Treno di vita
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Treno di vita

La straordinaria storia di tre bambini a Mauthausen

  1. 378 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Treno di vita

La straordinaria storia di tre bambini a Mauthausen

Informazioni su questo libro

Priska guardò sua figlia, che fino a quel momento era stata nascosta nella sua pancia, relativamente al sicuro. Ora di colpo era fuori - priva di tutto, nuda, vulnerabile - in un mondo dominato dai nazisti. "Mia Hana" disse con gli occhi umidi, ricordando la conversazione sussurrata con il marito nel vagone merci, durante il loro viaggio da incubo ad Auschwitz: "Se è una femmina la chiameremo Hana". Sentì nascere un sorriso sulle labbra. "Pensa solo a cose belle" le aveva detto il marito appena prima che li separassero. Sconosciute l'una all'altra ma accomunate dallo stesso destino, tre donne sono scampate alla morte e alla follia di Mengele ad Auschwitz riuscendo miracolosamente a nascondere di essere incinte. Costrette ai lavori forzati in una fabbrica di armi vicino a Dresda, e poi stipate con altre migliaia di vittime sul treno della morte diretto a Mauthausen, riescono a difendere caparbiamente la vita che portano in grembo. Una di loro dà alla luce una femmina appena prima del viaggio, un'altra un maschietto sul treno in condizioni disumane, e la terza varcando il cancello del campo. Luogo di nascita Mauthausen, riportano i certificati di nascita dei tre neonati. Tramontate le tenebre della guerra, per oltre sessant'anni ognuno dei tre bambini, ormai cresciuti, crede di essere l'unico uscito vivo dall'inferno in quelle condizioni. Ma le sorprese nella loro incredibile storia non sono ancora finite. Una storia che è un inno all'amore, alla resistenza e alla vita.

