È un lunedì mattina quando lo scrittore Massimo Senise riceve nel suo attico romano un pacco da Madrid. Sono le copie della versione spagnola del suo ultimo romanzo. Attratto dalla bella copertina, Senise si immerge nella lettura, ma d’improvviso s’interrompe, disorientato. Nel primo capitolo compare un personaggio di nome Marta che nell’originale – ne è certo – non esisteva. Camminando lieve e triste sulla battigia, la ragazza entra ed esce dal libro nello spazio di una frase.
Incuriosito e perplesso, Senise legge oltre e scopre altri interventi arbitrari, che sembrano formare un messaggio destinato a lui. Il suo pensiero va subito alla traduttrice, Magdalena Vegas Palacio. Chi è questa donna che pare conoscerlo così intimamente? E chi è Marta? Cercare nel passato sembra essere l’unica strada, e Senise decide di partire, intraprendendo un viaggio nei ricordi fra i quali riemerge la figura di una misteriosa bambina, comparsa una notte a Murano nel giardino di sua zia: il suo primo incontro con l’assurdo. Senise la cerca a Venezia, inutilmente, poi vola a Madrid, e di lì a Toledo, nel tentativo di incontrare almeno la traduttrice.
Inattese coincidenze e improvvise epifanie lo colgono mentre insegue il fantasma che è entrato nel suo libro come un passeggero clandestino in una nave.

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La versione spagnola
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9788838471865
LA VERSIONE
SPAGNOLA

Il plico da Madrid arrivò un lunedì di prima mattina e fu lo stesso destinatario a riceverlo. Svegliato dal suono del campanello, Massimo Senise scese in pigiama, firmò distrattamente la ricevuta, ritirò il pacco e ritornò nel suo appartamento all’ultimo piano del palazzo. Posò l’involto sulla scrivania dello studio ed esitò per qualche istante, come incerto se aprirlo o tornare a letto. Poi, via via che si sentì riprendere dai vapori del sonno gli sembrò di poter fare entrambe le cose in breve successione l’una dall’altra, dando una rapida occhiata alle copie della versione spagnola del suo ultimo libro e magari addormentandosi fra una pagina e l’altra. Strappò l’involucro di carta da pacchi che recava il marchio della Editorial Suspense, calle Alcalá 453/B Madrid e quello del corriere, ne fece uscire una scatola di cartone con lo stesso marchio spagnolo, la aprì e ne vide emergere la copertina della prima delle dieci copie destinate all’autore che la casa editrice gli aveva mandato, il suo nome in alto MASSIMO SENISE scritto in grandi caratteri, il titolo Perdidos (libera traduzione del titolo italiano La sconfitta) e la fotografia a colori di un gruppo di ragazzi e ragazze seduti in un bar all’aperto di una imprecisata città europea.
Era una fotografia estiva e sfacciata che esibiva allegria e smentiva la dichiarazione di fallimento suggerita dal titolo. Nessuno di quei ragazzi sembrava perduto o sconfitto o destinato a diventarlo in un imminente futuro. Massimo estrasse le dieci copie, lasciò la prima sulla scrivania e sistemò le altre qua e là sugli scaffali della libreria. Poi tornò a stendersi sul letto ma non riuscì a riaddormentarsi. Non gli era del tutto chiara la reazione avuta vedendo le copie spagnole del libro. Non gliene importava? Aveva perso ogni interesse per il suo mestiere al punto da restare indifferente anche di fronte a ciò di cui si sarebbe dovuto rallegrare? Non era certo la prima volta che gli capitava di farsi quelle domande. Uno spaventato silenzio, un senso di depressione e disgusto (e adesso che faccio? dove trovo la materia necessaria a scriverne un altro? e davvero vale la pena di darsi tanto da fare? e quanto ridicola consumata e priva di interesse è la figura dello scrittore in crisi!) sembravano scaturire dall’ultima pagina di ogni suo libro fino a quando, in un modo o nell’altro, i luoghi e i personaggi che abitavano la sua mente e che parevano essersi dileguati non si facevano sentire di nuovo. Ma il periodo di disgusto seguito all’uscita de La sconfitta durava da troppo tempo per poterlo considerare passeggero come tanti altri. Era pervicace e profondo e sicuramente associato alla ripugnanza che provava tutte le volte che gli capitava di ricordare o di vedere su uno schermo televisivo il terminal di un aeroporto con le code dei passeggeri davanti ai check-in, i carrelli delle valigie, la voce degli altoparlanti che abitualmente annunciavano annullamenti di voli, ritardi di partenze o di arrivi. I fondali del suo mestiere. Scrivere e viaggiare dovevano avere qualcosa in comune se nei momenti di saturazione suscitavano gli stessi sentimenti di ripulsa. Alla larga. Mai più. Mai più mettersi in coda. Mai più attese. Mai più lunghi viaggi notturni torturati dall’insonnia, mai più sedere davanti alla macchina da scrivere o al computer. La verità, pensava, era che la scrittura e il viaggio non erano più per lui necessari come erano