Il cielo può attendere
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Il cielo può attendere

  1. 152 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Il cielo può attendere

Informazioni su questo libro

Ci sono momenti nella vita che segnano una svolta. A raccontarlo può sembrare strano, ma noi sappiamo che tutto ciò che di male, o di bene, ci è successo dopo, è iniziato lì. Per Umberto Scapagnini quel momento è stato il 2005 quando, in veste di sindaco di Catania, partecipa a una partita di calcio di beneficenza e si procura una frattura. Da allora gli eventi negativi si susseguono senza tregua. Poco tempo dopo, la sua compagna gli nota un gonfiore sulla tempia, che si rivelerà essere un melanoma molto radicato. È così che nella vita di Scapagnini irrompono il dolore e la paura. Dopo l'operazione e un iniziale ottimismo, il male si ripresenta più insidioso di prima. C'è un'unica possibilità per lui: una cura sperimentale che però può avere devastanti effetti collaterali. Infatti lo porterà al coma. Ma proprio quando sembra che tutto sia perduto, una luce misteriosa e l'apparizione rassicurante di Padre Pio, lo conducono fuori dal tunnel. Le metastasi sono scomparse. Accolto dal sorriso dei suoi affetti più cari, Scapagnini nasce una seconda volta. Dopo tanta sofferenza e la fatica di riprendere il contatto con la quotidianità, la pagina negativa aperta quella sfortunata sera pare essere terminata. Una storia di dolore, malattia e guarigione in cui la fiducia nella scienza e in se stessi, uno sguardo positivo sul mondo e la fede in Dio si uniscono per celebrare una volta ancora la bellezza della vita.

