Un dono color caffé
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Un dono color caffé

  1. 224 pagine
  2. Italian
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Informazioni su questo libro

Dall'inaspettata amicizia di due ragazzine tra loro molto diverse prende il via una storia appassionante, lunga quasi un secolo, custodita nei cassetti di una misteriosa scrivania...

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Informazioni

Anno
2011
eBook ISBN
9788858503706
Print ISBN
9788856617474

PARTE PRIMA

Mariuccia, 1915

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1

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A MARIUCCIA ANDARE a scuola piaceva moltissimo. D’accordo, forse a qualcuno poteva apparire un fatto un po’ strano, ma addirittura arrabbiarcisi sopra era davvero esagerato! Invece Angela, la madre di Mariuccia, non faceva altro che sbuffare quando vedeva sua figlia con un libro in mano (Mariuccia andava matta anche per leggere romanzi, possibilmente con figure). E sembrava che sua madre lo facesse quasi apposta a lavare piatti e pentole sbattendoli con troppa foga quando vedeva la ragazzina chinata su un libro di scuola.
Va bene studiare, poteva anche essere una cosa buona, ma proprio alle femmine doveva essere capitata questa passione, che oltretutto fa ammalare gli occhi, mentre i due maschi di libri non ne volevano proprio sapere?
Cosimo, il più grande, era arrivato alla terza elementare a forza di urlacci del padre, e anche Don Pietro, che lo aveva preparato per la Cresima, si era quasi fatto venire una forma di esaurimento che lo faceva sudare perfino in pieno inverno… – Non è stupido questo ragazzo, – diceva – anzi, è bello sveglio, ma cercare di fargli entrare qualcosa nella zucca… be’, è come voler portare il mulo alla fontana quando non ha sete.
Ma tanto la famiglia era di campagna e Cosimo fin dai primi anni si era reso utile aiutando suo padre nei campi, o con la mucca e le tre capre, di cui una zoppa.
Anche Luigi, il piccolino, non appena era stato costretto a entrare in una classe, aveva tirato fuori una faccia così triste, con gli occhi e la bocca “all’ingiù”, che sua madre avrebbe voluto prenderlo fra le braccia e riportarselo a casa per sempre.
Solo quella femmina non badava ad altro che ai suoi quaderni, al libro di scuola, all’astuccio di legno dove, accanto alle penne, custodiva con cura esagerata un pennino di metallo argentato per la brutta copia e un altro dorato per la bella. Lo zio Armando una volta le aveva regalato tre matite colorate e con quelle era sempre andata avanti per i suoi disegni.
Di tavoli in casa ce n’era solo uno in cucina, ed era lì che Mariuccia appoggiava i quaderni per i compiti. Ma sembrava proprio che l’ora di apparecchiare per la cena arrivasse ogni giorno più presto.
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– Forza, leva quella roba di torno – le diceva sua madre facendo lo stesso gesto di quando gridava «sciò, sciò!» alle galline per spingerle a beccare nell’orto.
Se non aveva ancora finito i compiti, Mariuccia acchiappava una sedia, la trascinava in un angolo e, seduta per terra, l’adoperava come scrivania, e non era poi così male.
La maestra Luisa si era accorta da un bel pezzo di come quella ragazzina fosse portata per lo studio, e un giorno aveva anche mandato a chiamare i genitori. – Lo so, voi non siete ricchi, ma qualche sacrificio una figlia come la vostra lo merita.
Quali sacrifici? La loro vita era tutta un sacrificio, e poi, se la signora maestra voleva alludere allo studio, in famiglia c’erano due figli maschi, e non era certo per una femmina che andavano sprecati tutti questi discorsi.
Poldo, il padre di Mariuccia, in principio sembrava un po’ intimidito, ma alla fine aveva prevalso l’arrabbiatura.
