Hina
eBook - ePub

Hina

Questa è la mia vita

  1. 308 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Hina

Questa è la mia vita

Informazioni su questo libro

Hina Saleem ha avuto la colpa di voler vivere la sua vita di ragazza, rifiutando il ruolo subalterno che il rigore della tradizione impone alle donne pachistane. Per quanto vera, tragicamente vera, la storia di Hina è così esemplare da sembrare quasi un romanzo. E come tale la vogliamo raccontare: il romanzo di una vita ricostruita sulla base delle sue stesse parole e di migliaia di pagine processuali, decine di testimonianze, ricerche, documenti, mesi di verifiche e sopralluoghi. La storia di una ragazza. Una ragazza coraggiosa che ha deciso di prendere in mano la propria vita, a ogni costo.

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
  • Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con cicli di fatturazione mensili, semestrali o annuali.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Hina di Giommaria Monti,Marco Ventura in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.

Informazioni

Print ISBN
9788856614886
eBook ISBN
9788858502686
Page 67 PARTE SECONDA

7

IL CLAN

In questa storia non ci sono solo uno o più assassini e una vittima. I protagonisti sono molti di più, nel bene e nel male: i Saleem, la comunità pachistana, gli assistenti sociali, i carabinieri, gli amici e le amiche di Hina, gli insegnanti e i datori di lavoro, il fidanzato... E c’è uno scenario nel quale il delitto avviene: la Val Trompia, fatta di nebbia e lavoro. Di integrazioni difficili e benessere diffuso. Ideali fragili e sogni marginali. Una delle isole dove si scambiano idee e culture è ogni anno la festa rock dell’emittente di “cultura alternativa” Radio Onda d’Urto. Feste alle quali Hina andava insieme ai molti ragazzi di Brescia. Ci sarebbe andata anche quel fine settimana di metà agosto, quando la festa è programmata. Qui i ragazzi ascoltano i gruppi musicali nuovi e di forte impatto trasgressivo: Yo Yo Mundi, Subsonica, Afterhours, Tet de Bois. Nomi che non dicono nulla ai genitori, i quali per lo più guardano infastiditi i figli immersi in una realtà che non capiscono. I ragazzi hanno ambizioni molto concrete, ma anche frustrazioni e vaghi desideri di fuga nel sesso e nella marijuana. E sullo sfondo c’è quel solco, quel conflitto generazionale, che interseca il conflitto tra le culture.
Come a Lumezzane, dove Muhammad gestisce un phone center. È il paese che ha, aveva, il primato in Europa per numero e densità di piccole aziende, ma anche per quantità e frequenza di suicidi tra i minorenni. I ragazzi si gettano dal Ponte del Salto del Cavallo. Un tuffo che non lascia scampo. Il problema non è che vanno a lavorare giovanissimi. Anzi, c’è da ringraziare il cielo perché hanno il lavoro. Il problema, ripetono tutti, è che cosa ne fanno i ragazzi di quel benessere. E non è un problema di oggi. È del 2001 un bel documentario in presa diretta della Rai, Giovani nella nebbia, girato proprio a Lumezzane da Anna Scalfati e Daniele Carminati. Racconta la settimana di un ragazzo preso nel suo contesto: i compagni, i genitori, i divertimenti. Le ambizioni degli adolescenti si scontrano con le aspettative dei genitori. Un contesto sociale che è quello industrializzato dove i soldi sono a portata di mano. Il mondo dei ragazzi bresciani è riassunto nella frase folgorante di uno di loro, protagonista del racconto: «Non vogliamo speranze, ma cose concrete». È qui che Hina arriva dal Pakistan. È qui che diventa adolescente, dove l’Occidente è una pizzeria, magari una discoteca.
