Fuga dalla follia
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Fuga dalla follia

  1. 368 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Fuga dalla follia

Informazioni su questo libro

Il dolore è come qualcosa di carnivoro. Si alimenta ogni giorno e finisce per inghiottire qualunque altra emozione. Lo sa bene Trevor Stone, magnate multimiliardario devastato da un cancro molto più atroce di quello che ha corrotto il suo corpo. La splendida figlia, Desiree, è scomparsa da quattro settimane. L'ultima volta è stata vista in un centro di supporto psicologico, al quale forse si era rivolta nel tentativo di superare l'immenso dolore per la perdita della madre, morta in un drammatico incidente. In un gesto estremo, Stone fa rapire i detective Pat Kenzie e Angie Gennaro: vuole i migliori sulla piazza. Non può permettersi altri errori, specie da quando l'investigatore che era sulle tracce della giovane donna è svanito anche lui nel nulla. Pat e Angie iniziano le ricerche, ma con il procedere delle indagini si profila una realtà via via più complicata e oscura, e le domande si accavallano. Nulla è come sembra e i colpi di scena sono in agguato. L'unica a poter fare luce sulla verità è Desiree, la cui ombra guida i due detective tra le strade di Boston e della California. Sempre che la ragazza sia ancora viva.

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Informazioni

Print ISBN
9788856620917
eBook ISBN
9788858505038
PARTE PRIMA

LIBERARSI DAL DOLORE

1

Un consiglio: se vi capita di pedinare qualcuno nel mio quartiere, non mettetevi niente di rosa.
Il primo giorno che io e Angie ci accorgemmo del tipetto grassoccio che ci stava alle calcagna, portava una camicia rosa sotto un abito grigio e un cappotto nero. Il vestito era doppiopetto, italiano, e troppo, troppo costoso per quella parte della città. Il cappotto era di cachemire.
Quelli del mio quartiere se lo sarebbero anche potuto permettere, il cachemire, solo che di solito spendevano già così tanto per il nastro isolante per tenere attaccate le marmitte delle loro Chevy dell’82 che poi gli rimanevano soltanto i soldi per la vacanza ad Aruba.
Il secondo giorno il tipetto grassoccio sostituì la camicia rosa con una bianca, più discreta, e lasciò perdere il cachemire e l’abito italiano, ma con quel cappello spiccava ugualmente come Michael Jackson in un asilo. Nel mio quartiere, o in uno qualsiasi dei quartieri periferici di Boston che conosco, nessuno porta niente in testa che non sia un berretto da baseball o, al massimo, uno scally di tweed. E il nostro amico, il pupazzetto Weeble, come iniziammo a chiamarlo noi, portava una bombetta. Intendiamoci, una bella bombetta, ma pur sempre una bombetta.
«Potrebbe essere un alieno» disse Angie.
Guardai fuori dalla vetrina dell’Avenue Coffee Shop. La testa del Weeble ebbe un sobbalzo e poi si piegò per gingillarsi con le stringhe delle scarpe.
«Un alieno» dissi. «Proveniente da dove, esattamente? Dalla Francia?»
Lei mi guardò accigliata e spalmò della crema di formaggio su un bagel alla cipolla talmente forte che mi lacrimarono gli occhi soltanto a guardarlo. «No, stupido. Dal futuro. Hai mai visto quel vecchio episodio di Star Trek in cui Kirk e Spock finiscono sulla terra negli anni Trenta ritrovandosi disperatamente spaesati?»
«Odio Star Trek
«Però il concetto ce l’hai presente.»
Annuii, e sbadigliai. Il Weeble stava studiando un palo del telefono come se non ne avesse mai visto uno prima. Forse Angie aveva ragione.
«Come fa a non piacerti Star Trek?» chiese Angie.
