UNA STORIA CHE PARTE
DA (NON MOLTO) LONTANO
Dalle montagne d’Abruzzo a Roma
Nell’immediato dopoguerra s’intensificò il flusso emigratorio dall’Abruzzo verso Roma, alla ricerca di migliori condizioni economiche. Insieme a molte altre, anche la mia famiglia si trasferì da Rendinara, frazione del comune di Morino nella Valle Roveto, provincia dell’Aquila, in una delle borgate romane, la Magliana. Ero molto piccolo e pochi dettagli mi riaffiorano alla mente di quegli inizi difficili, che in seguito i miei familiari mi ricordavano con tanti particolari. Arrivare alla fine del mese era un problema e ci si doveva accontentare di quel poco che si riusciva ad avere. Sono stati anni di grandi sacrifici.
Quando vedo la condizione degli immigrati oggi, ripenso a quegli anni, alla fatica d’integrazione, al lavoro senza sosta dei miei per racimolare un po’ di soldi con cui costruire una casa e fare studiare noi figli. Una mole di problemi e difficoltà affrontati con coraggio e dignità. Quale tenacia! È la stessa capacità di sacrificio che riscontro in molti immigrati venuti in Italia per fuggire, nei paesi di origine, alla fame e spesso alla guerra.
Come vivono tra di noi questi amici di altre nazionalità e cultura? Dalle indagini condotte di recente si evince che, giunti in Italia in cerca di speranza, amerebbero stabilirvisi, attratti dal nostro bel paese. Sentimento che però si va attenuando con il trascorrere del tempo, in seguito a delusioni che maturano rispetto alle aspettative, al punto che un crescente numero di giovani immigrati, così come succede pure tra gli italiani, decide di trasferirsi all’estero.
Degli italiani gli immigrati apprezzano la generosità, la solidarietà, la qualità di alcuni servizi, la libertà, il clima umano e le opportunità formative. Pesano invece negativamente la burocrazia, i prezzi alti, le discriminazioni e il difficile riconoscimento dei titoli di studio. A loro piace frequentare gli italiani e mostrano un reale interesse a sentirsi parte viva della nostra nazione, come pure a essere accettati come nuovi cittadini. Con grande realismo riconoscono tuttavia due serie difficoltà: avere il “permesso di soggiorno” e uno strisciante “razzismo”, che pone in dubbio la garanzia di un loro inserimento stabile e di una solida prospettiva interculturale basata sulle pari opportunità. L’ambito principale di discriminazione è proprio quello dei mass media, dove la rete internet, piuttosto che accreditarsi come luogo di partecipazione democratica, favorisce la diffusione del razzismo. Ricorrenti sono le discriminazioni nella vita pubblica, nei servizi pubblici e nel lavoro. In verità molti italiani fanno ancora fatica a ragionare in termini di pari opportunità e pensare, ad esempio, che nel futuro un manovale rumeno possa essere ingegnere, oppure una badante ucraina medico. Inoltre, sulla via dell’integrazione il preconcetto della criminalità ha sempre costituito un ostacolo, ma non si può equiparare immigrazione e delinquenza. Anzi, grazie a un’efficace azione di prevenzione, il godimento di dignitose condizioni abitative e il fatto di vivere in famiglia attenuano di molto tra gli immigrati il rischio della devianza.
Infine, dati statistici recenti mostrano che l’immigrazione costituisce un rimedio, seppure parziale, al continuo processo d’invecchiamento demografico e al basso tasso di fecondità. Il volto dell’Italia del prossimo futuro è già visibile nelle regioni dove l’incidenza degli stranieri ha raggiunto il 10% come in Emilia Romagna, Umbria, Lombardia, Veneto, oppure si aggira intorno al 9% come in Trentino Alto-Adige, Toscana, Marche, Lazio. Il loro insediamento, oltre a crescere numericamente, diviene più stabile e diffuso. I minori, figli d’immigrati, sono quasi un milione e aumentano ogni anno di centomila unità, tra nati sul posto e figli ricongiunti. Le seconde generazioni hanno superato le seicentomila unità e rappresentano oltre un decimo della popolazione straniera. Si pone per questi nuovi italiani la necessità della cittadinanza, la cui acquisizione va facilitata in tempi ragionevoli. Senza che ce ne accorgiamo, sta disegnandosi il volto dell’Italia del futuro, un’Italia multiculturale e multireligiosa.
