1
L’ultimo giorno del più crudele dei mesi, e giustamente piove. Non una pioggia primaverile di rinascita e nuova vita, non per me, almeno. Morte. Nella mia vita, sempre morte.
Sono giovane. Se mi vedeste per strada, potreste pensare: “Che giovanotto distinto e simpatico. Scommetto che è un pubblicitario, o forse si occupa di contabilità. Scommetto che è sposato e sta gettando le basi per formare una bella famigliola. Scommetto che i suoi genitori lo hanno allevato bene”.
Ma vi sbagliereste. Io sono vecchio, in molti modi. Ho visto e fatto cose che vi farebbero correre a stringervi al petto i vostri bambini, con il fiato grosso, ripetendo: «Va tutto bene, non preoccupatevi, va tutto bene».
Sono un uomo cattivo. Non ho amici. Parlo con donne o bambini solo per il tempo strettamente necessario. Mi vesto per confondermi tra la folla, come un camaleonte che scurisce la pelle contro il tronco di una quercia. Porto i capelli corti, nascondo gli occhi dietro occhiali scuri, indosso vestiti che inducono a sbadigliare chi mi incrocia per strada. Non attiro l’attenzione in nessun modo.
Vivo così da sempre, o almeno così mi sembra. So che in realtà si tratta solo di dieci anni, ma ho dimenticato tutto ciò che è successo prima di quel giorno. A parte il dolore. Gioia e dolore tendono a lasciare nella memoria impronte che non svaniscono, impressioni sensoriali, invece di immagini che tornano a galla all’improvviso. Io ho provato pochissima gioia e molto dolore. La settimana scorsa ho letto un sondaggio secondo il quale il novanta per cento delle persone sopra i sessanta sceglierebbe di tornare adolescente, se potesse. Se quelle persone avessero vissuto un solo giorno della mia vita da ragazzo, nessuno alzerebbe la mano.
Il passato non mi interessa, anche se è sempre lì, appena sotto la superficie, come le vaghe forme di animali pericolosi che si avvertono in profondità quando nuoti nell’oceano. Io amo il presente. Controllo il presente. Nel presente sono il padrone del mio destino. Se voglio, posso toccare una persona o lasciarmi toccare da lei, ma solo nel presente. Il libero arbitrio è un dono del presente. È l’unico tempo in cui posso scegliere di essere più astuto di Dio. Invece il futuro, il fato, appartengono a Dio. Se cerchi di fregare Dio pianificando il tuo futuro, avrai una grande delusione. Il futuro gli appartiene, e Lui ama i finali alla O. Henry.
Il presente è pieno di pioggia e vento, e mi affretto a chiudermi la porta alle spalle dopo essere entrato in un capannone industriale simile a tanti altri, lungo il fiume Charles. È stato un aprile freddo, e secondo molti questo significa che avremo un’estate lunga e calda, ma io non faccio previsioni. Il magazzino è umido, e odora di muffa, segatura fresca e paura.
Alla gente non piace incontrarmi. Anche coloro che la società considera pericolosi si sentono a disagio davanti a me. Hanno udito storie accadute a Singapore, Providence, Brooklyn. O a Washington, Baltimora, Miami. O anche a Londra, Bonn e Dallas. Non vogliono dire qualcosa che possa spiacermi, così scelgono le parole con cura. La paura è un’emozione estranea, per quel tipo di persone. Non amano il modo in cui affonda nello stomaco. Perciò si liberano di me appena possono, senza stare a negoziare troppo.
Qui devo incontrare un nero di nome Archibald Grant. Il suo vero nome è Cotton, ma non gli piaceva perché lo faceva sembrare un negro da film. Così si è trasferito a Boston e ora si fa chiamare Archibald. Crede che gli dia un tono aristocratico, e gli piace come suona in bocca alle puttane, in un falsetto morbido: «Archibald, vieni a stenderti vicino a m»e. Non sa che io conosco il suo vero nome. Ho imparato che è meglio conoscere ogni particolare delle persone che devo incontrare. Dimostrare di sapere qualcosa che l’altro credeva sepolto per sempre, può causare un attimo di sorpresa. La maggior parte delle volte, un attimo è tutto ciò che mi serve.
