Caffè con panna
eBook - ePub

Caffè con panna

  1. 320 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

La vita di Cameron potrebbe stare tutta in una scatola di cartone. L'infanzia trascorsa spostandosi da una città all'altra le ha insegnato a non mettere radici. Ora, a trent'anni scarsi, l'unica persona con cui festeggiare San Valentino è Oliver, il suo ultranovantenne datore di lavoro con cui condivide l'appartamento e che ama come fosse un padre. Certo pranzare tutti i giorni con tramezzini al formaggio non è il massimo, ma fa parte di una routine che per Cameron ha il fascino di una vita serena e senza intoppi. Fino a quando Oliver non le porge una lettera che porta la fi rma di Sonia, l'amica da cui, quindici anni prima, aveva creduto di non potersi separare mai. Pomeriggi sul divano a rivedere per la centesima volta Dirty Dancing, notti intere trascorse a confi darsi i più intimi segreti... Poi un furioso litigio le aveva divise e da allora non avevano più saputo nulla l'una dell'altra. Sono passati otto anni ormai, ma Cameron non ha la minima intenzione di riallacciare i rapporti. Se non fosse per un misterioso pacchetto che Oliver le chiede di recapitare di persona a Sonia. Intraprende così un viaggio che la riporterà indietro, tra ricordi che riaffiorano ed emozioni mai dimenticate.Un viaggio pieno di sorprese e di incontri inattesi, alla scoperta dell'amore, dell'amicizia e, soprattutto, di se stessa.

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Informazioni

Print ISBN
9788838486876
eBook ISBN
9788858505762

1

«E se non mi avessi mai incontrata?» mi chiede Sonia all’improvviso. «Come sarebbe ora la tua vita?»
Sonia è diventata la mia migliore amica soltanto da pochi mesi, ma non posso più immaginare la mia esistenza senza di lei. L’unica cosa che mi viene in mente è questa: la sottoscritta sola e avvilita in una stanza. «Molto noiosa» rispondo, e Sonia scoppia a ridere.
Sdraiate sul suo letto, fissiamo il baldacchino rosa con i piedi appoggiati al muro sopra la spalliera. Abbiamo quattordici anni. Quando giro la testa per guardare Sonia, i suoi capelli mi sfiorano il viso.
«Se non ti avessi incontrato in quel parcheggio,» prosegue lei «avremmo potuto non parlarci mai.»
«Ma seguivamo tre corsi insieme» osservo.
«Sì, ma se tu quel giorno non fossi entrata in palestra, probabilmente non saremmo mai diventate amiche.»
«Forse la nostra è un’amicizia decisa dal destino. Magari ci avrebbero assegnato una ricerca di gruppo.»
Sonia agita la mano sopra di sé, come per scartare l’ipotesi.
«Ogni decisione che prendiamo,» afferma «si ripercuote sul resto della nostra vita.»
«Lo so, lo so» rispondo. Gliel’avrò sentito dire un miliardo di volte.
Poi aggiunge: «Cosa sceglieresti tra essere la mia migliore amica per sempre e ottenere il ragazzo dei tuoi sogni?».
«Non posso avere tutte e due le cose?»
«No.»
«Perché no?»
«È così.»
«Magari tu potresti sposare suo fratello e abitare vicino a noi.»
Sonia scuote con forza la testa, e il movimento fa tremare il materasso. «Devi scegliere» dichiara.
Otto anni dopo, abbandonerò Sonia. Mi allontanerò in macchina da un’area di servizio in Texas, con gli occhi fissi sullo specchietto retrovisore. Lei mi inseguirà correndo disperata e urlando il mio nome, con un’espressione sconvolta sul viso. Adesso, nella camera di Sonia, tutto il tempo da trascorrere insieme, tutti i sogni e le speranze, si trovano ancora davanti a noi. Ogni decisione vive tra quel momento e questo.
Sonia si gira e si appoggia sui gomiti per guardarmi in faccia. «Devi scegliere» insiste. «Scegli.»

