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Capitolo IX
La massima autorità
Nel castello dell’arcivescovo, a Bishopthorpe, fervevano le usuali opere di manutenzione primaverili. Gli operai strisciavano lungo le grondaie come ragni, procedendo nelle riparazioni. Un vetraio e il suo assistente lavoravano accanto a una delle finestre del maniero. Diversi manovali si aggiravano nel roseto aggiungendo ghiaia ai viali. Un’altra squadra di giardinieri piantava semi nell’orto.
John Thoresby era uscito all’aperto per riscaldare al sole le sue membra irrigidite. Non si era atteso una simile attività. Era lui che aveva dato ordine di iniziare a eseguire i lavori non appena il tempo si fosse messo al bello, ma era seccato dal fatto che fossero cominciati tutti insieme, e mentre lui era ancora sul posto. Era tempo che Owen Archer ritornasse dal Galles e riprendesse le mansioni di intendente di Bishopthorpe. Owen le svolgeva con logica e cortesia e Thoresby sospettava che il vescovo di St David ne avesse scoperto il talento. Adam de Houghton era un arrivista. Bastava vedere come aveva adulato Lancaster, per coinvolgerlo nel suo programma di radunare i vicari in un collegio dove poterli sorvegliare. Houghton era deciso a diventare Lord Cancelliere. Trovasse pure la gioia che voleva, in quella nomina, ma non poteva tenersi Archer. Thoresby aveva inviato un messaggero nel Galles, che doveva dare al capitano precisi ordini di fare rientro e informarlo del modo in cui Alice Baker aveva creato delle situazioni che avrebbero potuto danneggiare la sua famiglia. La richiesta del duca di ottenere la collaborazione di Archer per reclutare arcieri da impiegare nella sua campagna in Francia era stata ragionevole. Di fatto, come avrebbe potuto Thoresby opporvi diniego se lo scopo di quella campagna consisteva nella difesa del regno? Per allora Archer aveva sicuramente già svolto il suo compito, e fratello Hewald, il messaggero, anche se per caso non avesse ancora consegnato la sua lettera, doveva perlomeno essere nei pressi di Cydweli.
Thoresby brontolò tra sé per il noioso martellare che udiva tutto intorno. Pensando che nei giardini presso il fiume avrebbe forse trovato un’atmosfera più calma, si allontanò dal castello. Nel passare davanti al capanno del giardiniere udì un rumore strano, insolito. Simon, il giardiniere, aveva sofferto di diversi attacchi di catarro durante quella primavera umida, l’ultimo dei quali non si era ancora risolto, ed era apparsa una febbre che aveva preoccupato tutti. Temendo che l’uomo stesse di nuovo male, Thoresby aprì la porta del capanno.
Simon alzò il capo e riconoscendo l’intruso soffocò un’imprecazione. Le sue braccia affondavano fino al gomito in una maleodorante miscela di fango e letame, che il giardiniere stava lavorando come se si trattasse di un impasto. «Vostra Grazia!» esclamò, estraendo le braccia dalla miscela. «Il letame puzzolente produce rose fragranti.»
«Non smettere a causa mia, Simon.» Thoresby riusciva a immaginare l’uomo mentre, distratto, si toccava la faccia con quelle mani disgustose. L’odore era insopportabile e l’arcivescovo si coprì la bocca e il naso con l’avambraccio. «Mi chiedevo solo a che cosa fosse dovuto questo rumore, non intendevo disturbarti.»
«Vostra Grazia è sempre il benvenuto» replicò Simon. «Ma capisco che vogliate ritirarvi. La mia brava moglie non si è mai rassegnata a vedermi in questa porcheria. E stasera mi farà scendere al fiume perché mi lavi a dovere prima di mettere piede in casa.»
«Non ti riscalderà l’acqua?»
Simon ridacchiò. «La mia valente moglie ha molte bocche da sfamare, molti corpicini da vestire e non ha a disposizione molto più tempo di quanto ne abbiamo noi.»
«Certo, naturalmente.» Così dicendo l’arcivescovo pensò che se almeno si fossero limitati un po’ avrebbero potuto mettere al mondo meno figli. «Che Dio protegga tutti voi» disse, e uscì dal capanno.
Quando fu all’esterno, intento a respirare a fondo l’aria pura, udì un cavallo che entrava nel cortile trottando. Il giorno prima un messaggero giunto al galoppo aveva portato la notizia che una banda di malfattori aveva assalito Freythorpe Hadden. Erano in arrivo altre cattive notizie? Un’alta siepe gli impediva la vista. Incuriosito, per vedere ritornò sul sentiero: fratello Michaelo, il suo segretario, era finalmente di ritorno. Senza dubbio avrebbe voluto parlare subito con l’arcivescovo, ma Thoresby desiderava godersi quella giornata, per cui continuò a cercare per sé un angolino tranquillo al sole. Avrebbe parlato a Michaelo in serata.