Percorro un corridoio e davanti a un’ampia porta mi fermano due neri enormi, ciascuno con il collo grande come le mie cosce. Mi guardano, valutandomi. È evidente che si aspettavano una persona diversa, dopo tutto quello che avranno sentito dire di me.
Ci sono abituato. A quello sguardo che sembra dire: “Datemi dieci minuti da solo con lui in una stanza, e vediamo se regge”. Ma io non ho un ego da difendere, e preferisco evitare le sfide.
«Prego?» dice quello a destra, muovendosi giusto quel tanto da lasciarmi intravedere la pistola.
«Dite ad Archibald che è arrivato Columbus.»
Annuisce ed entra nell’ufficio, mentre l’altro mi studia con occhi bovini. Dà un colpo di tosse e dice: «Sei davvero Columbus?». Il tono è incredulo, di sfida.
Lo ignoro. Non cambio posizione, non muovo neppure un muscolo della faccia, nulla. Sono nel presente. È il mio tempo, e io lo possiedo.
Lui non sa come reagire. Non è abituato a essere ignorato, grosso com’è. Ma una vocina interna gli dice che tutte le storie che ha sentito forse sono vere, che forse questo Columbus è davvero il bastardo pericoloso di cui parlava Archibald proprio ieri. Forse è meglio lasciar svanire la sfida, come un segnale radio che diventa sempre più debole man mano che un’auto si allontana sulla statale.
Fa una faccia sollevata quando la porta si apre e io vengo invitato a entrare.
Archibald è seduto dietro una scrivania in legno. Una lampadina nuda appesa a un filo ondeggia come un pendolo sopra la sua testa. Non è un uomo imponente, al contrario di quelli di cui si circonda. Basso, ben vestito, con un fuoco negli occhi non molto diverso da quello della sigaretta che gli pende da un angolo della bocca. È un uomo abituato a ottenere quello che vuole.
Si alza in piedi e ci stringiamo la mano, una stretta leggera, non impegnativa. Mi offre l’unica altra sedia presente nella stanza e ci sediamo allo stesso tempo.
«Io sono soltanto un mediatore, in questa storia» dice all’improvviso, in modo da darmi la giusta prospettiva fin dall’inizio.
«Capisco.»
«È un incarico da portare a termine tra otto settimane, come aveva chiesto lei.»
«Dove?»
«Fuori Los Angeles. È lì che si troverà il bersaglio, al momento in cui lei dovrà ucciderlo.»
Archibald si fa indietro sulla sedia girevole e poggia le mani sulla pancia. È un uomo d’affari che parla di affari. Gli piace questo ruolo. Gli fa pensare agli uomini d’affari negli uffici di Atlanta, dove lui entrava per ritirare la spazzatura e sistemare un nuovo sacchetto di plastica nera nel cestino vuoto.
Annuisco appena. Archibald ruota sulla sedia e apre uno sportello dello schedario abbinato alla scrivania. Ne estrae una cartella, la spinge verso di me attraverso il tavolo e aspetta.
«Tutto ciò che ha chiesto è lì dentro. Può controllare.»
«So dove trovarla, nel caso manchi qualcosa.»
Affermazioni come questa possono metterti nei guai, perché è possibile interpretarle in molti modi. Forse è un commento neutro, forse è una battuta, o forse un po’ di tutti e due. Ma in questi ambienti quasi sempre è una minaccia, e a nessuno piace essere minacciato.
Lui mi fissa, con un’espressione indecisa tra il sorriso e l’offesa, ma qualunque cosa cerchi sul mio viso, non la trova. Non ha altra scelta che ridere, per far capire alle guardie del corpo che non si tratta di una mancanza di rispetto.
«Ah, ah.» Una risata solo parziale. «Buona questa. Be’ comunque c’è tutto.»
Prendo la valigetta e mi alzo in piedi. Stavolta lui non tende la mano.
Vado verso la porta, valigetta in mano, ma la sua voce mi ferma. Non riesce a evitarlo, la curiosità ha vinto sulla prudenza. Forse non ci rivedremo più, e deve sapere.