stati un tempo e che avrebbe fatto meglio a smettere. Sì, smettere, piantarla definitivamente, pensare ad altro, dedicarsi a nulla. Non sarebbe stata una perdita per nessuno. Non che si sentisse attratto all’idea di starsene a casa senza alcun progetto che lo tenesse occupato. Al contrario. Lo stesso disgusto lo aggrediva ogniqualvolta sorprendeva se stesso steso sul letto o seduto in poltrona (nel migliore dei casi con un libro in mano che difficilmente lo appassionava, a provare che oltre allo scrittore anche il lettore era in crisi) come se fosse un altro, una persona che non gli piaceva, un suo doppio immaginario che passasse le giornate come lui le passava. Che cosa avrebbe pensato di lui qualcuno che lo guardasse dalla casa di fronte? Che era un ammalato, un depresso, un infelice o più semplicemente un danaroso fannullone? Quasi senza rendersene conto si alzò dal letto, aprì la finestra e guardò fuori. Nessuno lo stava osservando dall’altra parte della strada, gli appartamenti di fronte sembravano deserti e disertati anche da quelle presenze femminili che regolarmente ritrovava a ogni trasloco da una città all’altra, da un Paese all’altro, quasi fosse sempre la stessa donna che lo seguiva e che gli appariva nuda o seminuda mentre si alzava dal letto, si lavava, si vestiva, indifferente o forse divertita dal fatto di essere così esposta ai suoi occhi. Era sempre lui che si allontanava per primo dalla finestra per non dover poi accusare se stesso di essere un furtivo voyeur. Era successo troppo spesso e troppo casualmente per non pensare che quei paesaggi che gli si aprivano ovunque al di là della strada entro il riquadro di finestre straniere non facessero parte del paesaggio più ampio che in quegli anni gli veniva offerto dalla vita, più generosa allora di quanto lo fosse in quei giorni. Segni di benevolenza. Era successo a Milano Roma Venezia Parigi New York; perfino nell’albergo di Hong Kong prima che l’isola fosse restituita alla Cina, ovunque fosse vissuto per un tempo sufficiente a raccogliere materiale per i suoi reportage oppure per scrivere uno o più capitoli di un libro in parte ambientato in quei luoghi. Segnali di una buona disposizione degli dèi nei suoi confronti. Poteva succedere di tutto in quegli anni. Ora invece pareva non dovesse succedergli più nulla, come se gli dèi, o chiunque fosse ad avere la gestione dei rapporti fra gli uomini e la loro stessa storia, avessero deciso di essersi occupati anche troppo a lungo di lui e che era tempo di farla finita. A volte gli pareva di vedere e di sentire gli dèi parlare del suo caso. Seduti attorno a Zeus, come li aveva visti in tante rappresentazioni grafiche dell’Olimpo, decidevano che lui in fondo era una entità trascurabile immeritevole di altre attenzioni. Che cosa aveva fatto se non scrivere un po’ di libri? Avesse almeno una volta sussurrato qualche preghiera. Macché. Chiesta umilmente la loro protezione. Macché. Sacrificato qualcosa. Elevato un tempio, magari un modesto capitello lungo la strada. Neanche parlarne. Così tutto era finito quasi di colpo. Finito l’amore per Francesca quasi in contemporanea con la fine dell’amore di Francesca per lui, il che se non altro aveva loro consentito di lasciarsi senza drammi; finita la voglia di raccontare storie, finito ogni interesse. Gli era stata lasciata una sorta di nostalgia per ciò che non aveva ancora avuto o che non sarebbe mai riuscito ad avere, qualcosa che non sapeva in che consistesse esattamente ma di cui avvertiva la presenza oltre i confini delle esperienze già fatte. Ma non era particolarmente curioso di sapere di cosa potesse trattarsi. Aveva creduto di averla trovata quando era riuscito a convincere il principe che possedeva l’intero palazzo a vendergli l’attico (due stanze, bagno, soggiorno, cucina, la terrazza che guardava i Fori) fino a poco prima occupato dall’attrice Nicole Harper, la bella interprete di un paio di film di serie B richiamata negli Stati Uniti dal suo agente con una proposta che avrebbe fatto di lei una star. Il principe lo aveva dato a lui per dispetto nei confronti “di quell’americana’’ (come era solito chiamarla), che se ne era andata senza pagare l’affitto di un anno assicurando che quando fosse ritornata a Roma avrebbe saldato il debito o avrebbe comperato l’attico. Massimo vi era entrato con l’entusiasmo di chi ha finalmente trovato l’oscuro oggetto della propria nostalgia, che forse è il posto preparato per lui nel disegno dell’universo. Per lui, solo per lui e non per altri. Ma dopo le prime settimane, quantunque godesse di quel piccolo appartamento dalle pareti foderate di mogano, dei tetti di Roma e di tutto quello che vedeva dalla terrazza, si era reso conto che ciò che gli era mancato prima continuava a mancargli. E che l’inerzia in cui era caduto e di cui vergognosamente neppure provava vergogna, era sempre lì come un malinconico ospite.