2

Nel febbraio del mio trentesimo anno di vita arrivò una lettera per me. L’indirizzo era scritto con la mia calligrafia. All’inizio non me ne accorsi. Pur raccogliendo la posta ogni mattina, avevo smesso da tempo di controllarla: nessuna busta riportava il mio nome. Anche quel giorno appoggiai la corrispondenza sul tavolo della cucina, e iniziai a preparare i tramezzini al formaggio e mortadella che costituivano il pranzo preferito del mio datore di lavoro, lo storico Oliver Doucet.
Oliver ripeteva spesso che tutte le epoche esistono simultaneamente, e io, per stuzzicarlo, ribattevo che lo pensava solo perché le nostre giornate si susseguivano tutte uguali. Vivevo con lui da quasi tre anni, appena fuori il centro di Oxford, in Mississippi, e ormai mi ero abituata al programma della sua giornata: si pranzava dalle dieci e tre quarti alle undici, si cenava dalle quattro e mezza alle cinque. Poi guardavamo un film in bianco e nero, e Oliver andava a letto prima delle nove. Spesso rimanevo sveglia a leggere o in compagnia della televisione, anche se lui mi esortava a uscire. Non sapeva però che a volte m’intrufolavo in camera sua per accertarmi che stesse ancora respirando. Quando uscivo avevo sempre paura che il suo cuore smettesse di battere, come se bastasse la mia presenza a tenerlo in vita. La mattina provavo sempre un senso di sollievo nel vederlo seduto al tavolo della cucina, con indosso una ridicola vestaglia di velluto, dono della figlia, intento a sorbire una tazza di caffè dopo l’altra, ognuna con tre “nonnulla” – come li chiamava lui – di panna. Oliver aveva novantadue anni, io ventinove. Era lui, tra il serio e il faceto, ad aver battezzato quello come il mio “trentesimo anno di vita”.
La cucina era stata ristrutturata varie volte da quando esisteva la casa, l’ultima negli anni Ottanta. Ma Oliver aveva sempre insistito perché venissero conservati alcuni aspetti delle versioni precedenti. Con il suo tinello, il montavivande ormai fuori uso, il microonde di prima generazione e il camino di pietra con lo spiedo, quell’ambiente era la concreta dimostrazione della sua teoria sulla simultaneità del tempo. Stavo cantando They can’t take that away from me e intanto spalmavo di maionese le fette di pane in cassetta. La sera prima avevamo visto Shall we dance. Dalla finestra il giardino appariva rigoglioso e pieno di fiori. La luminosità gioiosa della stanza sembrava generata dal mio stato d’animo allegro. Non avevo motivi particolari per essere così felice, ero solo grata della mia vita quotidiana. Mi incantai sulla collezione di piccole galline allineata sul davanzale. In legno, vetro e smalto, anche le più brutte testimoniavano la dedizione necessaria per realizzare quelle piume arruffate o le pieghe sulle zampe.
«Cameron, cara» disse Oliver, facendomi sussultare. Mi voltai e lo vidi sulla soglia della cucina, con una mano appoggiata al suo bastone da passeggio e l’altra allo stipite. Ebbi l’impressione che fosse rimasto lì a guardarmi per un po’. Doveva essere un giorno speciale. Indossava una camicia bianca appena stirata e un paio di pantaloni neri. A differenza di molti uomini anziani, lui indossava pantaloni con la vita bassa, stretti da una cintura da cowboy.
«Buon San Valentino» gli augurai sorridendo. Avevo notato la data sul calendario della cucina solo qualche minuto prima: a casa di Oliver era facile perdere il conto dei giorni.
«È oggi?» chiese. «Me ne ero dimenticato.» Si scostò dallo stipite ed entrò nella stanza. Stava per sistemarsi sulla sua solita sedia, poi si fermò e prese uno specchietto che aveva infilato nella cintura dei pantaloni, porgendomelo insieme a un pettine. Era molto fiero delle sue ciocche di capelli bianchi, che insisteva a portare pettinate all’indietro, proprio come faceva da giovane. Avrebbe potuto acconciarli da solo, ma gli piaceva che me ne occupassi io. Ogni mattina, dopo la doccia si presentava in cucina per la sua messa in piega.