Il padre, Muhammad, è nato a Gujrat, nel Pakistan nord-orientale, centoventi chilometri sopra Lahore, il 15 giugno 1955. È un grande lavoratore, un uomo di sani principi e poche parole, molto religioso. Piccolo di statura, un metro e sessantadue, forte, settanta chili di peso; taciturno, sempre presente a se stesso. È il pilastro del suo clan: non solo della moglie e dei sette figli, ma di due generi, un cognato e due nipoti. Da tutti è considerato una persona seria e tranquilla: mai un tono di voce troppo alto. È stato tra i primi pachistani a mettere radici nel bresciano. Partito da Gujrat nel 1980, è rimasto per nove anni in Francia, poi in Italia dall’89 fino a coronare il sogno di tutti gli immigrati: il ricongiungimento con la famiglia nel 1998. Due mesi prima di uccidere la figlia ha chiesto la cittadinanza italiana. Ha tutte le carte per ottenerla. Dopo diciotto anni di lavoro a Brescia, Muhammad Saleem è un esempio d’integrazione riuscita.
Paradossalmente, ci sono diverse affinità tra il Gujrat e la Val Trompia, a cominciare dalla miriade di piccole fabbriche: il Gujrat ne conta più di mille. Muhammad lavora da quando aveva quattordici anni. In Pakistan costruiva ventilatori: nella sua regione, di quelle fabbriche ce ne sono più di cinquecento, ma la zona è famosa anche per le ceramiche, gli scialli, le scarpe e le composizioni floreali fatte con foglie di palma e dattero. Ecco da dove Hina ha ereditato la passione per i fiori e i tessuti.
Nel bresciano le valli si inerpicano verso le Prealpi seguendo i corsi d’acqua. Allo stesso modo il Gujrat è attraversato dai fiumi e confina con le altissime montagne del Kashmir. La popolazione studia, lavora, manda avanti le imprese, ma conserva un’anima contadina ancorata alla terra e alle sue chiusure mentali. Fondata nel 460 avanti Cristo, Gujrat fu tra le poche città a opporsi agli eserciti di Alessandro Magno. Nei secoli è stata la terra natale di celebri sufi, i poeti mistici islamici. È una terra religiosa e tradizionalista. La sua leggenda più famosa è una storia d’amore: quella di Sohni, “Bella”, una ragazza che ogni giorno attraversa il fiume Chenab e va ad aspettare seduta sopra una giara l’amato Mahinwal.
Ci sono isole di Pakistan chiuse nella Val Trompia dove tutti gli immigrati lavorano e guadagnano ma l’integrazione è difficile, con famiglie come quella di Hina che rifiutano l’Occidente e tutto “il mondo fuori”. Che cosa celano allora le mura della casetta a schiera di via Dante comprata con i sacrifici di una vita?
Muhammad gestisce il Max Kebab, una piccola rosticceria a Sarnico, oltre al phone center a Lumezzane. Ha cominciato facendo il lucidatore di pentole in una fonderia di San Giovanni di Polaveno. Il casellario dell’anagrafe aiuta il pubblico ministero Guidi a penetrare l’intricata struttura familiare dei Saleem.
Hina, nata a Gujrat il 19 dicembre 1985, risulta abitare ancora con i genitori in via Dante 133 a Sarezzo: nubile, barista, immigrata il 1° aprile 2003, la carta d’identità è datata 7 giugno 2004. In realtà, la famiglia ha raggiunto Muhammad il 6 dicembre 1998. La moglie, Bushra Begum, ha atteso a lungo e con impazienza quel momento: «Dove va il marito va la moglie. A lui piaceva avere con sé l’intera famiglia. I bambini sono nati tutti in Pakistan tranne Khzina, la più piccola, a Gardone. A mio marito piaceva accompagnarli a scuola quando non andava al lavoro».
