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La vita di Adele cambiò radicalmente in un arco di tempo piuttosto breve, poco più di un paio di mesi dalla primavera all’inizio dell’estate. A voler essere ancora più precisi, tra il mese di aprile e i primi giorni di giugno; tutto cominciò infatti che era appena passata Pasqua e quando la vicenda sembrò concludersi mancavano quindici giorni alle elezioni amministrative locali.
Un cambiamento, se così si può chiamare, improvviso, dissero poi tutti coloro che la conoscevano o che pensavano di conoscerla; e soprattutto inspiegabile alla luce di quella che era stata la sua vita fino ad allora. Ma che fosse stata lei l’artefice primaria dei fatti che diedero un nuovo corso alla sua vita non sembravano proprio esserci dubbi. Anche i carabinieri della locale caserma, che, se pure senza troppa convinzione, dovettero aprire delle indagini sul caso, sembravano perplessi. Ma, come ogni donna sa, o perlomeno ogni donna che a un certo punto si ritrova a fare i conti con una realtà che non è più possibile ignorare, i cambiamenti non sono mai qualcosa che ci accade all’improvviso come un temporale d’estate. E anche se assomigliano a un temporale è sempre possibile rintracciarne i segnali, come quando cambia impercettibilmente l’aria, ma così poco che quasi nessuno se ne accorge, solo chi in quel momento per caso si affaccia alla finestra, o chi sta rientrando a casa e affretta il passo pensando: “Sta cambiando l’aria, si sente, gli alberi hanno preso a frusciare in modo diverso, tra poco arriverà un temporale, meglio ritirare i panni stesi, far rientrare i bambini, chiudere le finestre”. Ma, diciamo la verità, sono pochi quelli che si affacciano alla finestra e ascoltano l’aria che fruscia tra le foglie, anche perché avere degli alberi a portata di mano è un privilegio ormai raro; va aggiunto che questi pochi perlopiù sono donne, dato che è a loro che sta a cuore la biancheria stesa ad asciugare, e i bambini che giocano all’aperto, e la pioggia che potrebbe entrare dalle finestre rimaste aperte.
Per questo motivo, per il fatto cioè che soprattutto le donne sanno cogliere i segnali misteriosi delle cose che cambiano proprio negli istanti in cui il cambiamento sta avvenendo, in paese si formarono subito due partiti: quello degli uomini e quello delle donne. Per capire meglio tutta la storia va anche detto che si trattava di un paese piccolo dove tutti si conoscono, dove non accadevano quasi mai fatti clamorosi; un posto a cavallo tra due province e due regioni, in mezzo a una pianura con orizzonti chiusi da montagne, stretto tra consuetudini polverose e ansie di non perdere le tendenze dell’ultima ora, quelle che domani sono già vecchie. Un paese, insomma, uguale a migliaia di altri nel bel mezzo della penisola.
Nel primo partito, quello degli uomini, le opinioni più diffuse si potevano riassumere più o meno così: «Delle donne non ci si può mai fidare, nemmeno di quelle che in apparenza sembrano tranquille e ligie ai propri compiti domestici» (questa era l’opinione prevalente tra gli uomini di una certa età); «va bene, le donne hanno voluto la parità, è giusto, per carità, che vogliano la stessa libertà degli uomini, però, cazzo, che modi, mica si può mandare a rotoli una famiglia per chissà quale grillo le è passato per la testa, e poi quel poveretto del marito, ma cosa mai potrà averle fatto di male per meritare quel trattamento» (opinione prevalente tra i quarantenni); «certo se tutte facessero come Adele sarebbe proprio un bel casino, e che fine fa la famiglia, e i valori, e chi si preoccuperà di tramandare ai figli la ricetta precisa della pasta all’uovo che come la fa mia mamma non c’è nessuno, e ci credo che i maschi sono in crisi e nessuno si vuole più sposare» (questi erano i trentenni, a prescindere dalla loro posizione sociale ed economica).