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Informazioni

Print ISBN
9788856642100
eBook ISBN
9788858513194
1

PRISKA

«Sind sie schwanger, fesche Frau?» (È incinta, bella signora?) La domanda rivolta a Priska Löwenbeinová era accompagnata da un sorriso da parte del suo inquisitore, una SS che a gambe divaricate la squadrava dall’alto in basso con la fascinazione di un medico legale.
Il dottor Josef Mengele si era fermato davanti alla ventottenne insegnante slovacca, nuda e tremante di imbarazzo in una piazza d’armi a poche ore dall’arrivo ad Auschwitz II-Birkenau. Era l’ottobre del 1944.
Priska, col suo metro e cinquanta di statura, sembrava più giovane della sua età. Era affiancata da altre cinquecento donne nude, che per lo più non si conoscevano tra loro. Tutte ebree, erano stordite quanto lei dopo essere state deportate al campo di concentramento da case o ghetti di tutta Europa, ammassate sessanta alla volta dentro vagoni merci sigillati in treni che contavano fino a cinquantacinque carrozze.
Dall’attimo in cui erano emerse boccheggianti sulla famigerata Rampe ferroviaria nel cuore del più efficiente complesso di sterminio nazista, noto col nome collettivo di Auschwitz, erano state assalite da ogni lato da grida di «Raus!» (Fuori!) o «Schnell, Judenschwein!» (Sbrigati, maiale giudeo!)
Nel trambusto e nella confusione, la marea umana fu radunata e spintonata su un terreno accidentato da funzionari-prigionieri in luride divise a strisce, mentre ufficiali delle SS stavano ritti come statue nelle loro uniformi immacolate, coi cani da attacco che mordevano il freno. Non ci fu tempo per cercare i propri cari mentre gli uomini venivano rapidamente separati dalle donne, e i bambini messi in fila coi vecchi e i malati.
Tutti quelli che erano troppo deboli per stare in piedi, o avevano le membra irrigidite dopo essere stati per giorni pigiati in un vagone senz’aria, venivano pungolati coi fucili o colpiti con le fruste. Grida strazianti – «I miei figli! I miei bambini!» – risuonavano sinistramente nell’aria umida.
Di fronte alle lunghe file di diseredati sorgevano due bassi edifici in mattoni rossi, ognuno con un’immensa ciminiera che sputava un fumo nero e untuoso nel cielo plumbeo. L’atmosfera grigia era impregnata di un odore putrido e dolciastro che assaliva le narici e prendeva alla gola.
Divise dalle amiche e dalle famiglie, decine di giovani donne di età compresa tra l’adolescenza e la cinquantina furono incanalate in uno stretto corridoio di rete elettrificata come quella che cingeva il vasto campo polacco. Ammutolite dallo shock, inciampavano una sull’altra mentre venivano condotte oltre le ciminiere e lungo il bordo di vari stagni profondi fino a raggiungere una vasta struttura di accoglienza a un solo piano – la Sauna o bagno – nascosta tra le betulle.
Lì furono introdotte senza cerimonie alla vita dell’Häftling (detenuto) di un campo di concentramento, un processo che cominciò quando furono obbligate ad abbandonare ogni proprietà residua e a spogliarsi di tutti i loro indumenti. Prive di un idioma comune, le donne protestarono in una babele di lingue ma furono percosse o costrette all’obbedienza da SS armate di fucili.
Sospinte nude attraverso un ampio corridoio fino a una grande sala, quasi tutte queste madri, figlie, mogli e sorelle furono poi brutalmente tosate di ogni pelo e capello da prigionieri maschi e femmine, sotto lo sguardo lascivo delle guardie tedesche.
Quasi irriconoscibili l’una dall’altra quando i rasoi elettrici ebbero finito il loro lavoro, furono scortate fuori, in fila per cinque, nell’area dell’appello, dove aspettarono più di un’ora a piedi nudi sul terreno freddo e bagnato prima di affrontare la loro seconda Selektionen da parte dell’uomo che in seguito sarebbe diventato noto come “l’Angelo della Morte”.
Il dottor Mengele, impeccabile nella sua attillata uniforme grigio-verde coi galloni lucenti e i teschi d’argento sul colletto, aveva in mano un paio di guanti chiari di capretto coi polsini rivoltati. Coi capelli castani fissati dalla brillantina, agitava con noncuranza i guanti a destra e a sinistra mentre percorreva le file per ispezionare ogni nuova prigioniera e – più specificatamente – per chiedere se stesse aspettando un bambino.
Quando venne il suo turno, Priska Löwenbeinová ebbe solo pochi secondi per decidere come rispondere all’ufficiale sorridente con la fessura tra gli incisivi. Non esitò. Scuotendo rapidamente la testa, l’esperta poliglotta rispose alla domanda in tedesco: «Nein».
