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C’era una volta...
Mi chiamo Lara Rebecca Ramones. Mio padre – Luis Delgado – è spagnolo, originario di Madrid, ma ha sempre vissuto a Barcellona. Mia madre – Hannele detta Hanne – è finlandese di Tampere, grosso centro a nord di Helsinki.
Si dice che le unioni miste diano i frutti più pregiati. A me piace pensare di aver preso il meglio dalle due razze. Caratterialmente, ho ereditato la testa dura di mio padre e la leggerezza di mia madre. Sono una stakanovista, come lui, e una creativa, come lei.
Fisicamente, ho la corporatura di mia madre, ma i capelli e gli occhi scuri di mio padre, gli zigomi alti ma lo sguardo latino, la pelle chiara e il seno pieno.
Ovunque vada, mi rendo conto di essere un tipo “esotico”. Troppo bruna per le strade di Helsinki e troppo pallida per le spiagge di San Sebastian. Con zigomi mai visti a Milano e un seno che fa girare i ragazzi nel centro di Budapest.
I miei genitori si sono conosciuti alla fine degli anni Sessanta. Lui era il più giovane dirigente della filiale spagnola della Total Beauty, multinazionale della cosmesi. Lei la ragazza immagine del gruppo. Si incontrarono a una convention e fu il classico colpo di fulmine. Sei mesi dopo si sposavano e mettevano su casa a Madrid.
Quando io ero già in cantiere, mio padre fu convocato dal capo dei capi. Mai particolarmente versato per le lingue (mia madre dice che tuttora parla inglese con la stessa padronanza di un cameriere delle Ramblas) non capì proprio tutto quello che gli dissero. Il tono, però, sembrava incoraggiante. A un certo punto, all’interno di una lunga frase che terminava con un punto interrogativo, gli parve di cogliere la parola “Italy”. Capì che si ventilava la possibilità di un trasferimento e domandò una proposta scritta «Da sottoporre a mia moglie». Quando ne parlò a lei, però, aveva già deciso di accettare.
All’epoca mia madre era la classica donna gregaria, angelo del focolare, disposta a tutto per il suo uomo. Di certo non fu uno sforzo seguirlo a Roma, in uno splendido attico dell’Eur.
Appena arrivata, percorse a passo spedito la terrazza che correva intorno all’appartamento, estasiata dal panorama sulla capitale d’Italia. «Bellissimo: il nostro bambino potrà fare avanti e indietro in bicicletta!» Poi si affacciò alla ringhiera e vomitò.
All’epoca non c’erano le ecografie e il mistero del sesso si svelava solo al momento della nascita. Ma Hannele aveva le idee chiare: «È un maschio: una madre queste cose se le sente!».
Io venni al mondo a Roma, il 29 gennaio 1970, dopo un travaglio più all’insegna della noia che del dolore. Scocciata per essersi persa i saldi, poco prima di partorire mia madre stava sfogliando una rivista di moda. Fui una bambina accomodante e dormigliona, non particolarmente precoce.
A un anno e mezzo – quando avevo a stento imparato a stare in piedi e a pronunciare qualche parola – mio padre ricevette una nuova proposta di trasferimento. Si trattava di avviare la filiale del Benelux dalla sede di Amsterdam.
Mia madre non la prese bene: aveva lasciato la buia Finlandia per vivere prima in Spagna e poi in Italia, e ora si trattava di tornare indietro. Almeno per quanto riguarda la luce e il calore della gente. Ma per il bene della famiglia e la carriera di papà, lei accettò.
Ci trasferimmo in una villetta tutta in legno su tre piani, lungo un canale. Ricordo con affetto la scala scricchiolante e la mia cameretta, in mansarda.
Mio padre lavorava dodici ore al giorno, le stesse che mia madre dedicava a me.
Nel frattempo era venuto fuori che, come spesso capita ai bambini piccoli, pronunciavo la “elle” al posto della “erre”. Problema non da poco per una che si chiama Lara Rebecca Ramones, è nata a Roma e ha quattro anni. I miei decisero di mandarmi dal logopedista. Non la presi bene: a nessuno piace essere considerato un “capo fallato”. Così, per ritorsione, feci vedere i sorci verdi al poveretto. Stava per gettare la spugna, quando cominciò a notare i primi miglioramenti.
Alla fine, il professionista della buona dizione riuscì a farmi pronunciare correttamente la erre, ma con un ma. Tuttora – quando sono in ansia, ho paura o dico una bugia – la erre mi si incrina, diventando “moscia”. Sfruttando questo “buco nel programma”, i miei genitori furono in grado per anni di smascherare le mie menzogne. Scorretti e sleali: avrebbero dovuto dirmelo.