I maschi più giovani erano perlopiù perplessi e anche un po’ ammirati per quell’insolita e inaspettata capacità di trasgressione; nei gruppetti che si formavano in piazza o all’uscita da scuola si mormorava: «Ma guarda un po’ Adele, chi l’avrebbe mai detto». Però si astenevano dall’esprimere opinioni più precise, come smarriti di fronte a una realtà che sfuggiva alla loro comune esperienza.
Nel partito delle donne, invece, le cose andavano un po’ diversamente, non tanto perché le opinioni fossero molto differenti da quelle espresse dagli uomini, ma perché era diverso il modo di esprimerle. Intanto va detto che loro, se si trovavano ad affrontare il discorso in presenza di uomini, dopo essersi rivolte una rapidissima e impercettibile occhiata prima provavano a cambiare discorso e poi se non ci riuscivano assumevano un’aria un po’ svagata, come se non capissero bene di cosa si stesse parlando e tagliavano corto con frasi generiche, sempre uguali, del tipo: «Eh sì, certo che ne capitano di cose strane; ma come si fa a giudicare senza conoscere con precisione i fatti; ma cosa ne puoi capire tu dei problemi di una donna» (quest’ultima frase di solito serviva a mettere a tacere un uomo che aveva intenzione di tirarla per le lunghe con quella storia); e subito dopo cambiavano discorso, magari parlando di qualcosa che agli uomini presenti stava molto a cuore, tipo la locale squadra di calcio, o la proposta del sindaco per eliminare il transito automobilistico dal corso principale del paese, o l’ultima retata di prostitute extracomunitarie sulla circonvallazione; ma questo era un argomento spinoso, da tirar fuori proprio in casi estremi. Quando invece erano sole, cioè tra donne, i discorsi prendevano un’altra piega e le opinioni erano molto diversificate. Capitava spesso, soprattutto nei primi giorni, che se ne parlasse tra donne: lo facevano le frequentatrici dell’associazione Wanda, che Adele la conoscevano, ma non così tanto come credevano, mormoravano tra loro; il negozio della parrucchiera, neanche a dirlo, era un luogo in cui per un po’ non si parlò d’altro, ma accadeva anche che delle semplici conoscenti si fermassero per strada magari davanti a una vetrina, o nel supermercato, e si chiedessero l’una con l’altra se ci fossero notizie di Adele, e chissà cosa era successo, e secondo me le cose sono andate così e cosà...
C’era chi dichiarava che, qualunque fosse il vero motivo del suo comportamento, Adele era sempre stata una persona responsabile e con la testa sulle spalle e quindi si trattava certo di un motivo validissimo; aveva esagerato? ma no, una bella lezione certe volte è proprio quello che ci vuole; c’era chi invece lamentava il fatto che non si fosse confidata con nessuno, magari con un’amica, visto che sorelle non ne aveva e la sola parente era una zia che abitava in un altro paese lungo la provinciale, e una cognata, certo, c’era anche una cognata, ma non sembrava si frequentassero molto; e chi giurava che nemmeno sotto tortura avrebbe mai svelato a nessuno, nemmeno ai giornalisti di Rai e Mediaset, che si ostinavano a mandare in onda resoconti in diretta dal paese dello scandalo, neanche il più piccolo particolare che potesse metterla in cattiva luce presso l’opinione pubblica. Quando poi il discorso cadeva inevitabilmente su che fine avesse mai fatto l’Adele i toni di voce si abbassavano, quasi un sussurro. Va anche detto che nel giro di quindici giorni del fatto già non si parlava quasi più; altre urgenze incombevano: una madre depressa che aveva gettato dalla finestra il figlioletto perché piangeva troppo, un marito fuori di testa che aveva dato fuoco all’automobile della moglie che voleva lasciarlo, un ragazzo che si era buttato giù dal viadotto perché i genitori non volevano che si facesse un piercing sul sopracciglio, un cane che aveva staccato con un morso il mignolo destro della mano dell’amato padrone, un bandito solitario che aveva assaltato una banca desolatamente povera, un assessore indagato per truffa. Le solite cose. Ma niente, diciamo la verità, che somigliasse neppure lontanamente alla fantasiosa vicenda di Adele.
