L'ombra della notte
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L'ombra della notte

La Trilogia delle anime

  1. 742 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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L'ombra della notte

La Trilogia delle anime

Informazioni su questo libro

Da questo romanzo la serie su SKY A DISCOVERY OF WITCHES. Dopo che Diana Bishop, studiosa di storia e alchimia, e discendente da una nota stirpe di streghe, ha ritrovato e irrimediabilmente restituito alla biblioteca Bodleiana di Oxford l'Ashmole 782, il manoscritto che conserva i segreti per la sopravvivenza di demoni, streghe, lupi mannari, vampiri e tutte le creature ultraterrene, la sua vita ha preso una direzione inaspettata. Come lei, anche Matthew, giovane vampiro e studioso di genetica, vuole decifrare il testo, e sarà proprio il legame fatale con l'Ashmole 782, oltre al loro amore, a catapultarli nel cuore dell'Inghilterra elisabettiana del 1590 alla ricerca del Manoscritto.
Alla corte della regina, li accoglie un esclusivo circolo di personaggi, la misteriosa «Scuola della Notte», che raggruppa famose personalità e intellettuali del tempo, tra cui il drammaturgo Christopher Marlowe, il poeta George Chapman, l'astronomo e matematico Thomas Harriot. Ma in anni di spietata caccia alle streghe e diffuso pregiudizio, l'unione dei due giovani rischia di scatenare un conflitto di proporzioni inimmaginabili e la loro unica speranza di salvezza sarà mettere a punto un piano per rubare il testo alchemico e fare ritorno al XXI secolo.

