Parte Prima
ORGOGLIO
Page 11 1. Il colpo in banca
2. La scena del crimine
3. La spartizione
4. Playstation
5. L’interrogatorio
6. Il consigliere
7. La febbre del sabato sera
8. Frawley al Tap
9. Il giardino nel parco di Fens
10. Marcate
11. Da Jay all’angolo
12. Un saluto
13. Gli intramontabili del mattino
14. Il Papa del Villaggio Dimenticato
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Il colpo in banca
Doug MacRay era appostato dentro la banca, dietro la porta di servizio, e respirava con affanno attraverso la maschera. Uno sbadiglio, buon segno. Dava ossigeno. Stava cercando di darsi la carica. Erano penetrati all’interno nel cuore della notte e l’attesa era stata lunga: avevano avuto il tempo per mangiare panini, sfottersi a vicenda e rilassarsi. Ma questo non era stato un bene. Avevano perduto quel cocktail di slancio, tensione e azione che era il motore del banditismo. Entra, prendi i soldi, e scappa. Parole di quel dannato di suo padre, ma su questo il vecchio delinquente aveva ragione.
Doug non vedeva l’ora di cominciare.
Girò la testa da una parte e dall’altra ma non riuscì a far crocchiare il collo. Guardò la calibro 38 nera che teneva in mano, ma impugnare una pistola carica non lo eccitava più da tanto tempo. Non era lì per il piacere del brivido. Non era lì neppure per i soldi, per quanto avessero la loro importanza. Era lì per il colpo. Il colpo in sé, come la cosa in sé. Lui, Jem, Dez e Gloansy che ne combinavano una delle loro, come da ragazzi, solo che adesso ci si guadagnavano la vita. Rapinare era il loro mestiere, facevano i ladri.
L’idea gli scaldò il sangue, mise in tensione i muscoli della schiena. Picchiò con la canna della pistola la fronte rigida della maschera di plastica per schiarirsi le idee e si voltò verso la porta. Un professionista, un atleta al culmine della carriera. Era al meglio delle sue energie.
Si trovò davanti Jem come un’immagine allo specchio. La tuta da lavoro blu con la cerniera chiusa sopra il giubbotto antiproiettile, la pistola stretta nella mano inguantata, la maschera bianca da portiere di hockey, sfregiata da cicatrici nere, le orbite buie degli occhi.
Voci allegre che si avvicinano, smorzate. Chiavi che girano nelle serrature blindate, chiavistelli che scorrono.
Una lama di luce. Una mano di donna sulla maniglia, una grossa scarpa nera che tira un calcio. E il fruscio di una gonna nera a fiori che entra nella vita di Doug.
Afferrò per il braccio la direttrice della filiale e la spinse davanti a sé, minacciandola con la pistola. Aveva grandi occhi verdi spalancati. Fu la maschera a farla gridare, non la Colt. Jem chiuse la porta con un calcio dietro il vicedirettore e con un colpo secco lo liberò del vassoio di cartone che aveva in mano. Due tazze di caffè fumanti volarono contro il muro lasciando una macchia scura colante.
Doug prese le chiavi della banca dalla mano della direttrice e la sentì tremare. La condusse dietro gli sportelli dove lo aspettava Gloansy, vestito e mascherato come loro. Come lo vide la direttrice sussultò, ma non aveva più fiato per gridare. Gloansy la fece sdraiare accanto al vicedirettore, a faccia in giù dietro il bancone, e levò a entrambi le scarpe.
«State fermi. Chiudete gli occhi. Non vi succederà nulla.» La voce ovattata, filtrata dalla maschera.
Doug si diresse con Jem attraverso la porta di sicurezza verso l’ingresso della banca. Dez era fermo accanto all’entrata principale che affacciava su Kenmore Square, nascosto dalle tende tirate. Controllò la vetrata e alzò il pollice in segno di via libera: Doug e Jem attraversarono l’unica parte della sala visibile dal vestibolo del bancomat.
Jem aprì sul pavimento una grande sacca di tela. Doug scelse la chiave più corta del mazzo e la infilò nella serratura della cassa continua notturna: le buste di plastica argentata si sparpagliarono a terra come salmoni da una rete tagliata. I proventi del weekend lungo. Doug le raccolse a cinque o sei per volta, morbide buste piene di banconote e assegni avvolti nelle distinte di versamento, e le buttò nella sacca.