E lei, quando le capita di parlarne, e le capita abbastanza spesso, inizia a raccontare dai particolari minuti, all’apparenza insignificanti; perché proprio da quelli, dice, ha cominciato a dipanarsi come un gomitolo quella che in poco tempo è diventata la sua nuova esistenza; e dice che nemmeno lei dal principio aveva idea di come sarebbe andata a finire, ma che un mattino aveva cominciato a intuire che le cose non sarebbero più state come prima. Fu quel mattino, un giovedì della settimana dopo Pasqua che cadeva verso la metà di aprile, quando si bloccò la lavatrice pochi secondi dopo aver cominciato a caricare per il prelavaggio; e lei, imprecando a bassa voce, si armò di stracci e in ginocchio sul pavimento del bagno di servizio cominciò ad asciugare l’acqua uscita dal filtro. Poi aprì l’oblò e tirò fuori la biancheria umidiccia stipata nel vano d’acciaio.
Da lì cominciò, da quello che vide. Ma prima bisognerebbe raccontare qualche altra cosa, altrimenti non si capirebbe la sua reazione e i pensieri che le attraversarono la testa in quel momento, come un turbine di vento che spalanca porte e finestre, e angoli in ombra di stanze tranquille e pulite all’improvviso si illuminano svelando la polvere che ristagna in fine lanugine sotto letti e armadi; e basta un attimo perché il vento si porti via tutto quello che un momento prima nemmeno si vedeva. E non si capirebbe la fatica che fece a riordinare quei pensieri dopo che si erano levati in volo vorticosamente e dare loro un senso, almeno provvisorio.
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Che cosa fa sì che la vita di una persona sia proprio quella che è e non un’altra; una diversa, magari migliore o peggiore, ma diversa? Da un po’ di tempo le capitava sempre più spesso di imbattersi in questo pensiero e di perdercisi dentro senza riuscire a proseguire oltre. Ogni tanto qualche passo avanti, ma un po’ a casaccio, come a inoltrarsi in un bosco fitto senza un sentiero da seguire, e ai piedi scarpe poco adatte.
Un giorno mentre stava lavando i piatti le era venuta fuori chissà come questa immagine del bosco e di se stessa che cercava di indovinare un sentiero, ma come capitata lì per caso, calzando un leggero paio di pantofoline inadatte all’impresa, magari proprio quelle di pezza maculate tipo dalmata che porta di solito in casa. Una specie di visione molto nitida, come guardarsi attraverso gli occhi di qualcun altro. Da quella volta si contempla spesso così, mentre cerca di farsi largo coraggiosamente in un bosco pieno di rovi; era un’immagine che le piaceva e che la faceva sentire vagamente eroica.
Quando lava i piatti pensa molto, e quasi sempre sono pensieri utili. Forse perché si tratta di un lavoro così meccanico e abituale, che non richiede concentrazione, e la mente può staccarsi dal corpo e svolazzare qua e là.
