Lei spera che il traghetto non arrivi, ma se arriva ci salirà. Tremerà al momento dell’imbarco perché non sa nuotare, e non riesce a dimenticare le molte volte che ha attraversato questo brutto fiume marrone solo per trovare ancor più bruttezza sull’altra riva.
Ma la paura non ha mai vinto contro Mary Lee Bendolph, e non c’è fiume che possa fermarla. Salirà su quel traghetto, se arriva, perché qualcosa le dice che deve e perché tutte le persone a cui vuole bene saliranno a bordo con lei, e poi perché se c’è una cosa che ha imparato, nel corso di una vita tutt’altro che facile, è questa: quando viene il tempo di attraversare il tuo fiume, non fare domande. Attraversa.
Potrà sembrare una faccenda di poco conto, questo nuovo traghetto che farà attraversare a una bisnonna di 63 anni e ai suoi cugini un fiume che ha il colore della Coca-Cola. Ma in questo umido recesso del profondo Sud, dove il fiume divide i neri dai bianchi da centottanta anni, dove persino i morti sono meno separati dai vivi che i neri dai bianchi delle due cittadine, una nera e una bianca, accampate sulle due opposte sponde, un nuovo traghetto sarà esattamente come il fiume: molto più di quello che sembra.
Qualcuno dice che il traghetto non arriverà mai, qualcuno invece che sarà lì da un momento all’altro. Sia come sia, Mary Lee si è già vista andare oltre il fiume. Rotondetta, con una risatina che ricorda gli uccelli che cantano lungo il corso delle acque e una voce a metà tra una ninnananna e una preghiera, spesso vede il futuro nei sogni e si fida di queste visioni come dei suoi cugini. Non mentono mai. «Il primo pensiero che hai in mente quando ti svegli al mattino» dice Mary Lee «è quello giusto. Poi ne arriva un altro, che ti dice qualcos’altro, e quello è sbagliato.»
Questa mattina, il suo pensiero giusto le dice che qualcosa è in arrivo, qualcosa di grosso. Forse un traghetto. Forse la morte. Forse la fine del suo santuario sul fiume, l’unica casa che abbia mai conosciuto. Sembra tutto sempre lo stesso qui a Gee’s Bend, in Alabama.
Gee’s Bend è dove la guerra civile è arrivata e se n’è andata, ma gli schiavi sono rimasti, e ci sono rimasti i loro figli, e i loro nipoti, e i pronipoti e così via, fino a oggi, a Mary Lee e a settecento dei suoi parenti che si aggrappano a questo bulbo di terra sperduto, a cui i loro avi erano incatenati. Portano i cognomi degli ultimi proprietari di schiavi che vissero qui. Coltivano il granturco vicino alle tombe di quei proprietari. Vanno e vengono tra fantasmi e dust devils, i mulinelli di polvere che danzano sui resti della vecchia Grande casa, la dimora dei padroni di una volta.
Un tempo il Sud era punteggiato di luoghi come questo, in cui gli schiavi si sono fermati ben oltre il giorno in cui Lincoln li ha liberati; i posti più noti sono le isole lungo la costa della Georgia e della South Carolina. Ma Gee’s Bend è l’unico che venga in mente a chiunque pensi a un luogo in cui gli schiavi non si siano limitati a restare per un po’. Qui si sono fatti conquistatori. Sono sopravvissuti ai padroni, si sono ripresi la piantagione e ne hanno ricavato di che vivere, in splendido isolamento, non in quanto anomalia della storia, ma come una grande famiglia unita dagli stessi pochi nomi e dallo stesso pugno di leggende, quasi un ibrido tra Alex Haley e Gabriel García Márquez.
Parte del loro isolamento si deve alla geografia. Il fiume Alabama circonda quasi del tutto Gee’s Bend, ritagliando nella terra color caramello una penisola a forma di U larga 13 chilometri e lunga 26, di fatto quasi un’isola, avulsa dal XX secolo come lo era dal XIX. Parte del loro isolamento è una questione di personalità. I benders, gli abitanti di Gee’s Bend, hanno sempre mantenuto le distanze, come un clan regale fiero della propria capacità di affrontare la solitudine. Ma gran parte di questa condizione di isolamento si deve ai bianchi oltre il fiume, che hanno fatto tutto il possibile per tenere Gee’s Bend più segregata di una colonia di lebbrosi e che adesso – all’improvviso, stranamente – vogliono portare a Gee’s Bend un traghetto nuovo fiammante.