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Informazioni

Print ISBN
9788856630497
eBook ISBN
9788858508152

Parte Terza

LONDRA, BLACKFRIARS

15

«Che cos’è?» chiesi sorpresa. Il profilo di Londra era pieno di guglie appuntite che spuntavano dall’ammasso di edifici sottostanti. Indicai un’imponente costruzione di pietra con finestre altissime. Sopra il tetto di legno c’era un’enorme protuberanza annerita che rendeva l’edificio sproporzionato.
«Saint Paul» rispose Matthew.
Non era la splendida cattedrale con la cupola bianca di Christopher Wren, nascosta in mezzo a moderni uffici: la vecchia Saint Paul, appollaiata sulla collina più alta di Londra, si vedeva subito.
«Un fulmine ha colpito una guglia e il tetto ha preso fuoco. Per gli inglesi è un miracolo che non sia bruciata l’intera cattedrale» continuò.
«I francesi invece credono che la mano del Signore sia scesa troppo presto» commentò Gallowglass. Era venuto a prenderci a Dover, requisendo una barca a Southwark. «Comunque sia, Dio non ha provveduto al denaro per la riparazione.»
«E nemmeno la regina.» Matthew osservava con attenzione i pontili e teneva la mano destra sull’elsa della spada.
Non avrei mai immaginato che la vecchia Saint Paul fosse così grande. Mi diedi un pizzicotto, come avevo fatto vedendo la Torre e il London Bridge.
Da quando ero nel passato molte immagini e suoni mi avevano impressionata, ma niente mi aveva tolto il fiato come il primo avvistamento di Londra.
«Sei certo di non voler prima attraccare in città?» Gallowglass insisteva fin da quando eravamo saliti in barca nel dire che sarebbe stato saggio fermarsi.
«Andiamo a Blackfriars» disse Matthew deciso. «Tutto il resto può aspettare.»
Gallowglass, dubbioso, continuò a remare finché non raggiungemmo l’estremità più occidentale della città vecchia, chiusa dalle mura. Attraccammo a una ripida scaletta di pietra, i cui gradini più bassi erano sommersi dal fiume; a quanto pareva, la marea si sarebbe alzata ancora inghiottendo anche gli altri. Gallowglass lanciò una cima a un uomo robusto che lo ringraziò profusamente per avergli riportato la barca intera.
«Viaggi sempre su barche altrui, Gallowglass? Forse Matthew dovrebbe regalartene una per Natale» dissi. Il ritorno in Inghilterra – e al vecchio calendario – significava che quest’anno avremmo festeggiato due volte.
«Privandomi di uno dei miei pochi piaceri?» sorrise Gallowglass. Ringraziò il barcaiolo e gli diede una moneta la cui dimensione e il cui peso trasformarono l’ansia dell’uomo in un’esclamazione di giubilo.
Passammo sotto un arco e sbucammo su Water Lane, una strada stretta e tortuosa piena di case e negozi. Più gli edifici erano alti, più si inclinavano sopra la strada, come un comò con i cassetti aperti. L’effetto era amplificato da lenzuola, tappeti e ogni genere di cose appesi alle finestre. Tutti approfittavano dell’insolito bel tempo per far prendere aria a vestiti e oggetti di casa.
Matthew mi stringeva la mano e Gallowglass camminava alla mia destra. Immagini e suoni venivano da ogni direzione. Tessuti rossi, verdi, marroni e grigi svolazzavano su fianchi e spalle, mentre gonne e mantelli venivano liberati dalle ruote dei carri o si impigliavano nei pacchi trasportati dai passanti e nelle armi che indossavano. Martelli, il nitrito dei cavalli, il muggito di una mucca e il cigolio del metallo che sferragliava sulle strade di pietra gareggiavano per avere la mia attenzione. Decine di insegne con angeli, teschi, utensili, forme e colori vivaci e figure mitologiche si muovevano nell’aria. Sopra la mia testa un cartello di legno sventolava sui cardini di metallo: vi era dipinto un cervo bianco con corna sottili circondate da un cerchio dorato.
«Eccoci» disse Matthew. «Questo è l’Hart and Crown.»
L’edificio era per metà di legno, come tutti gli altri. Si entrava in un passaggio a volta, in cui su un lato lavorava un calzolaio e dall’altro una donna era impegnata con dei bambini, alcuni clienti e un grosso libro contabile. Salutò Matthew con un cenno del capo.
«La moglie di Robert Hawley gestisce apprendisti e clienti con il pugno di ferro. All’Hart and Crown non succede nulla senza che Margaret lo sappia» spiegò Matthew. Avrei dovuto diventare amica di quella donna alla prima occasione.