Mentre gli lisciavo i capelli umidi, lui si osservava nello specchietto. Era convinto della somiglianza tra il suo volto e quello di un uccello da preda e, anche se il paragone poteva farlo sembrare più minaccioso che nella realtà, era tutto sommato azzeccato: aveva il naso aquilino e gli occhi brillanti e vigili. Da giovane era stato molto bello, con la fronte aristocratica, quasi superba, e morbide labbra carnose. Nelle vecchie fotografie la sua espressione era sempre divertita.
Oliver si rimirò soddisfatto mentre gli reggevo lo specchio. Poi si strinse contro la guancia la mia mano libera. «Ah, ragazza mia» sospirò. «Non mi trovi affascinante?»
«Affascinante e bellissimo» risposi.
«Il più bello di tutti i tuoi spasimanti?»
«Naturalmente.» Lo baciai sulla fronte, morbida come cotone felpato.
«In tal caso,» disse infilandomi un anello al dito «buon San Valentino.» Di fronte al mio viso incredulo scoppiò in una risata soddisfatta.
L’anello era splendido, ovviamente antico, d’oro e con cinque piccole opali. In passato mi aveva regalato dei libri, anche rari, ma mai nulla di simile. «Oliver» iniziai, ma venni subito interrotta.
«Apparteneva a mia zia» spiegò. «Ora il nostro fidanzamento è suggellato. Puoi congedare gli altri pretendenti.»
«È un dono splendido» dissi. «Grazie.»
«Sei sempre stata molto buona con me.» Mi guardò lungamente negli occhi, con serietà. Non usava mai espressioni tanto dirette, e provai uno slancio di gratitudine e imbarazzo. Prima che potessi parlare di nuovo, mi bloccò con un cenno della mano. «Ti prego però di non approfittarne» continuò con un sorriso arguto. «Non mi dispiacerebbe gustare il nostro pranzo».
Tornai al bancone, ma anziché prendere il coltello continuai a osservarmi la mano, ammirando il modo in cui i raggi di sole sembravano fissare le opali sull’anello.
Dietro di me Oliver apriva la posta. Sentii il consueto rumore della carta strappata, il frusciare delle buste sul tavolo via via che le metteva da parte, poi il silenzio della lettura. Immaginai che avesse ricevuto una lettera di complimenti o una richiesta di articoli oppure una preghiera per qualche raccomandazione, lettere che gli facevano piacere ma alle quali non rispondeva mai. A volte mi impietosivo pensando ai mittenti e rispondevo io, spiegando che Oliver era molto grato delle loro belle parole, e che avrebbe esaudito volentieri le loro richieste se solo non fosse stato molto impegnato con la stesura delle sue memorie. Di fronte a quelle risposte così prolisse lui di solito alzava gli occhi al cielo, borbottando: «Menzogne, tutte menzogne».
Invece quel giorno disse: «Davvero curioso».
«Cosa?» Girandomi vidi che reggeva una busta contro luce, strizzando gli occhi per capire cosa contenesse.
«Questa è per te» disse. «Ed è la tua calligrafia.» Alzò le sopracciglia. «Pare che tu abbia scritto una lettera a te stessa.»
Mi avvicinai al tavolo e tesi la mano verso la lettera. Oliver me la consegnò riluttante. Aveva ragione: la busta riportava il mio nome e il suo indirizzo, e la calligrafia era la mia. Pensai di essermi sbagliata rispondendo a uno dei suoi accoliti, invertendo mittente e destinatario. No, il nome del mittente non compariva, c’era solo un indirizzo di Cambridge, in Massachusetts.
«Per quale motivo avresti scritto a te stessa?» chiese.
«Non ricordo di averlo fatto.»
«Un mistero intrigante» osservò. «Possiedi un’identità segreta, sconosciuta persino a te. Forse sei un’altra persona.»
Scossi la testa, pur non dandogli torto: osservare il mio nome scritto con la mia calligrafia, come se nel mondo esterno abitasse davvero un’altra me, mi inquietava un po’. Oliver mi avvicinò una sedia. «Siediti. Dio santo, aprila!»