La maestra invece aveva sorriso.
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«Scortese» aveva subito pensato Poldo. Certo quel sorriso era per fargli ricordare che i suoi figli maschi vedevano il mondo della scuola come il morbillo o qualche altra malattia che li aveva afflitti nell’infanzia.
– Potrebbe diventare maestra – stava insistendo la signora Luisa. – Dopo la Quinta possiamo provare a vedere se il Comune o qualche Patronato benefico ci vorrà aiutare…
Che una figlia diventasse maestra non sarebbe stato male, ma adesso c’era altro a cui pensare, con quella guerra che era cominciata in Europa. – Se anche l’Italia vorrà far guerra, non ci metteremo mica a pensare alle maestre – borbottò Poldo.
– Speriamo di no, speriamo che da noi la guerra non venga – sospirò la signora Luisa.
– Ma come! – si stupì il padre di Mariuccia. – Se sono gli studenti, e voi che sapete scrivere, a gridare sempre per le strade «guerra! guerra!».
– Io no, – sorrise di nuovo Luisa – io non la penso così.
E per questa frase Poldo trovò la maestra un pochino più simpatica. Allora lo sapeva anche lei che nelle guerre a quelli che sanno parlare bene non succede mai niente, tanto sono solo i poveracci che ci vanno di mezzo!
Mariuccia in classe aveva due amiche, l’Adalgisa e la Ginetta, e un ragazzino che di nascosto guardava sempre dalla sua parte. Si chiamava Lorenzo, e appena Mariuccia si voltava, lui diventava tutto rosso e fingeva di colpo che il suo unico interesse fosse quello di rimirare un vecchio albero fuori dalla finestra.
– Quello è innamorato di te – le sussurrava l’Adalgisa, e Mariuccia rispondeva: – Non è vero, non mi parla mai! –. Ma dentro di sé era convinta: Lorenzo non le parlava perché s’intimidiva al solo guardarla.
Poi in classe arrivò la bambina di città. Si chiamava Fiammetta e non portava la treccia, ma capelli sciolti sulle spalle in morbidi boccoli.
Suo padre era ufficiale di complemento e, anche se la guerra in Italia non era ancora scoppiata, pareva che tutti se l’aspettassero da un momento all’altro. E perciò era meglio che gli ufficiali si trovassero già pronti al loro posto.
E cosa ci avrebbe fatto la signora Virginia, madre di Fiammetta, da sola nella loro casa di Firenze? Meglio tornarsene con la bambina nella villa di campagna dove era cresciuta, custodita e coccolata dalla sua vecchia balia e dal fattore, pronto a correre da lei ogni volta che si presentava un problema pratico.
Era stato per questo che Fiammetta si era trovata a metà dell’anno scolastico catapultata dall’aula della sua monumentale e storica scuola di città all’unico stanzone di quella scuoletta di campagna in mezzo agli alberi.
Però, superate le prime giornate, non si era trovata tanto male. L’atmosfera famigliare e quasi allegra le piaceva. L’unica cosa che l’aveva delusa era il tramonto di una sua segreta speranza. Anche lei era una di quelle scolare a cui la sola idea di dover fare i compiti e ripassare a casa le lezioni faceva venire i dolori allo stomaco. Ma in una scuola di campagna non sarebbe stato certo così! Ecco cosa aveva pensato Fiammetta prima d’incontrare la maestra Luisa. Invece, la nuova insegnante trafiggeva con occhi di fuoco quelli che non avevano ben studiato, e tutti per paura abbassavano la testa sui libri e cercavano di imparare il più possibile, ognuno magari a modo suo.
Ma forse era colpa di quella contadinella sgobbona di nome Mariuccia, che pareva sapere sempre tutto. Che ragazzina insopportabile! Era certo che, con un simile esempio ogni giorno di fronte, la maestra si sentisse autorizzata a pretendere da tutti le poesie a memoria, le date delle battaglie e le capitali di tutte le nazioni d’Europa, e chissà quanto altro!
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2