Dopo aver riflettuto a lungo, Lucie inviò un biglietto a Roger Moreton per chiedere se il giorno successivo Harold Galfrey avrebbe potuto accompagnarla in vece sua dallo sceriffo in capo. L’intendente avrebbe potuto dare una conferma di ciò che lei si preparava a dichiarare, essendo stato testimone dell’accaduto, e quindi rimettersi subito in viaggio per Freythorpe Hadden. Nel risponderle, Roger espresse il suo disappunto, ma si dichiarò d’accordo; Harold costituiva una scelta migliore. Avrebbe informato il suo intendente circa l’ora dell’appuntamento.
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La serata era fredda a sufficienza per accendere un fuoco nel salone, ma l’aria era ancora talmente mite che Thoresby aveva ordinato ai servitori di disporre un tavolo e delle sedie vicino a una grande finestra aperta. Fratello Michaelo non era seduto da molto quando chiese il permesso di far spostare la propria sedia accanto al fuoco, lontano dalla brezza serale. Thoresby fece un cenno al servitore alle sue spalle perché provvedesse. La richiesta del suo segretario era naturale: era così magro che non gli era rimasta abbastanza carne a riscaldargli le ossa! Anche Jehannes, l’ex segretario di Thoresby ora arcidiacono di York, aveva visto fratello Michaelo molto provato dal viaggio nel Galles.
«Durante il suo breve soggiorno da noi a York l’ho trovato molto calmo» aveva inoltre dichiarato Jehannes all’arcivescovo quando la sera precedente avevano cenato insieme. «Trascorreva gran parte del suo tempo nella preghiera.»
Thoresby notò che Michaelo continuava ad armeggiare con le sue maniche dal taglio perfetto, per assicurarsi che fossero disposte in maniera ordinata sui braccioli della sedia. Aveva un aspetto emaciato, sembrava ancora sconvolto dalla morte di sir Robert D’Arby, ma l’arcivescovo sapeva di non avere davanti a sé un santo.
«Avete impiegato molto tempo per ritornare» gli disse.
Fratello Michaelo lanciò un’occhiata al servitore, poi posò lo sguardo sulla caraffa di vino, sui calici. «E tuttavia ero ansioso di incontrarvi, Vostra Grazia.» Poi guardò di nuovo in direzione del servitore.
Interessante. Doveva avere qualche cosa da dire, ma era evidente che non voleva essere udito da un estraneo. Thoresby con un cenno congedò il suo servitore.
«Ho accompagnato madonna Wilton a Freythorpe Hadden per raccontare a dama Filippa gli ultimi giorni di vita di sir Robert.» Michaelo si interruppe con un’espressione incerta, come chiedendo il permesso di proseguire.
Thoresby gli fece cenno di continuare.
«Abbiamo incontrato degli ostacoli» proseguì Michaelo e descrisse l’attacco a Freythorpe Hadden da parte dei malfattori. Non c’era da meravigliarsi se appariva esausto. «Madonna Wilton è decisa a denunciare l’accaduto allo sceriffo in capo» concluse.
«Vuole parlarne a Chamont?» chiese Thoresby. «Potrà fare ben poco, ammesso che sia ancora in carica al Castello di York.»
A quel punto fratello Michaelo gli tese una lettera. «È da parte di madonna Wilton.»
L’arcivescovo la lesse in fretta, seccato all’idea che i ladri conoscessero così bene il castello di madonna Wilton. Era contento che Lucie avesse avuto il buonsenso di ritornare a York. Nella lettera gli chiedeva di inviare a Freythorpe Hadden degli uomini armati... era una richiesta sensata, che avrebbe esaudito per la madre dei suoi figliocci. «Invierò subito alcuni uomini» dichiarò mettendo la lettera da una parte. «Ditemi, madonna Wilton è al sicuro, a York?»
A quella domanda fratello Michaelo si accigliò. «Ho pensato che lo fosse, Vostra Grazia. Ma se ne dubitate... Forse potremmo parlare con il balivo.» Si alzò per versare il vino nei calici.
«I balivi reagiscono quando il danno è compiuto. Ho bisogno di Archer.»
«Sono certo che madonna Wilton la pensi allo stesso modo, Vostra Grazia.»