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Informazioni

Print ISBN
9788856623031
eBook ISBN
9788858504970
PARTE PRIMA

1

La girandola dei traumi

Non c’è da preoccuparsi: per sconquassare l’equilibrio PNEI da cui dipende la nostra salute non è indispensabile una lunga e implacabile sequela di traumi psicofisici, cosa che per fortuna tocca a pochi malcapitati. Dipende dalla resistenza e dalla forza di ciascuno di noi. Per alcuni può bastare una sola brutta “botta”: il dissesto economico, il divorzio, la vedovanza, un’odissea giudiziaria (specie se si è innocenti: si pensi a Enzo Tortora, che in breve tempo fu stroncato dal cancro), il licenziamento o ancora peggio il mobbing, cioè la persecuzione quotidiana sul luogo di lavoro. In molti casi è sufficiente la scontata, inevitabile andata in pensione, se non si dispone di grandi risorse interiori e ci si può solo rifugiare tristemente ai giardinetti per fare le parole crociate.
Anche uno solo di questi traumi (che transitano per il nostro direttore d’orchestra, ossia il cervello, ma spesso agiscono rovinosamente a livello inconscio senza nemmeno essere percepiti) diventa deleterio quando supera il “livello di guardia”, che è diverso per ciascuno di noi. È ancora peggio quando i casi della vita li fanno sommare l’uno all’altro, lasciando allo sfortunato ben poche possibilità di trovare almeno qualche aspetto della sua condizione in cui la mente possa recuperare e rallegrarsi: «Sto per andare in pensione, scopro che mia moglie mi fa le corna con il mio vecchio amico Claudio, mio figlio Andrea ha messo incinta la sua ragazza, non so più come pagare l’affitto, e proprio ora la Panda ha deciso di farsi rottamare»...
Non sono mie fumose teorie di psico-neuro-endocrino-immunologia. Le ho viste materializzarsi in decine di casi clinici. Purtroppo, anche nel mio.
Forse può interessarvi una recente statistica quantitativa eseguita negli Stati Uniti sulle stress sources, cioè sulle fonti di stress che possono rovinarci. Al numero uno c’è la perdita del partner con cui si è convissuti per più di dieci anni, e ciò indipendentemente dalla qualità della convivenza: magari il partner era una peste, ma perderlo è comunque un trauma che, secondo le statistiche, nel giro di un paio di anni fa salire in maniera notevole l’insorgenza di malattie neoplastiche (tumorali) e cardiocircolatorie anche mortali. Al secondo posto c’è l’impatto con il sistema giudiziario, fino all’arresto e alla detenzione. Questo vale sia per il colpevole, che spera sempre ingenuamente di farla franca, sia soprattutto per l’innocente, che si ritrova trascinato da un giorno all’altro nel gorgo delle accuse e dell’ostracismo sociale. Al terzo posto il semplice pensionamento, che tanti – troppi – vivono non come il meritato riposo dopo una vita di buon lavoro ma come un’improvvisa trasformazione in “uomini inutili”, tanto più in una società che vuole solo soggetti attivi e produttivi. Poi viene il divorzio (ma in Italia figura solo al decimo posto). In fondo alla lista ci sono addirittura il Natale con la sua frenesia consumista e il weekend, un momento in cui – invece di godersi un minimo di relax – l’organismo rimane mobilitato come se dovesse impegnarsi in chissà cosa anziché tagliare semplicemente l’erba in giardino.
Cosa fare in questi casi? Dal punto di vista puramente farmacologico, bisogna riportare in equilibrio i quattro sistemi che ho già descritto. Si può intervenire utilmente con farmaci a composizione naturale per salvaguardare il sistema immunitario, il sistema nervoso centrale e il sistema endocrino, ovviamente eliminando fattori pesantemente negativi come l’alcol, il fumo, la droga e le contaminazioni ambientali fisiche o psicologiche.
Nel mio caso, la girandola dei traumi destinata a sconvolgere il mio collaudato equilibrio PNEI si mise in moto nel 2005, nell’inaspettato scenario dello stadio Cibali di Catania, durante una festosa serata di beneficenza: una “Partita del Cuore” tra la Nazionale Cantanti e una squadra di ex atleti di tutti gli sport. Quale sindaco della città ospitante ero stato invitato a dare il calcio d’inizio, ovviamente in tenuta calcistica: ma un vecchio fanatico del pallone come me non poté trattenersi, anche se pioveva. «Avrò sessantaquattro anni, però una decina di minuti di partita me li voglio fare, magari su una fascia un po’ defilata e senza sforzarmi troppo.» No, non credo – come penserete voi maligni – che c’entrasse il fatto che eravamo in piena campagna elettorale e che una balda esibizione in campo del sindaco non avrebbe certo fatto male in termini di voti. Fu un momento di irresistibile esaltazione calcistica, e penso che molti italiani mi comprenderanno.
Purtroppo, con tutta la mia presunta cautela, mi arrischiai in un “tackle scivolato” su un pezzo di marcantonio, ex campione olimpionico, che mi veniva incontro come un carro armato. Lo scontro fu spaventoso: mi ritrovai sull’erba con la tibia e il perone fratturati. Una frattura scomposta che necessitava di trazione e ingessatura con mesi di immobilità, quindi addio campagna elettorale. «Non mi toccate, faccio tutto io» ordinai ai soccorritori. E col cellulare telefonai da terra a un bravissimo collega che sapevo aggiornatissimo sulle più avanzate tecniche tedesche per l’impianto di “protesi interne”. Si può fare, mi confermò lui, ma solo se l’osso spezzato è allineato: una sbarretta di acciaio al titanio viene infilata non fuori ma dentro l’osso, e invece di mesi il paziente può tornare in piedi in un paio di settimane.