«Ha davvero fatto fuori Corlazzi su quella barca?»
Vi sorprenderebbe sapere quante volte mi fanno questa domanda. Corlazzi era un boss di Chicago responsabile di lotte sanguinose durante gli anni Sessanta e Settanta. Un uomo che aveva ridefinito il ruolo della mafia, quando le droghe avevano sostituito gli alcolici. Aveva visto il futuro in anticipo, ed era riuscito a ritagliarsi un ruolo di grande rilievo.
Era odiato e temuto, e la sua paranoia sconfinava nella follia. Per assicurarsi un regno duraturo, si era ritirato su un enorme yacht ormeggiato al centro del lago Michigan. La barca era piena di uomini armati e l’unico collegamento con la terraferma era un motoscafo pilotato da suo figlio Nicolas. Sei anni fa, Corlazzi è stato trovato morto con una pallottola nel cuore, senza che nessuno avesse sentito lo sparo. La stanza in cui si trovava era chiusa a chiave, con un drappello di guardie fuori dalla porta.
Ora, non sono obbligato a rispondere a questa domanda. Posso andarmene e lasciarli tutti e tre a chiedersi come un tipo anonimo come me possa aver compiuto tutte le imprese attribuite al nome Columbus. È una tattica che uso spesso, davanti a domande del genere. Ma oggi, l’ultimo giorno del più crudele dei mesi, la penso in modo diverso. Ho sei occhi puntati su di me, e una reputazione può vivere per anni sulla testimonianza di tre neri in un magazzino alla periferia di Boston.
Ruoto su me stesso, e nel tempo di mezzo respiro, ho una pistola in mano e premo il grilletto, in un unico movimento. La sigaretta schizza via dalle labbra di Archibald, ruotando nell’aria come il bastone di un giocoliere. Il proiettile si pianta in un mattone sopra lo schedario mentre la gravità conduce la sigaretta ad atterrare con la grazia di un elicottero sul pavimento di cemento. Quando i sei occhi guardano in su, io sono già scomparso.
2
Raffiche di vento mi pungono un lato della faccia, mentre apro il portone dell’edificio in cui abito. Quando la sentirò raccontare, questa storia avrà assunto proporzioni sovrumane. Nella stanza ci saranno stati dieci uomini invece di tre, tutti con le pistole puntate su di me. Archibald mi avrà insultato, dicendo: «Ecco la tua valigetta, stronzo» o qualcosa di simile. Io avrò scansato i proiettili, falciato sette uomini e camminato sulle acque, prima di far schizzare la sigaretta dalla bocca di Archibald. Il passaparola della malavita è molto meglio di qualsiasi pubblicità.
Il mio appartamento non riflette l’ammontare del mio conto in banca. Duecentoquaranta metri quadrati, poche decorazioni e solo i mobili e gli elettrodomestici necessari per una permanenza di una settimana, il tempo massimo che trascorro in questa casa. Non ho la donna delle pulizie, non sono abbonato a un quotidiano e non ho neppure la cassetta della posta. Il padrone di casa non mi ha mai visto in faccia, ma una volta all’anno riceve in contanti il doppio dell’affitto. In cambio, evita le domande.
Poso la valigetta sul mio unico tavolo, la apro e tiro fuori il contenuto. Banconote da venti, cento per ogni mazzo, cinquecento mazzi in totale. Questo è l’anticipo, riceverò il triplo a lavoro finito. Sotto i soldi c’è una busta gialla. Il denaro non esercita nessuna attrazione su di me. Sono immune al suo canto di sirena come se avessi preso un vaccino. La busta, al contrario, è la mia droga.
Infilo un dito sotto la chiusura e la apro, tirandone fuori alcuni fogli con grande attenzione, come se fossero preziosi e molto fragili. È questo ciò che mi toglie il respiro, mi fa mancare il cuore, mi stringe lo stomaco. Questo è ciò che mi spinge sempre a cercare un altro contratto, malgrado ciò che costa alla mia coscienza. Questo: il primo sguardo alla persona che ucciderò.
