo baby-gatto piccino e mingherlino ero io.
E quando uno nasce piccino e mingherlino, non ha vita facile. Specialmente al momento dei pasti!
Non ero abbastanza forte per intrufolarmi fra i grassi sederini dei miei fratelli fino all’orlo della scodella di latte. Quando poi la nostra mamma ci portava un topo, era difficile che a me ne toccasse un pezzetto. A volte riuscivo a sgraffignare un bocconcino di topo, ma appena l’avevo fra le zampe, uno dei miei fratelli mi saltava addosso e me lo portava via.
Col tempo, a queste cose ci si abitua.
Ci si abitua talmente che non si tenta neanche più di conquistarsi un bocconcino di topo. E alla scodella del latte ci si va solo quando tutti gli altri si sono riempiti la pancia, per finire di leccare quel che è avanzato.

In questo modo si rimane piccini e mingherlini!
Tutto questo però non significa che la mia vita, in quel periodo, sia stata triste!
Era bello starsene sdraiati al sole sull’aia davanti alla stalla. Era bello dormire in mezzo al fieno del fienile accanto alla stalla. Era bello dar la caccia alle mosche sulla finestra della stalla (anche se io non riuscivo mai ad acchiapparne una). Quando si è molto giovani e non viziati, si trovano belle anche delle cose da nulla.
Questo però non significa che ci si debba accontentare di cose da nulla quando si è diventati grandi!
3
La mia vita
da Samuele
UN GIORNO arrivarono nella stalla quattro esseri umani sconosciuti. Due erano grandi e due piccoli. Un uomo, una donna e due bambini. Uno dei bambini era grande solo la metà dell’altro.
Io riposavo con i miei fratellini su un mucchio di fieno accanto al recinto dei vitelli. La mamma non c’era. Ci lasciava spesso lì soli per ore e ore.
I quattro esseri umani sconosciuti ci vennero vicini. L’uomo ci osservò attentamente, poi disse: – Quello che preferisco è il nero.
La donna disse: – Ma anche il bianco con l’orecchio nero è tanto carino!
Il bambino più grande disse: – Boh, a me piacciono tutti!
Il bambino grande la metà non disse niente. Però allungò una mano, mi tirò su e mi strinse al petto. Così forte che mi sentii mozzare il respiro.
L’uomo e la donna risero, e il bambino più grande disse: – Ha deciso Sandrino!
La donna uscì dalla stalla.
Sandrino non mi mollava, anche se io gli avevo morso una mano. Ma con i denti da latte c’è poco da mordere!
La donna tornò nella stalla reggendo un paniere col coperchio. Sandrino mi ficcò dentro il paniere e la donna chiuse il coperchio. Così lesta che io non ebbi il tempo di scappare.

NON ho mai saputo con precisione che cosa accadde subito dopo.
Oggi che sono un vecchio gatto pieno di esperienza immagino di essere stato messo dentro un’auto e portato in città. Ma a quel tempo non avevo idea che potessero esistere panieri col coper...
Indice dei contenuti
- Copertina
- VENT’ANNI CON IL BATTELLO A VAPORE
- Frontespizio
- Colophon
- 1. Io
- 2. La mia vita da Miciomicio
- 3. La mia vita da Samuele
- 4. La mia vita da Muccibù
- 5. La mia vita da Cicciobomba
- 6. La mia vita senza nome
- ALBO d'ORO