Sotto le telecamere golosamente puntate sul primo cittadino che, dopo l’onore del calcio d’inizio, giaceva gocciolante a terra, mi misi io stesso a tirarmi la gamba con tutta la forza tra caviglia e ginocchio – per fortuna in questi casi il dolore è attutito dallo shock – e riuscii a riallineare le ossa spezzate. Poi, sempre da solo, volli applicarmi le stecche per bloccare l’arto, e finalmente mi lasciai trasportare in ospedale dove venni operato con urgenza.
La protesi tedesca funzionò a meraviglia, quindici giorni dopo potevo riprendere la campagna elettorale con le stampelle. Il voto a Catania era cruciale per la coalizione di destra, che aveva perso alle regionali e alle amministrative in quasi tutte le città, vedendo in pericolo il suo sostegno elettorale di pochi anni prima. Invece, tra la sorpresa generale, io fui l’unico sindaco uscente di Forza Italia rieletto al primo turno con il cinquantaquattro percento dei voti. Col senno di poi, come si vedrà, oggi non so più se rallegrarmene o meno. Ma certamente nulla cancellerà quell’angosciosa serata che mi vide, sotto i teleobiettivi e sotto gli occhi di migliaia di tifosi, manipolare con strana freddezza la mia gamba rotta sull’erba di uno stadio, sotto la pioggia.
Ero ancora vacillante sulle stampelle quando inaugurai il secondo mandato. Nei primi cinque anni non dovevo aver fatto tanto male, se mi avevano rieletto, ed ero fermamente intenzionato a continuare così. Ma in quanto a stress, preoccupazioni, ansie e amarezze, il lavoro da sindaco non è tra i più raccomandabili. Figuriamoci poi quello che può capitare quando al governo a Roma subentra una coalizione rivale, che – come sempre accade – mette i bastoni tra le ruote alla giunta di una grande città “controcorrente” e cerca di tenerla finanziariamente a stecchetto.
La girandola dei traumi continuò dunque a roteare intorno a me anche dopo che quello della gamba fratturata si era risolto. Se fino a un certo punto ho resistito bene, lo devo forse al mio carattere positivo e ricco di humour non tanto britannico quanto napoletano, al mio cervello sempre pieno di curiosità e di interessi, al mio fisico robusto e a quel gusto di vivere che mi aveva meritato il soprannome da parte dei catanesi di “sindaco Umberto Sciampagnino”. Ma lo stress, come disse lo stesso scienziato canadese Hans Selye, che per primo individuò questa sindrome, è come il vento e il nostro organismo è come una barca a vela. Senza un po’ di brezza, un cutter rimarrebbe fermo nella bonaccia: in altre parole, la dose giusta di adrenalina non fa affatto male, anzi è un prezioso fattore di stimolo all’azione (e alla reazione contro quello che ci arriva dall’esterno). Se però il vento supera la “tolleranza” della barca, la fa naufragare. Anche lo stress può rivelarsi micidiale.
Il mio successivo tifone, per dirla come Conrad, arrivò dalla magistratura non molto dopo la mia riconferma al Palazzo dell’Elefante, sede del Municipio catanese. Non mi sembra il caso, in un libro come questo, di ricominciare con le polemiche sulle toghe rosse, gialle o blu, sui sostituti procuratori “d’assalto”, sulle “manovre occulte” per rovesciare nelle aule giudiziarie il verdetto delle urne. Lasciatemi solo accennare in breve che, durante il mio secondo mandato di sindaco, a Roma vennero stretti i rubinetti, per cui a Catania smisero di arrivare i fondi necessari non dico per iniziative nuove, ma anche solo per la buona gestione quotidiana di una grande città. Quindi ne conseguì un gravissimo indebitamento del Comune, perché i servizi essenziali ai cittadini bisogna comunque assicurarli. Milioni di euro di deficit: «Eccolo, quello sperperatore del sindaco Sciampagnino!». Come se passassi le mie serate tra discoteche, cocaina e Moët-Chandon alla faccia degli elettori contribuenti, come ahimè fanno altri.
Dopo il fallimento del governo Prodi e il ritorno al governo del centrodestra, i rubinetti si sono riaperti e a Catania (io non ero più sindaco) hanno ricominciato ad arrivare un po’ di soldi, alcuni provenienti dallo stanziamento europeo FAS (Fondo Aree Sottosviluppate). E lasciatemi dire che Catania – beneficiaria di centoquaranta milioni di euro su tre anni – era l’unico comune che ne avesse pienamente diritto perché ubicato nel Meridione d’Italia: fondi assai più ingenti sono andati a Roma (novecento milioni di euro) e a vari comuni del Nord senza che nessuno avesse nulla da ridire.
Basta così. Il guaio è che, nelle condizioni in cui, in simili frangenti, la giunta doveva operare, i magistrati (d’assalto o meno) trovarono la manna, tra sospetti, insinuazioni, sequestri, iscrizioni nel registro degli indagati per me e – cosa che ancor più mi addolora – per molti miei collaboratori che sapevo onestissimi. Va bene che oggidì il famigerato registro è diventato una specie di elenco telefonico, tanto che uno spiritoso si è fatto stampare così i biglietti da visita: «Dott. Egidio D’Egidio / Commercialista iscritto all’Albo / e due volte al registro degli indagati».
Nonostante l’impegno profuso nel tentativo di scoprire qualche magagna che doveva necessariamente nascondersi da qualche parte, nessuno è riuscito a trovare nella mia attività di sindaco il minimo fumus di reati commessi per mio vantaggio personale. Avendo la coscienza a posto, ho lasciato che le cose andassero avanti a loro modo.
Ma il loro duro marchio, in termini di PNEI, me lo avevano comunque lasciato. Bastò un anno: nel 2007, fulmine a ciel sereno, le cose precipitarono.