All’epoca era incinta da due mesi del tanto atteso figlio di suo marito Tibor (che sperava fosse in qualche altro punto del campo), e non aveva idea se dire la verità l’avrebbe salvata o avrebbe condannato lei e suo figlio a un destino ignoto. Ma sapeva di essere in presenza di un pericolo. Schermandosi i seni con un braccio e coprendo con l’altro quel che era rimasto dei suoi peli pubici, pregò che Mengele accettasse il suo no deciso. L’ufficiale delle SS dall’aspetto mellifluo guardò in faccia la giovane fesche Frau per un secondo prima di proseguire.
Tre donne più in là, strizzò brutalmente il seno di una prigioniera che si ritrasse. Quando qualche goccia di latte rivelò che era incinta da almeno sedici settimane, l’uomo agitò il guanto verso sinistra e la donna fu trascinata via dalla fila e spinta in un angolo della piazza d’armi insieme a un gruppetto tremante di future madri.
Nessuna di quelle donne dagli occhi sbarrati sapeva che una direzione significava la vita, mentre l’altra poteva indicare qualcosa di molto diverso. La sorte di quelle che furono scelte quel giorno da Mengele resta ignota.
Josef Mengele rappresentava il rischio maggiore che Priska avesse corso fino a quel momento nella sua giovane vita, e tuttavia lei non aveva idea di ciò che presto si sarebbe trovata ad affrontare. Nei mesi a venire la fame sarebbe diventata il suo temuto nemico, e la morte per inedia sarebbe apparsa la fine più probabile per le sue sofferenze.
La cugina della fame – la sete – l’avrebbe tormentata altrettanto crudelmente nel suo periodo nei campi, insieme allo sfinimento, alla paura e alla malattia. Ma sarebbe stata l’assillante, dolorosa richiesta di nutrimento del suo corpo gravido a portarla sull’orlo del crollo.
Per assurdo, l’unica cosa che aiutò Priska in alcuni dei suoi peggiori attacchi di fame fu il ricordo di quando schiacciava il naso contro la vetrina di una pasticceria andando a scuola, prima di concedersi un dolce spolverizzato di zucchero come una babka alla cannella ricoperta di glassa croccante. Il pensiero di quelle paste friabili, che si sbriciolavano sulla sua camicia quando le spezzava nel negozio di dolci a Zlaté Moravce, riassumeva la sua idilliaca infanzia in quello che oggi è l’angolo sud-occidentale della Repubblica Slovacca.
Distante un centinaio di chilometri da Bratislava, la regione in cui era cresciuta Priska era nota per la ricerca di oro alluvionale, e il nome di uno dei suoi fiumi, Zlatnanka, deriva dalla parola “oro” in slovacco. La cittadina di Zlaté Moravce (Moravce d’Oro) era prospera quasi quanto suggeriva il suo nome, con una chiesa imponente, scuole e vie commerciali oltre a caffetterie, ristoranti e un albergo.
I genitori di Priska, Emanuel e Paula Rona, gestivano uno dei più rispettabili caffè kosher del posto, un locale intorno al quale ruotava gran parte della vita cittadina. Dotato di una posizione invidiabile sulla piazza centrale, il caffè aveva anche un grazioso cortile. Emanuel Rona aveva trovato sul giornale l’annuncio di quel locale in affitto nel 1924, quando era prossimo alla quarantina. In cerca di fortuna, prese l’audace decisione di trasferire sua moglie e i suoi figli a duecentocinquanta chilometri dalla loro remota cittadina di Stropkov, sulle colline orientali vicino al confine polacco.
Priska, nata domenica 6 agosto 1916, aveva otto anni quando si erano trasferiti, ma tornava a Stropkov con la famiglia ogni volta che ne avevano la possibilità per far visita al nonno materno David Friedman, un vedovo che possedeva una taverna ed era un famoso autore di pamphlet polemici.
A Zlaté Moravce, avrebbe detto in seguito Priska, il locale di famiglia era bello e tenuto sempre perfettamente pulito dai suoi genitori, grandi lavoratori, e da uno stuolo di fedeli impiegate. Vantava una sala ricevimenti che sua madre chiamava orgogliosamente chambre séparé, in cui otto musicisti in abiti scuri suonavano per i clienti ogni volta che lei apriva la tenda. «Avevamo ottima musica e magnifici ballerini. La vita della caffetteria era importante allora. Ho amato follemente la mia giovinezza.»
Sua madre, che aveva quattro anni meno di suo padre e lo superava in altezza «di tutta la testa», era incredibilmente bella e nutriva modeste ambizioni per la sua famiglia. Paula Ronová, che aveva assunto il tradizionale suffisso femminile -ová dopo il matrimonio, si era rivelata un’ottima moglie, madre e cuoca, ed era una «donna estremamente per bene» che parlava poco ma pensava molto. «Mia madre era anche la mia migliore amica.»