Il passaggio sbucava sul cortile interno, un lusso in una città tanto popolata come Londra, che ospitava un’altra rarità: un pozzo che offriva acqua pulita ai residenti del complesso. Qualcuno aveva approfittato dell’esposizione a sud per togliere le vecchie pietre della pavimentazione e coltivare un giardino e ora le aiuole vuote aspettavano l’arrivo della primavera. Un gruppo di lavandaie si dava da fare vicino a una latrina comune.
Sulla sinistra, una scala a chiocciola saliva verso le nostre camere al primo piano, dove ci aspettava Françoise. Aveva spalancato la porta dell’appartamento, in cui aveva stipato un mobile perforato sui lati. A una maniglia dell’armadio era legata un’oca spennata.
«Finalmente.» Comparve Henry Percy, sorridente. «Sono ore che vi aspettiamo. Mia madre vi manda un’oca. Ha sentito che in città non si trova pollame e pensava che foste affamati.»
«Sono felice di vederti, Hal» disse Matthew ridendo e indicando l’oca con un cenno. «Come sta tua madre?»
«Un’arpia, come sempre a Natale. Molti in famiglia hanno trovato qualche scusa per essere altrove, ma io sono bloccato qui per volontà della regina. Sua Maestà mi ha urlato contro che non poteva fidarsi di me nemmeno per mandarmi fuori Londra» balbettò Henry, ancora sofferente al ricordo.
«Sei il benvenuto a trascorrere le feste con noi, Henry» dissi, togliendomi il mantello. C’era profumo di spezie e di abete appena tagliato.
«Ti ringrazio molto dell’invito, Diana, ma mia sorella Eleanor e mio fratello George sono in città e non riuscirebbero mai a reggere mia madre da soli.»
«Almeno rimani con noi questa sera» insistette Matthew, portandolo vicino al fuoco. «Raccontaci cos’è successo durante la nostra assenza.»
«Qui è tutto tranquillo» affermò Henry allegro.
«Tutto tranquillo?» Gallowglass arrivò di corsa dalle scale, lanciando al conte uno sguardo glaciale. «Marlowe è al Cardinal’s Hat, ubriaco fradicio, a scambiare versi con quello scribacchino di Stratford che gli sta sempre appiccicato nella speranza di diventare un commediografo. Per ora sembra che Shakespeare si accontenti di allenarsi a falsificare la tua firma, Matthew. Secondo il locandiere, la settimana scorsa ti saresti impegnato a pagare la stanza di Kit e tutte le spese.»
«Li ho lasciati solo un’ora fa!» protestò Henry. «Kit sapeva che Matthew e Diana sarebbero arrivati oggi pomeriggio. Lui e Will hanno promesso di comportarsi bene.»
«Questo spiega tutto» borbottò Gallowglass sarcastico.
«È opera tua, Henry?» Guardai l’appartamento dall’ingresso. Qualcuno aveva appeso vischio, edera e rami di abete al camino, alle finestre e anche su un grosso tavolo di quercia. Il camino era pieno di ceppi e c’era un bel fuoco scoppiettante.
«Io e Françoise volevamo che il tuo primo Natale fosse particolarmente festoso» disse Henry, arrossendo.
L’Hart and Crown rappresentava al meglio la vita urbana del Cinquecento. Il salotto era grande, accogliente e confortevole. La parete a ovest era quasi interamente occupata da una finestra che dava su Water Lane, una posizione perfetta per osservare i passanti. I muri erano decorati da boiserie di legno con intarsi di fiori e foglie.
I mobili erano pochi ma di buona fattura. Vicino al camino c’erano una grossa cassapanca con schienale e braccioli e due sedie profonde. Il tavolo di quercia in mezzo alla stanza era insolitamente fine, largo meno di un metro ma molto lungo, con le gambe scolpite con i volti delicati delle cariatidi e di Ermes. Sopra il tavolo c’era una struttura piena di candele da alzare o abbassare con un sistema di corde sospeso al soffitto. Da un mobile enorme uscivano teste di leone intarsiate; al suo interno, vidi bicchieri, brocche, tazze, boccali ma pochissimi piatti, com’era tipico della casa di un vampiro.
Prima di apprestarci a cenare con oca arrosto, Matthew mi mostrò la nostra camera e il suo studio privato. Erano entrambi dalla parte opposta all’ingresso, di fronte al salotto, e avevano grandi finestre a timpano affacciate sul cortile che le riempivano di luce. Nella nostra stanza c’erano solo un letto a baldacchino con una massiccia testiera di legno intarsiata, un guardaroba alto e una lunga cassapanca sistemata sotto le finestre: era sempre chiusa a chiave perché conteneva l’armatura di Matthew e armi di scorta. Henry e Françoise erano stati anche qui e l’edera si arrampicava sui pali del letto, mentre alla testiera avevano legato del vischio.
