L'ultimo lupo
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L'ultimo lupo

  1. 152 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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L'ultimo lupo

Informazioni su questo libro

Enzo è un ragazzo senza interessi e senza desideri, che pensa di non avere nulla da imparare dal vecchio zio. Due giorni con lui però cambiano completamente le sue prospettive. Enzo sa che non avrà mai più occasione di rivedere lo zio, ma sa anche che quello è stato l'incontro più importante della sua vita.

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Informazioni

Print ISBN
9788856625967
eBook ISBN
9788858506196

Parte Terza

Il bosco

1

IL BOSCO aveva atteso per secoli quel giorno. Un tempo lontano, esso ricopriva non solo le montagne, ma la valle intera, e la grande pianura che scendeva verso il fiume. Era tutto una immensa foresta, v’erano soltanto alberi, prima che gli uomini venissero e con le loro scuri cominciassero ad abbatterli, per ricavare terreno da coltivare e sul quale costruire capanne e recinti. Per ritrovarsi avevano tracciato piste e sentieri nel bosco; con il passare del tempo, a soddisfare il loro crescente bisogno di terreno, lo avevano ricacciato sempre più indietro, sempre più lontano e più in alto, conservandone solo quanto bastava al loro bisogno di legname e di selvaggina. Campi, case e fattorie, dapprima, poi paesi e città e fabbriche avevano preso il posto degli alberi.
Qualcuno avrebbe potuto dire che il bosco e l’uomo erano amici, ma sarebbe stata una bugia. Come l’uomo non aveva pietà degli alberi, che abbatteva quando voleva, così il bosco non aveva pietà per il bambino che, imprudentemente allontanatosi dalla capanna, aveva perduto la strada; e nemmeno dell’uomo che s’era fatto sorprendere dalla nevicata o dal temporale, e che aveva cercato invano rifugio sotto i rami. Non importava: era un dare e un avere. Un tempo, con le sue castagne, il bosco aveva fornito da mangiare: un cibo, umile, sì, che però aveva salvato delle vite umane, nei momenti di carestia; da parte sua l’uomo, pur sfruttando il bosco, lo aveva almeno aiutato. Quando un albero cadeva, colpito dal fulmine o sotto il peso della neve o rinsecchito dagli anni, ecco l’uomo farlo a pezzi con le sue scuri, liberando così il terreno e i giovani virgulti schiacciati dal tronco. Quando dopo un temporale la terra franando soffocava la sorgente, l’uomo la ripuliva, la proteggeva con pietre ben disposte, prosciugava lo stagno o la palude che s’erano formati. Se nell’estate assolata il bosco prendeva fuoco, l’uomo accorreva e cercava di domare le fiamme. In autunno, donne e bambini delle frazioni e dei paesi si spargevano nei boschi, a raccogliere i rami secchi caduti per terra, per fornire i camini e le stufe nell’inverno, e in tal modo ripulivano il terreno, che concimato dalle foglie morte avrebbe dato erba e piante nuove.
Così era stato per secoli. Ma ora qualcosa era cambiato. Gli uomini s’erano accorti di non aver più bisogno di terreno, di non aver più bisogno del bosco, e l’avevano gradualmente abbandonato. I sentieri che l’attraversavano non erano stati più percorsi. Nessuno più aveva raccolto i rami caduti a terra dopo una notte di temporale. Nessuno più aveva abbattuto gli alberi morti: e quando essi cadevano, nessuno più s’era preoccupato di farli a pezzi, in modo che restavano dov’erano, a soffocare teneri germogli, a interrompere il corso d’un ruscello. Così qua e là era tornata la palude e la calda aria estiva aveva ripreso a risuonare del ronzio delle zanzare. Anche di legname c’era meno bisogno, perché gli uomini s’erano dati altre materie per i loro lavori. Molti alberi vennero lasciati vivere, ma non per rispetto alla loro bellezza, alla loro età, al servizio che rendevano tenendo l’aria pulita e la terra soffice, ma solo perché non servivano.
Non solo questo. L’uomo aveva abbandonato anche i casolari e i villaggi che s’era costruito nel bosco e a ridosso di esso; andandosene da quei luoghi ove aveva vissuto per secoli, s’era chiesto: «Ma come è possibile vivere qui?».
Ora che l’uomo se n’era andato, il bosco aveva preso la sua attesa rivincita. Aveva, prima di tutto, cancellato piste e sentieri, rinchiudendosi nel suo mistero. Di quelle piccole strade un tempo frequentate da uomini e da asini curvi sotto il carico, erano rimaste soltanto delle incerte tracce, seguite appena dai rari cacciatori e dagli ancor più rari escursionisti. La frana aveva interrato la sorgente, i rovi infestanti avevano avviluppato le giovani piante impedendo loro di crescere. L’erba aveva invaso le strade e seguendole era arrivata fino ai paesi abbandonati, dove s’era incontrata con altra erba, quella delle verdure inselvatichite e traboccanti dagli orti e dai giardini, e insieme con esse aveva preso d’assalto le case. Portata dal vento e dalla pioggia, sui tetti s’era depositata un po’ di terra: ciuffi d’erba erano cresciuti tra le tegole, qua e là spostandone qualcuna, e quando una tegola si sposta, si sa, l’acqua filtra, intride ed attacca le travi, il tetto comincia lentamente a cedere. È il principio della fine.
Ma il bosco non è solo piante ed erba, è fatto anche dagli animali che lo abitano. La selvaggina sopravvissuta agli uomini s’era moltiplicata. Era tornato a farsi udire il grido dello sparviero che atterriva uccellini, topi e bisce; le bestie che a lungo s’erano tenute negli angoli più segreti ed inaccessibili, erano discese sempre meno timidamente a valle; e se non c’erano più pollai da saccheggiare, le volpi potevano cacciare gli indifesi conigli selvatici. Le vipere avevano lasciato i loro rifugi, e in cerca di topolini, passeri e talpe avevano ripreso i campi abbandonati giungendo fino alle case, dove erano entrate strisciando attraverso le soglie crollanti. I pochi cacciatori che, in qualche stagione dell’anno, s’avventuravano nei boschi, trovavano sempre più di frequente tracce di animali che tutti credevano scomparsi: faine, donnole, cinghiali. Sui monti più alti, dove il bosco non giungeva, erano riapparsi i cavalli.

