Tutto il cielo possibile
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Tutto il cielo possibile

  1. 210 pagine
  2. Italian
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Tutto il cielo possibile

Informazioni su questo libro

E' il 20 di agosto. L'estate è sul finire, ma fa ancora un gran caldo. Adele, sedici anni, motorino e rapporto contrastato con la madre vedova, è costretta in città. Per ovviare alla noia, tenersi fuori di casa il più possibile e riempire il tempo fino alla riapertura della scuola, decide di iscriversi a un corso di teatro. Non è la sola: davanti al portone della segreteria ancora chiusa si trova anche Lorenzo, più o meno la stessa età, atletico e spigliato, e quindi tutto il suo contrario. Lei girerebbe volentieri alla larga da un tipo come lui che fa troppo il figo, ma un temporale improvviso li obbliga a rifugiarsi nel bar di fronte. Un bar che sembra uscito da una pubblicità degli anni Ottanta... inizia così una storia che si tinge di fantastico, e che porterà Adele a scoprire l'amore ma anche a trovare la vera se stessa.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Anno
2013
eBook ISBN
9788858509371
Print ISBN
9788856633672

1

La cosa brutta quando esci di casa sbattendo la porta è che non c’è modo di tornare indietro senza calpestare l’orgoglio e mandarlo in briciole.
Eppure... Per quanto stia lì a fissare il pomolo d’ottone, non riesco a trovare nessun altro modo per tornare dentro a prendere il casco. Guardo il buco della serratura lungo e dentellato, immaginando che sia possibile passarci attraverso come nei cartoni animati. Purtroppo no. E anche se fosse, il casco non ci passerebbe.
Che palle però! Appena tornata già deve rompere. Cinque giorni per i fatti suoi a organizzare il suo matrimonio e la prima cosa che mi dice quando torna è: “Guarda che disastro le mie piante”.
Ma chi se ne frega delle sue piante.
“Non le hai innaffiate.”
No, non le ho innaffiate.
“Me l’avevi promesso che le avresti innaffiate.”
Non l’avevo promesso, lei me l’aveva chiesto e io non avevo risposto.
“Non ti importa niente di niente.”
Falso. Non mi importa niente di lei.
“Sei ancora una bambina.”
Falso di nuovo. Infatti non ho bisogno di una madre inetta come lei, né tantomeno di un surrogato di padre come quello sfigato di Paolo. D’altronde sono davvero una bella coppia... Mi chiedo cosa avesse trovato papà in una come lei.
Il buco della serratura non offre soluzioni. Ho bisogno del casco, devo rientrare. Appiccico l’orecchio alla porta sperando che filtri qualche rumore per capire lei dov’è. Magari è in bagno sotto la doccia e non mi sente.
Nessun rumore.
Infilo piano la chiave, se è in cucina magari non se ne accorge; il casco è proprio all’ingresso, mi basta mettere un piede dentro e allungare un braccio. Giro la chiave, clac, metto dentro la testa.
Mia madre è di fronte a me con le mani lungo i fianchi e una smorfia compiaciuta sulla faccia. La smorfia del “te l’avevo detto”, del “hai visto?”, del “la mamma ha sempre ragione”.
Reggo il suo sguardo e riempio il mio di cose cattive, prendo il casco, silenziosamente lo insulto perché mi ha tradito e faccio per uscire senza dire una parola.
«Non dimentichi niente, Adele?»
La guardo. Solleva la mano destra e la apre. Dentro ci sono tre banconote da cento euro.
Cazzo, i soldi!
Torno indietro e riduco il mio orgoglio in briciole ancora più piccole, come i biscotti quando fai il salame di cioccolato. Le strappo di mano i soldi, stringo le chiavi per accertarmi della loro presenza, non voglio rischiare di dover suonare quando torno, ed esco sbattendo la porta ancora più forte di prima.
Fanculo.
Infilo i soldi nella tasca dei jeans e scendo le scale facendo ciondolare il casco che mi sbatte contro la coscia. Nell’atrio faccio un cenno di saluto a Giuseppe, il portiere, chiuso nella sua guardiola climatizzata. Beato lui! Passo davanti al motore del suo condizionatore che sbuffa aria calda e sbuffo anch’io. Non avevo voglia di uscire proprio adesso. Nessuno esce a quest’ora, fa troppo caldo. Mi si scioglierà il motorino sull’asfalto.
