La profezia della curandera
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La profezia della curandera

  1. 368 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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La profezia della curandera

Informazioni su questo libro

Kantu è giovane, bella, piena di interessi e di entusiasmo. Vive a Cuzco, splendida città del Perù, un tempo capitale del regno Inca. Le sue giornate trascorrono tra lo studio, gli amici, le feste. Non conosce nulla delle antiche tradizioni andine, della scienza della Pachamama, degli insegnamenti dei
curanderos. Non le interessano.
Un giorno, però, un evento inatteso sconvolge il suo universo, costringendola a confrontarsi con una realtà a lei incomprensibile.
Superato il rifiuto e la paura che nuovi orizzonti talvolta suscitano, Kantu accetta di incontrare un curandero, inizia a confrontarsi con una conoscenza antica e profonda e intraprende un cammino che la porterà a riscoprire l'energia che è in lei. La sua storia, una storia vera, fatta di amori e delusioni, di fatiche quotidiane e di grandi sogni, ci apre il cuore. Ci dimostra che è possibile trovare in noi stessi ls forza, il coraggio, la volontà per cambiare il nostro destino, facendo di ogni dolore, di ogni solitudine, di ogni tristezza, un mondo di gioia, di amicizia e di pienezza. Ci insegna che occorre spezzare le gabbie che ci circonadano per imparare a volare e ritrovare l'armonia perduta.

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Informazioni

1

TU HAI POTERE

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Il temporale cessò, ma sulle aride e assetate terre di Coporaque continuò a cadere una pioggia torrenziale. Le nubi tempestose coprirono il cielo come ad annunciare che, in quella parte del Perú, il periodo delle piogge era ormai cominciato. Poi lentamente la pioggia si fece più fine. Il piccolo Tilico, di sette anni, si precipitò nel cortile per giocare con le pozzanghere. Si divertiva a sguazzare a piedi nudi schizzando l’acqua di qua e di là. Ma, improvvisamente, si arrestò sbigottito: la casa vicina era avvolta dalle fiamme! Corse in casa gridando: «La casa di fronte sta bruciando! Il tetto è in fiamme!» ma, in quel momento, le parole “Fuoco!” e “Incendio!” erano già sulla bocca di tutti. Pochi minuti dopo la campana della chiesa dava l’allarme.
Uomini e donne scesero in strada urlando: «La casa dei Quispe ha preso fuoco!». Alcuni accorsero, muniti di secchi, scale e zappe. Dalla paglia del tetto, inumidita dalla pioggia, si alzavano grosse fiamme. Varcarono il cancello d’ingresso, superarono il piccolo giardino e, per terra, vicino alla porta dell’abitazione in fiamme, videro Kantu. Giaceva priva di sensi, gli abiti completamente fradici. Con grande cautela quattro persone la sollevarono da terra e la adagiarono in un luogo sicuro, mentre giovani e adulti cercavano disperatamente di spegnere il fuoco.
Ignara di quanto era accaduto, la giovane si svegliò come da un sogno. Aprì gli occhi e, sorpresa, si ritrovò circondata da gente che la osservava stupita. Tata Facundo, un anziano vicino, piangeva disperatamente, mentre Mama Santusa, sua moglie, la guardava triste massaggiandole l’addome e il petto.
Kantu li conosceva: tutti indios come lei. Indossavano indumenti variopinti tessuti in lana grezza di pecora, alpaca o lama. Alcuni di loro avevano il capo scoperto ancora grondante di pioggia. Altri indossavano berretti o chullos1 fradici. Alcuni calzavano i tipici sandali andini, ricavati dalle camere d’aria dei copertoni usati, altri erano scalzi.
«È viva! È viva!» esclamò Facundo smettendo di piangere, mentre l’espressione cupa lasciava il posto a un radioso sorriso.
«Svelti! Dobbiamo cambiarle questi vestiti bagnati» disse Mama Santusa continuando a massaggiarla energicamente e prendendo a frizionarle anche le mani. Poi ripulì il viso di Kantu, le sollevò la testa e la adagiò sul suo braccio.
«Ah, colombina bella, credevamo che ci avessi lasciato per sempre» esclamò emozionato Tata Facundo, asciugandosi le lacrime. «Prendete coperte e abiti asciutti. Presto, portiamola a casa mia!»