Passò al bancomat. Trovò la chiave corrispondente e guardò oltre gli sportelli dove Jem aveva rimesso in piedi la direttrice. Era bassa senza scarpe, stava a testa china, con i capelli sulla faccia.
«Ripeti» le ordinò Jem. «A voce alta.»
«Quattro. Cinque. Sette. Otto» disse tra i singhiozzi, con gli occhi fissi al pavimento.
Doug digitò in fretta le cifre sul quadrante sopra la chiave e lo sportello si spalancò. Estrasse la cassetta del distributore: era vuota per metà. Prese anche tutti i fogli di francobolli postali e li infilò nella sacca insieme ai tagli da dieci e da venti, poi riattivò il distributore automatico, inserì la cassetta vuota e tornò di corsa agli sportelli.
Aprì il cassetto del capo contabile, prese la piccola cassaforte portatile, rovistò fra moduli e calendari omaggio mai distribuiti, e trovò la busta marrone che conteneva la chiave cilindrica del caveau.
Potevano sembrare una coppia in attesa dell’ascensore, se non fosse stato per la pistola: Jem e la direttrice di fronte alla grande porta del caveau. Jem le stava addosso, percorrendo con la canna della calibro 45 la curva delle sue natiche sussurrandole qualcosa nell’orecchio. Doug si avvicinò facendo rumore e la pistola di Jem salì subito alla vita.
«Dice che l’orologio della serratura è puntato sulle otto e diciotto» spiegò Jem.
L’orologio digitale inserito nella porta faceva le otto e diciassette. Rimasero per un intero minuto in silenzio, Doug alle spalle della direttrice che si stringeva nelle braccia. Sentiva il suo respiro e vedeva le mani spuntare sopra i fianchi.
L’orologio segnò le otto e diciotto. Doug inserì la chiave sopra la grossa ghiera nera della combinazione.
«Guarda che lo sappiamo che c’è il codice» le disse Jem. «Vedi di non fare scherzi.»
Lei allungò la mano irrigidita, l’appoggiò sull’acciaio freddo della porta lasciandovi l’impronta del palmo sudato, poi la spostò sulla ghiera. Quando Doug la vide esitare dopo il secondo scatto, capì che si era sbagliata.
«Vedi di sbrigarti» disse Jem.
Lei si asciugò la mano sudata sulla gonna. Provò una seconda volta, poi i nervi la tradirono e le dita spinsero troppo oltre la ghiera.
«Cristo!» disse Jem.
«Mi dispiace» balbettò lei, furiosa e terrorizzata nello stesso tempo.
Jem le puntò la pistola alla tempia. «Hai figli?» Scosse la testa. «No» fece con voce strozzata.
«Un marito? Un fidanzato?»
«No.»
«Cristo. Dei fottuti genitori, allora. Hai i genitori? Con chi me la devo prendere?»
Si intromise Doug, che per prima cosa scostò la pistola dalla tempia. «Quanti tentativi si possono fare prima che vada in blocco?»
Lei deglutì. «Tre.»
«E quanto bisogna aspettare prima che si sblocchi di nuovo?»
«Un quarto d’ora... credo.»
«Scrivila» disse Jem. «Scrivi la combinazione, poi ci penso io, dannazione.»
Doug la vedeva di profilo, il viso era contratto in una smorfia di terrore. «Non vorrai che rimaniamo qui per un altro quarto d’ora.»
La direttrice ci pensò un attimo, allungò ancora una volta il braccio verso la ghiera, ma la mano schizzava di qua e di là come un uccello in gabbia spaventato. Doug le afferrò il polso e glielo tenne fermo.
«Calma» disse. «Fai le cose con calma. Vai avanti adagio, senza fermarti.»
Lei serrò il pugno attorno al pollice. Quando lui le lasciò il polso, la mano si avvicinò con cautela alla ghiera. Questa volta le dita ubbidirono, scosse da un altro tremito solo all’ultimo numero. Si udì il clac all’interno.