2

ECCO. Quella è la casa dello zio.
Il babbo rallentò. Ed Enzo provò una stretta al cuore. Per tutta l’ultima parte del viaggio aveva, in silenzio, cercato di contrastare l’ansia che cercava di prenderlo: «Eh, via» si diceva «non sarà poi un disastro, stare un giorno con quel vecchio! Non abiterà mica in una grotta: mi metterò nella mia stanzetta e aspetterò il babbo con i suoi amici... E poi, lo zio Mario non sarà mica un selvaggio. Pecoraio, sì, ma è pur sempre lo zio, il fratello del nonno; è scappato dalla casa di riposo, ma non è mica evaso dalla prigione, e Fonterossa sarà una frazione fantasma, ma come ci vive lo zio Mario, ci potrò vivere anch’io, no?».
Così s’era detto tentando di darsi coraggio. Ma quando aveva visto le case cadenti (qualcuna, anzi, già crollata) della frazione, quando il fuoristrada, sobbalzando per la stradina piena di buche e di macerie era passato davanti alla chiesa dai muri scrostati, quando aveva attraversato uno spiazzo con l’erba alta mezzo metro, quando infine era apparsa la casa della zio Mario, il coraggio era scomparso, lasciando posto a una specie di smarrimento, di voglia di fuga.
– ...abita là? – chiese in un soffio.
– Sì.
– Ma come fa?
Come era possibile abitare in quella baracca assediata dalle erbacce, in quella casupola che pareva dovesse sfasciarsi da un momento all’altro? Come poteva vivere, un uomo, tra quelle mura di pietre e mattoni sconnessi e macchiati da ciuffi d’erba? Che luce poteva entrare, da quelle finestrelle cui pochi vetri erano rimasti, e che erano protette da pezzi di legno o di cartone? Chi poteva entrare ed uscire, da quella porta bassa e storta, con quei gradini a sghimbescio e incrostati di fango? In un punto, sotto il suo stesso peso, il tetto s’era abbassato fino a sì e no un metro da terra: e se fosse crollato mentre lui, Enzo, stava dormendo?
– Abita qui, papà?
– Ehi, sei sordo?
Il babbo scese dal fuoristrada e andando verso la casa chiamò: – Mario! – e aggiunse – Zio Mario! Sono Giovanni!
Nulla. Immobile sul sedile, Enzo guardava quella porta chiusa; e gli tremava dentro la speranza che lo zio fosse, in qualche modo, assente; fosse andato via, insomma: anziché lasciarlo là, il babbo l’avrebbe condotto in paese, ci doveva pur essere un albergo, no? Questo pensiero gli ridiede un po’ di coraggio: «Ecco», pensò, «dirò a papà che mi porti in paese, lo aspetterò là... ».
– Mario! Sei in casa?
Il babbo aveva chiamato battendo alla porta.
Nulla. Enzo si tese in avanti a guardare. Forse lo zio se ne era davvero andato.
– Chi è?...
Silenzio. La voce era giunta da dentro la casa, una voce roca, forte, quasi minacciosa, quasi cattiva. Enzo non si mosse, a una a una guardando le finestre, e ancora trattenendo il respiro, in attesa che lo zio s’affacciasse...
Nulla.
– Sono io, zio. Sono Giovanni.
Dopo un attimo, quella voce: – Cosa vuoi?
– Avrei da parlarti. Apri. Sono qui con mio figlio.
– Cosa vuoi?
– Parlarti, ti dico! – rispose un po’ stizzito il babbo.