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LA MAESTRA, in classe, aveva dato un tema: “Il mio migliore amico” e, per le femmine, “La mia migliore amica”.
Mariuccia lo sapeva già. Sia l’Adalgisa che la Ginetta avrebbero parlato di lei. Anche se aveva quel difetto di darsi troppo da fare con lo studio, via, era simpatica lo stesso, pronta com’era a scherzare a ogni minuto. E perciò piaceva alle amiche. Ma Mariuccia come avrebbe potuto scegliere una delle due ragazzine senza offendere l’altra? Ognuna di loro era convinta di essere la sua “vera e unica amica del cuore”.
Era un bel problema e Mariuccia, prima di buttar giù il suo tema, ci pensò così a lungo che la maestra si preoccupò. – Non sei più capace di scrivere? – le chiese brusca.
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Sì che sapeva ancora scrivere. E anche pensare: l’idea giusta le era finalmente arrivata.
Il giorno dopo la maestra Luisa aveva già riportato i compiti corretti con la matita rossa e blu. Dopo averli consegnati, facendo sopra i suoi severi commenti, aveva chiesto ai tre alunni che avevano fatto il compito migliore di leggere il loro tema a voce alta davanti alla classe. E naturalmente fra loro spiccava l’immancabile Mariuccia. Sul suo foglio non c’era nessun segno di matita blu, nessuno, solo qualche virgola aggiunta in rosso.
Ecco, si dicevano l’Adalgisa e la Ginetta, adesso finalmente riusciremo a sapere chi di noi due è la preferita. Ma, quando l’amica contesa cominciò a leggere, rimasero tutte e due a bocca aperta.
– La mia migliore amica… – stava scandendo Mariuccia con tono squillante – …la mia migliore amica ha nome Violetta.
E chi era mai questa Violetta? In classe una con quel nome non c’era, e di sicuro neanche in paese e nelle campagne vicine. Che volesse dire “Fiammetta” e si fosse confusa? Davvero le piaceva quella ragazzina di città? Ma se non le avevano mai viste parlare insieme!
Il mistero durò pochi istanti. Violetta era semplicemente la mucca di casa Sestini e cioè della famiglia di Mariuccia.
Che scherzo stupido! Però a sentir bene non sembrava proprio che fosse uno scherzo. Mariuccia stava raccontando con voce molto seria (leggendo dal tema) del grande amore che la legava alla sua mucca. Era lei che da un po’ di tempo custodiva quel grosso e tranquillo animale, e davvero le piaceva tantissimo quello sguardo buono e placido della sua Violetta. Nessun essere umano aveva uno sguardo simile. Era sicura che lei e la dolce mucca si scambiassero in silenzio attraverso gli occhi i loro segreti.
– Brava, – disse la maestra – il tuo è un lavoro originale e, quello che più conta, molto ben scritto.
– La fai conoscere anche a me la tua Violetta? –. Era Fiammetta che per la prima volta le rivolgeva la parola, ridendo. – Dev’essere proprio simpatica –. Poi aveva aggiunto: – Lo sai che abitiamo vicino?
Certo che Mariuccia lo sapeva, ma la ragazza di città non le aveva mai dato l’occasione di farglielo notare. Mica era come con Violetta che si poteva comunicare con gli occhi…
Dalla casa di Mariuccia alla scuola in paese c’era da camminare una ventina di minuti e solo qualcosa in più se c’era la neve. Bisognava percorrere un viottolo che attraversava il campo e sbucare sulla stradina in leggera discesa che portava in paese, per arrivare poi dritti alla scuola.
La stradina se si prendeva a destra portava al paese, ma se si prendeva a sinistra e in salita, attraverso un boschetto, arrivava subito alla villa di Fiammetta.
E un giorno successe.
Proprio mentre Mariuccia stava facendo i compiti sul tavolone della cucina, ecco comparire davanti a lei, come se fosse la cosa più naturale del mondo, la ragazzina di città, Fiammetta, che con un’aria molto seria le stava dicendo: – Sono venuta a conoscere la tua mucca.
– Sei venuta da sola? – si meravigliò Mariuccia.
– Lo credo bene – rise la ragazzina di città. – Da casa mia ci vogliono dieci minuti. E mia madre mica mi tiene al guinzaglio.
Restarono tanto tempo in compagnia della mucca, fino a che la madre di Mariuccia si preoccupò e le andò a cercare. Le vide sedute per terra sul prato così intente a parlare e parlare che non ebbe cuore d’interromperle.
Quando rientrarono, Fiammetta si fermò a salutare la signora Angela, poi si rivolse ancora a Mariuccia. – A scuola mi accompagna sempre il nostro fattore con il calesse, se ti fai trovare all’imbocco della strada… – stava proponendo con tono incerto, ma la madre di Mariuccia non la lasciò finire. – No, grazie – rispose subito. – I nostri figli sono abituati ad andare a scuola a piedi, e poi certe volte Mariuccia deve portare anche suo fratello piccolo…
Ma erano mesi che Luigino si rifiutava di andare a scuola.