Si sono festeggiati da poco i centocinquanta anni della nostra storia unitaria. Questo secolo e mezzo, ormai trascorso, ricorda un passato di esodo con molte sofferenze che potevano essere risparmiate, così come vanno evitate oggi facendo sì che dall’inquadramento emergenziale dell’immigrazione si passi a una reale prospettiva d’integrazione sociale. Inoltre, per i cristiani l’immigrazione costituisce un segno dei tempi, un’opportunità che la storia pone per costruire insieme il futuro e per superare la crisi che in questi anni colpisce le nostre nazioni.
Cara Alice, la tenacia degli immigrati è analoga a quella che ha permesso a tante famiglie, come la mia, di superare gli ostacoli e le contrarietà incontrati, arrivando nella capitale. Vivere a Roma sembrava già aver conseguito un traguardo, anche se si era costretti a stare in una casa angusta e priva di quelle comodità di cui oggi non si potrebbe fare a meno. Roma è Roma. Risiedervi era un’indubbia fortuna per chi veniva da un piccolo paese come il mio, appollaiato sul costone delle montagne al confine tra la Ciociaria e la Marsica. E sì, perché Roma è la città eterna, metropoli unica sulla terra per la sua storia, per l’arte e la cultura che la arricchisce e per gli eventi religiosi e civili che ne hanno segnate le tappe nei secoli e nei millenni. Unica soprattutto perché culla e cuore del cristianesimo, sede del papa, il successore di Pietro. A Roma s’impara a essere cittadini del mondo, ci si abitua ad accogliere tutti senza eccessivi disagi. Così è avvenuto in mille circostanze. Ad esempio, in occasione del grande giubileo del 2000, e, ancor più, per i funerali del beato Giovanni Paolo II. Per quest’ultima mesta giornata sono confluiti in città oltre tre milioni di pellegrini e i capi di stato e le delegazioni dei paesi del mondo intero. Nonostante l’afflusso straordinario di gente, pur dovendo prevedere eccezionali misure di sicurezza, Roma ha retto bene l’urto qualificandosi ancora una volta città aperta, caput mundi.
L’inizio del cammino
Sono nato in un piccolo paese d’Abruzzo, ma è a Roma che in pratica ho trascorso i primi anni della mia vita con i miei fratelli e i miei genitori, che hanno sempre mantenuto il tipico carattere volitivo e testardo dei montanari. Da mio padre Agostino, comunemente detto Augusto, ho imparato l’importanza del sacrificio e della fatica. Ho appreso che tutto ha un prezzo e che, senza pagare di persona, non si può ottenere nulla di valido e duraturo per l’avvenire. Da mia madre Cristina, invece, ho bevuto con il latte il gusto della fede. Da vera catechista mi ha aperto gli occhi all’amore di Dio. Soprattutto mi ha fatto conoscere e amare la Madonna. Prima di addormentarmi la notte, ancora adesso, ripeto quelle semplici orazioni mariane che lei diceva con noi, figli. Quanto è importante l’educazione religiosa impartita in famiglia dai genitori e specialmente dalla mamma! Il seme della fede, depositato nel cuore di un neonato con il battesimo, va custodito, coltivato e aiutato a maturare. Il clima ordinario per quest’azione religiosa non può che essere la famiglia. E anche quando in famiglia ci sono problemi e difficoltà, la fede è un grande sostegno. Peccato che mia madre ci abbia lasciati all’età di trentasei anni: molto giovane. Io ne avevo dieci e avevo appena terminato la quinta elementare.