Per quanto nella camera non sembrasse esserci stato nessuno da un po’, lo studio di Matthew dava un’impressione diversa. C’erano cesti di carta, sacchetti e recipienti pieni di penne, boccette di inchiostro, cera sufficiente a decine di candele, rotoli di spago e così tanta posta in attesa di essere aperta che mi sentii male solo al pensiero. Una sedia dall’aria molto comoda con lo schienale reclinabile e braccioli ricurvi era sistemata davanti a un tavolo allungabile. A parte le pesanti gambe del tavolo con intarsi tondeggianti, il tavolo era liscio e pratico.
Mentre io avevo sussultato alla vista della pila di lavoro che attendeva Matthew, lui era tranquillo. «Può aspettare. Nemmeno le spie lavorano la vigilia di Natale» mi disse.
A cena parlammo delle ultime imprese di Walter e del tremendo stato del traffico a Londra, evitando di affrontare argomenti più cupi, come l’ultima bevuta di Kit e dell’intraprendente William Shakespeare. Una volta sparecchiato, Matthew spostò dalla parete un tavolino da gioco. Tirò fuori un mazzo di carte dallo scomparto sotto il piano del tavolo e cominciò a insegnarmi a scommettere, in stile elisabettiano. Henry aveva appena convinto Matthew e Gallowglass a sfidarsi a flap-dragon – un gioco piuttosto pericoloso in cui bisognava incendiare dell’uvetta in una ciotola di brandy e scommettere su chi sarebbe riuscito a mangiarne di più – quando la melodia dei canti natalizi giunse dalla strada. Non tutti cantavano nella stessa tonalità e quelli che non sapevano le parole inserivano particolari scandalosi sulla vita di Giuseppe e Maria.
«Ecco, milord» disse Pierre, lanciando a Matthew un sacchetto di monete.
«Abbiamo dei dolci?» chiese Matthew a Françoise.
Lei lo guardò come se fosse fuori di testa. «Certo. Sono nella dispensa sul pianerottolo così l’odore non disturberà nessuno» disse Françoise, indicando le scale. «L’anno scorso gli avete dato del vino, ma non credo che questa sera ne abbiano bisogno.»
«Vengo con te, Matt» si offrì Henry. «Mi fa piacere una bella canzone la vigilia di Natale.»
La comparsa di Matthew e Henry giù in strada fu evidenziata da un deciso aumento di volume nel coro. Quando i cantanti arrivarono alla fine, Matthew li ringraziò e diede loro le monete. Henry distribuì i dolci, ricevendo inchini mentre si diffondeva la notizia che era il conte di Northumberland. I cantanti si spostarono davanti a un’altra casa, seguendo un misterioso ordine di precedenze che speravano avrebbero garantito il bottino migliore.
Ben presto io non riuscii più a trattenere gli sbadigli e Henry e Gallowglass cominciarono a recuperare guanti e mantelli. Quando si diressero verso la porta sorridevano soddisfatti. Matthew mi raggiunse a letto, tenendomi stretta finché non mi addormentai, canticchiando canti di Natale ed elencando le tante campane della città via via che suonavano le ore.
«Questa è Saint Mary-le-Bow» disse. «E questa Saint Katherine Cree.»
«Questa è Saint Paul?» chiesi quando suonò una melodia prolungata.
«No. Il fulmine che ha bruciato la guglia ha anche distrutto le campane» disse. «È Saint Saviour. Ci siamo passati davanti venendo in città.»
La cattedrale di Southwark fu l’ultima che sentii prima che il sonno avesse la meglio.
Fui svegliata nel cuore della notte da una conversazione proveniente dallo studio di Matthew. Toccai il letto accanto a me: lui non c’era. Le cinghie di pelle che reggevano il materasso cigolarono e si tesero mentre scendevo sul pavimento freddo. Rabbrividii e mi avvolsi in uno scialle.
A giudicare dalle macchie di cera sui candelabri, Matthew lavorava da ore. Con lui c’era Pierre, in piedi vicino ai ripiani in una nicchia accanto al camino. Sembrava fosse stato trascinato in mezzo al fango del Tamigi con la bassa marea.
«Sono stato in giro per la città con Gallowglass e i suoi amici irlandesi» mormorò Pierre. «Anche se gli scozzesi sapessero qualcosa di più sul preside, non lo divulgherebbero mai, milord.»
«Quale preside?» Entrai nella stanza. Fu allora che vidi la porticina nascosta dietro i pannelli di legno alle pareti.
«Scusate, madame. Non volevo svegliarvi.» Pierre era molto a disagio visto il suo aspetto. Il suo odore mi fece venire le lacrime agli occhi.
«Non preoccuparti, Pierre. Vai pure, ti raggiungo dopo.» Matthew attese che il servo uscisse, con le scarpe che scricchiolavano, e...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. L'ombra della notte
  3. Parte Prima - WOODSTOCK, OLD LODGE
  4. Parte Seconda - SEPT-TOURS E IL VILLAGGIO DI SAINT-LUCIEN
  5. Parte Terza - LONDRA, BLACKFRIARS
  6. Parte Quarta - L’IMPERO, PRAGA
  7. Parte Quinta - LONDRA, BLACKFRIARS
  8. Parte Sesta - VECCHIO MONDO,NUOVO MONDO
  9. Libri Personae, i personaggi del libro
  10. Ringraziamenti
  11. Copyright