Lacerai lentamente la carta. Naturalmente l’autore della lettera non ero io, ma scoprirlo mi emozionò. Sonia Gray. La mia migliore amica di un tempo. Al liceo ci eravamo allenate fino a ottenere calligrafie tanto simili da essere indistinguibili. Questo mi permetteva di fare gli esercizi di matematica al posto suo e, a volte, di consegnare i compiti senza nome, fingendo che il suo fosse il mio e viceversa: io potevo permettermi un voto basso, lei no. Era il cosiddetto “scambio dell’insufficienza”, e ogni volta mi sentivo pervasa da un’assoluta sensazione di generosità. Perché Sonia adesso mi cercava, quasi otto anni dopo la nostra separazione? Mi sembrò che tutte le epoche coesistessero, e che quella lettera fosse stata spedita anni fa da chissà dove. Per questo la nostra calligrafia era ancora identica, e nessuna delle due aveva modificato tutti quei ghirigori da ragazzine che aggiungevamo alle L e alle Y.
«Allora?» chiese Oliver.
Non risposi e allontanai la lettera dal suo sguardo curioso.
Cara Cameron,
questa notte ti ho sognata, e adesso non riesco a dormire. Non ricordo con precisione il sogno, comparivano delle granite, anche se non mi sembra che tu e io abbiamo mai mangiato delle granite insieme. Bevevamo litri di milk-shake, comprati al Taco Box. Ti ricordi quando mescolavamo lo sciroppo con il latte e prendevamo i wafer alla vaniglia e ci facevamo dei panini farciti al burro di noccioline? Ora sembra tutto così ridicolo e immangiabile!
Da quando ho deciso di sposarmi ti penso spesso. Il primo impulso è stato di chiamarti per comunicarti la notizia. Strano, non credi? Mi sentivo di nuovo ragazzina, mentre progettavamo i nostri matrimoni immaginari, certe che ognuna sarebbe stata la damigella d’onore dell’altra. Solo dopo un po’ mi sono ricordata che non eravamo più amiche. Da allora ho sempre l’impressione di dimenticare qualcosa. Scorro nuovamente la lista, e sembra che sia tutto a posto, ho telefonato al catering, ho parlato con il fiorista, eccetera: impiego un po’ per capire che l’unica cosa che non ho fatto è chiamarti.
Provo una sensazione strana, come quando di notte ci si sveglia all’improvviso e sembra di essere scivolati fuori dalla propria vita. Forse è per questo che ora mi rivolgo a te come se fossimo ancora amiche. Qualcuno nel palazzo ascolta Madonna, il suo primo album, credo. Perché alle tre del mattino? Non dovrebbe essere un momento malinconico? Forse stanno cercando di reagire alla tristezza. Forse Borderline è l’unica cosa che li separa dal suicidio.
Da piccole ci inventavamo dei balletti sulle canzoni di Madonna. Ti ricordi la stanza dei giochi a casa mia? Tutte quelle scatole lungo il muro, piene di vecchi giocattoli, una casa di bambole, il villaggio dei Playmobil, la cesta dei peluche, amati alla distruzione. E io e te che balliamo in mezzo alla stanza, inventando delle mosse sexy. Non ti sembra simbolico? «Amati alla distruzione». È un’espressione che ho appena inventato. Mi piace. Spesso mi sono sentita così. E hai presente quella scimmia di pezza senza bocca? Quanto la odiavo! Aveva la parte inferiore del muso completamente vuota. Credo che mia madre la conservi ancora, probabilmente perché sa che non la sopporto. Ti ricordi quando stavamo attraversando il campus e un uccello è caduto morto ai nostri piedi? Non era uno dei soliti passeri, ma un pettirosso. Una chiazza color sangue. Tu lo hai toccato con un bastone, non si muoveva più. Abbiamo fatto l’ultimo pezzo di strada tenendoci per mano per quanto eravamo scosse. E quando siamo andate in macchina fino a Sewance perché c’era un ragazzo con cui uscivo, non rammento neppure il suo nome, e siamo andati tutti e tre a fare il bagno nudi nel lago? Era buio pesto, e c’erano stelle ovunque, e lui era proprio stupido, continuava a spruzzare acqua, ma noi ci siamo allontanate, galleggiando sulla schiena, e tu hai osservato che fluttuare così, guardando il cielo, era il modo migliore di non esistere. Ti ho risposto che avremmo dovuto inventare un mito che parlasse di due giovani donne e dell’acqua, ma non l’abbiamo mai fatto. In un certo senso ora il mito esiste.