Penso spesso a lei: rivedo mia madre, donna bella e piena di vita, quando mi afferrava per mano e mi accompagnava a messa, la domenica. Oppure quando si fermava dinanzi alla statua dell’Immacolata di Lourdes, che si trovava su un altare laterale della nostra parrocchia. «Giovanni,» mi diceva «ricordati che io morirò, ma la tua vera madre, che non muore mai, è la Madonna.» È stata tanto incisiva la sua influenza spirituale, che continuo ad avere con lei un rapporto così profondo da sentirmela accanto viva. Anzi, ho imparato nel corso degli anni ad avvertirla sempre più vicina, unendo la sua presenza a quella materna di Maria.
La Madonna delle Tre Fontane
A meno di un chilometro dalla nostra abitazione si trovava la collina delle Tre Fontane, dove, non molto distante dalla celebre abbazia dei trappisti – a me allora interessava perché nella foresteria del monastero si vendeva, e si continua tuttora a vendere, un’ottima cioccolata prodotta dai monaci – c’è la grotta nella quale, il 13 aprile del 1947, è avvenuto il prodigio dell’apparizione della Madonna a Bruno Cornacchiola e ai suoi figli. All’epoca quella collina, ricoperta di eucalipti, si presentava come un luogo abbandonato e frequentato da occasionali coppie in cerca di fugaci rapporti d’amore: una località pertanto non salubre, che i genitori ci raccomandavano di evitare accuratamente. Una strana coincidenza lega la mia nascita a quella grotta. Mentre il 5 ottobre del 1947 venivo al mondo, alla stessa ora – le otto del mattino – da piazza San Pietro si muoveva verso la grotta delle Tre Fontane una processione con la statua della Madonna benedetta da Pio XII. Mia madre considerava questa coincidenza un segno di predilezione di Maria, e ancor oggi sento una singolare attrattiva per quel luogo. In quella grotta, davanti alla statua della Madonna della rivelazione, è maturata la mia vocazione alla vita consacrata e al sacerdozio. Ai suoi piedi sono andato spesso e vi torno con frequenza cadenzata. Vi ho sostato alla vigilia del mio ingresso in seminario e poi, molte altre volte, prima delle scelte impegnative del mio ministero sacerdotale, e oggi episcopale. Si può quindi facilmente immaginare come io sia legato a quella collina carica di misticismo. La Chiesa, sempre molto prudente, non si è ancora pronunciata sull’evento delle apparizioni alle Tre Fontane. Tuttavia, nel corso degli anni, per rispondere alle esigenze pastorali dei devoti che vi accorrono, si è preoccupata di assicurare l’assistenza spirituale necessaria.
Dicevo prima che la Chiesa è prudente. Va subito chiarito che quando avvengono fenomeni straordinari – apparizioni, locuzioni interiori, miracoli, visioni e altre manifestazioni mistiche – l’autorità responsabile nella Chiesa procede con estrema cautela. La sua preoccupazione è analizzare bene gli eventi nella loro complessità, senza aver fretta. Al tempo stesso è sua cura non trascurare l’aspetto pastorale. In questo caso, le apparizioni che nel 1947 ebbe in quel luogo Bruno Cornacchiola, il tranviere romano, protestante e dichiaratamente anticattolico, non sono state mai riconosciute ufficialmente dalla Chiesa cattolica, anche se nel 1956 il papa Pio XII ha consentito accanto alla grotta la costruzione di una cappella per il culto e ne ha affidata la custodia ai francescani minori conventuali. E nel 1997, il beato Giovanni Paolo II, in vista del Giubileo del 2000, espresse il desiderio che vi si costruisse un tempio denominato santuario di Santa Maria del Terzo Millennio alle Tre Fontane. Tuttavia, la fede della gente precorre il giudizio della Chiesa. È avvenuto così per tanti altri casi. La maggior parte dei santuari, delle chiese e delle edicole dedicate alla Madonna, registra all’origine un miracolo, un’apparizione o un prodigio mariano.