I bianchi. Mary Lee si chiede cosa staranno combinando, stavolta. Di tanto in tanto, nel corso dei decenni, i bianchi si sono ricordati di Gee’s Bend, e ogni volta sono cominciati i guai.
I bianchi dicono che un traghetto porterebbe finalmente la modernità in questa landa sperduta a quasi 100 chilometri a sud-ovest di Montgomery, dove il ronzio degli insetti istupiditi dalla calura sembra il ticchettio di un milione di orologi; dove esistono solo due negozi, un ufficio postale grande quanto una cabina del telefono e un emporio dagli scaffali vuoti; dove non ci sono lampioni né semafori a squarciare il cielo di notte, e Orione sembra così vicino da poterlo stringere in pugno, come una manciata di lucciole.
Mary Lee non si fa incantare. Un traghetto porterebbe anche turisti, cacciatori, agenti immobiliari, criminali e ficcanaso. In altre parole, la fine di Gee’s Bend, l’ultimo luogo sulla Terra in cui bambini e morti possono andare in giro tranquilli anche dopo che è scesa l’oscurità. «Un posto dove puoi startene seduto» dice Mary Lee «in mezzo a gente così dolce: niente agitazione, niente violenza. A me non sembra neanche di essere negli Stati Uniti.»
Allora perché non opporsi al traghetto? Potrebbe anche farlo. Se non fosse che i bianchi non accettano mai un no come risposta, e che anche una parte dei suoi cugini sono per il sì, perché un traghetto, dopo tutto, chiuderebbe un vecchio conto. «È un simbolo di quello che avevamo,» dice lei «un simbolo di quello che ci hanno tolto.»
Un traghetto chiuderebbe un cerchio lungo ben centottanta anni, e Mary Lee è tutta fatta di cerchi. Il suo corpo è tondo, la sua faccia è tonda, il suo fiume è tondo. Nel mondo di Mary Lee ogni cosa è tonda, perché è soltanto alla fine di qualcosa – di un secolo, di una storia, di una frase – che se ne capisce veramente l’inizio. Forse sono state tutte le chiacchiere sul traghetto che hanno fatto girare in tondo la sua mente. Lei ha sempre avuto il dono di sognare il futuro. Adesso, non può fare a meno di rivivere il passato.
Ma la sua mente è presa anche da qualcos’altro, qualcosa di più urgente di un traghetto, anche se esiste comunque un legame. Mary Lee è malata, gravemente malata, e sua sorella ha previsto il peggio. «Cancro» ha detto sua sorella, e Mary Lee ha dovuto concordare.
Ha passato l’intera vita in questo luogo senza tempo. Come ha fatto l’età a scovarla? Ha ancora quella risatina civettuola che fa girare la testa agli uomini, in chiesa. Com’è che tra i suoi capelli sono spuntati quei ciuffi di grigio, simili a denti di leone in estate? Percorre la strada sterrata ciondolando le braccia e alzando gli occhi alle nuvole, come una scolaretta che torna a casa da scuola. Ma la vita di Mary Lee è costellata da dolori e tradimenti, e in certi giorni la sua faccia li mostra tutti, a dispetto di quell’aria distante con cui protegge dagli altri i suoi pensieri più intimi.
«Ci sono persone che fanno una bella vita» dice. «Io invece ho avuto una vita dura. Ma ringrazio Dio di avermi aiutato ad andare avanti, e di non essere morta.»
Fintanto che è tra i vivi, non ci pensa neanche a fermarsi. Ogni giorno sbriga un bel po’ di faccende, poi va in giro a provvedere alle necessità dei suoi benamati, che è il modo in cui chiama tutti coloro che ha nel cuore. Ha una madre da curare, un fratello da accudire, nipoti da ti...