Bushra è nata a Wazirabad il 7 marzo 1960. A diciassette anni, il 29 maggio 1977, ha sposato Muhammad che ne aveva ventitré. Sono marito e moglie, ma anche cugini di primo grado: Muhammad è figlio del fratello della madre di Bushra. Si tratta di un matrimonio combinato e la tradizione si perpetua nei figli. Infatti, pochi mesi dopo l’arrivo in Italia, nell’agosto 1999, la primogenita Kiran, nata a Gujrat nell’82, viene data in sposa, anche lei a diciassette anni, a Zahid Mahmood, figlio di uno zio paterno, che vive in Pakistan e la raggiunge a Sarezzo solo due anni dopo. Bushra e Muhammad scelgono pure il marito per la secondogenita, Shaliman, nata nell’84, che a diciannove anni va in sposa a Khalid, fratello di Zahid. Un altro cugino. I fratelli-cugini-mariti Zahid e Khalid, nati a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, sono figli dello stesso padre bigamo e di mogli diverse.
Nell’85 arriva Hina, la terza figlia. Poi il primo maschio, Suleman, che farà diciassette anni quattro giorni dopo la morte della sorella; e Rehman, nel 1995, al quale Hina è affezionatissima. Poi altre due figlie: Najab, nel 1997, e l’ultima, Khzina, nell’agosto 2003.
Nella casa di via Dante abitano pure lo zio materno di Hina, Tariq, di un anno più vecchio di Muhammad, a Sarezzo dal 2002, e i due figli di Kiran e Shaliman. Muhammad e Bushra diventano nonni a poco più di quarant’anni. In tutto, vivono sotto lo stesso tetto tredici persone. Hina no, ha lasciato la casa paterna da tre anni. Vive con Beppe, una convivenza che tiene nascosta alla famiglia.
Zahid, il marito di Kiran, è operaio nello stabilimento Iveco di Brescia: fa i turni di notte, dorme di giorno nel solaio di via Dante. Khalid, il marito di Shaliman, lavora alla Meccanica di Sarezzo, ma è anche a disposizione di un’agenzia per lavori interinali. D’estate arrotonda facendo l’ambulante sulle spiagge adriatiche. La stanza sua e di Shaliman si trova al primo piano di fronte a quella di Muhammad e Bushra, che dormono su un materasso senza rete per lenire i dolori di schiena.
Tariq è quello che fatica di più a integrarsi. È analfabeta e non parla italiano. Ha lasciato in Pakistan la moglie Razia, sorella di Bushra, e tre figlie. Passa da un lavoretto all’altro nelle campagne o nei kebab. Torna a casa a notte fonda, dorme in cantina. I vicini hanno chiesto alla polizia di fare dei controlli: in troppi vivono in quei tre piani. Così Tariq ha deciso di trasferirsi per un po’ da amici pachistani a Brescia. Ma nell’agosto 2006 è tornato in via Dante. I vicini lo vedono spesso seduto sul poggiolo a torso nudo mentre si lava o fissa per ore le macchine che scivolano sullo stradone.
Ogni pomeriggio la famiglia si riunisce davanti alla tv per vedere film pachistani in dvd o i programmi per immigrati su reti satellitari come la Global Tv. La sera si propaga dalla minuscola cucina al pianterreno un forte odore di spezie e chapati, il pane indiano non lievitato da intingere in sughi e verdure.
Tre fratelli di Muhammad sono emigrati a Gardone, anche se per vecchi dissapori non corre buon sangue tra loro. In Italia sono registrati con altri cognomi. Nadeem Aktar, che darà rifugio ai due generi di Hina, ha quarantun anni nel 2006 e mantiene qualche rapporto soltanto con i cugini sposati alle figlie di Muhammad. Lavora nella stessa fabbrica di Khalid. Un altro è Wassim Aktar, che abita a pochi passi dalla prima abitazione dei Saleem in via Petrarca, a Ponte Zanano.