Facundo era un anziano semplice e sincero, sempre attento a ciò che accadeva attorno a lui. Amava il suo prossimo e considerava il suo popolo come una famiglia. Non c’era persona al mondo che potesse lamentarsi di lui. Molto sensibile, condivideva il dolore altrui come se si trattasse del suo stesso dolore. Non sapeva leggere né scrivere, ma conosceva il significato dell’amore paterno. A casa sua si poteva trovare sempre pane, riparo e buoni consigli. Sebbene non fosse sua parente, amava molto Kantu e la considerava come una figlia. Gli piaceva chiamarla «colombina», espressione affettuosa che gli andini usano sovente per rivolgersi alle donne e che deriva dall’amore e dalle tenerezze che i colombi usano scambiarsi.
Poco dopo giunse anche Mama Josefa. Era una donna magra, taciturna e un po’ scontrosa, dall’aria pensierosa, talvolta enigmatica. Eppure, quando si trattava di aiutare gli altri, era sempre disposta a dare una mano. Nonostante vivesse alcune case più sotto, non parlava mai con Kantu; si limitava a osservarla e a sorriderle. Quel giorno Josefa indossava una gonna blu scuro, una camicia grigia con intarsi color fucsia e portava una coperta sulle spalle. Aveva in mano delle coperte per coprire la giovane, ma appena la vide, esclamò: «Servono degli abiti asciutti, e bisogna anche medicarla perché sta sanguinando».
Mentre la stavano trasportando a casa di Facundo, Kantu vide il suolo completamente bagnato dalla pioggia sul quale correvano ancora rivoli d’acqua. Guardò la sua casa: sul tetto di paglia annerito dal fuoco si era formato un grande squarcio attraverso il quale si potevano scorgere tronchi e travi. In una grande confusione, alcuni uomini tentavano di domare l’incendio passandosi secchi d’acqua, alcuni battevano la paglia ancora fumante con coperte inumidite. Per strada vecchi, donne e bambini, nelle loro vesti variopinte, osservavano attenti quella battaglia contro il fuoco.
In quell’istante Kantu Quispe ricordò cos’era successo qualche ora prima... Appoggiata alla porta principale, stava guardando il cielo: minacciose nubi nere si stavano ammassando velocemente. Aveva pensato che, forse, quel pomeriggio, sulla terra inaridita dalla siccità, sarebbe finalmente scesa la prima pioggia. In lontananza, oltre l’orizzonte, le nuvole che sorvolavano le montagne si erano scurite tanto da nasconderne il profilo. Improvvisamente il vento aveva cominciato a soffiare con violenza, agitando le foglie degli eucalipti. Nel patio si era formato un vortice d’aria che, come un gigantesco aspirapolvere, aveva preso a risucchiare foglie secche, pezzi di carta, di plastica e piccoli oggetti leggeri.
Kantu era rimasta sulla porta a guardare. I suoi lunghi capelli le giocavano sul viso mossi dal forte vento. Una camicia e un paio di pantaloni proteggevano il suo corpo dall’aria. Sembrava che la massa nera stesse per avvicinarsi ancor più rapidamente, quando il vento aveva cominciato a cambiare direzione. Improvvisamente il cielo si era tinto di grigio e di nero. Qualche minuto dopo aveva cominciato a lampeggiare. Sembrava che il cielo si fosse aperto, trafitto da un’infinità di coltelli e di spade dorate. Stava per arrivare uno di quei temporali che si vedono assai raramente, con lampi, fulmini e tuoni che squarciano il cielo come cannonate.
Kantu non era preoccupata né impaurita; da quando viveva in quel paesino arroccato sulle montagne, le era capitato più volte di assistere a temporali di grande violenza.
Era nell’abitazione centrale, quando, improvvisamente si era sentita inquieta. Il frastuono si avvicinava. Una voce dentro di lei le aveva urlato di fuggire. Aveva indugiato un istante, poi era corsa fuori, veloce. In quel momento aveva sentito un rumore assordante, e subito dopo aveva provato la sensazione di essere punta da un migliaio di aghi che si conficcavano nel suo corpo e aveva sentito odore di bruciato, poi non aveva visto più nulla e le era sembrato di precipitare in un pozzo senza fondo.