D’altronde di stare in casa con mia madre non se ne parla. Ancora mi rode la litigata con lei, la sento bruciare in fondo alla gola e mi vengono in mente mille parole possibili che non ho detto e magari avrei dovuto, per dire bene quello che penso, quello che voglio e che non voglio, per chiuderle la bocca.
Mentre mi allaccio il casco sotto il mento ho la tentazione di guardare in alto per vedere se mi sta tenendo d’occhio dalla finestra della cucina, ma resisto perché le farei un gestaccio.
Monto sul motorino e sfreccio via.
In strada c’è molta più gente di quanta mi immaginassi. È il 22 agosto, il telegiornale continua a dire che la città è deserta e che si aspetta il controesodo il prossimo fine settimana, ma a me pare che ci siano il solito traffico e il solito rumore e la solita puzza di smog. C’è anche un odore diverso, oggi, odore di pioggia e di temporale. Guardo in alto all’orizzonte: luce bianca e nuvole nere, probabilmente pioverà.
Quando arrivo davanti al vecchio teatro, il cielo è cupo e gonfio e basso. C’è vento e cadono le prime gocce grosse e fredde che alzano la polvere di settimane di siccità.
Faccio a malapena in tempo a chiudere il lucchetto della catena che inizia a cadere una pioggia torrenziale. Corro a rifugiarmi nel teatro, quattro balzi maldestri evitando le pozzanghere che già si sono formate lungo la strada vecchia e piena di buche. La porta è chiusa, non hanno aperto, non mi ero accorta fosse troppo presto.
Mi guardo intorno. Ho le scarpe fradicie e i jeans bagnati fino alle caviglie. Di fronte a me c’è una vecchia latteria con una tettoia che copre un metro quadro di asciutto. Attraverso più veloce che posso e mi rintano lì. Nell’esatto istante in cui sbuffo e mi tiro via i capelli bagnati dalla faccia arriva di corsa un ragazzo che ha avuto la mia stessa idea. È il doppio di me, spero sia inoffensivo.
«Ciao» dice.
«Ciao.» Gli rispondo per educazione, ma già mi dà sui nervi: è così sicuro di sé che mi fa venire da vomitare. Lo vedi da come se ne sta lì in piedi a guardare la pioggia, nei suoi jeans stretti e con le All Star rosse, lise al punto giusto.
«Scommetto che sei qui per iscriverti al corso di teatro.»
«Già» gli rispondo, senza entusiasmo, non è che ci volesse un grande intuito, in questa strada non c’è assolutamente niente se non il vecchio teatro e questa strana latteria.
«Che ne dici se entriamo?»
In una giornata normale mai e poi mai accetterei l’invito di un perfetto sconosciuto, per quanto figo e sorridente.
Guardo questo tipo che ho di fronte. Deve avere la mia età, forse qualcosa di più, i capelli raccolti in alto, le spalle larghe e le cosce muscolose. È un atleta, si vede, uno di quelli che a scuola sono pieni di ragazze come nei telefilm americani con le cheerleader.
Io non sono una cheerleader. A me piace leggere e ascoltare musica e recitare. Non vado a caccia di ragazzi e normalmente non suscito il loro interesse. In me questo tipo non può vedere proprio niente di più dei miei capelli bagnati e delle mie scarpe che fanno le bollicine d’acqua quando cammino.
Sbircio all’interno della latteria e intravedo il proprietario, un signore anziano e rotondetto dall’aria gioviale. Certo, se il quarterback dovesse rivelarsi un aggressore il caro vecchietto mi salverebbe.
Faccio spallucce e allungo una mano per tirare la porta della latteria ed entrare, ma la porta è talmente vecchia che si apre verso l’interno, alla faccia di tutte le norme di sicurezza, dei maniglioni antipanico e delle porte a spinta.
Il ragazzo grande e grosso interviene, forse pensa che sia una questione di forza fisica. «C’è scritto SPINGERE» dice.
Avevo torto: sa addirittura leggere.
Quando entriamo, il proprietario alza lo sguardo dal libro che sta leggendo e ci saluta con un sorriso. Poi ci raggiunge al tavolino d’angolo a cui ci sediamo, divanetti in similpelle rossa e menu plastificato infilato nel portatovaglioli.
Il ragazzo afferra il menu e lo apre, corre con lo sguardo a sinistra e poi a destra – bevanda, prezzo, bevanda, prezzo – e poi dice: «Io prendo un cappuccino».