Da quanti anni lavava i piatti? Più di trenta, quasi quaranta, aveva calcolato una volta. Allora le bambine imparavano presto quei lavori di casa che le avrebbero accompagnate per sempre lungo tutto l’arco della vita, come una dote, qualunque fosse stata la loro sorte. Se avessero fatto un buon matrimonio, o se avessero lavorato fuori di casa, magari si sarebbero potute permettere anche una donna a ore come aiuto per i lavori faticosi; ma per comandare bisognava saper fare, diceva qualcuna delle donne della sua infanzia, chissà chi, probabilmente sua madre; così, tanto perché non ci si cullasse troppo con fantasie poco adatte a destini comunque segnati, e dagli orizzonti limitati anche nei sogni. Il suo matrimonio era stato abbastanza buono, da un certo punto di vista, ma il lavoro fuori casa, in un laboratorio di maglieria nel paese vicino, l’aveva lasciato subito dopo essersi sposata. Antonio pensava di aver diritto a essere accudito in maniera più consona alla sua condizione di marito in grado di non far mancare niente alla famiglia. Così diceva allora. Peccato, perché quel lavoro le piaceva, cucivano maglie per una famosa marca di abbigliamento, e lì in laboratorio aveva anche molte amiche, quasi tutte ragazze della sua età. Quando qualcuna di loro lasciava il lavoro per sposarsi restavano in contatto per un po’, si incontravano per scambiare due chiacchiere, ma presto la nuova vita con i suoi ritmi prendeva il sopravvento e si finiva per perdersi di vista. Per tornare ai piatti, nei confronti della lavastoviglie Adele aveva sempre coltivato una precisa convinzione: quella che nessuna macchina avrebbe potuto pulire bene come le mani attente di chi sa riconoscere i diversi tipi di sporco, e graduare la temperatura dell’acqua e la quantità di detersivo. Lei avrebbe potuto benissimo lavare i piatti anche se fosse stata cieca; con le mani immerse nell’acqua calda e profumata di detergente al limone (l’unico davvero efficace) sapeva scovare al tatto anche i più impercettibili granelli di grasso lungo i fianchi di un tegame; riconoscere l’opacità di un vetro unto o di un piatto su cui il dito non scorreva via liscio. E mentre le mani lavoravano la testa si incamminava per conto proprio. Davanti agli occhi la parete a piastrelline gialle non la distraeva più di tanto, certo non come avrebbe fatto una finestra aperta sul giardino.
Di solito nei film americani, in quelli vecchi in bianco e nero che le piacevano molto, ma anche in quelli più recenti a colori, le cucine sono tutte così solari, spaziose, con quelle belle finestre aperte sul mondo; ogni volta che le passano davanti agli occhi, in televisione, con quei grandi tavoli e soprattutto le finestre collocate sopra il lavandino con chissà quali paesaggi al di là dei prati di certo curati e fioriti, prova un moto di rimpianto, come per una possibilità di vita che le sia stata sottratta; ma lì non era l’America e il geometra che aveva tirato su la loro casa venticinque anni prima non l’aveva interpellata nemmeno per la disposizione delle stanze, figurarsi se le aveva chiesto su quale parete collocare il lavandino. Del resto non ci sarebbe molto da vedere, nemmeno il giardino è un granché: poco più di un praticello striminzito con qualche aiuola e quattro metri di vialetto in cemento; ai lati del cancello due nani di pietra con il cappello rosso a punta e un sorriso che con gli anni ha finito per somigliare sempre di più a un ghigno beffardo; la cuccia del cane, perlopiù disabitata, addossata al muro sul davanti. Tutto intorno, nella pianura punteggiata di appezzamenti coltivati a patate e barbabietole, case coloniche con serre che si allungano di lato e casette come la sua, villini unifamiliari tutti uguali. Gli stessi recinti di ferro battuto, le cucine con i pensili a persiana in legno di noce e il tavolo in mezzo, i salotti con i divani di pelle (ma il suo era stato rifoderato di recente con un nuovo tessuto a fiori tipo damasco, un po’ più originale, le sembrava), le camere da letto con armadi quattro stagioni e cassettoni, i bagni con i sanitari color crema e i rubinetti di ottone dorato. Case normali, abbastanza comode ma senza nessuna stravaganza. Per gente con poca fantasia, si sorprende a pensare lei qualche volta, quando proprio le prende un’ansia che non sa definire e le fa venire come un languore nelle gambe, e poi la voglia di correre, e scappare chissà dove.
Gesti quotidiani sempre uguali, giravolte dei pensieri. E da un po’ di tempo la domanda: come mai la vita è proprio quella che è, se ci è capitata addosso a un certo punto a nostra insaputa, in un momento di distrazione, o se ci siamo nati già dentro come nella pelle.
Ci racconti la sua storia, signora Adele, ma senza dilungarsi troppo, mi raccomando.