Riprendendo i sensi, Kantu sentì il corpo indolenzito in ogni sua parte, il naso e le orecchie le sanguinavano. Gli anziani l’adagiarono su un letto rustico. Poi uscirono dalla stanza per rassicurare tutti coloro che aspettavano in pena per la vita della giovane: «La signorina Kantu è stata colpita da un fulmine, ma è viva. Ha bisogno di cure. Rimarrà qui a riposare finché non arriveranno i suoi genitori».
Fortunatamente la scarica elettrica non l’aveva colpita in pieno. Era riuscita a schivarla appena in tempo: se l’avesse colpita direttamente sarebbe sicuramente morta. Non era riuscita però a evitare di essere sbattuta violentemente a terra ad alcuni metri dalla casa.
Kantu cercò di muoversi ma un dolore fortissimo alle spalle e alla schiena la inchiodò al letto. La testa le ronzava e le faceva male. Tutto era successo troppo in fretta. Non riusciva quasi a crederci. E non riusciva a muoversi: era come se il corpo fosse intorpidito. Mama Santusa e Mama Josefa la spogliarono e le infilarono i vestiti asciutti ma, appena gli abiti le sfiorarono la pelle, sentì un brivido. La sua percezione tattile non era più la stessa: era come se la pelle si fosse staccata dal corpo. Lo sterno le schiacciava i polmoni, ostacolando la respirazione, e sentiva un forte dolore correrle lungo la colonna vertebrale.
Cercò di alzarsi, ma le sue membra non risposero. Cercò di parlare, ma dalla sua bocca non uscì nemmeno un filo di voce. Il suo sguardo era sofferente. Si sentiva impotente, indifesa, debole. La paura della morte la pervase e dentro di lei cominciò a urlare: «Sono viva! Non voglio morire! Voglio vivere!». Erano parole che nascevano nella sua coscienza, mentre dai suoi occhi scendevano grosse lacrime.
Nel vedere che Kantu piangeva, Mama Santusa le accarezzò la testa e con una coperta cominciò a tamponare la nera chioma bruciacchiata e ancora umida.
«Riposa, cerca di non fare sforzi. Il fulmine non ha leso alcun organo e vedrai che presto starai bene» le disse massaggiandole il petto con un tiepido composto di erbe medicinali. Kantu cominciò a respirare molto meglio. Subito dopo tutto il suo corpo fu scosso da brividi. La mandibola le tremava a tal punto da farle battere i denti.
Le fecero bere un infuso di erbe medicinali. Era stata Mama Jovita, la levatrice, a prepararlo. Era una donna anziana con i capelli ormai completamente bianchi e il viso coperto di rughe, ma la luce dei suoi occhi lasciava scorgere una grande forza interiore e un animo forte e indomabile. Conosceva i segreti delle erbe ed era accorsa non appena aveva saputo che in paese c’era una persona ferita. Bastarono alcuni sorsi di quel liquido tiepido per dare a Kantu l’impressione di recuperare le forze. Poi le venne sonno; le palpebre si fecero pesanti e, non riuscendo a tenere gli occhi aperti, si addormentò.
«Lasciamola riposare. Se fra tre giorni si sentirà meglio vorrà dire che è guarita, altrimenti bisognerà cercare un curandero. O forse il fulmine l’ha scelta proprio per fare di lei una curandera...» disse uno degli anziani presenti.
Secondo un’antica credenza, gli uomini e le donne colpiti da un fulmine erano destinati a diventare guaritori. Tale convinzione era legata alla medicina della Pachamama2, praticata da guaritori noti come Hampi kamayoq3. Sebbene si trattasse di una pratica assai poco diffusa, veniva ancora esercitata in alcune comunità. Nella società del Tawantinsuyo4, organizzata secondo una distribuzione tecnica del lavoro, i problemi di salute venivano affidati alle persone più abili e capaci. Per questa ragione il medico veniva considerato alla stregua di un saggio. Poiché il compito che doveva svolgere non era affatto semplice, doveva possedere doti speciali e una forte personalità. Non si limitava, infatti, a curare semplicemente gli esseri umani ma s’incaricava anche di combattere le piaghe e le epidemie che colpivano animali e piante. Per questa ragione il Hampi kamayoq era circondato da un alone di mistero e di potere. Possedeva grandi capacità di immaginazione, raziocinio, astrazione e osservazione, in misura superiore alla media e apparteneva a un rango ben determinato all’interno del nucleo sociale.