Jem girò la ruota della serratura, la porta scivolò sui cardini enormi e il caveau, risvegliato dal lungo sonno del weekend, emise un lento sbadiglio soffocato.
Doug afferrò la direttrice per il braccio e la portò via. Quando passarono davanti al suo ufficio lei si fermò a guardare: erano penetrati sfondando il soffitto e la scrivania era invasa dalle macerie.
«È il mio compleanno» mormorò, paralizzata all’idea che potesse essere l’ultimo.
Doug la portò in fretta da Gloansy che la fece sdraiare un’altra volta a faccia in giù di fianco al vicedirettore. Dez era vicino a loro, la maschera era inclinata, come in attesa di qualcosa. Stava eseguendo il controllo radio dall’auricolare.
«Niente» disse. Le frequenze della polizia erano tutte libere.
Come tutte le cose desiderate a lungo, anche gli interni dei caveau immancabilmente deludevano Doug. Le parti riservate alla clientela, con le cassette di sicurezza, erano sempre ben tenute, lustre come un salone di esposizione, ma i locali riservati al deposito della valuta non erano mai molto diversi da un comune ripostiglio.
Quel caveau non faceva eccezione. La porta che dava accesso al deposito si riduceva a un battente in metallo sottile chiuso da un comune lucchetto che Doug aprì con un colpo ben assestato. Ignorò i rotoli di monete impilati in bell’ordine e cominciò a ripulire i ripiani dalle mazzette di banconote. I colori delle fascette gli indicarono all’istante i vari tagli: rosso per quelli da cinque dollari, giallo per quelli da dieci, violetto per quelli da venti, marrone per quelli da cinquanta e un bellissimo senape per quelli da cento. Agguantava una mazzetta dopo l’altra sventolandola ogni volta per verificare che non fosse trattata con il colorante o marchiata con segni di riconoscimento.
Contro la parete erano allineati quattro carrelli a cassetti, pronti per la distribuzione agli sportelli. I cassetti in alto, che gli sportellisti utilizzavano per le transazioni di routine, contenevano ciascuno circa duemilacinquecento dollari. Doug prese tutto tralasciando solo le mazzette esca, più sottili, in tagli da venti, sistemate sotto le altre. I cassetti in basso erano più capaci e contenevano i tagli più grossi, riservati alle transazioni commerciali e alla chiusura dei conti correnti, per un valore di almeno quattro volte superiore. Svuotò anche quelli attento a non toccare le banconote esca.
Ignorò completamente il locale delle cassette di sicurezza. Aprirle avrebbe significato lavorare di trapano per almeno dieci minuti su ciascuna delle due serrature che chiudevano ogni cassetta. Anche se avessero avuto tutto il giorno a disposizione, non ne sarebbe valsa la pena perché la filiale di Kenmore Square serviva una clientela temporanea, composta essenzialmente da studenti della Boston University e affittuari di appartamenti. In una zona più elegante le cassette sarebbero state il primo obiettivo, perché le banche dei quartieri ricchi hanno una clientela che si affida soprattutto al deposito personale e tende a fare acquisti con la carta di credito piuttosto che in contanti.
Il guanto blu di Dez li bloccò sulla via del ritorno. «C’è un deficiente al bancomat.»
Attraverso le tende chiuse Doug intravide uno studente in tuta che stava facendo un prelievo. La sua carta venne rifiutata due volte prima che si decidesse a leggere il messaggio sullo schermo. Guardò l’entrata per controllare l’orario di apertura, poi alzò il ricevitore del telefono di servizio per collegarsi con l’interno.
«Niente da fare, bello» bisbigliò Dez.
Doug si distrasse a guardare la direttrice sdraiata dietro gli sportelli. L’aveva pedinata per settimane. Si chiamava Claire Keesey, guidava una Saturn coupé color prugna con un inutile spoiler e sul paraurti l’adesivo di una faccia sorridente che diceva RESPIRA! Viveva da sola, e nelle belle giornate, all’ora di pranzo, andava al parco.