Questi luoghi, – prima forse per la curiosità dei devoti, ma poi per la grazia di Dio che interviene – diventano terreno fecondo d’incontro e di preghiera. La gente ci va, vi resta in preghiera, ottiene grazie e prodigi. Diventano “cliniche” delle anime perché ci si converte, si riscopre la bellezza della fede, e si ritrova la pace del cuore. Sono nati così i santuari che conosciamo e che sono meta di milioni di pellegrini. Certo, si può verificare il rischio che ci si vada per curiosità o alla ricerca del sensazionale, per quella voglia di mistero alimentata dai mass media, per quel desiderio di toccare con mano prodigi e miracoli. Tocca ai sacerdoti educare i fedeli a una sana devozione, non disprezzando le loro attese e aiutandoli a capire che l’essenziale è incontrare Dio, comunque egli si manifesti, grazie proprio alla mediazione prodigiosa di Maria, modello di totale fedeltà alla volontà divina.
Del resto i messaggi di ogni apparizione mariana sono un ripetuto invito a convertirsi, a cambiare vita, a seguire il vangelo, a incontrare Gesù Cristo, il redentore dell’uomo. L’incessante appello di Maria, che nel corso dei secoli si fa presente in luoghi e modi diversi, è ad aver fiducia nell’amore di Dio e a non lasciarsi attrarre e corrompere dai falsi richiami di un mondo dominato dal potere del male. Questo invito mariano, così come risuona nella grotta delle Tre Fontane, fa eco al messaggio di Lourdes, di Fatima e di tante altre località molto frequentate, tra le quali Medjugorje. Delle apparizioni ai veggenti di Medjugorje si parla molto in questo periodo. Una speciale commissione, istituita dal papa, sta vagliando i fenomeni che da oltre trent’anni si ripetono, con apparizioni quotidiane della Madonna. In attesa di un pronunciamento ufficiale della Chiesa, si moltiplicano i pellegrini che accorrono in questa cittadina, nel cuore della Bosnia-Erzegovina. Se un invito sento di dover ripetere ai sacerdoti, è questo: non lasciate soli i devoti che vi accorrono. Come custodi e pastori zelanti del gregge che il Signore ci ha affidato, è nostra responsabilità illuminarli con sani insegnamenti e guidarli nel loro cammino di conversione e di riscoperta della pratica cristiana. Non capita raramente che, avvicinandosi così a questi fenomeni, pure i sacerdoti avvertano un risveglio di fede e di entusiasmo apostolico.
Un abbraccio della Madonna
Un giorno il beato Giovanni Paolo II ebbe a dire che questa è l’era di Maria, in cui lei si manifesta madre tenera dei credenti e di tutta l’umanità, specialmente laddove più si ha bisogno di sperimentare la sua tenerezza. In effetti, nei secoli recenti e ancor più negli ultimi anni, della Madonna si parla tantissimo. È però anche la Madonna a parlare agli uomini in luoghi dove la devozione popolare continua a essere viva, ed è sorgente di vita. Come non commuoversi quando si vede gente di ogni età e condizione sociale sostare in preghiera dinanzi alla grotta di Lourdes o nella cappellina di Fatima? Come non interrogarsi sapendo che migliaia di giovani si recano a Medjugorje per incontri di preghiera e restano intere giornate in ascolto silenzioso, attratti dal fascino invisibile della Regina della pace? Si va e si parla alla Madonna, si presentano a lei le domande e le intenzioni che più pressano: le sofferenze di una mamma, la trepidazione di chi è ammalato, l’incertezza di fronte al futuro, la mancanza di lavoro, la crisi della famiglia, il bisogno di pace e di sicurezza.
Quante richieste, cara Alice, quanta sofferenza, quante apprensioni! Quante lacrime asciugate, quanta gioia rinata nel cuore! La Madonna è madre. Il messaggio che ripete è semplice ed essenziale: abbiate fiducia in Gesù e seguite il suo vangelo. Conversione, fede e penitenza. In fondo come madre vuole diffondere tra i suoi figli, spesso distratti, la serenità, la gioia e la pace del cuore che solo in Dio è possibile recuperare. Dentro il cuore di ogni essere umano c’è un inespresso anelito di pace: ecco perché la gente accorre a Maria.