Ma tanto io dico sempre la verità! Capito il meccanismo?
A parte il clima, la lingua e la cucina pesante, ad Amsterdam non mi trovavo neanche troppo male. Ma prima dei sei anni, mi sarei spostata ancora.
Una domenica pomeriggio, fui convocata dai miei genitori in soggiorno. Mia madre era seduta per terra, in mezzo ad atlanti e cartine. «Dobbiamo garantire a Lara un’istruzione di respiro internazionale!» stava dicendo.
«Ma non ti sembra di esagerare, in fondo deve andare solo alle elementari...» minimizzò mio padre.
Lei scosse la testa: «È a quest’età che si gettano le basi».
Mettendo insieme le esigenze di mia madre e gli sbocchi occupazionali a disposizione di mio padre all’interno della Total Beauty, emerse una meta che trovò tutti d’accordo: Parigi. Io fui conquistata dalla Torre. Ancor meno dubbi avrei avuto se già all’epoca fosse esistita Eurodisney.
L’appartamento parigino era quanto di più bohémien mia mamma fosse riuscita a trovare. Nel quartiere del Marais, al quarto piano di un vecchio palazzo. Niente ascensore, ma una scalinata monumentale, con gradini larghi e bassi.
«Rebecca cammina, finalmente, e così non dobbiamo più trascinarci su e giù il passeggino.» Mia madre pronunciò la frase con un tono che non mi piacque. Voleva forse significare che nei miei primi anni ero stata una palla al piede?
La casa era proprio bella: stanze sparpagliate in modo casuale, soffitti alti, due balconi e un terrazzo, carta da parati sui muri. Era esposta così bene, da essere luminosa durante tutto il giorno. Mi ricordo lame di luce accecanti che facevano brillare micro particelle di polvere.
La mia camera era la più grande. Ospitava un grande armadio, una bella scrivania (appena la vidi, mi chiesi a che cosa mi sarebbe servita; ovviamente, lo scoprii presto), un tappeto gioco e un letto a castello.
«Così potrai ospitare gli amichetti» mi disse papà. Dal tono che usò ebbi la definitiva conferma che di fratellini non ne sarebbero arrivati.
Da allora presi a definirmi «La figlia unica del dottor Ramones!». Forse feci di necessità virtù. Forse cominciai a esercitarmi nell’arte del vedere il bicchiere mezzo pieno.
Dalla finestra potei assistere alla realizzazione dell’edificio che fu in grado di cambiare fisionomia al quartiere, cioè del Centre Pompidou (o Beaubourg).
A sorpresa, la nuova lingua mi mise in crisi. E dire che ne conoscevo, più o meno bene, già altre quattro: inglese, spagnolo, finlandese e italiano. In realtà, spesso mi esprimevo in un curioso mix: usavo la prima parola che mi veniva in mente, a prescindere dalla lingua. La monogamia linguistica mi mandò in crisi. E il problema si amplificò quando si misero in mente di farmi anche scrivere.
Usavo la sinistra, non seguivo le righe e le aste mi venivano tutte sbilenche. Pensarono che non ci vedessi bene. La visita oculistica evidenziò invece che il problema era altrove. Per lunghi mesi, mi sentii un’idiota.
Mia madre mi aiutò, ma la svolta decisiva fu merito della maestra che mi mise nello stesso banco di Audrey. Audrey, che è tuttora la mia migliore amica, all’epoca era tutto ciò che io non ero: perfettamente bionda, destrorsa, francofona e integrata. Diventammo inseparabili.
Da lì tutto riprese a filare liscio, fino alla primavera dei miei dieci anni (un’età a due cifre: wow!).
Una notte, mi svegliai di soprassalto. Tramestio e chiacchiericcio fitto in sala. Provai a prestare attenzione, ma la stanchezza mi vinse. Il mattino dopo, domenica, in casa trovai solo mia madre.
«E papà?» chiesi, spaventata.
«Tesoro, i nonni spagnoli hanno avuto un incidente...» iniziò mia madre, con cautela.
«Niente di grave, vero?»
«Purtroppo la vita a volte...»
Nonna Delma era un’ex pianista con più scarpe di Imelda Marcos. Nonno Mauricio un ingegnere tutto di un pezzo, appassionato di automobili. Erano morti al ritorno da una serata di bridge, fuori Barcellona. Mi piace pensare che il nonno abbia trovato conforto nel non essersi dovuto separare dalla sua amata. La sua Audi 100 nuova di zecca.