Qualche volta immagina di trovarsi lì, dentro il televisore, e di dover rispondere alle domande di una di quelle conduttrici bionde che si occupano dei problemi degli altri. Ecco, in questo momento risponderebbe che nella sua vita lei ci era nata dentro, fin dall’inizio, e i cambiamenti erano accaduti così, come il compimento di un destino segnato contro il quale non aveva senso agitarsi perché tanto lui fa come vuole. Qualcuno forse, se interrogato sulla sua infanzia, magari una maestra, la ricorderebbe a stento e poi parlerebbe di lei come di una bambina di poche parole e di modeste curiosità, qualcuno forse la ricorderebbe come una ragazzina informe piuttosto magra, né bella né brutta, con i capelli color castagna dai bei riflessi, questo sì, ma niente di più. Era cresciuta quasi in silenzio in una casa contadina, dove i fratelli più grandi alternavano i lavori sulla terra con qualche mesata sotto padrone e nel periodo invernale partivano all’alba per qualcuna delle piccole fabbriche che lì intorno venivano su come funghi.
Quietamente era transitata dall’infanzia all’adolescenza. Solo qualche trasalimento del corpo, in lontani pomeriggi d’estate e di gran caldo, questo dovrebbe ricordarselo, ma cerca di non pensarci mai, perché certe cose, quando sono passate, è bene che restino assopite, come le bisce che d’estate dormono sotto i sassi e se si sollevano con imprudenza ne salta fuori qualcuna, che se anche non è velenosa è pur sempre un bello spavento. Insomma, una vita di quelle che viste dal di fuori le diresti senza segreti, trasparenti come l’acqua.
Va bene, ma non divaghi, signora Adele. Ci racconti magari come ha conosciuto suo marito, e come mai si è ridotta così; mi scusi, volevo dire che mi sembra un po’ trasandata e forse anche un po’ ingrassata rispetto a quando era ragazza; ma perché non si iscrive a qualche palestra del suo paese, a un corso di ballo latino-americano, via, ma non lo sa che la vita comincia a quarant’anni?
A quel punto tutti si sarebbero messi a ridere, anche la bionda conduttrice magra e cattiva che finge di essere buona; forse Adele si sarebbe messa a piangere, da un po’ di tempo le capita spesso; no, cancelliamo la seconda parte della domanda. E poi, se davvero la vita comincia a quarant’anni, anche questa volta era successo senza che lei se ne accorgesse, e di anni ne erano già passati sei da quel momento di svolta.
«Ecco, è andata così, ma guardi che non c’è mica tanto da raccontare: dopo due anni di scuole professionali ho lasciato perdere la scuola... anche se un sogno segreto ce l’avevo...»
«Un sogno segreto? Ma ce lo sveli, forza, scommetto che voleva diventare un’attrice, o magari una ballerina, o la fidanzata di un calciatore famoso, escluderei una velina, ai suoi tempi non erano ancora di moda.»
«No, non ha indovinato,» avrebbe risposto Adele arrossendo leggermente; «io avevo un altro sogno, avrei voluto diventare una grande chef, studiare da cuoca in una di quelle scuole dove si impara proprio tutto quanto c’è da imparare, quelle cose raffinate che si preparano nei grandi ristoranti... che si vedono sulle riviste di cucina...»
E sì, questo era stato il sogno segreto che non aveva mai confidato a nessuno, tranne che alla zia Clelia, la sorella più giovane di sua madre, a cui Adele da ragazza raccontava sempre tutto. Tra zia e nipote c’erano appena quattordici anni di differenza, e molte affinità. Una zia inconsueta, che da un giorno all’altro se ne era andata a vivere da sola in un paese a una cinquantina di chilometri di distanza, e aveva aperto una trattoria sulla provinciale che in pochi anni aveva fatto fortuna. I primi tempi Adele andava a trovarla spesso, e lei il sogno della nipote l’aveva capito subito; chissà, forse era anche l’esempio di quella zia indipendente a stimolarle la fantasia. Il giorno che gliene aveva parlato per la prima volta Clelia l’aveva abbracciata ridendo allegramente e le aveva proposto di fare una prova durante l’estate, tanto per vedere come se la sarebbe cavata. Poi avrebbe deciso. Ma si sa, spesso il destino vuole essere acciuffato per la coda, altrimenti scappa via e nemmeno ce ne accorgiamo; Adele un tentativo l’aveva fatto per afferrarlo, ma non era stata fortunata. O forse doveva proprio andare così come era andata. In poco tempo tutto accadde molto in fretta: la scuola interrotta, il lavoro nel laboratorio di maglieria per alcuni anni che lei ricorda come un periodo felice, poi l’incontro con Antonio, il fidanzamento. E così era diventata una donna di casa e aveva imparato a fare tutto ciò che va fatto, con impegno e senso del dovere. Ma la cucina, quella importante e raffinata, non l’aveva mai dimenticata, anche se si limitava a comprare riviste in carta patinata e qualche libro in edicola.