Si registra inoltre un fenomeno non privo di un certo interesse. Aumentano in questi anni testimonianze di conversioni di personaggi televisivi, dello spettacolo e dello sport. Abituati a calcare la scena per ben altro, ora con la semplicità dei neo-convertiti raccontano la loro storia e si commuovono nel professare un amore filiale verso Maria, frutto spesso di una recuperata pace del cuore. Talvolta può anche succedere che ci sia una loro eccessiva esposizione mediatica. Non tocca certo alla Chiesa regolare e dire come e quando uno debba partecipare a programmi televisivi, anche se non si stanca di raccomandare prudenza e discrezione per impedire che il sacro diventi spettacolo. Arriva sempre al cuore la testimonianza dei convertiti. È bene però ricordare a chi organizza queste trasmissioni che la Madonna non ha certamente bisogno di essere promossa da spot televisivi, pubblicitari e propagandistici. Quando si manifesta domanda preghiera, digiuno e penitenza per la salvezza delle anime. Sono queste le armi con cui educa i suoi figli a lottare contro il male per costruire un mondo nuovo di libertà, di giustizia, di pace e di amore.
Quello che Maria può operare nell’animo dei suoi figli lo sanno i sacerdoti e i confessori, che ascoltano le confidenze dei convertiti. È qualcosa che è difficile esprimere. Non sfugge, tuttavia, che si può cogliere sul volto di chi torna da un santuario mariano un senso di pace e di gioia, unito al desiderio di rivivere presto un’esperienza così edificante. Ed è forse questo il motivo per cui i pellegrini reduci dai luoghi mariani attirano altri pellegrini.
Verso il sacerdozio
Torniamo al racconto della mia adolescenza. Morta mia madre, si aprirono per me le porte dell’Istituto don Orione di Grotte di Castro, in provincia di Viterbo, dove ho potuto frequentare la scuola media. Anche l’ingresso in quest’istituto si collega a una singolare coincidenza, se di coincidenza si può parlare quando si tratta di misteri che incidono nella vita. Per meglio spiegare quanto voglio raccontare, è necessario che faccia un passo indietro e torni alla scuola elementare. In quegli anni fui scelto per far parte di una compagnia teatrale. Quando si dovevano provare le commedie da rappresentare, per tenerci calmi e buoni – si sa come i bambini siano irrequieti – ci venivano consegnati da leggere giornaletti e rivistine per ragazzi. Ricordo di essere rimasto affascinato da un libretto che, con molte illustrazioni, narrava la vita di un prete davvero speciale, il quale aveva accolto molti bambini rimasti orfani in occasione dei terremoti di Messina nel 1908, e poi della Marsica nel 1915. Mi colpiva questo prete – lo vedo ancora – con un nugolo di ragazzi attorno: sulle spalle, per mano, attaccati alla sottana. Un prete davvero coraggioso perché camminava tra le macerie e le case diroccate in cerca di feriti da curare. Mi ero talmente affezionato a quel libricino che ogni volta andavo a ricercarlo e mi fermavo a rivedere le immagini, con sempre rinnovato stupore. Ammiravo gli occhi grossi come due mandorle di questo prete, rasato a zero, che mi guardava fisso. Non avevo però mai letto come si chiamasse. Enorme fu la mia sorpresa quando all’ingresso dell’istituto, fui accolto da un grande ritratto di un prete. Lo riconobbi subito: era il prete degli orfani del terremoto, don Luigi Orione, proclamato santo dal beato Giovanni Paolo II il 16 maggio del 2004. Proprio lui, quello del quale molte volte, guardandolo e riguardandolo, avevo detto tra me e me: «Da grande voglio fare come lui».