Fu un molle tentativo di reagire all’inerzia a guidare il suo sguardo verso la copia del libro che aveva posato sulla scrivania. In fondo c’era una relazione diretta fra quell’oggetto dalla copertina colorata e il suo stato d’animo. Anche il libro era nato da una sconfitta e contava poco o nulla che avesse venduto molto, che fosse stato acquistato e pubblicato in fretta in più paesi europei, come se il pubblico di quei paesi avesse riconosciuto se stesso in quelle pagine e condividesse il senso della storia che vi era raccontata: il mondo un immane disastro, le belle équipe le più fragili e le prime a scoprirlo e a sfasciarsi, gli amici, i compagni dalle identiche promesse mancate diventati ostili l’uno all’altro, il matematico cui si attribuiva la capacità di trovare la quadratura del cerchio infelicemente arreso all’insegnamento nel liceo dove aveva studiato da ragazzo, il militante politico un piccolo insoddisfatto peón del parlamento, le ragazze più belle che gareggiavano fra loro nel collezionare matrimoni e divorzi, irriconoscibili le deliziose labbra di un tempo, in sostanza un libro su un sodalizio che si sfalda, su una mente collettiva che si screpola.
Tornò a guardare la copertina, il gruppo di ragazzi sorridenti e felici seduti attorno allo stesso tavolo, ignari di quello che sarebbero diventati, il destino ancora lontano. Marc Nicola Francine Robert Laura Louise Marcello Luca: nessun nome che corrispondesse al vero nome delle persone cui si era vagamente ispirato, i suoi amici, i suoi compagni di università o di lavoro, gli stranieri incontrati per caso e subito entrati nel cerchio affettivo sempre disposto ad allargarsi, eppure nomi altrettanto attendibili di quelli tenuti nascosti così come apparivano altrettanto attendibili le facce e gli atteggiamenti dei ragazzi della fotografia, pur essendo semplici maschere prestate alla casa editrice spagnola. Cercò di guardarli a uno a uno e a un tratto rabbrividì. La foto che era stata scelta era la foto di una generazione nella quale chiunque in Europa ne avesse fatto parte avrebbe potuto riconoscersi. Lui stesso si riconosceva nel ragazzo a sinistra con la camicia bianca, le maniche arrotolate, il gomito posato sul tavolo, ma si riconosceva anche in quell’altro al centro con la sigaretta in bocca e la maglietta scura e in quello in jeans con le gambe accavallate, la testa rivolta alla ragazza più vicina, e in quell’altro e in quell’altro ancora. Di colpo sentì rinascere l’interesse per il libro che aveva in mano come se ne avesse colto una vibrazione segreta di cosa viva, animale, che tendeva a espandersi al di là dei propri confini. Sedette alla scrivania e cominciò a leggere.
«En la plaza en frente al casino calurosa y opaca come un vidrio empañado dos muchachos al verlo acercarse le salieron al encuentro. Eran Marc y Nicola...»
Lesse per pochi minuti di seguito il primo capitolo che raccontava l’incontro del gruppo di amici sulla spiaggia di vent’anni prima, non così affollata e rumorosa come le spiagge di adesso, né così sudicia e trascurata, ma silenziosa e invitante come se lui descrivendola e il traduttore spagnolo facendo il suo lavoro avessero avuto in mente le spiagge lontane dalle città come erano state raccontate dal cinema degli anni Cinquanta: liberi spazi felici a disposizione di chiunque fosse in condizione di goderne.
«El mar apenas jadeaba. Todas las cosas parecían remotas, también ellos parecían remotos. Louise flirteaba como siempre con Marc. Nicola como siempre proponía de bañarse desnudos. Marta caminaba en la orilla triste y sin peso como una sombra.»
Massimo Senise smise di colpo di leggere. Marta? Da dove veniva fuori quel nome? Per quel che ricordava nel libro non c’era nessun personaggio che si chiamasse Marta. Scosse il capo. Oppure c’era?