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LA RAGAZZINA DI CITTÀ sempre più di frequente aveva preso l’abitudine di capitare all’improvviso, senza badare all’ora, a casa Sestini. E ogni volta gridava allegramente: – Sono venuta a trovare la mia amica! – ma Mariuccia non ci cascava. Non era lei “l’amica” a cui era dovuta la visita, ma la placida Violetta dai grandi occhi mansueti. Era solo un gioco, però, uno scherzo che facevano tra di loro.
Poi le due ragazzine, le “amiche”, correvano a sedersi sul prato, magari avvolte in uno scialle quando faceva freddo, e chiacchierando fittamente riuscivano a raccontarsi un mucchio di cose. Violetta, sullo sfondo, le guardava con aria da antico saggio e non s’intrometteva mai.
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Quando arrivava troppo presto, Fiammetta trovava la sua compagna di scuola che stava facendo i compiti sul tavolo della cucina. Mariuccia con gesto rapido metteva subito via libri e quaderni mormorando: – Tanto avevo finito –, anche se si capiva benissimo che un compito non può essere finito quando ne è rimasta una riga scritta solo a metà. Verso sera avrebbe completato tutto, diceva fra sé Mariuccia, pensando già alla scrivania che avrebbe ricavato da una sedia.
– Ma non potremmo studiare una volta insieme? – le aveva chiesto un giorno Fiammetta.
– Non c’è posto – aveva biascicato Mariuccia. – A mia madre il tavolo serve per cucinare e anche per stirare.
– Ma è tanto semplice! Vieni tu da me – aveva esclamato Fiammetta con il tono di chi tira fuori una grande trovata.
– Non so, – prendeva tempo Mariuccia – devo chiederlo a mamma.
E, come immaginava, Angela aveva risposto con un secco «no». – Loro sono signori e noi contadini – aveva detto. – Però noi non abbiamo bisogno di bussare alla loro porta, per entrare poi magari da quella di servizio.
– Ce la siamo sempre cavata da soli – aveva aggiunto dopo con più dolcezza, vedendo il viso rattristato di sua figlia. – Non mi piace dover chiedere quando non ci si trova in guai veri.
– Ma non c’è da chiedere niente! Fiammetta mi ha invitato a casa sua per studiare insieme! – aveva gridato Mariuccia.
– E la Contessa? Ti ha invitato anche la Contessa?
La madre di Fiammetta non era proprio “Contessa” ma, si sapeva, Angela chiamava “Conte” o “Contessa” tutte le persone ricche.
Comunque no, la “Contessa” non l’aveva invitata, per il semplice fatto che non conosceva proprio l’amica di sua figlia. Non l’aveva neanche mai vista. Ma questo particolare non interessava Angela, e il “no” era rimasto “no”.
Mariuccia però la “Contessa” la conosceva, nel senso che lei sì, l’aveva vista. Nei giorni in cui Fiammetta non si affacciava per “far visita” a Violetta, era Mariuccia a spingersi di...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Mariuccia, 1915
  5. Valeria, 1944
  6. Giulia e Alina, 2011