«Facile. Lo guardo, mi fa schifo e spengo la tele.»
«Anche Next Generation
«E sarebbe?» dissi.
«Scommetto che quando sei nato tuo padre ti ha preso in braccio e ti ha portato da tua madre dicendole, “Amore, guarda, hai appena partorito un vecchietto bisbetico”» fece lei.
«Cosa vorresti dire?»
Il terzo giorno decidemmo di divertirci un po’. Quando la mattina ci alzammo e uscimmo da casa mia, Angie si diresse a nord e io a sud.
E il Weeble la seguì.
Alle mie costole, invece, si piazzò Lurch, quello della Famiglia Addams. Non l’avevo mai visto, e forse non mi sarei neppure accorto di lui, se non fosse stato per il Weeble.
Prima di uscire di casa andai a rovistare in uno scatolone pieno di roba estiva e trovai un paio di occhiali da sole che uso quando il tempo è sufficientemente bello per andare in bicicletta. Gli occhiali hanno un piccolo specchietto attaccato al lato sinistro della montatura, che può essere ripiegato in alto e all’infuori, così uno può vedere dietro di sé. Non era certo una di quelle figate alla James Bond, però funzionava e per ottenerlo non dovevo flirtare con miss Moneypenny. Era un occhio dietro la testa, e scommetto anche di essere stato il primo ragazzino del mio isolato ad averne uno.
Vidi Lurch quando mi fermai bruscamente all’ingresso di Patty’s Pantry per prendermi una tazza di caffè. Presi a scrutare la porta come se ci fosse attaccato un menu, piegai all’infuori lo specchietto e ruotai la testa fino a quando dall’altra parte del viale, vicino alla farmacia di Pat Jay, non notai il tizio che assomigliava a un impresario di pompe funebri. Se ne stava là a braccia conserte sul torace da passerotto e mi osservava tranquillo. Sulle guance infossate c’erano rughe scavate, e la punta dei capelli arrivava a metà della fronte.
Dentro da Patty’s ripiegai lo specchietto contro la montatura e ordinai il mio caffè.
«Cos’è, Patrick, sei diventato improvvisamente cieco?»
Alzai gli occhi su Johnny Deegan, che mi stava versando la panna nel caffè. «Cosa?»
«Quegli occhiali» mi disse. «Cioè, siamo neanche a metà marzo e nessuno vede il sole dal Giorno del Ringraziamento. Sei diventato cieco o stai cercando di farti un look da figo?»
«Sto solo cercando di farmi un look da figo.»
Mi passò la tazza del caffè facendola scivolare sul bancone e prese i soldi.
«Non funziona» disse.
Fuori, sul viale, osservai Lurch mentre si spazzolava dal ginocchio i pelucchi e si piegava per allacciarsi le scarpe, proprio come aveva fatto il Weeble il giorno prima.
Mi tolsi gli occhiali pensando a Johnny Deegan. Bond era un figo, certo, ma non ha mai dovuto entrare da Patty’s Pantry. Che diavolo, provate a ordinare un vodka martini in questo quartiere. Mescolato o agitato, vi ritrovate lo stesso immediatamente col culo fuori dal locale.
Attraversai il viale mentre Lurch era ancora tutto concentrato sui lacci della scarpa.
«Salve» dissi io.
Si raddrizzò, si guardò in giro come se qualcuno lo avesse chiamato in fondo all’isolato.
«Salve» dissi di nuovo tendendogli la mano.
La guardò e poi riprese a osservare il viale.
«Già come pedinatore non sei un gran che, ma vedo che anche quanto a convenevoli siamo messi male.»
Girò la testa con la stessa velocità della terra sul proprio asse fino a che i suoi occhi tondi e scuri incontrarono i miei. E dovette pure abbassarli, mentre l’ombra della sua testa scheletrica mi ricopriva la faccia e si allargava sulle mie spalle. E sì che non sono mica un piccoletto.
«Ci conosciamo, signore?» Ebbi l’impressione che la sua voce dovesse rientrare dentro la bara da un momento all’altro.