– Non ho niente da dirti! Lasciatemi stare! Non mi muovo, da qui!
Enzo guardava e ascoltava quasi senza respirare. Il babbo allargò le braccia e disse ad alta voce: – Zio, non metterti in mente delle cose. Non sono venuto per quello che pensi. Nessuno ti vuol portar via di qui. Ci sei tornato e ci stai, capito? Su, apri.
Silenzio ancora. Poi venne il rumore d’un catenaccio tirato; la porta si socchiuse, Enzo guardò, non vide nessuno. Sentì quella voce dire, più bassa, ora: – Cos’hai da dirmi?
– Zio, apri. Parlo sul serio. Non ci sono trucchi.
– Cos’hai da dirmi?
– Caccia.
A questa parola, detta dal babbo come una formula magica, la porta si schiuse ancora un po’:
– Caccia grossa, zio. Ho i fucili sulla macchina. Ma ci servi tu.
La porta s’aprì ed Enzo vide lo zio.
Era alto, lo si vedeva bene, anche se stava curvo, ora, sulla soglia della bassa porticina; magrissimo, capelli bianchi e arruffati, braccia molto lunghe, grosse mani strette a pugno; vestiva un vecchio abito che era stato nero, chissà quando, e calzava grosse scarpe slabbrate. Guardò il babbo, poi si volse al fuoristrada: Enzo ebbe l’impressione d’esser stato scoperto, sorpreso mentre cercava di nascondersi e provò un nuovo tuffo al cuore. Lo zio aveva un volto scavato, lungo, secco, occhi attenti e cauti. Guardò per un istante, poi tornò al babbo:
– Come sarebbe, caccia? – disse.
– Fammi entrare, e ne parliamo. Te lo giuro – e il babbo posò la sua mano su una spalla dello zio – sono qui per quello. Non vedi, c’è solo mio figlio, là.
Lo zio tornò a guardare: – È tuo figlio, quello? – chiese.
– Sì, Enzo.
– Mio nipote?
– Sì. Enzo, vieni!
Oh Dio, il babbo l’aveva chiamato. Con l’ultima speranza che svaniva, il ragazzo scese dalla macchina e andò verso la casa. Non riusciva a pensare assolutamente a nulla. Lo zio teneva gli occhi fissi su di lui; non sorrise quando Enzo gli fu vicino e mormorò timidamente: – ...buongiorno. Si limitò a stringersi brevemente nelle spalle e a dire a mezzabocca: – Sì, t’assomiglia. Va bene – e fece un passo indietro – venite dentro.
– Prendo qualcosa da bere – rispose il babbo.
E così, c’era ancora gente come quella. Nella stanzuccia piena d’ombra, seduto sulla vecchia panca messa contro la parete, incapace quasi e timoroso di muoversi, Enzo guardava sottecchi lo zio che aveva preso posto a quella tavola inzaccherata, segnata dalle vecchie e tonde tracce di bicchieri e bottiglie. Su di essa, il babbo aveva posto una bottiglia di vino, una di grappa e bianchi bicchieri di plastica.
C’era gente come quella. Che puzzava, cioè; e che non si lavava le mani. Che non si radeva: sulle guance, lo zio aveva grigi peli alti mezzo centimetro. Gente con pelle rugosa e raggrinzita; con un collo così, lungo, magro, rossastro, più da bestia che da uomo...
Fu un pensiero, questo, di cui Enzo si pentì subito e che gli fece male. Abbassò gli occhi. Si sforzò di non pensare a nulla, e ascoltare quello che il babbo diceva, riempiendo i bicchieri.
