Bisogna cercare di insegnare generosità e altruismo,
perché siamo nati egoisti.
Bisogna cercare di capire gli scopi dei nostri geni egoisti,
per poter almeno avere la possibilità di alterare i loro disegni,
qualcosa a cui nessun’altra specie ha mai aspirato.
RICHARD DAWKINS
Quando andò ad aprire la porta, quella mattina, aveva il grembiule e i rolli grandi in testa, per una messa in piega casalinga. Pensava fosse Martina, la figlia, dodici anni, che tornava con il latte per la colazione.
Invece era una donna alta, bionda, ben vestita, evidentemente straniera, come Lidia comprese subito dall’accento dell’Est, deciso come le sue intenzioni.
«Lei» le chiese, infatti, subito la donna «è la moglie di Guido?»
«Sì» rispose Lidia. Ma ancora non capiva.
«Io sono Anka, l’amica di suo marito. Aspetto un figlio da lui! Di me, certo, quel bastardo non le ha parlato, vero?»
Lidia per poco non svenne. Eppure la prima cosa che le venne in mente fu domandare alla donna: «Vuole entrare a prendere un caffè?».
Lidia ne aveva bisogno. Intanto per non svenire e poi per non lasciare la straniera sul pianerottolo a fare scene, coinvolgendo i vicini e, soprattutto, Martina che sarebbe tornata a minuti e l’avrebbe trovata a sbraitare sull’uscio.
Anka si calmò di botto e rispose semplicemente: «Perché no?».
Quindi entrò in casa della moglie del suo amante con passo sicuro. Lidia, ondeggiando sulle pianelle, la testa che le girava, la guidò fino al salottino e la lasciò parlare. Anka era un fiume in piena. Quella relazione durava da tre anni, lui le aveva promesso mari e monti: una casa, una vita insieme e che avrebbe lasciato la moglie dalla quale, diceva lui!, viveva “separato in casa” ormai da tempo immemore. Così Lidia venne a conoscenza di una verità che non conosceva.
Mentre Anka parlava, macchinalmente, si tolse i rolli dalla testa e si slacciò il grembiule. Non le sembrava opportuno prolungare davanti all’estranea quell’intimità famigliare. Ma, proprio facendo quei gesti, provò all’improvviso una rabbia potentissima e insieme sollievo. Pensò a Martina, sua figlia, cresciuta con tanto amore da lei soltanto, senza l’aiuto di quel padre-marito perennemente distratto e assente. Pensò alla sua casa, curata e serena; al suo lavoro di infermiera, al volontariato di ogni venerdì pomeriggio, a sua madre e a suo padre così anziani e da assistere, alle poche fedeli amiche che frequentava da sempre e che mai avevano il costume di parlare male della gente perché, come lei, in quel paesotto di pettegoli erano tra le poche ad avere studiato in città, a essersi laureate, a credere ancora nella politica, nei valori, negli ideali e non soltanto negli interessi del piccolo orto di casa e negli intrighi dell’orto dei vicini.
Pensò che quel marito lei non lo amava più da tempo e che se ora le riusciva di accogliere, con dignità e coraggio, l’occasione che la vita le offriva di prendere le distanze da lui, senza fare scene, senza rivendicare il suo ruolo di moglie tradita, senza mettersi a competere con l’altra donna perché evidentemente più giovane e bella di lei; se, facendo con garbo un passo indietro, le fosse riuscito di favorire la nascita di una nuova famiglia che, suo malgrado, veniva ad allargare la sua, evitando di ostacolare i sogni che l’altra diceva essere stati traditi da Guido, forse avrebbe avuto indietro il dono prezioso del tempo della vita che le rimaneva da vivere.
Quel tempo prezioso. Interamente.
«E poi» continuava, crudamente, l’altra «Guido mi ha anche promesso di sposarmi in chiesa. Perché io sono cattolica e invece il vostro matrimonio è stato celebrato soltanto in Comune. Non è così?»
«È così» rispose con calma Lidia. E le sembrò d’essere un’altra che parlava.