«Certo che ci conosciamo» dissi io. «Tu sei Lurch.» Feci correre gli occhi su e giù per il viale. «E dov’è il Cugino It, caro Lurch?»
«Non è per niente spiritoso, signore.»
Sollevai la tazza di caffè. «Aspetta che abbia mandato giù un po’ di caffeina, caro il mio Lurch, e poi vedi come ti faccio smammare.»
Mi sorrise, e dal basso vidi le rughe sulle guance trasformarsi in canyon. «Dovrebbe essere meno prevedibile, signor Kenzie.»
«E come mai, Lurch?»
Da una gru mi arrivò addosso un palo di cemento che mi centrò in pieno le reni, poi qualcosa dotato di denti aguzzi mi azzannò la pelle sul lato destro del collo, e Lurch sbandò oltre il mio campo visivo mentre il marciapiede decollava per conto suo e ruzzolava verso il mio orecchio.
«Signor Kenzie, belli quegli occhiali da sole» disse il Weeble mentre vidi ondeggiare davanti a me la sua faccia gommosa. «Davvero un tocco di classe.»
«Molto high-tech» disse Lurch.
Qualcuno rise, qualcun altro mise in moto il motore di un’auto, e io mi sentii molto stupido.
Q sarebbe inorridito.
«Mi fa male la testa» disse Angie.
Era seduta di fianco a me su un divano di pelle nera, e anche lei aveva le mani legate dietro la schiena.
«Lei come sta, signor Kenzie?» chiese una voce. «Come va la sua testa?»
«Shakerata» dissi. «Ma ancora sotto controllo.»
Mi girai in direzione della voce, e i miei occhi incontrarono soltanto una luce gialla e forte bordata di marrone chiaro. Sbattei le palpebre, e sentii la stanza scivolare un po’ sotto di me.
«Mi dispiace per i sonniferi» disse la voce. «Se ci fosse stata un’altra maniera…»
«Nessun rimorso, signore» disse la voce che riconobbi come quella di Lurch. «Non c’era altro modo.»
«Julian, la prego, dia alla signora Gennaro e al signor Kenzie delle aspirine.» La voce sospirò, dietro la forte luce gialla. «E li sleghi, per favore.»
«E se si muovono?» disse la voce del Weeble.
«Faccia in modo che non succeda, signor Clifton.»
«Sì, signore. Con molto piacere.»
«Mi chiamo Trevor Stone» disse l’uomo dietro la luce. «Vi dice qualcosa?»
Mi strofinai i segni rossi sui polsi.
Angie si strofinò i suoi e inspirò qualche boccata di ossigeno in quello che con tutta probabilità doveva essere lo studio di Trevor Stone.
«Vi ho fatto una domanda.»
Guardai la luce gialla. «Sì, l’ho sentita!» Mi voltai verso Angie. «Come stai?»
«Mi fanno male i polsi, e anche la testa.»
«Per il resto?»
«Direi che in generale sono di pessimo umore.»
Rivolsi di nuovo gli occhi alla luce. «Siamo di pessimo umore.»
«Lo immaginavo.»
«Vaffanculo» dissi io.
«Spiritoso» disse Trevor Stone dietro la luce; il Weeble e Lurch ridacchiarono piano.
«Signor Kenzie, signora Gennaro,» disse Trevor Stone «posso promettervi che non ho alcuna intenzione di farvi del male. Potrei anche farlo, ma non voglio arrivare a tanto. Ho bisogno del vostro aiuto.»
«Ah, be’…»
Mi alzai vacillando, e sentii Angie che di fianco a me stava facendo la stessa cosa.
«Se uno di questi due cretini potesse riportarci a casa…» disse Angie.
Le afferrai la mano mentre le mie gambe tornarono barcollando verso il divano, e la stanza si piegò un po’ troppo a destra. Lurch premette l’indice contro il mio torace talmente adagio che me ne accorsi appena, ma io e Angie ricademmo sul divano.
“Ancora cinque minuti e ci riproviamo” dissi alle mie...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Fuga dalla follia
  4. PARTE PRIMA. LIBERARSI DAL DOLORE
  5. PARTE SECONDA. A SUD DEL CONFINE
  6. PARTE TERZA. A PROVA DI ERRORE
  7. Epilogo
  8. Ringraziamenti
  9. Copyright