L’estate successiva i miei genitori la passarono a Barcellona a fare ordine fra i beni terreni dei nonni. Al netto delle “stratificazioni di vita” (decine di abiti da sera, chili di bigiotteria, libri gialli e riviste di auto), ci rimasero due appartamenti. Quello dei miei nonni – cinque locali a un isolato dal Paseo de Gracia – e un allegro bilocale. Il primo lo affittarono, il secondo lo attrezzarono del minimo indispensabile perché diventasse il nostro pied-à-terre in città.
Io invece trascorsi l’estate a Tampere. I miei nonni materni – ridanciani e calorosi, a dispetto dei luoghi comuni sui nordici – mi avrebbero coccolato a volontà. Mi trovavo bene con loro: mio nonno, titolare di una piccola agenzia pubblicitaria, era sempre di buon umore e condivideva la passione nazionale per le saune. Mia nonna, da maestra elementare, coi bambini ci sapeva proprio fare. In più, non c’erano solo loro ad aspettarmi.
Il giorno dopo il mio arrivo, venne a suonarmi un soldino di cacio biondo e dolcissimo: Jaakko Koskinen. I nonni mi avevano raccontato che, due anni prima, il padre di Jaakko era morto, in un incidente sul lavoro, lasciando la famiglia in ristrettezze economiche.
Quando seppi che, tappetto com’era, aveva solo un anno meno di me, ipotizzai che lo shock gli avesse bloccato lo sviluppo. Scoprii in seguito che i maschi certi traguardi li raggiungono più tardi di noi. Sempre che ci arrivino...
Da come Jaakko mi guardò, quella mattina, mi resi conto che capiva quello che provavo. La perdita, la malinconia, il rimpianto. Da quel momento, dove andava uno c’era anche l’altro. Sono sempre stata portata per le amicizie totalizzanti. La nostra estate fu speciale: tuffi nel lago dietro casa, esplorazioni del bosco con la paura degli orsi, lunghe ore a goderci il sole di mezzanotte.
Il rientro nella routine parigina fu piuttosto difficile. Ma ottenni di tornare a Tampere per il Natale. Ufficialmente, volevo sfuggire al ricordo delle festività dell’anno prima, trascorse a Parigi coi nonni spagnoli. In realtà, avevo anche voglia di rivedere il mio piccolo amico.
Candele sui davanzali, dolci allo zenzero, neve sui tetti: fu un Natale magico. Ho ancora davanti agli occhi una scena: Babbo Natale (Joulupukki, in finlandese) è appena arrivato nella stanza piena di noi bambini. Io e Jaakko ci scambiamo uno sguardo di complicità. Sono pochi nella vita i momenti di felicità perfetta. Quello era uno. Poi passò: il momento, il Natale, la fanciullezza.
Oggi
Continuo a guardare l’ora e a sorvegliare il vialetto d’ingresso. Non è successo nulla, dall’ultima volta. Né dovrei stupirmene: sono passati solo due minuti e mezzo!
Mentre torno in salotto, inciampo in qualcosa. Abbasso lo sguardo e incrocio quello di un bruco colorato, un giocattolo amatissimo e usurato. Sorrido. Scuoto la testa. Ho le lacrime agli occhi.
Perché? Perché sono dovuta arrivare a questo punto? In fondo, direbbe qualcuno, “non drammatizziamo: è solo una questione di corna”. Forse potrei prenderla più sportivamente, visto che non sono né la prima né l’ultima a cui succede.
Ma c’è dell’altro, lo so bene.
Il telefono squilla. Ho lasciato il cordless sul tavolinetto in vetro davanti al camino. Siamo qui da praticamente due anni, ma il caminetto non lo abbiamo acceso quasi mai.
Pensavo che la zona fosse più umida e invece, a metà settembre, la temperatura è ancora gradevole.
Secondo squillo. Per un attimo, sono tentata di non rispondere. Di far finta di niente. Di chiudermi in me stessa e lasciare il mondo fuori. Ma so che non posso.
Rispondo.
2
Piccole donne crescono
Gli anni successivi, per me, non furono una passeggiata di salute. La malattia dell’adolescenza me la presi in pieno e pure in anticipo. Avevo brufoli sulla fronte, mestruazioni dolorose, continui sbalzi d’umore e pensieri cupissimi. Un paio di volte accarezzai anche l’idea del suicidio, senza però concepire una modalità abbastanza romantica. I miei cult movie erano i film di Bergman e divoravo libri come La nausea di Sartre e La recherche di Proust.
Il tutto condito da aneliti rivoluzionari. Del resto, in quegli anni, gli studenti parigini erano piuttosto politicizzati. Ci schieravamo in molti contro il razzismo e a fianco di François Mitterrand, che avrebbe guidato il paese per due mandati.