C’era del sarcasmo nelle parole di fratello Michaelo? Thoresby guardò il segretario che gli tendeva un calice di vino. Teneva gli occhi bassi, la sua espressione era indecifrabile. Che significava tutto ciò? L’arcidiacono posò il calice sul tavolo e si alzò, avvicinandosi alla finestra. Com’era dolce l’aria della sera e quanto transitorio quel momento! Rimase immobile per un po’, respirando a fondo, riflettendo. Il racconto di Michaelo e la lettera di Lucie lo avevano turbato: l’attacco dei banditi aveva qualche cosa di anormale. Si volse e sorprese Michaelo nell’atto di servirsi nuovamente da bere.
«Ciò che non mi convince è l’incendio della casa del guardiano.»
Michaelo lo guardò con espressione perplessa.
«Con la morte di sir Robert, madonna Wilton è diventata padrona della proprietà, naturalmente prima che questa passi a Hugh. E fin qui non vi è alcun dubbio, vero? Sir Robert accennò mai ad altri problemi, a qualcuno che avrebbe potuto avanzare dei diritti sulla proprietà, a vecchi nemici?»
«Nessuno, Vostra Grazia.» Michaelo trasse un fazzoletto dalla manica e si tamponò la fronte spaziosa. Sul suo volto si leggeva la preoccupazione. «Ma non ho pensato a fare domande» confessò.
Thoresby fece un gesto per tranquillizzarlo. «Di fatto, non sono cose da chiedere a un amico sul punto di morte.» Avvertiva una spiacevole sensazione di sospetto circa l’interesse di Michaelo per la famiglia di sir Robert D’Arby. «Siete molto cambiato nei confronti di sir Robert» gli disse.
«Avevo per lui il più sentito rispetto e grande ammirazione.»
«In precedenza, tuttavia, avevate dimostrato raramente un tale affetto per le persone anziane» osservò Thoresby, ricordando che Michaelo aveva manifestato interesse solo nei confronti di giovani affascinanti, o di uomini che avrebbero potuto soddisfare le sue ambizioni.
Michaelo balzò in piedi, con le guance arrossate dall’indignazione. «Vostra Grazia! Non sono venuto meno al mio voto. Non potete pensare una cosa simile a proposito di sir Robert!»
«Rimettetevi a sedere, Michaelo. Non intendevo offendervi, ma dovete ammettere che anche a me ogni tanto accade di riflettere. La carne è debole, per quanto un uomo possa lottare contro il diavolo. Mi stavo proprio chiedendo che cosa avreste potuto sperare di guadagnare dalla vostra devozione.» Sospirò, vedendo il monaco che si era alzato di nuovo in piedi, vibrante di indignazione. «Sedete!»
Michaelo obbedì.
«Un discorso fatto senza riflettere. Perdonatemi.» Michaelo non rispondeva. «Allora, pace fatta?» chiese Thoresby. «Possiamo proseguire?»
Michaelo alzò lentamente il capo, poi lo abbassò di nuovo e l’arcivescovo interpretò quell’atteggiamento come un assenso poco entusiasta, melodrammatico. Certe cose non erano cambiate. «Invierò Alfred e Gilbert a Freythorpe Hadden. Archer ha insegnato loro a ragionare, il che può essere di grande aiuto in circostanze come queste, benché poco indicato in altre.»
Michaelo alzò il capo. «Desiderate che vada con loro?»
«No. Invierò uno dei servitori con un messaggio. Abbiamo delle lettere da scrivere: allo sceriffo e ad Archer. Ho già convocato il capitano, ma quanto gli scriverò ora dovrebbe spronarlo a tornare più in fretta.»
Il monaco si rilassò. «Avete richiamato il capitano, Vostra Grazia?»
«Potreste immaginare un momento peggiore, per lui, per rimanere lontano dalla sua famiglia?»
«Sperava di essere sulla via del ritorno proprio in questo periodo.»
«Benissimo. Dovrebbe essere qui presto, allora.»
Michaelo inclinò il capo da una parte, come per riflettere. «È un gesto molto gentile da parte vostra.»
«La gentilezza non ha nulla a che vedere con tutto questo» replicò Thoresby. «Che cosa pensate di questo Harold Galfrey? Mi avete detto che ha già svolto mansioni di intendente. Sarà in grado di occuparsi di una proprietà tanto vasta? Freythorpe Hadden rappresenta una grande responsabilità. Chi se ne occupa deve svolgere mansioni più complicate di quelle che svolge Archer in qualità di mio intendente. È un uomo competente?»
«So molto poco sul suo conto, Vostra Grazia. Roger Moreton, un rispettabile mercante di York, lo ha preso al suo servizio in qualità di intendente, su raccomandazione di John Gisburne.»
«Gisburne... le sue raccomandazioni non fanno testo, per me. Anzi, a dire la verità, le considero controproducenti.»
«Anche a me sono giunte voci a proposito di Gisburne, ma madonna Wilton si fida dell’opinione di messer Moreton, che effettivamente è molto rispettato da tutti.»