Io non ho voglia di niente. Mi si è incantato lo sguardo su un taglio nel divanetto. Ci infilo l’indice e sento la gommapiuma gialla: è uguale a quella che usava mia madre per farmi i costumi di carnevale quando ero piccola. Mi torna in mente lei e con lei la rabbia. Mi si riempie il naso dell’odore di questo locale, pungente e acido e vecchio: è squallido come un cerotto sul dito di un piede. Non mi piace stare qui, ma fuori piove e a casa non ci voglio tornare.
«Anche per me» dico.
Il lattaio se ne va e aziona il macinacaffè. Non posso fare a meno di chiedermi quand’è stata l’ultima volta che ha servito dei clienti.
«Come ti chiami?» mi domanda il quarterback mentre ripone il menu.
Ma è proprio necessario conoscersi? Perché, se tanto arriveremo a concludere che non abbiamo niente in comune?
Sospiro senza che lui se ne accorga. Non rispondere è maleducazione, come correre nei ristoranti e interrompere i grandi quando parlano. «Adele.»
«Io Lorenzo. Anche io devo iscrivermi al corso di teatro.»
Dunque sbagliavo, qualcosa in comune l’abbiamo.
«Che c’è?» mi chiede.
«Perché?»
«Hai fatto una faccia strana, come se non ci credessi.»
Non pensavo se ne fosse accorto.
«Lo ammetto. Non sembri proprio il tipo da corso di teatro.»
«E che tipo sembro?»
Eh, ma così mi inviti a nozze!
Mi guarda con una smorfia divertita che potrebbe anche sembrare un sorriso sexy. Si aspetta l’ennesima ragazza a bocca aperta davanti al suo fascino. Il principe azzurro. Un campione di basket. Un attore famoso.
Gli sorrido anch’io. «Uno tutto muscoli e niente cervello.» Velenosa.
Lui alza le sopracciglia e il suo sorriso si allarga. «Non mi pare ci voglia un gran cervello a recitare a memoria delle battute scritte da qualcun altro!»
Spalanco la bocca. Ma come? Il teatro è una cosa meravigliosa, il palcoscenico è meglio del mondo reale, puoi essere chi vuoi, diventare chi vuoi, dimenticare chi vuoi, odiare chi vuoi, riportare in vita chi vuoi.
«E allora che ci vieni a fare?»
«Compiti a casa» risponde criptico. Non dice altro e io non gli do la soddisfazione di chiedergli niente.
Arriva nel frattempo il lattaio con un vassoio nero e i due cappuccini più gonfi e schiumosi che abbia mai visto. Ci sorride, ma non dice nulla.
Penserà che stiamo insieme.
No, impossibile.
Non esiste pianeta in cui Lorenzo il quarterback starebbe con una come me.
Lo guardo e mi scappa da ridere per i suoi baffi di schiuma, lui se ne accorge e prende un tovagliolino dalla scatola di metallo con la molla. C’è il logo del caffè sopra.
Passo il cucchiaino sulla schiuma e la sposto un po’ di qua, un po’ di là. Ne assaggio un po’: è buona, piena e densa come zabaione.
Mi accorgo di canticchiare tra me e me la canzone che sta passando per radio, una roba di duemila anni fa, piace un sacco a mia madre che, tra i tanti difetti che ha, ha anche quello di essere fan di Eros Ramazzotti. Probabilmente L’uragano Meri le ricorda di quando era giovane. Probabilmente la conosce solo lei.
Lorenzo finisce il suo cappuccino e si fruga in tasca, tira fuori accendino e sigarette.
Che schifo, fuma.
«Allora non sei un atleta» gli dico un po’ per provocarlo.
Lui alza il sopracciglio e sfila una sigaretta dal pacchetto, la porta tra le labbra e la tiene lì, pendula. Dio, come si piace in questa posa!
«Esco a fumare, vieni con me?»
Infilo due dita nella veneziana per abbassarla e sbirciare fuori. Se piove ancora col cavolo che vengo a farti compagnia!
Sta spiovendo, qualche raggio di sole fa brillare l’asfalto bagnato. La strada è ancora deserta.
Troppo deserta.
Il mio motorino non c’è più.

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Tutto il cielo possibile
  3. Capitolo 1
  4. Capitolo 2
  5. Capitolo 3
  6. Capitolo 4
  7. Capitolo 5
  8. Capitolo 6
  9. Capitolo 7
  10. Capitolo 8
  11. Capitolo 9
  12. Capitolo 10
  13. Capitolo 11
  14. Capitolo 12
  15. Capitolo 13
  16. Capitolo 14
  17. Capitolo 15
  18. Capitolo 16
  19. Capitolo 17
  20. Copyright