Antonio, suo marito, l’aveva conosciuto una domenica pomeriggio di novembre, con una nebbia tanto fitta che si erano scontrati sulla piazza con le biciclette e lei aveva perso l’equilibrio cadendogli addosso. Una fatalità che l’aveva molto impressionata, come un segno del destino, che più tardi però aveva cominciato a interrogare con nuove incertezze. Se per esempio quel giorno non ci fosse stata nebbia fitta, si sarebbero incontrati ugualmente? Già l’idea di incontrarsi a causa della nebbia è un particolare equivoco, a pensarci ora. E si sarebbero mai trovati così vicini da non potersi proprio evitare se non fossero rotolati uno sull’altro con le biciclette? Adele se lo è chiesto spesso, ma non ha mai saputo trovare una risposta utile. Lui allora era proprio un bravo ragazzo, aveva un’officina meccanica vicino allo svincolo dell’autostrada che andava piuttosto bene, e che, in seguito, sarebbe diventata un’importante rivendita di automobili usate, e poi in anni più recenti una concessionaria di automobili giapponesi. Dopo un anno di fidanzamento si erano sposati.
Perché dice allora? Forse perché oggi ha cambiato opinione su di lui?
Nemmeno questa domanda va bene, il discorso si farebbe difficile; cancellare. Tutto qui, insomma. La sua vita stava tutta chiusa in una mano, come un pugno di terra, e se la apri devi stare attenta che non ti scivoli via. A questo pensiero di solito le si inumidiscono gli occhi. Le capita sempre più spesso di piangere per delle sciocchezze. Forse dipende dalla menopausa che sta arrivando, pensa qualche volta per dare un senso concreto al suo stato d’animo. Quando le succede, quasi tutti i giorni, si infila nel bagno e lascia che l’acqua fredda le scorra sulle mani per qualche secondo e poi si tampona gli occhi e le guance arrossate, più volte, e solo allora alza lo sguardo allo specchio. Non le piace specchiarsi; avvicina il viso fino a sfiorare la superficie che si appanna subito e così è costretta ad allontanarsi un po’. Ecco, a questa distanza le rughe ai lati della bocca si vedono appena, e anche il contorno delle labbra appare compatto. Ma non è così, e lo sa. Non che le importi molto; non è mai stata bella e la cosa non ha mai rappresentato un problema. Non fino a poco tempo fa. Quel giorno stava cercando qualcosa in fondo a un baule, forse delle tende da riutilizzare di nuovo, e aveva ritrovato una scatola di cartone piena di vecchie fotografie. Non bisognerebbe mai mettersi a guardarle, le vecchie fotografie, soprattutto se si è inclini alla malinconia e in casa c’è silenzio mentre fuori piove. Quel giorno pioveva, una pioggia grigia che faceva pensare più all’autunno che alla primavera. Inginocchiata davanti al baule spalancato, aveva cominciato a pescare a caso dentro la scatola sparpagliando il contenuto sul pavimento del corridoio. Erano così comparsi gruppi di bambini nel cortile di casa, la magra con la frangetta sugli occhi deve essere lei, ma chissà chi era il fotografo, si domanda Adele muovendo le mani in mezzo alla carta opaca in bianco e nero senza ancora avvertire il pericolo. E poi ecco i suoi fratelli spavaldi al luna park, e pranzi di nozze all’aperto e battesimi di bambini sconosciuti, la madre con il vestito della festa sulla piazza de...