Venti fogli, due raccoglitori pieni di foto, un programma da seguire, un itinerario e una patente di guida di Washington, D.C. Assaporo il primo sguardo a queste cose come un affamato assapora l’odore di una bistecca. L’obiettivo occuperà le mie prossime otto settimane, e queste carte, anche se lui non lo sa, rappresentano le prime righe del suo certificato di morte. La busta è davanti a me, i fogli sparsi accanto ai soldi sul tavolo, la fine della vita di quest’uomo ormai scontata, certa come il sorgere del sole.
Rapidamente, prendo il primo foglio e alla luce che entra dalla finestra poso lo sguardo sul nome scritto in grande in cima alla pagina.
Un pugno invisibile mi colpisce, togliendomi il fiato.
Come può essere? Qualcuno lo sapeva? Hanno scoperto il mio passato e preparato tutto come una burla ai miei danni? No... È impensabile. Nessuno conosce la mia identità. Niente impronte digitali, niente biglietto da visita, mai una traccia della mia esistenza lasciata per sbaglio sulla scena di un crimine. Non sopravvive nulla che possa collegare Columbus a quel neonato strappato dalle «autorità» alle braccia della madre per affidarlo alla tutela dello stato.
ABEMANN. Questo è il nome scritto in cima al foglio. Può trattarsi di una semplice coincidenza? Difficile. L’esperienza mi ha insegnato che le coincidenze sono un artificio dei romanzi, ma hanno poca autorità nel mondo reale. Apro il raccoglitore e i miei occhi assorbono una foto dopo l’altra. Nessun errore: si tratta dello stesso Abe Mann che attualmente è Speaker of the House of Representatives degli Stati Uniti d’America. Lo stesso Abe Mann che rappresenta il settimo distretto dello stato di New York, lo stesso Abe Mann che presto inizierà la campagna per farsi candidare dal suo partito alla presidenza della nazione. Ma non è stato questo a farmi restare senza fiato. Ho già ucciso uomini potenti e sono felice di avere la possibilità di farlo ancora. Il fatto è che Abe Mann non è solo questo.
Ventinove anni fa, era un parlamentare neoeletto, con una bella moglie, una bella casa e una bella reputazione. Frequentava le sedute del Congresso più di qualunque altro deputato. Partecipava a tre comitati e veniva invitato a partecipare ad altri tre. Era considerato una stella nascente del suo partito, invitato spesso anche in televisione, durante i programmi politici della domenica. E gli piacevano le puttane.
Abe era un uomo imponente. Un metro e novanta, ex membro della squadra di basket dell’università di Syracuse. Sposò la figlia di un amministratore, una donna rigida e frigida. Smise di amarla ancora prima che finisse la luna di miele. E non appena tornarono dalle Bermuda andò per la prima volta con una prostituta.
Trascorreva i giorni feriali in ufficio in qualità di rappresentante distrettuale. I fine settimana li trascorreva dappertutto meno che a casa. Per cinque anni dormì raramente nel suo letto, e sua moglie teneva la bocca chiusa, temendo che altrimenti la loro vita intima sarebbe finita sul notiziario delle cinque, tra la politica estera e le previsioni del tempo.
Una volta approdato a Washington, Abe scoprì un nuovo livello di prostituzione. A New York le puttane d’alto bordo non mancavano, beninteso, ma non erano nulla in confronto alle donne che si occupavano dei leader della nazione. Non ebbe neppure bisogno di fare qualche domanda discreta. Fu avvicinato ancora prima del giuramento, la prima notte del suo primo viaggio nella capitale, dopo le elezioni. Un senatore, un uomo che aveva visto fino ad allora solo in televisione, lo chiamò nella sua stanza d’albergo e gli chiese se avesse voglia di partecipare a un festino. Che notte, quella notte. La posta era alta, le donne giovani, belle ed estremamente disponibili. Provò un nuovo livello di estasi.
Quello stesso anno, dopo il suo trasferimento definitivo a Washington, divenne un cliente fisso di una prostituta nera dal corpo scultoreo di nome Amanda B. Nonostante le resistenze della donna, la costrinse a scopare senza preservativo, spinto da una fame crescente di emozioni sempre più forti. Per sei mesi, la scopò in posti sempre più pubblici, in posizioni sempre più pericolose, con una ferocia animale crescente. Aveva bisogno di dosi sempre maggiori per soddisfare i suoi appetiti.