«Forse lo è, ma se prende sul serio le raccomandazioni di Gisburne è probabile che nell’assumere qualcuno commetta degli errori. Secondo me madonna Wilton non ha preso sufficienti informazioni. Dovrò indagare a proposito di questo Galfrey.»
Michaelo sembrava addolorato.
«Che c’è, ora?»
«C’è che sono stato io, Vostra Grazia, a insistere presso madonna Wilton perché assumesse Galfrey quale intendente provvisorio. Sono io che pongo troppe poche domande.»
«Lo avete fatto per cortesia, Michaelo. E ora, occupiamoci delle lettere.»
Quel mattino in casa di Lucie regnava il caos. Gwenllian temeva che la madre progettasse di scomparire di nuovo per qualche giorno e vedendo che si preparava a uscire per recarsi dallo sceriffo in capo, si era aggrappata alle sue gonne. Filippa aveva rimproverato la nipote perché non impartiva una punizione alla piccina. Jasper aveva informato tardivamente Lucie che il capo della corporazione l’aveva convocata durante la sua assenza per discutere le accuse di Alice Baker, e che desiderava incontrarla al più presto. Harold arrivò mentre Lucie, seduta in cucina, stava pregando Jasper di ripetere, parola per parola, quanto aveva detto il capo della corporazione, e Filippa interveniva scusando il ragazzo che, secondo lei, stava solo cercando di proteggere la madre dai pettegolezzi. Jasper insisteva nell’affermare che non le aveva nascosto nulla, ma non riusciva a ricordare ogni parola pronunciata da messer Thorpe. Harold condusse Gwenllian in giardino.
Quando alla fine Lucie li raggiunse, la bambina stava stuzzicando allegra Crowder con una cordicella a cui aveva legato un rametto di gattaria. Harold sedeva su una panchina, cercando di costruire una culla per il gatto; sembrava allegro, riposato.
Lucie, sedendogli accanto, cercò di non notare il calore dei suoi sorprendenti occhi azzurri. «Credo che prima del tramonto diventerò pazza» si confidò.
«Ho incontrato la moglie del fornaio e udito un pettegolezzo su di voi» disse Harold. «Nessuno ritiene che siate colpevole; tutti sanno che Alice Baker è convinta di essere un’alchimista.»
«Ciò che conta è l’opinione della corporazione. Alcuni dei suoi membri ritengono che non avrei mai dovuto essere accettata tra loro, e secondo altri non merito l’onore del titolo di “mastro”. Non si accontentano di escludermi dalle cerimonie, dagli incontri, solo perché sono una donna...» Ma perché si stava confidando con quell’uomo? Lucie si alzò, si rassettò la gonna. «Vogliamo andare?» Era ormai uscita dal giardino quando si accorse che Harold non l’aveva seguita. Lo vide in piedi accanto alla panchina, con le mani dietro al dorso, che la guardava con un’espressione incerta. Ritornò sui propri passi. «Che cosa c’è?» gli chiese.
A disagio, ed evitando di guardarla, Harold le confessò: «Spero di non offendervi, ma ho chiesto a messer Moreton di portare una lettera da parte mia allo sceriffo in capo».
Voleva dunque evitarla? Lucie si sentì arrossire e fu contenta che lui non se ne accorgesse. Aveva forse notato che si era vestita con cura per lui, o immaginato che avesse atteso con impazienza il momento di passeggiare in città insieme? «Perché?» chiese in un bisbiglio che trovò fuori luogo.
Finalmente Harold la guardò, e le rispose: «Voglio ripartire subito per Freythorpe Hadden. Non sono tranquillo, mi sono svegliato con la sensazione che avrei fatto bene a tornare laggiù al più presto».
Lucie osservò la sua espressione per capire se mentisse, ma sembrava sincero, il che la raggelò. «Che cosa temete sia accaduto durante la nostra assenza?»
«Nient’altro, mi auguro, ma solo ora mi rendo conto del pericolo che abbiamo corso. Fino a ieri sera ho avuto poco tempo per riflettere, ma poi...» Agitò una mano e proseguì: «Ho pensato a ciò che avrebbe potuto accadere... mi capite? Voglio dire... se il guardiano e la sua famiglia fossero stati nel loro alloggio quando i banditi appiccarono il fuoco».
«Dove si trovavano Walter e i suoi?»
«In cucina, stavano cenando.»
«È evidente che Dio li ha protetti.»
«Pensate a come devono sentirsi oggi. Tenderanno l’orecchio a ogni rumore con il cuore in gola.»
«Dovreste raggiungerli, è vero. Io...» Lucie, commossa da tanto interesse, gli toccò la mano. «Vi ringrazio» mormorò ...