Il padre di Priska, dal canto suo, era fautore di una rigida disciplina e parlava con la moglie in tedesco o in yiddish quando non voleva farsi capire dai figli. Priska, che aveva una predisposizione per le lingue fin dalla più tenera età, segretamente comprendeva ogni parola. Pur non essendo un fanatico osservante della fede in cui era nato, Emanuel Rona apprezzava l’importanza di mantenere le apparenze e portava la famiglia in sinagoga in occasione di tutte le principali feste ebraiche.
«Quando io ero giovane, era di estrema importanza comportarsi bene per via della caffetteria» diceva Priska. «Dovevamo essere una buona famiglia, buoni amici e buoni proprietari, se volevamo che i clienti venissero nel nostro locale.»
Priska – chiamata Piroska alla nascita – era la quarta di cinque figli. Andrej, soprannominato “Bandi”, era il maggiore. Poi veniva Elizabeth, conosciuta come “Boežka”, e Anička, nota a tutti come “Piccola Anna”. Quattro anni dopo Priska era venuto Eugen, che tutti chiamavano Janíčko o “Janko”, il più piccolo. Nel mezzo c’era stato un sesto figlio, morto ancora in fasce.
A Zlaté Moravce, la famiglia viveva dietro la caffetteria in un appartamento abbastanza grande da permettere ai figli di disporre di camere separate. Avevano un grande giardino digradante verso un torrente che lo costeggiava per tutta la sua larghezza. Atletica ed estroversa, da bambina Priska vi nuotava spesso con gli amici che giocavano anche a tennis nel loro giardino. Sana e allegra, con lucenti capelli neri, Priska come le sue sorelle era popolare tra i bambini della zona, che la chiamavano affettuosamente col nomignolo di “Piri” o talvolta “Pira”.
«Non mi importava che fossero ebrei o non ebrei. Ero amica di tutti allo stesso modo. Non c’era differenza.»
Lei e i suoi fratelli crebbero circondati da “brave donne” che davano una mano nei lavori domestici e facevano da madri surrogate. La famiglia mangiava bene, con carne kosher presentata “elegantemente” quasi a ogni pasto. I succulenti arrosti della domenica erano spesso seguiti da dessert della caffetteria. Priska era golosa di dolci e il suo preferito era la Sachertorte viennese, un’opulenta torta al cioccolato con meringa e gelatina di albicocche.
Anche se non studiavano religione a scuola, i bambini erano stati educati a partecipare alla preghiera del venerdì sera e a lavarsi bene le mani prima di sedersi al tavolo imbandito per lo Shabbath con candele speciali e biancheria fine.
Nella sua classe di oltre trenta alunni, Priska era una delle sole sei femmine. Sua sorella Boežka era, a suo dire, una “vera intellettuale” che imparava le lingue senza alcuno sforzo, come se le assorbisse. Boežka però aveva scarso interesse per i libri, perché era molto più attratta dalle materie artistiche, specie il ricamo, nel quale eccelleva.
Forse Priska doveva impegnarsi negli studi più di sua sorella, ma era diligente e ben presto l’istruzione divenne la sua passione. Nella sua ricerca di una comprensione più profonda del mondo differiva anche dalla sorella Anna, più carina, che preferiva vestirsi bene o giocare con le bambole. «Mi piaceva essere istruita» ammetteva Priska. Fin da piccola era affascinata dal cristianesimo e spesso si intrufolava nel cimitero cattolico di Zlaté Moravce mentre tornava a casa da scuola. Ammirava in particolare le tombe e i mausolei imponenti ed era sempre incuriosita dai nuovi “arrivi”, fantasticando su di loro e sulla vita che avevano vissuto.
La madre Paula incoraggiava la sete di istruzione della figlia e si inorgoglì quando Priska divenne la prima della famiglia Rona a frequentare la scuola superiore locale: il Gymnázium Janka Král’a. Era un bell’edificio a tre piani ricoperto di stucco bianco aperto nel 1906 di fronte al cimitero e al municipio. Tra i cinquecento allievi dai dieci ai diciott’anni, Priska vi studiò inglese e latino insieme al tedesco e al francese obbligatori. I suoi fratelli fecero solo la scuola media, a parte Bandi che frequentò la scuola di ragioneria.
Competitiva per natura, Priska vinse numerosi premi scolastici e suscitò l’entusiasmo dei professori coi suoi progressi. La loro allieva modello godeva anche dell’attenzione dei maschi della sua classe, che la pregavano di aiutarli con l’inglese e si riunivano devotamente nel suo giardino quando lei dava lezioni. «Non ho che ricordi magnifici di Zlaté Moravce.»