Forse è questo il centro della lettera, Cameron. Possibile che tutto questo sia appunto un “mito”? Com’era quando eravamo migliori amiche? Quello che mi chiedo adesso, in mezzo alla notte, è: ma tutte quelle cose sono avvenute realmente? A volte, senza te per confermare i ricordi, mi sembra quasi di averle inventate. È un po’ come diventare orfana. Ti sembrerò esagerata, lo so, ma dato che ho già perso un genitore credo di poterlo dire. Ci sono cose della mia vita che nessuno oltre a te ha mai capito.
Mi domando come sia la tua vita, adesso. Ti capita mai di pensare a queste cose, al mito di noi due? Ti chiedi perché eravamo amiche, perché non lo siamo più, perché abbiamo fatto proprio quelle determinate scelte? Ti domandi come sarebbero andate le cose se avessimo preso decisioni diverse? Lo so, non hai mai amato questo tipo di riflessioni, ma devi ammettere che la nostra separazione ha segnato una svolta nella nostra esistenza. A un certo punto tu e io eravamo diventate un’unica persona.
Non so cosa voglio da te. Immagino che potresti benissimo ignorare la lettera, penso che sarà il tuo primo impulso, trovare ridicolo da parte mia contattarti dopo così tanti anni, e a maggior ragione se il motivo è l’inspiegabile pensiero che continua a rimbalzarmi nella testa: la mia damigella d’onore dovresti essere comunque tu. Dato che non sarà così, una parte del mio passato verrà cancellata e qualcosa rimarrà incompiuto. Ne sono convinta, pur sapendo che se tu mi facessi da damigella d’onore Suzette non me lo perdonerebbe mai. Non so se ti manderò questa lettera, anche se sono riuscita a trovare il tuo indirizzo. Non so come firmare, quindi metterò semplicemente il mio nome.
Sonia
Oliver stava aspettando che parlassi, ma non riuscivo a riflettere. In un certo senso, il fatto che la lettera mi fosse arrivata dalla Sonia odierna, una donna sul punto di sposarsi, era persino più sorprendente che se fosse stata spedita anni fa. Sonia era cresciuta, ma la mia memoria l’aveva congelata nel tempo, mentre inseguiva la mia auto in quell’area di servizio in Texas. Era come se avessi sempre immaginato che tornando lì l’avrei trovata ad aspettarmi.
Piegai la lettera, la infilai nella busta e la appoggiai sul tavolo. Poi tornai al bancone. Dovevo finire di preparare i tramezzini.
Cercai di concentrarmi sull’involucro di plastica di una sottiletta, ma non potevo ignorare la lettera. Secondo Sonia era quello che avrei fatto, e mi irritava che fosse certa di conoscermi ancora così bene. Ricordavo i nostri balletti, certo, la scimmia di pezza e il bagno nude. Ricordavo anche l’uccello, di pessimo augurio, ma non mi sembrava che lei fosse presente quando era caduto a terra. Mi vedevo da sola che lo fissavo, riverso nell’erba, una chiazza color sangue, come l’aveva descritto, vicino a un mucchio di sporcizia e a un orecchino perso da chissà chi. Immaginarla insieme a me mi metteva a disagio. Risvegliava altre domande sul passato. Quando ero stata realmente sola? Quando eravamo insieme? L’avevo cancellata dal ricordo o lei si era aggiunta? Non riuscivo a scuotermi di dosso la strana sensazione che il mio passato fosse astratto, e che io ero il vero artefice di quella lettera. Avrei voluto essere la sua damigella d’onore? Non sarebbe stato assurdo, dopo tutti quegli anni?
Alle mie spalle sentii Oliver alzarsi, ma non lo aiutai. Detestava che lo si guardasse mentre non riusciva a fare le cose più semplici. Strisciando i piedi e appoggiandosi al bastone, immerse un dito nel barattolo di maionese. Mi voltai per sgridarlo. Leccò la maionese e sorrise. «Allora, mia cara fanciulla, cosa riguarda questa storia terribile e segreta? Non posso nasconderti la mia curiosità.»
«A cosa ti riferisci?» domandai pur sapendolo benissimo. Aveva letto la lettera, ovviamente.
«Mi riferisco a quella ragazza. E alla vostra separazione. Perché non me ne hai mai parlato?»
Allungò nuovamente la mano verso il barattolo di maionese, ma lo afferrai di colpo e rimisi il coperchio, chiuden...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Caffè con panna