– ...Lupi, zio. Nel bosco sono tornati i lupi. Guarda – e il babbo mise sul tavolo alcune fotografie – guarda qua. Le hanno prese dall’elicottero.
– Che roba sarebbe? – rimandò lo zio dopo un’occhiata.
– Non lo vedi? Non è un lupo, quello?
Lo zio trasse dal taschino della giubba gli occhiali, li inforcò adagio e guardò a lungo, prima di mormorare: – E come si fa a dire che è un lupo?
– Lo dice, zio, gente che se ne intende. Dicono che una bestia così non può che essere un lupo. Guarda quest’altra foto.
– Magari è un cane. Ce ne sono, di randagi. E sono anche pericolosi.
– Macché cane! – e il babbo rimise le foto nella busta. – È un lupo. Sono tornati i lupi, nella valle.
– Chi vuoi che sia tornato! Se ne sono andati tutti, di qui.
– C’è un lupo, zio. È certo. L’elicottero...
– Sì, girano degli elicotteri, di tanto in tanto, chissà che gusto ci trovano. Se ci fosse un lupo, lo saprei. So tutto quello che c’è nei boschi, io.
Il babbo sorrise, scosse la testa e trasse un sospiro: – Zio – fece dopo un sorso di vino – tu sapevi tutto. Adesso, guarda, c’è chi lo sa meglio di te.
– Ah sì? E chi sarebbe?
– Quelli del Comitato regionale. Se dicono che il lupo c’è, vuol dire che c’è.
Lo zio tacque, portò il bicchiere alle labbra, ed Enzo vide che gli tremava un po’ la mano.
– E che cosa gli importa, del lupo, a quelli del Comitato regionale?
Un sorriso appena accennato, un alzarsi di spalle, e il babbo rispose: – Gliene importa e come. Qui c’erano i lupi, un tempo, dicono; è giusto che siano tornati.
Lo zio alzò il bicchiere di plastica, si fermò, brontolò qualcosa, allungò il braccio magro, prese un bicchiere di vetro opaco e bisunto: – Riempi qui! – ordinò; chiese sgarbato: – E tu saresti di quel Comitato?
– Ti sembro il tipo? Secondo me, quella è gente che complica la vita. No, non sono del Comitato.
– E allora?
– E allora – fece dopo un po’ il babbo – abbiamo un amico che ha saputo la cosa... Quelli del Comitato vogliono tenerla segreta, ma noi...
– Ah, avete una spia.
– ...ma sì, se vuoi – e il babbo sorrise – diciamo che abbiamo una spia. Insomma, ci siamo messi in testa di prendere il lupo, prima che la cosa vada sui giornali, che si facciano leggi, divieti eccetera. Secondo noi – aggiunse in fretta, vedendo che lo zio stava per parlare – la natura ha delle sue leggi che vanno rispettate. La volpe caccia i conigli, il lupo caccia la volpe, l’uomo caccia il lupo. È sempre stato così. Questa è la nostra filosofia.
Domandò con una smorfia lo zio: – La vostra che? – e il babbo fece un cenno, come a dirgli di lasciar perdere: – Insomma, la vediamo così. Tu che sei stato un gran cacciatore, queste cose le capisci, no?
– Volet...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. VENT’ANNI CON IL BATTELLO A VAPORE
  3. Frontespizio
  4. Colophon
  5. Parte Prima: - Il vecchio
  6. Parte Seconda: - Il ragazzo
  7. Parte Terza: - Il bosco
  8. Parte Quarta: - Il lupo
  9. Parte Quinta: - La vita
  10. ALBO d'ORO