Gli Hampi kamayoq si raggruppavano in congregazioni in seno alle quali venivano loro trasmesse le formule segrete, i riti e le tecniche di guarigione. Ricevevano una preparazione specifica e completa, sia da un punto di vista teorico che pratico, e appartenevano quasi sempre alla casta sacerdotale. Il rigido processo d’iniziazione cominciava nel Wamaq. Venivano inoltre sottoposti a digiuni, privazioni, prove di resistenza, esercizi fisici e mentali ma, soprattutto, veniva loro insegnato a superare la paura dell’ignoto. La loro alimentazione era quasi esclusivamente vegetariana e prevedeva il consumo di erbe, radici, frutta e, soprattutto, di chicchi di granturco. Non potevano mangiare né carne, né pesce e non potevano consumare bibite alcoliche.
Il loro apprendistato era lento, rigoroso e arduo. La meta che dovevano raggiungere era il controllo fisico e mentale. Vivevano in luoghi appartati, organizzati in piccoli nuclei guidati da un Amauta, ovvero da un saggio in grado di spiegare loro i misteri dei fenomeni umani. Dovevano, tra l’altro, imparare la storia dei loro antenati, le leggende, i miti e conoscere le feste e le cerimonie durante le quali venivano trasmesse le diverse metodologie di guarigione. Digiunare per loro non doveva costituire un problema e avevano l’obbligo di prendere parte ai riti che ogni anno venivano celebrati per purificare il corpo. I futuri guaritori dovevano assimilare molte conoscenze, apprendere il potere curativo delle erbe medicinali, degli amuleti e dei massaggi e giungere alla comprensione del mondo invisibile. Coloro che acquisivano queste conoscenze e accettavano la tradizione, venivano riconosciuti Hampi kamayoq.
Tra loro vi erano individui che potevano conoscere il passato, il presente e il futuro usando semplicemente foglie di coca, chicchi di grano o viscere di animali, specie quelle dei porcellini d’India e dei lama. Ve n’erano altri che sapevano entrare in contatto con le forze della natura e riuscivano a comunicare con i fulmini, con il sole e la luna. Alcuni potevano parlare con gli spiriti degli antenati, mentre altri erano in grado di comunicare con gli Apukuna5, gli spiriti protettori degli uomini.
I futuri guaritori potevano essere scelti dalla comunità, sulla base di loro particolari capacità e attitudini, o ereditare questo delicato compito da un genitore o da un parente prossimo. Ma accadeva talvolta che fosse il fulmine a scegliere. Le persone prescelte in questo modo venivano istruite direttamente da un curandero che trasmetteva loro tutte le sue conoscenze.
Dopo la prima invasione spagnola del Perú, questo tipo di guaritori parve estinguersi e le loro conoscenze andare perdute. Ma l’antica tradizione veniva tramandata rigorosamente di padre in figlio e i detentori di questo antico sapere si riunivano in segreto. A disposizione del popolo rimase solamente una conoscenza di tipo rudimentale che potrebbe essere definita come medicina popolare, una specie di farmacologia generale nota come Hampi Qhato. I guaritori, le levatrici, gli indovini a cui si rivolgevano le persone erano i depositari di una parte di antiche conoscenze e insegnamenti e potevano prescrivere erbe medicinali e altri medicamenti. Ancora oggi, in diverse zone del Sud America, si possono trovare uomini di medicina che custodiscono parte delle conoscenze antiche. Nel sud del Perú e in Bolivia sono assai famosi lo Yatiri6 e il Qamile7, detentori dei segreti curativi delle erbe, che percorrono i paesi della Sierra, con le loro bisacce colme di rimedi, amuleti ed erbe medicinali.
Vi sarebbe ancora molto da aggiungere a proposito delle persone colpite dal fulmine. Ma per il momento ci è sufficiente sapere che ancora oggi molti popoli credono che colui che viene colpito da un fulmine debba diventare un curandero. Per questo, i vecchi di Coporaque erano convinti che Kantu fosse stata prescelta per divenire un giorno una curandera. Ma ciò che ignoravano era che Kantu non credeva affatto a tutto questo. Lei viveva a Cuzco, una moderna città con più di duecentomila abitanti che possedeva due università, venticinque centri di studi superiori e un’infinità di scuole, un aeroporto internazionale e migliaia di autobus che circolavano per le sue strade.