L’altra lei che tornava da un viaggio lontano. Un viaggio doloroso, ma in ragione del quale poteva ora comprendere cosa significasse emergere dalla meschinità e dal vuoto di un’esistenza senza amore, per abbracciare la libertà di un’esperienza umiliante che, alla fine, l’avrebbe resa diversa, perfino nuova.
«Se è come dice» sillabò «allora, io cercherò di aiutarla. Poiché lei aspetta un bambino, vero?»
Poi guardò a lungo il bel corpo magro dell’amante di suo marito che sembrava non rivelare traccia alcuna dell’imminente gravidanza.
«Ma quando nascerà?» le domandò, quindi, con involontaria curiosità.
Anka era basita, stupefatta dalla reazione dell’altra. Una belva domata dallo sguardo ipnotizzante del domatore.
«A metà dicembre» rispose cauta.
«Proprio a metà dicembre!» commentò Lidia, quasi parlando a se stessa. «Sembra una storia di Natale, una storia sacra!»
Tra le due donne ci fu un lungo silenzio. Lidia rifletteva, Anka la studiava.
«E noi, allora, rispetteremo questa storia che, per le Feste che verranno, porterà comunque a tutti un dono. Un bambino che nasce» concluse Lidia, infatti «è una gioia per tutti. Parlerò con Guido, mi farò spiegare da lui cosa è successo, gli chiederò perché, finora, ha creduto opportuno non dirmi nulla. Poi parlerò anche a Martina, mia figlia. “Nostra figlia”» sottolineò. «Bisogna prepararla ai cambiamenti che verranno. Alla sofferenza ma anche alla gioia, perché sono certa che coltivando bene tutto questo dolore che lei oggi è venuta a portare nella nostra casa, si tramuterà in un po’ di felicità. E la felicità, mi creda, alla fine, è contagiosa.»
«Ma lei sta fingendo o scherza!» si irritò Anka. «Mi vuole prendere in giro? Io non le credo! Come può dire con tanta calma queste cose? Come può non ribellarsi e non odiarmi? La sua è furbizia, un modo per tenermi a bada, per raggirarmi!»
E si alzò, infuriata, per andarsene. Anche Lidia si alzò, perché Martina – e certamente questa era lei che, ora, stava suonando al campanello – era dietro la porta di casa e bisognava che la situazione non precipitasse. E, anzi, si risolvesse in modo civile e pieno di speranza.
«Si accorgerà che non è così» disse, allora, guardando la donna dritto negli occhi. «Che le piaccia o no, esistono persone capaci di agire tenendo in considerazione l’interesse di tutti. Insomma, con la mente del cuore.»
E la accompagnò con gentilezza lungo il corridoio. Quando aprì l’uscio per farla uscire, sulla porta c’era Martina che, sorridente, si fece subito da parte per far uscire quella signora. Una amica mattutina della mamma, pensò.
Così, Anka si allontanò portando negli occhi l’immagine di una ragazzina sorridente che, porgendo la busta del latte alla madre, rapidamente l’abbracciava prima che la porta di quella casa si chiudesse dolcemente dietro di loro.
Frase da ricordare
Esistono persone capaci di agire tenendo in considerazione l’interesse di tutti. Insomma, con la mente del cuore.
Bisogna essere molto forti per amare la solitudine.
PIER PAOLO PASOLINI
La mattina che quel barbone era morto assiderato a Genova, perché, mentre dormiva, pesantemente immerso in un sonno senza sogni, forse anestetizzato dal vino, dei criminali gli avevano sottratto il piumone che lo difendeva dal terribile freddo della notte, Alfredo si era sentito, veramente e per la prima volta, solo.
Viveva come un barbone ormai da una decina d’anni ma non si sentiva tale. Anzi, si considerava una persona amabile e da tutti amata. E mai avrebbe pensato a se stesso semplicemente come a un barbone.
È vero, dormiva per strada.
È vero, si lavava ogni mattina il viso, il collo, le ascelle alla fontanella oppure, per una pulizia completa, ogni settimana ai bagni pubblici della stazione.
È vero, mangiava alla mensa dei poveri e, alle volte, con alcuni giovani amici studenti, anche alla mensa dell’università.