2

Un piccolo gonfiore sulla tempia

Consentitemi una breve digressione riposante, prima di affrontare la fase più drammatica della mia esperienza di malato. Mi fa piacere rievocare (e fa bene anche al mio equilibrio PNEI) l’estate del 2007, che fu la mia ultima oasi di serenità come sindaco e soprattutto come persona sana. Grazie anche a una nuova compagna, Sabrina, trentenne catanese non solo splendida ma anche dolce e intelligente. Arrivò nella mia vita a riparare i traumi di un primo matrimonio felice (con due magnifici figli), finito in divorzio per esaurimento, e di un secondo matrimonio andato progressivamente in crisi – e non posso non assumermi la mia parte di colpa al riguardo. Sono particolari che non riguardano la mia attività medica ma la mia privacy: vi accenno perché integrano il quadro complessivo della mia vita di uomo.
Te la ricordi, Sabrina, quella meravigliosa breve vacanza a Taormina, l’ultima che ho potuto offrirti prima che ti dovessi trasformare in amabile infermiera sempre pronta ad accudire come un bambino un compagno vigoroso ma malandato e bravissima a fargli le iniezioni intramuscolari?
Fine della parentesi romantico-nostalgica. Ma fu proprio Sabrina, mentre ce ne stavamo al sole sulla spiaggia della Baia Verde, presso Catania, a notare per prima uno strano gonfiore sulla mia tempia sinistra. Me lo palpai: era vero.
In queste cose non bisogna mai indugiare. Contattai subito un chirurgo che mi operò per quel che sembrava un innocuo lipoma, cioè un tumoretto benigno formato da un accumulo di grassi. Ma a un certo punto si fermò. «Ho tolto il lipoma» mi disse «ma sotto c’è qualcos’altro. Oltre non posso andare.»
La TAC confermò che “qualcos’altro” c’era davvero, tra la tempia e lo zigomo – in termini più tecnici sotto il muscolo temporale e davanti all’osso zigomatico. Era il caso di intervenire al più presto. Sapevo che a Messina c’era uno dei nostri migliori chirurghi maxillo-facciali, già primo allievo di uno dei celebri capiscuola di questa disciplina. L’intervento fu delicatissimo: si doveva operare nello strettissimo spazio tra la carotide interna che sale verso la testa, i nervi facciali e il trigemino. Il chirurgo Francesco De Ponte – voglio citarlo per nome perché fu straordinario – praticamente mi “smontò” la faccia, compreso l’osso zigomatico, che posò sul tavolo operatorio in attesa di poterlo rimettere a posto alla fine. Riuscì così ad accedere al “qualcosa” e lo rimosse. Poi mi “rimontò”, e senza lasciarmi praticamente nessun segno. Bisognava ora attendere l’esame istologico per il verdetto.
Era domenica, sedevamo a tavola quando bussò alla porta mio figlio Giovanni. Anche Giovanni è medico, docente universitario e specialista in genomica, vale a dire lo studio delle anomalie che il dna può subire non solo per via ereditaria ma anche nel corso della vita del singolo soggetto.
«Papà, mi dispiace ma ti devo parlare. Mi hanno comunicato il risultato dell’analisi. È un melanoma.» A stento tratteneva le lacrime. Sapevamo bene entrambi che il melanoma è un tumore maligno dei più letali, e per giunta era pericolosamente vicino al cervello. Tanto più aggressivo quanto più si è giovani: stranamente, a un giovanotto con un melanoma non si darebbero più di tre mesi di vita, mentre per un sessantenne come me la prognosi nefasta è meno rapida. E mi ricordai che vent’anni prima avevo avuto un neo all’angolo dell’occhio che aveva qualche cellula sospetta. Il neo mi era stato tolto con un delicato intervento dall’abilissimo prof. Stirpe, che – forse non ci crederete – mi rimosse l’occhio lasciandolo appeso al nervo ottico, eseguì l’intervento e quindi procedette a una crio-coagulazione di tutta l’area interessata. Possibile che, dopo oltre due decenni, una metastasi dormiente dell’antico neo malignizzato avesse deciso di attaccarmi di nuovo, approfittando di un momento in cui le mie difese erano abbassate?
Se si è medici, si è abituati e addestrati ad avere a che fare ogni giorno con casi spesso terribili, e non ci si può mettere a piangere ogni volta: che si tratti di un paziente o di noi stessi. Ma forse il coraggio me lo diede il vedere la commozione di mio figlio e la sua decisione nel reagire.