La famiglia Saleem torna periodicamente nel Gujrat per i matrimoni e le feste comandate. In agosto, mese di monsoni, la più importante è quella del santo Kanwan-wali Sarkar. Si chiama così per i corvi, kanwan, appollaiati sulla sua testa e le sue spalle. Nel luglio 2006, Bushra è partita per il Pakistan con i figli per festeggiare il matrimonio di una cugina.
Quella di Muhammad è una grande famiglia, più grande da quando Kiran e Shaliman si sono sposate: Zahid ha cinque sorelle e Khalid, oltre a cinque sorelle, sei fratelli. Il padre ha in tutto due mogli e sedici figli.
Muhammad è orgoglioso di avere aiutato a emigrare in Italia zii, cugini e fratelli senza pretendere un euro. Si è fatto da solo, con fatica e sudore. Negli anni ha saputo racimolare abbastanza per acquistare con un mutuo l’appartamento di via Dante. La sua storia è quella dell’immigrato pachistano che si fa rispettare per il suo lavoro, ma che in ogni parte del mondo resta con la testa barricato nei confini culturali e religiosi del suo Paese e della sua comunità, la più gelosa della propria identità dopo quella cinese. «Tutta la mia vita» dirà «l’ho passata tra casa, lavoro e moschea: erano queste le tre cose della mia vita, e basta.»
Una grande famiglia con regole ferree, devozione e rigore. È dentro questa famiglia che matura il delitto.
«Me la ricordo Hina» dirà don Giuseppe Belussi, parroco di Ponte Zanano dove hanno abitato all’inizio i Saleem. «È stata da noi un paio di settimane al Grest, il corso estivo per ragazzi. Quella era già la profezia di tutto. Hina aveva tredici anni, stava bene con le altre ragazze, la sera voleva uscire, era una ragazza allegra.» Naturale che i Saleem venissero mandati alle scuole parrocchiali di Ponte Zanano: Sarezzo era lontana. «A differenza di altre famiglie, quella di Hina non ha mai fatto richieste speciali. Il fratellino, anche dopo la morte della sorella, ha partecipato alla recita di Natale vestito da pastorello. L’unica richiesta che facevano era di non mangiare carne di maiale. Per il pranzo natalizio davamo una fettina di salame o prosciutto, ma non ai Saleem: per loro c’era l’affettato di tacchino. Non chiedevano altro. Per esempio, non hanno mai chiesto di non pregare. Mai creato un problema. Veniva la mamma ad accompagnarli. Quando è successo il fatto, ho capito perché Hina era rimasta da noi due settimane e poi è stata tolta: magari faceva amicizie che voleva frequentare la sera. Era molto solare, molto contenta, sorrideva tanto, parlava tanto. Poi un giorno venne il fratello, Suleman, e disse che il papà preferiva che Hina stesse a casa.»
Forse è stata proprio la vicenda di Hina a far scegliere a don Giuseppe come lettura per gli incontri degli adulti in parrocchia quel brano del Profeta di Khalil Gibran che dice:
I vostri figli non sono vostri figli.
Essi sono i figli e le figlie della brama della Vita per la vita. Essi vengono attraverso voi ma non per voi.
E benché essi siano con voi, essi non appartengono a voi.
Voi potete dare loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri, poiché essi hanno i propri pensieri.
Voi potete custodire i loro corpi, ma non le loro anime, poiché le loro anime dimorano nelle case di domani, che non potrete visitare, neppure in sogno.
Potrete essere come loro, ma non cercare di farli simili a voi, poiché la vita procede e non si ferma a ieri.
Voi siete gli archi e i vostri figli sono frecce vive scoccate lontano, verso il futuro
Hina era quella freccia. Una freccia troppo veloce.