«Io non diventerò mai una borghese come voi!» comunicai ai miei genitori nel febbraio del 1986 (mi ricordo bene il periodo perché fu l’inverno più rigido mai passato: meno venti gradi a Parigi e fermate della metropolitana aperte per non far morire di freddo i clochard). Loro (i miei genitori, non i clochard) non dissero niente, quasi se lo aspettassero. Ovviamente, in camera avevo una bandiera col Che Guevara (accanto a un poster di Madonna e alla locandina di una mostra di Miró).
Portavo jeans sformati, camicie a scacchi e scarponcini da maschio. Non mi truccavo, non mi pettinavo, indossavo sempre capi disassortiti e orecchini diversi l’uno dall’altro. Tutto questo, insieme a un profondo disprezzo per il genere maschile, mi accomunava ad Audrey, che mi stava dietro in tutto. A motivare lei c’era l’amicizia per me. Ma che cosa motivava me?
Oggi, a bocce ferme, mi rendo conto che il colpevole era solo uno: il mio naso. Non so perché, ma si era sbrigato a crescere, arrivando rapidamente alle dimensioni attuali, mentre il resto della faccia ci avrebbe impiegato anni per mettersi in pari. Mi guardavo allo specchio e mi vedevo brutta. Così, nel timore di suscitare lo scherno dei ragazzi, cercavo di rendermi invisibile. E peggioravo la situazione.
Aveva un bel dire mio padre, che il mio era un naso «di personalità». Una volta mi regalò una foto di scena in cui compariva Ingrid Bergman di profilo. «Vedi, avete lo stesso naso. E siete bellissime tutte e due» cercò di incoraggiarmi. Guardai la foto e commentai sprezzante: «Attricetta. Preferisco di gran lunga Ingmar».
Il bello di quel periodo fu che passò. E mi ricordo anche il momento esatto: 7 marzo 1987, un sabato. Primo pomeriggio, Audrey e io eravamo in metropolitana, dirette al cinema. Avevamo con noi la carte orange, un abbonamento su carta magnetica che ci permetteva piena libertà di movimento, e una buona dose di allegria. A un certo punto, intercettammo una conversazione alle nostre spalle.
Erano due ragazzi a parlare. Lo facevano con quel classico tono di voce di chi vuol essere sentito senza però far sembrare la cosa intenzionale.
«Carine» uno, voce profonda.
«Mm, niente male...» l’altro, più acerbo.
«Io preferisco la bionda» il profondo.
«Allora siamo d’accordo: la bruna ha un taglio d’occhi che mi fa sballare...» l’acerbo (e buongustaio).
Io avvertii un crampo allo stomaco. Fissai Audrey, che stava avvampando. Eravamo diventate donne. Il nostro sbarco sul Pianeta Maschio era ormai imminente.
Per diciassette anni, gli uomini non avevano fatto parte dei miei interessi. Esclusa l’infatuazione per Patrick, l’insegnante di francese, o per qualche divo della musica e della tv (dal cantante Jean-Jacques Goldman agli attori Richard Gere, Kevin Costner e Christopher Lambert), mi ero sempre tenuta alla larga dall’idea stessa di maschio. L’unico che frequentassi con una certa assiduità era Jaakko. Ma lui era un amico, mica un ragazzo!
La conoscenza con François (l’acerbo) e Alain (il profondo) cambiò del tutto le carte in tavola. Quel sabato la mia amica e io non andammo al cinema. Passammo invece il pomeriggio a passeggiare nel quartiere di Saint-Germain-des-Prés. Nonostante la stagione ancora invernale, il clima era piacevole. Sul far della sera, i due ragazzi ci portarono in un localino per una cioccolata calda.
«Qui venivano Jean-Paul Sarte e Simone de Beauvoir» mi spiegò François, mentre entravamo al Café de Flore. Io spalancai tanto d’occhi e pensai che ero stata fortunata a incontrare così presto l’uomo della mia vita.
Verso le sette, Audrey e io abbandonammo il tavolino, i resti della merenda e i nostri accompagnatori, per andare in bagno (a quell’età, fuori casa, non ricordo di essere mai andata in bagno da sola).
Lei era eccitatissima, con le guance arrossate e lo sguardo febbrile. «Ha ventitré anni e fa l’università: ma ti rendi conto?» mi sparò, tutto di un fiato.
Mi rendevo conto benissimo e le sorrisi.
«Ti ha già chiesto il numero di telefono?» le domandai.
«Sì, sì» squittì lei.
«Anche il mio» replicai io, con minor entusiasmo. Detto sinceramente, fra il profondo (cioè Alain, lo spasimante di Audrey) e il mio (François), avrei optato sicu...