Per un momento pensò che il traduttore o la traduttrice (ancora non aveva controllato) avesse cambiato il nome di uno dei suoi personaggi, così, come per capriccio, oppure pensando che per qualche ragione musicale o puramente fonetica il nome tolto non funzionasse nella lingua spagnola, ma gli sembrò che i suoi personaggi fossero tutti lì, almeno i principali, quelli che dovevano corrispondere ai ragazzi della copertina, e che ciascuno di essi portasse il nome che lui gli aveva dato. Posò il libro e più incuriosito che irritato cercò nella libreria una copia dell’originale italiano. Ne sfogliò le pagine cercando il punto in cui aveva interrotto la lettura e controllando i nomi che scorrevano davanti ai suoi occhi. Marc, Nicola, Francine, Robert, Laura, Louise, Marcello, Luca... Tutti corrispondevano. Nessun nome era stato cambiato. E, quello che più contava, nessuna ragazza camminava da sola lungo la riva. E allora da dove diavolo veniva fuori quella Marta che passeggiava dentro il suo libro? Riprese a leggere cercandola per capire chi fosse e dove andasse ma la ragazza pareva essere scomparsa dalle pagine immediatamente successive a quelle che aveva letto come se fosse stata una figura qualsiasi che non faceva parte del gruppo e che solo casualmente si era incrociata con i suoi personaggi. Per un momento pensò di essersi sbagliato, di aver letto male o troppo frettolosamente quel punto e sfogliò le pagine all’indietro sperando di avere conferma che sulla spiaggia non c’era nessuno oltre alle persone che lui ci aveva messo. Ma non si era sbagliato. La ragazza Marta era sempre lì e camminava lungo la riva. Dunque, se era lì, qualcuno doveva avercela messa e poiché non era stato lui doveva ovviamente essere stato il traduttore del libro. Ne cercò il nome nelle prime pagine del volume. Vide il titolo PERDIDOS in grandi caratteri nella primissima pagina. Nella seconda: NARRADORES EUROPEOS. Nella terza il suo nome MASSIMO SENISE e di nuovo il titolo. Nella quarta, in caratteri più piccoli: Título original La sconfitta, Traducción de Magdalena Vegas Palacio. Dunque non si trattava di un traduttore ma di una traduttrice. Il nome non gli diceva niente. Altri libri gli erano stati pubblicati in Spagna ma da altre case editrici e da traduttori di cui non ricordava i nomi, fra i quali però - ne era certo - non figurava quello di Magdalena Vegas Palacio. Dunque Magdalena, disse fra sé, vediamo un po’ perché l’hai fatto. Tornò alla pagina dove aveva interrotto la lettura e lesse e rilesse quella frase «Marta caminaba...» e fu come se vedesse la ragazza passare lungo la orilla (bellissima parola, pensò, molto più musicale e marina della parola che le corrispondeva in italiano: riva, battigia, bagnasciuga, battima) a indicare l’orlatura che si disegna sulla spiaggia lì dove il mare la raggiunge. E a un tratto si sorprese a dire confusamente fra sé: è una bella scena, vorrei averla scritta io, è qualcosa che mancava, una malinconica intrusa di cui però qualcuno deve conoscere il nome, che immersa nei propri pensieri attraversa uno spazio di allegria occupato da altri, diretta chissà dove, estranea a quanto le succede attorno, questa traduttrice.... - tornò a guardarne il nome per incorporarlo definitivamente nella sua memoria - questa Magdalena Vegas Palacio può aver commesso un arbitrio, qualcosa che abitualmente chi traduce non può permettersi e neppure osa pensare, ma chi se ne frega, è una donna intelligente, dotata anche di occhio cinematografico in grado di frugare le profondità di campo delle pagine e di avvertirvi la mancanza di un contrasto...
Massimo si rendeva conto che il suo atteggiamento verso quella violazione delle regole di cui il libro era stato vittima avrebbe dovuto essere diverso, irritato, infastidito o nel migliore dei casi perplesso, invece davvero non gliene importava, forse perché niente gli importava del libro o forse perché gli pareva che, almeno in quel punto, a pagina 6, il suo lavoro fosse stato migliorato. Se ne avessero ricavato un film, come era accaduto per alcuni dei suoi precedenti romanzi anche se con risultati mediocri, avrebbe suggerito quella scena, avrebbe cercato di imporla qualora il regista avesse opposto resistenza in nome del solito luogo comune sulla libertà del cinema rispetto all’opera narrativa («sono linguaggi diversi, autonomi l’uno dall’altro anche stilisticamente, io una scena così non la vedo, che ci frega di una ragazza che passa sullo sfondo mentre il punto focale è il gruppo? chi è poi questa ragazza, la ritroviamo?»). Come per rispondere a quelle domande Massimo Senise sfogliò rapi...
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