8

TVB

Una freccia troppo veloce, ma anche una pecora nera. Forse Hina per il papà, per i cognati, per tutti, è questo. Una pecora fuori dal gregge, una di quelle che non cercano rifugio nella fresca ombra delle querce in campagna, quando tutte insieme si radunano strette e compatte per ripararsi dalla canicola estiva: dal cerchio scuro dell’ombra della chioma rimane fuori solo la pecora nera, una macchia nel sole che acceca. Fuori dal branco.
Hina ha quindici anni quando si iscrive a una scuola superiore: nel settembre 2001 entra al Camillo Golgi, istituto professionale per i servizi commerciali a Brescia. È l’ingresso nel mondo dei grandi, dopo le medie al Giorgio La Pira di Sarezzo, frequentato da quando aveva tredici anni, cioè da quando è arrivata in Italia. Nella sua nuova classe, la prima A, vede le ragazze bresciane vestite in jeans attillati e camicette succinte, l’ombelico scoperto e gli occhi con le pupille colorate una volta di verde, la volta dopo di azzurro. Pettinate e profumate.
«Un anno ha messo il foulard, poi guardando tutte le altre non l’ha voluto più» ricorderà mamma Bushra. E poi i ragazzi, i maschi, che fanno battute, canzonano, fanno gruppo. È il mondo dell’adolescenza di tutte le città d’Italia. A Brescia non è diverso. Così, la vita a casa per Hina diventa stretta, con quel padre troppo legato alle tradizioni, quella madre succube, le sorelle e i fratellini che ama enormemente ma che restringono lo spazio attorno a lei.
Gli innamoramenti iniziali riempiono un vuoto. Salvatore è il primo che le fa girare la testa: un amore adolescenziale, acerbo e improvvisato come sono le storie a quindici anni. Ma che in una ragazzina determinata e sveglia come Hina forse rappresenta la via di fuga fuori dal suo mondo. Gli scrive biglietti d’amore, raccontando il suo cuore che stravede per lui. Una cotta che è anche una richiesta d’aiuto. Nei fogli dove appunta le sue poesie, spesso disegna a mano libera una rosa, perfetta e bellissima, o un cuore rosso con le ali nere.
I fiori, il disegno: la sua passione di sempre. Il legame ancora forte, nonostante tutto, con il Pakistan. Come nel biglietto vergato a matita, la scrittura minuta e pulita sul foglio a quadretti, che tra punti esclamativi e svarioni di ortografia racconta i sussulti per il moroso.
ciao
Salvo come stai? Io non tanto! Cioè io si ma il cuore non vuole sentire niente! credimi io ti voglio bene pefavore non lasciarmi da sola. Se non celho la chiave del tuo cuore io non l’avro mai, i rompero per entrare.
Ti ricordi mi avevi detto che prima poi trovero il moroso lo so, anch’io che trovero ma adesso è troppo tardi per amare un altro, e poi sei l’unico che io ho amato cosi forte. Quando ti vedo e penso cosa ti dico, quando non ci sei lo so tutto quello che ti devo dire avrai sentito questa poesia.
il sesso si fa con qiunque
ma l’amore si fa
con una sola persona!!!
Salvo io T.V.B. x cui ho corraggio di dirti ti amo.
T.V.B
.
Bisogna immaginare lo sforzo tremendo che deve aver fatto questa ragazza in una lingua che conosce da pochissimo, anzitutto per farsi accettare. Far accettare il suo amore. L’abbreviazione da sms è ripetuta in ogni modo. In basso, nel foglio, c’è il disegno della rosa pieno di colore.
Ma Salvatore ai suoi biglietti non risponde. Hina è disperata, cerca il suo amore, l’immagine della sua felicità. Fantastica con le parole, come ogni ragazzina di quell’età. Allora su un foglio a quadretti incorniciato da righe geometriche a formare un rombo scrive un’altra lettera d’amore con il grido «rispondimi!» e le consuete minacce che gli adolescenti fanno quando non si sentono ricambiati. Scrive con la stessa grafia chiara e ordinata, e gli stessi errori di ortografia e sintassi.