Passarono rapidi gli anni dell’adolescenza e, una volta entrato nella congregazione fondata appunto da don Orione, completai i miei studi non molto lontano da Torino, in un piccolo borgo chiamato Bandito di Bra, a due passi da un santuario dedicato alla Madonna dei Fiori, nella cittadina di Bra, località dove nacque san Giuseppe Benedetto Cottolengo, un altro apostolo della carità. Alla scuola di don Orione ho appreso ad amare i giovani e il mondo del lavoro, a stare con i poveri; ho imparato ad amare la Chiesa e a seguire il papa con docile fedeltà, pronto, se necessario, a dare anche la vita per lui. A Roma, a Reggio Calabria, a Palermo ebbi a occuparmi di ragazzi in difficoltà. Non fu semplice né facile. Ho imparato che l’educazione – come amava ripetere don Bosco alla cui scuola ebbe a formarsi, da adolescente, don Orione – è questione di cuore. I consigli di quest’apostolo della gioventù sono quanto mai preziosi per genitori, maestri, educatori e formatori della gioventù. Egli scrive: «Dal momento che sono i nostri figli, allontaniamo ogni collera quando dobbiamo reprimere i loro falli, o almeno moderiamola in maniera che sembri soffocata del tutto. Non agitazione dell’animo, non disprezzo degli occhi, non ingiuria sul labbro; ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l’avvenire, e allora voi sarete i veri padri e farete una vera correzione». E continua: «In certi momenti molto gravi, giova più una raccomandazione a Dio, un atto di umiltà a lui, che una tempesta di parole, le quali, se da una parte non producono che male in chi le sente, dall’altra parte non arrecano vantaggio a chi le merita». E conclude don Bosco: «Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi».
Tornato a Roma, intrapresi gli studi di filosofia e teologia presso la Pontificia Università Lateranense. Anche questa è stata un’esperienza che mi ha lasciato il segno. Erano gli anni difficili della contestazione giovanile dopo il ’68. Un diffuso clima di ribellione serpeggiava in ogni strato sociale e anche noi, pur essendo incamminati verso il sacerdozio, non potevamo non risentire di questi influssi negativi. Si avvertiva un bisogno di novità e di rinnovamento, predominante era l’ideologia marxista entrata di prepotenza nelle cattedre di filosofia e infiltratasi anche attraverso le finestre della teologia. Sarebbe non facile raccontare ai ragazzi di oggi come te, cara Alice, quel che abbiamo vissuto allora. Purtroppo gli effetti della cultura del ’68 hanno influenzato la politica e le scelte sociali del periodo seguente e le conseguenze si avvertono tuttora.
In campo ecclesiale ci furono eventi che scossero l’opinione pubblica, come il «convegno sui mali di Roma», che fu occasione per riflettere sulle ingiustizie e sulle sfide sociali del momento, dentro e fuori la comunità ecclesiale. Sorsero diversi gruppi e comunità di base che riunivano numerosi fedeli ma, eccessivamente politicizzati, finirono per andare alla deriva. Qualche volta mi fermo a riflettere e mi chiedo: chi mi ha protetto e salvato dai rischi di quell’ora? Se rivedo come in un film gli eventi di quegli anni segnati dalla violenza, da scontri tra fazioni opposte, da assalti con feriti e purtroppo anche vittime, non posso non ringraziare Iddio per aver avuto formatori saggi e prudenti, larghi nelle vedute e capaci di dialogo, che mi hanno pazientemente aiutato a non lasciarmi coinvolgere in quell’onda di protesta che invase pure la Chiesa.
Prete nell’epoca digitale
Arrivò finalmente il giorno tanto atteso dell’ordinazione sacerdotale, e a celebrare il solenne rito fu un vescovo francese, mons. Jacques Martin, prefetto della casa pontificia e stretto collaboratore del papa Paolo VI. Era il 5 ottobre del 1974, primo sabato del mese, vigilia della festa della Madonna del Rosario. È nato sotto la speciale protezione di Maria il mio sacerdozio: a lei l’ho affidato sin dal primo momento. Voglio anzi aggiungere una confidenza assai personale. Quella sera, nella chiesa parrocchiale d...