«Non lasciarti andare, Giovanni. È un melanoma? Lo affronteremo. Lo possiamo vincere. Siamo in ballo, e continuiamo a ballare.»
Il “ballo” continuò a Milano, dove opera uno dei massimi esperti mondiali di melanoma, il professor Cascinelli. Poiché il tumore era stato già rimosso a fondo, ci limitammo (io continuavo a mettere bocca anche con il super-professore) a una serie di irradiazioni tomografiche presso la clinica San Raffaele – nel reparto diretto dall’attuale ministro della Sanità Ferruccio Fazio – per “sterilizzare” la zona operata ed eliminare eventuali cellule cancerose circostanti. Poi una PET accertò che nell’intero organismo non erano più presenti cellule neoplastiche. Insomma, alleluia, ero di nuovo “pulito”. Mi rifeci io stesso i controlli sull’andamento del mio sistema PNEI, e anche loro erano tornati normali.
Dopo venti applicazioni tornai alla mia scrivania di sindaco e ricominciai la battaglia dei bilanci, degli ostruzionismi, delle interferenze giudiziarie. Volevo portare a termine il mio programma, un impegno preso verso la mia città adottiva che mi aveva eletto e rieletto, e che amavo tanto.
Ma avevo preteso troppo dalle mie condizioni fisiche a dir poco tartassate ed ero psicologicamente sfiancato dalla necessità di condurre la lotta quotidiana su più fronti in contemporanea per riuscire a realizzare la minima cosa utile. Diciamo che il mio PNEI si stava vistosamente squilibrando. Un sentito grazie da parte del mio sistema neuro-endocrino-immunitario va all’allora premier Romano Prodi, che riuscì a capitombolare prima del tempo, aprendo la strada a nuove elezioni politiche. Presi la difficile decisione di dimettermi dalla carica di sindaco, rinunciando agli ultimi due anni del mio secondo quinquennio, e di presentarmi per la Camera dei deputati in cima alla lista di Forza Italia per la Sicilia Orientale.
Il trionfo berlusconiano in tutta Italia mi vide felicemente eletto, ma permettetemi di osservare che anch’io personalmente dovevo essermi guadagnato una certa stima da parte dei miei elettori. Non per niente le mie dimissioni da sindaco furono accolte con commenti dispiaciuti dalle televisioni locali e da molti catanesi («Nun ci putiti lassari, nui vi vulimo beni»). Tutti ignoravano totalmente che, dietro quella decisione, c’erano anche le mie condizioni di salute.
Del resto non intendevo certo rifugiarmi alla Camera a riposarmi, come per una specie di ben pagata sinecura. Al contrario, mi sembrava maggiormente utile operare non più “in periferia”, affrontando problemi locali, ma al centro, continuando da Roma la mia azione per promuovere i sacrosanti interessi del malato, del Sud, della Sicilia, di Catania. Perciò, una volta alla Camera, invece di fingermi interessato alla Marina Mercantile o all’Agricoltura, entrai nella Commissione per la Sanità, in cui sapevo di avere qualcosa di proficuo da fare. E credo di averlo fatto.
Comunque sia, la vittoria elettorale era stata clamorosa e bisognava festeggiarla adeguatamente: subito dopo gli scrutini, il premier Berlusconi organizzò dunque una celebrazione in onore dei neo-onorevoli. Ma, almeno per me, la festa doveva durare assai poco. La sera stessa dovevo tornare a Catania, e così a un certo punto salii sulla macchina della mia scorta.
Da anni avevo una macchina blindata con una guardia del corpo composta di poliziotti, ma nel mio caso non era affatto uno status symbol. Negli ultimi tempi da sindaco di Catania avevo ricevuto ripetuti avvertimenti, segnali, minacce da persone (a cominciare dalle Brigate Rosse) a cui evidentemente il mio modo di fare non andava a genio. Anche dopo aver abbandonato la carica, e fino a quando non sono stato bloccato dalla malattia, ho dovuto sopportare l’enorme fastidio di non poter girare se non su un’auto blindata, accompagnato ovunque dalla scorta, persino al cinema o a una cena con gli amici. Per fortuna non si sono verificati attentati alla mia preziosa vita (anche se pare che se ne stessero preparando). Ormai non credo ch...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Prologo
  5. Le dita a bacchetta di tamburo
  6. Parte Prima
  7. Parte Seconda
  8. Parte Terza
  9. Riconoscimenti finali (ma non banali)
  10. Appendice Gli esami PNEI: a cosa servono e come si fanno
  11. Ringraziamenti