Salvo x te farei qual siassi cosa Mi ucciderei anche! Io da te voglio sentire almeno una volta solo una volta per favore non dire di ti scongiuro dimmi una volta T.V.B. cosi potrò morire tranquillmente e così anche i tuoi amici saranno felici xchè diventerei come prima e potrai andare in sieme alla Federica non chiedermi come ho fatto sapere! Ciao!
RISP Lo so che non hai voglia di rispondere per favore rispondi. Almeno questa dopo non ti scriverò più. Xché non ci sono. Se non mi dirai T.V.B. mi troverai in ospedale o in paradiso solo per te... T.V.B. ti voglio bene la parola bene è sempre in più.
Ti voglio
Biglietti che non ottengono risposta. Hina se ne angoscia. Poi una mattina di novembre sparisce, non torna a casa dal Golgi. La mamma rientrando dalla pasticceria dove lavora non la vede e si preoccupa. Soprattutto quando trova il biglietto: «Vado a vivere con Salvo». Allora lei e Muhammad vanno alla stazione dei carabinieri di Villa Carcina. A Mele e Indennitate, che vedono per la prima volta, spiegano che la figlia è scomparsa.
«L’aspetto dei Saleem era quello di persone ultraconservatrici,» diranno i due marescialli «però molto silenziose, persone che a vederle sembrano molto corrette, sembrano genitori preoccupati, a cominciare dal padre. Ci riferiscono che Hina è scappata, si è presa una cotta per un ragazzo italiano e noi allora andiamo a casa sua. A casa di Salvo. Quando aprono, i genitori chiedono: che ci fate qui? C’erano la madre, il fratello, la cognata, tutti agitati per il nostro arrivo. Salvo spiega che non corrisponde quest’amore, questo sentimento di Hina, “mi dispiace ma io...”. Sono ragazzini. Ci racconta che veniva tempestato di messaggi, di lettere. Anche Bushra ci aveva avvisati, mostrandoci il biglietto: a lei piace Salvo, ma a Salvo non piace lei.»
Racconterà Bushra: «Hina pochi giorni prima era andata a scuola e aveva detto a Salvo “ti faccio picchiare da Sergio”, un altro amico che lei frequenta». Mele e Indennitate attivano le ricerche, le tracce alla fine li portano in piazza a Sarezzo. E lì la trovano la sera, davanti a una cabina telefonica.
La Hina che vedono è una ragazzina dai capelli neri lunghi «con un cappottone che la copre fino ai piedi e un berrettone in testa». Quell’immagine si scolpisce nella loro memoria: «Così l’abbiamo vista la prima volta, la mitica Hina. Da allora per noi era “la cappottona”: faceva la fashion, la glamour, aveva lo zaino con i TVB scritti e con attaccati i ciondolini dei ragazzini, i ciuccini. Una ragazza pachistana che c’aveva lo zaino con scritto TVTTTB!». Ti Voglio Tanto Tanto Tanto Bene. È il linguaggio “cellulare” dei sedicenni. «Hina si distingueva veramente dai suoi familiari. Loro vestivano secondo tradizione con indumenti lunghi e capelli pettinati in una certa maniera. Lei proprio ci teneva a essere diversa. Vestiva come una bresciana, soltanto che a vederla meglio uno capiva che era pachistana per i capelli, per i tratti. Al primo approccio non è come le solite ragazze di quel mondo, che sono intimorite e sanno di avere a che fare con un europeo, un occidentale, un cristiano. Lei no, è molto sbarazzina, ha la parlata bresciana. Ci ha sconvolto questa sua immediatezza, abituati come eravamo ad avere a che fare con musulmane o arabe che hanno una certa riluttanza. Lei, invece, ci ha affrontati subito a viso aperto.»
Mele e Indennitate la trovano alla cabina davanti al municipio, la riportano in caserma. Le dicono di aspettare, poi raggiungono Bushra e Muhammad in sala d’attesa. Chiudono la por...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Dedica
  5. Epigrafe
  6. Premessa
  7. Personaggi della storia
  8. Prologo
  9. PARTE PRIMA
  10. PARTE SECONDA
  11. PARTE TERZA
  12. PARTE QUARTA
  13. PARTE QUINTA
  14. Epilogo
  15. Bibliografia
  16. Ringraziamenti
  17. Indice