Quando lei restò incinta, il suo mondo gli crollò intorno. Andò da lei in lacrime, chiedendo perdono. La donna fino a quel momento non lo aveva temuto, ma quel cambiamento significava che era più pericoloso di quanto credesse. Sapeva cosa sarebbe successo: dopo le lacrime, l’autoflagellazione, dopo i «perché proprio a me?» e tutto il resto, il suo rimorso interno si sarebbe rivolto all’esterno. Avrebbe dovuto affrontare le proprie debolezze, e quello che avrebbe visto non gli sarebbe piaciuto. Quindi avrebbe distrutto ciò che lo faceva sentire così male. Anche quando il suo stato mentale era alterato dalla cocaina, Amanda B. sapeva benissimo tutto questo.
Ma le piaceva sentire il bambino che cresceva dentro di lei, gonfiandole la pancia, muovendosi. Lei! Amanda B. alias LaWanda Dickerson di East Providence, Rhode Island, alias detenuta 43254 dell’istituto correzionale Slawson Home for Girls. Lei poteva creare la vita proprio come l’altera moglie di un congressista, o come una casalinga annoiata in una grande casa con un grande parco accanto a un grande lago. Poteva farlo, proprio come loro.
Allora decise di nascondersi. Sapeva che lui sarebbe venuto a cercarla, ma non l’avrebbe trovata. Aveva un amico, a East Providence, un tizio che si era innamorato di lei quando aveva quattordici anni e che ogni tanto le telefonava ancora. Lui l’avrebbe ospitata, l’avrebbe nascosta dalle ricerche del congressista. Se solo fosse riuscita ad arrivare nello stato di Rhode Island...
Ma non ci riuscì. Invece, finì all’ospedale. Con il naso sanguinante, i polmoni che rischiavano di esplodere e il cuore che le trapanava il petto. La polizia la trovò durante una retata, incinta di sette mesi, nel seminterrato di un edificio abbandonato. Aveva un laccio di gomma intorno al bicipite e una siringa infilata nel braccio. Fu ricoverata in ospedale sotto il nome di Jane Doe n. 13. Il giorno dopo entrò in travaglio e diede alla luce un maschio di due chili. I servizi sociali glielo sottrassero dopo che lo aveva tenuto tra le braccia per meno di un minuto.
Abe Mann la vide per l’ultima volta due mesi più tardi. Ormai aveva capito gli errori commessi e aveva dedicato di nuovo la vita alla nazione, alla moglie legittima e a Dio, perciò quando LaWanda andò a trovarlo la fece scortare fuori dalle guardie del corpo, mentre lei urlava con più veemenza che mai. Dieci giorni dopo fu trovata morta in un vicolo dietro un distributore di benzina, con un coltello piantato nel collo. Il detective incaricato dell’indagine dichiarò che si trattava di una ferita autoinflitta, anche se il coroner non aveva trovato prove certe a sostegno di quella tesi.
Ho impiegato due anni e mezzo a mettere insieme tutto questo. Non ho mai voluto sapere nulla del mio passato fino all’età adulta. Non credevo che sarei sopravvissuto abbastanza a lungo perché questo facesse una differenza. Poi, dopo aver ucciso l’ottavo bersaglio in tre anni e aver raggiunto un elevato livello di professionalità, ho cominciato a chiedermi chi ero.
Da dove venivo? Chi erano i miei genitori? Il passato ha allungato la sua enorme zampa nera colpendomi in piena faccia.
Così ho iniziato a scavare, con tutta la pazienza e la prudenza necessarie, cominciando a ricomporre il puzzle dall’esterno e avanzando lentamente verso il centro. Un articolo di giornale, un referto ospedaliero, un rapporto della polizia, finché il quadro ha preso forma ed è stato completato. A quel punto, ho deciso di abbandonare il mio passato una volta per tutte. Il mio territorio sarebbe stato il presente, e solo il presente. Ogni volta che avevo provato a fare amicizia con il passato, ero...