Cuzco, mezza andina e mezza occidentale, era la terza città del Perú. Sebbene in passato fosse stata la capitale del Tawantinsuyo, ora era un importante centro turistico e, non invano, era stata dichiarata la capitale archeologica del Sud America. E Kantu viveva in una casa costruita dai suoi genitori in un quartiere piuttosto centrale di questa animata città, la cui popolazione era costituita da bianchi, turisti occidentali, meticci e indigeni.
Kantu era una splendida ragazza india, un bocciolo che si stava schiudendo alla vita. Era di statura media e aveva la pelle morbida e vellutata, color rame. Sul viso dai fini lineamenti risaltavano gli occhi vivaci e dolci e le labbra rosse e sensuali. Il suo collo sottile ricordava la grazia della vigogna, l’animale più elegante delle Ande. Sul corpo, slanciato e proporzionato, risaltavano i seni turgidi, la vita sottile, i fianchi robusti e le belle gambe. Una vera Venere india nata sulle alte montagne andine.
Kantu era una ragazza di nobili sentimenti, sorridente e sempre pronta a trovare il lato buono della vita. Intelligente e sensibile, fin da piccola aveva dimostrato un grande intuito e l’innata capacità di capire la gente ma, poco interessata a coltivare queste sue facoltà, aveva preferito dedicarsi allo studio. Aveva dato grandi soddisfazioni ai suoi genitori e non amava abbandonarsi al puro divertimento come invece facevano molte giovani della sua età; raramente partecipava alle feste che organizzavano i suoi coetanei. I suoi genitori desideravano che i figli studiassero e si costruissero una posizione e, sulla scia di questi insegnamenti, Kantu cercava di prepararsi al futuro che l’attendeva.
Quando José Quispe e sua moglie tornarono dalla campagna, trovarono la casa in parte bruciata e la figlia ferita, sotto le cure di Mama Santusa, la loro vicina. Non appena fu possibile si procurarono un mezzo di trasporto e portarono Kantu all’ospedale di Cuzco affinché ricevesse le migliori cure e si rimettesse in fretta. Qualche giorno più tardi, Kantu lasciò l’ospedale e ritornò nella sua casa di Cuzco.
Dopo l’incidente iniziarono ad accaderle cose piuttosto strane. Cominciò ad avere delle visioni: nella sua mente, come sul grande schermo di un cinema, vedeva proiettarsi le immagini di ciò che sarebbe successo ad altri. Sopraggiunse inoltre una crisi nervosa e fisica che la costrinse a letto per vari mesi e che cercò, invano, di curare ricorrendo alla medicina tradizionale.
Afflitta dalle condizioni della figlia, la madre di Kantu decise di accompagnarla da Anselmo, il curandero di Coporaque, il loro paese. La ragazza dubitava che quell’uomo, con le sue scarse conoscenze mediche, potesse risolvere i suoi problemi. Lei aveva vissuto a Cuzco sin da piccola. Lì aveva frequentato le scuole elementari e le superiori e lì stava seguendo i suoi studi di Pedagogia presso l’università, oltre a corsi di lingue e informatica. Lì quel poco che era rimasto della sua cultura ancestrale era stato cancellato e aveva assorbito i modelli della civiltà occidentale: un nuovo modo di pensare e di vivere, una nuova scienza, una nuova religione, una nuova lingua, un nuovo modo di essere e di agire.
Si era sempre rifiutata di recarsi da un curandero, aveva preferito consultare numerosi medici che, non riscontrando nulla di anomalo nel suo fisico, le avevano suggerito di rivolgersi a uno psichiatra. Dopo averla sottoposta a una lunga serie di esami e di analisi, questi erano giunti all...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Nota dell’Autore
  5. 1. Tu hai potere
  6. 2. Per amore si può perdere la ragione
  7. 3. Non sempre si può
  8. 4. Quando tu vuoi, puoi
  9. 5. Alla ricerca di una guida
  10. 6. Con la pazienza si può conquistare il cielo
  11. 7. La donna è amore
  12. 8. La curandera serpente
  13. 9. Sapere è potere
  14. 10. Per vincere bisogna rischiare
  15. 11. Come imparavano a essere donne
  16. 12. Con la volontà si può vincere la paura
  17. 13. Conoscere l’uomo e la donna
  18. 14. Saper dominare l’energia interiore
  19. 15. Siamo esseri di luce
  20. 16. Sono libera
  21. Epilogo
  22. Progetto dell’Università della vita e della pace