La migliore amica di Priska a scuola era una ragazza di nome Gizelle Ondrejkovičová, nota a tutti come “Gizka”. Non era solo bella, ma popolare. Figlia del capo della polizia distrettuale, un ariano, non era affatto studiosa come Priska, così un giorno suo padre andò a trovare i genitori di quest’ultima per fare loro una proposta. «Se Priska fa in modo che Gizka completi i suoi studi, io vi permetterò di tenere aperta la caffetteria fino all’ora che volete.» E senza ulteriori tasse da pagare.
Fu così che la quarta figlia dei Rona assunse improvvisamente un’importanza vitale per la modesta impresa familiare. Finché Priska avesse continuato a fare da insegnante non ufficiale alla sua compagna di scuola, avrebbe garantito alla loro caffetteria una prosperità superiore a quella di tutte le altre in città. La ragazza prendeva molto sul serio quella responsabilità, e sebbene questo le lasciasse poco tempo per la vita sociale, era contenta di dare una mano a Gizka, che adorava. Le due amiche erano sedute una accanto all’altra nella stessa classe, e alla fine si diplomarono insieme.
Dopo le superiori, Priska si dedicò all’insegnamento e sembrava avviata a una carriera di professoressa di lingue. Brava cantante, aderì a un coro di insegnanti che girava il paese eseguendo canti tradizionali nazionalisti, uno dei quali proclamava orgogliosamente – «Io sono uno slovacco e slovacco resterò» – un motivo che avrebbe allegramente intonato per tutta la sua vita.
A Zlaté Moravce era tenuta in grande stima ed era felice che tutti quelli che incontrava per strada la salutassero per primi, un tradizionale segno di rispetto per gli slovacchi. Era anche corteggiata da un professore ariano che la veniva a prendere ogni sabato sera per portarla al caffè o a ballare, o a cena nell’albergo locale.
Priska e la sua famiglia non avevano motivo di temere che qualcosa potesse alterare il loro confortevole stile di vita. Anche se gli ebrei erano stati a lungo perseguitati in tutta Europa, e avevano sofferto soprattutto per mano dei russi durante i pogrom di secoli prima, si erano inseriti facilmente nelle nazioni europee formatesi di recente dopo la Prima guerra mondiale e il crollo dell’impero tedesco, austro-ungarico e russo. In Cecoslovacchia si erano conquistati una posizione di spicco e si erano bene assimilati nella società. Gli ebrei non solo giocavano un ruolo chiave nell’industria e nella vita economica, ma contribuivano a tutti i campi della cultura, della scienza e delle arti. Sorgevano nuove scuole e sinagoghe e gli ebrei erano al centro della vita nei caffè. La famiglia Rona aveva incontrato poco antisemitismo nella sua comunità.
Dopo la Prima guerra mondiale, tuttavia, una grave depressione economica cominciò a cambiare gli umori oltre confine, in Germania. Adolf Hitler, che dal 1921 era il leader del Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi, noto come Partito “Nazista”, accusava gli ebrei di controllare la ricchezza della nazione e li incolpava delle sue tante avversità. Dopo le elezioni federali del 1933, in cui i nazisti ottennero 17,2 milioni di voti, Hitler fu invitato a entrare in un governo di coalizione e nominato cancelliere. La sua ascesa al potere segnò la fine della democratica Repubblica di Weimar e l’inizio di ciò che divenne largamente noto come il Dritte Reich, il Terzo Reich.
I discorsi radicali di Hitler denunciavano il capitalismo e condannavano coloro che si erano alleati coi bolscevichi, i comunisti, i marxisti e l’Armata Rossa per partecipare alla rivoluzione. Dopo aver scritto nel suo manifesto autobiografico del 1925 Mein Kampf che «la personificazione del diavolo come simbolo di tutti i mali assume la forma vivente dell’ebreo», il Führer promise di eliminare gli ebrei e altri “indesiderabili” dalla Germania con quella che definì una “soluzione finale”.
Proclamando il suo “nuovo ordine” per combattere quelle che molti tedeschi consideravano le ingiustizie perpetrate nei loro confronti dopo la guerra, incoraggiò i reparti d’assalto delle camicie brune a perseguitare gli ebrei e a bloccare o boicottare le loro attività. Applaudito dall’indottrinata Gioventù Hitleriana, il suo grido di...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Nota dell’autrice
  4. Premessa
  5. 1. PRISKA
  6. 2. RACHEL
  7. 3. ANKA
  8. 4. AUSCHWITZ II-BIRKENAU
  9. 5. FREIBERG
  10. 6. IL TRENO
  11. 7. MAUTHAUSEN
  12. 8. LIBERAZIONE
  13. 9. A CASA
  14. 10. RICONGIUNGIMENTO
  15. Appello
  16. Bibliografia e fonti
  17. Ringraziamenti
  18. Inserto fotografico
  19. Copyright