Vedendola per la prima volta da vicino notò anche le radici più scure dei capelli, un castano chiaro che lei tingeva di biondo miele. La gonna lunga di lino nero le disegnava le gambe fino ai piedi, coperti da calze bianche di pizzo. Sul tallone sinistro spiccava un rammendo improvvisato che nessuno avrebbe dovuto vedere.
Senza sapere che Doug la stava guardando, appoggiò la testa contro il braccio piegato e la sollevò lo stretto necessario per sbirciare Gloansy, occupato a osservare il ragazzo al bancomat. Fece scivolare lentamente la gamba verso la sedia dello sportello vicino, allungò il piede sotto il bancone, lo spostò da una parte all’altra, poi si rimise in posizione nascondendo gli occhi contro il braccio.
Doug espirò lentamente. Questa non ci voleva.
Il ragazzo al bancomat lasciò perdere il telefono muto, mollò un calcio al distributore e se ne andò.
Jem posò la sacca con il bottino vicino a quella degli attrezzi. «Filiamo via» disse. Era proprio quello che Doug voleva sentire. Andò di corsa nella sala caffè mentre Gloansy si dava da fare con i lacci di plastica e Jem e Dez prendevano dalla sacca i bottiglioni di candeggina. Individuò sopra la scaffalatura il sistema di sorveglianza: era in funzione e le telecamere stavano registrando. Fermò le telecamere, estrasse le cassette e per sicurezza strappò dalla presa la spina dell’impianto.
Tornò nel salone con le videocassette e le buttò nella borsa degli attrezzi senza farsi vedere dagli altri. Gloansy intanto stava legando il vicedirettore a una sedia. L’uomo aveva le labbra e il mento imbrattati di muco sanguinolento. Jem doveva avergli dato un pugno quando l’aveva accolto all’entrata.
Doug si era già sistemato sulla spalla la sacca degli attrezzi, quando Dez smise d’un tratto di spruzzare in giro candeggina e posò a terra il bottiglione.
«Aspettate!» disse portandosi il dito all’auricolare. Jem stava uscendo dal caveau con l’altro bottiglione in mano, mentre Gloansy si preparava a legare anche la direttrice. Tutti fissarono Dez, tranne Doug che stava guardando la direttrice, seduta sulla sedia con gli occhi fissi al pavimento.
Dez disse: «È partito un allarme silenzioso. Da questo indirizzo».
Jem guardò subito Doug. «Che cazzo succede?» chiese posando la candeggina.
«Abbiamo finito» intervenne Doug. «Sbrighiamoci. Andiamo via.»
Jem estrasse la pistola e si avvicinò ai due sequestrati. «Chi è stato?»
La direttrice fissava il pavimento. Il vicedirettore scrutava Jem da sotto i capelli arruffati che gli ricadevano sugli occhi, lacrimanti per il cloro, ancora stordito dal pugno che aveva preso all’entrata. Jem lo guardava, sospettoso e innervosito.
Dez riprese in mano la candeggina e finì di spruzzarla. «Andiamocene» disse.
«Sì, andiamo via» gli fece eco Doug rivolto a Jem.
Jem finalmente si mosse, rilassò il braccio e infilò la pistola nella cintura. Si stava già voltando quando il vicedirettore disse: «Guardi che nessuno...».
Fu un attimo, Jem si avventò su di lui come una furia e la tempia crepitò sotto le nocche come ghiaccio frantumato.
Il vicedirettore fu sbalzato contro il bracciolo e la sedia si ribaltò sul fianco, trascinando con sé l’uomo legato per i polsi.
Jem si buttò su un ginocchio e continuò a colpirlo sulla guancia e sulla mascella. Smise soltanto per agguantare la bottiglia di candeggina. Non gliela svuotò sulla faccia devastata solo perché Doug lo afferrò per un braccio e lo trascinò via.
Restarono per un secondo faccia a faccia e Doug vide nei recessi della maschera da hockey le sue iridi smunte, di un celeste quasi bianco, luccicare come neve nella notte. Gli strappò il bottiglione di mano e gli urlò di portare via le sacche. Con sua sorpresa, Jem eseguì.
Doug inzuppò la tenda e la moquette nel punto in cui si erano fermati a riempire la sacca, attento a non avvicinarsi troppo alle finestre per non far scattare le sirene. Ris...