D’estate, poi, dormiva nelle ville di Roma o ai Castelli o a Bracciano, vicino al lago.
D’inverno le cose, però, si facevano più dure.
Il freddo era pungente e bisognava guadagnarsi un posto alla stazione, ben protetto, in prossimità del calore degli sfiatatoi dei termosifoni. Un luogo dove poter riposare con serenità qualche ora o per tutta la notte senza dover fare a pugni con quei barboni ubriachi che arrivavano a notte inoltrata, dopo bagordi fatti altrove. Ma a questo Alfredo era abituato e, anzi, la sua vita libera, priva di ogni stabile relazione, con tutto il tempo che voleva a disposizione, senza il condizionamento di un lavoro a differenza di tutti gli altri esseri umani, gli piaceva assai.
Dopo la morte di sua moglie Caterina e di suo figlio Aldo, in quel terribile incidente stradale che li aveva schiacciati sotto un Tir e resi perfino irriconoscibili, fusi com’erano nella poltiglia di lamiere dello schianto, Alfredo aveva lasciato tutto. Il suo lavoro di contabile, la sua casa con il mutuo quasi interamente pagato. Aveva lasciato il paese vicino Roma nel quale era nato e dove per quasi cinquant’anni aveva vissuto, senza provare alcun timore né del futuro né della morte. E aveva iniziato a girare per le strade.
Nulla aveva portato con sé se non il vestito che indossava il giorno del funerale.
Quel che gli serviva per sopravvivere se l’era procurato strada facendo, glielo avevano offerto, spontaneamente, gli altri: il cibo, il dialogo, la coperta.
Nessuno aveva mai fatto alcuna osservazione sul suo modo di vivere: né i preti né le persone.
Qualcuno gli aveva chiesto il perché della sua scelta di diventare un vagabondo, randagio come un cane.
Qualcuno gli aveva perfino offerto un cane per tenergli compagnia.
Ma lui né aveva raccontato la sua storia né aveva mai accettato di prendere con sé un cane. Alfredo ne aveva avuto uno, Flick, morto poco prima dell’incidente. Anche lui era finito sotto una macchina. Quasi un presagio. E il dolore di suo figlio per la morte del cane gli era rimasto così impresso nella mente da fargli respingere la possibilità di avere ancora con sé un animale da accudire.
Perciò, aveva vissuto da barbone senza ricordi da conservare o da raccontare e, forse, proprio per questo quasi felice. Comunque, sereno.
Ma quell’episodio, la consapevolezza che ci fossero persone capaci di togliere, in pieno inverno, a un povero barbone addormentato la coperta per farlo morire assiderato, lo aveva colpito come un fulmine.
Di più, se possibile, della morte stessa di Caterina e Aldo.
Così, dopo aver appreso la notizia, passata di bocca in bocca, da barbone a barbone, aveva cominciato a parlarne con tutti.
Con le donne che portavano al parco i bambini; con l’uomo della frutta e della verdura che gli regalava le mele; con il giornalaio che gli metteva da parte le riviste e i giornali vecchi; con il droghiere per il quale faceva, due volte a settimana, il facchino, per il carico e lo scarico delle merci; con le “puttane” della stazione. Con le stelle. Loro soltanto non rispondevano ma sembravano pulsare, brillando più intensamente, come semafori celesti consenzienti.
Una di loro, alla quale Alfredo aveva dato il nome di Sirena, a ogni sua invettiva sembrava così partecipe da sconfiggere perfino il cielo nuvoloso o la pioggia, pur di continuare a brillare.
Come dicesse: “Lo so, lo so, Alfredo! È una cosa indegna! In cielo non accadrebbe mai!”.
Quella sera, dunque, Alfredo era più triste del solito. Tanto triste che si sfogò con un gatto all’angolo dell’Hotel Prince, vicino alla stazione dove, tra un muro doppio e lo sfiatatoio dei termosifoni, si era sistemato per passare la notte.
Avvolto in un piumone, prima di prendere sonno, fece al gatto un lungo discorso che quello, un certosino dagli occhi gialli, ascoltò senza cambiare posizione, accovacciato con le zampe davanti introflesse, quasi un b...