ALBERTO ONGARO
ATHOS
Vita, avventure segrete e morte presunta
di un personaggio
Dove si narra di navi, cavalli e cavalieri
Steso sul letto dove stava morendo, Athos ricordava. Era l’unico esercizio che il presente gli consentiva, quel detestabile tempo che gli negava notizie del figlio Raoul probabilmente disperso in guerra, che gli impediva di andare a piangere sulla tomba di Porthos, che lo aveva separato dagli altri due insostituibili compagni, Aramis in Spagna, D’Artagnan a cavallo chissà dove, comunque lontano da lui che gli era stato fratello e forse anche padre.
Non ricordava soltanto gli eventi gloriosi quasi fiabeschi vissuti con gli amici, né la dolcezza dei giorni in cui Raoul era cresciuto accanto a lui. La sua memoria andava più a fondo, all’epoca in cui sua madre era confidente della regina, suo padre il conte de la Fère, uno dei più rispettati gentiluomini di corte e lui il loro unico figlio, il cui carattere risoluto e la cui prestanza fisica sembravano destinarlo a imprese memorabili che qualcuno avrebbe raccontato e che sarebbero rimaste per sempre nella memoria della Francia.
Non si chiamava Athos allora e neppure Jean Loup, come i suoi usavano chiamarlo (ma anche Loup o Le Loup), ragion per cui si era spesso domandato se i suoi genitori gli avessero dato quel soprannome perché avevano subito colto in lui i primi segni di quello che sarebbe stato il suo destino. Il suo nome, forse, era Jean, ma che avesse qualcosa del lupo se lo era sentito dire molto presto dai precettori che lo educavano e dai maestri d’arme che gli insegnavano l’uso della spada, così come da chiunque ne ammirasse la fierezza, la calma gentile, la tendenza alla solitudine e al silenzio e il freddo furore che si scatenava in lui quando si sentiva offeso: un furore che faceva paura.
Sapeva che stava morendo ma, stranamente, il respiro della morte che sentiva imminente risvegliava i suoni di un altro momento in cui aveva visto la morte comparire al suo fianco. Quando? Non era difficile stabilire quando, pensava, perché troppo spesso l’aveva guardata negli occhi, ma quel respiro affannato, quel rantolo differiva dagli altri perché era stata la prima volta che lo aveva sentito. Eccolo di nuovo.
Ecco che lo trascinava verso la lontana notte in cui il veliero francese Phantôme dove, secondo l’uso dei giovani nobili che desideravano conoscere il mondo, viaggiava come passeggero, era stato attaccato, bombardato e incendiato da due galeotte algerine e lui, che aveva partecipato alla difesa, era stato colpito alla coscia destra da un coltello che aveva faticato a strappare dalla carne lacerata.
Ecco, pensava, è arrivato il momento. Morirò dissanguato? Non si diede alcuna risposta. Sentiva o gli pareva di sentire, nel frastuono della battaglia, il nitrito terrorizzato degli otto cavalli andalusi che il veliero aveva imbarcato a Malaga per portarli a Malta e il lungo lamento quasi umano dei suoi due cavalli: Equus, il suo splendido stallone, e Secundus, il cavallo di servizio, con cui da Blois aveva raggiunto la costa a Tolone dove il Phantôme lo stava aspettando.
Equus, che soffriva durante la navigazione, ma che lui portava a terra a ogni scalo del vascello per farlo correre per ore e ore fino a stancarlo onde potesse tornare a imbarcarsi sfinito e senza eccessivo rammarico. Equus che piangeva… e ora sentendolo piangere si rendeva conto che neppure la presenza degli altri cavalli saliti a Malaga poteva tranquillizzarlo, soffrendo gli animali della sua stessa pena. Un pirata saraceno uscì all’improvviso dal fumo e le fiamme e corse verso di lui. Le Loup lo uccise colpendolo alla fronte con un colpo di pistola poi, stringendo i denti per il dolore alla gamba, strisciò fino al boccaporto e si lasciò rotolare giù, deciso a scendere fino alla stiva e liberare i cavalli aprendo il portello laterale e spingendo in mare l’intero branco impazzito. In mare avevano una possibilità pur remota di salvarsi e, comunque, meglio morire annegati che bruciare vivi se l’incendio che stava divorando la nave fosse arrivato fino a loro.
Gli era difficile rivedere come fosse riuscito a tagliare le imbracature e ad aprire il portello: una fitta nebbia sembrava coprire quel momento. Ma ricordava, e non l’avrebbe mai dimenticata, la scena dei cavalli che si tuffavano nel mare illuminato dall’incendio dopo che lui era saltato in sella a Equus e lo aveva incitato a lanciarsi nel vuoto assieme a Secundus, con l’intero branco che li seguiva cavalcando le onde senza una precisa direzione: sperduti, ancora impauriti, ma liberi.
Aveva perso i sensi aggrappato al collo di Equus e quando era rinvenuto, scoprendo di essere vivo e di non giacere nel ventre del mare, aveva mormorato: «Dove sono?»
Dove passato e presente si intrecciano
«Siete a casa vostra, signore. Finalmente vi siete svegliato. Sono ore che dormite un sonno agitato e non avete bevuto né mangiato. Vi faccio portare qualcosa?»
A parlare era stato Mersault, un uomo molto anziano che a suo tempo era vissuto nella villa di Blois come precettore di Jean Loup quando era ragazzo. E ora Mersault guardava commosso il corpo morente del suo antico allievo, ignorando che se il corpo era lì davanti a lui, la memoria e l’anima del conte erano altrove, nelle profondità del passato, sorprese di trovarsi in un luogo sconosciuto: una camera non molto più grande di una cabina, il letto che lui stesso occupava, un armadio, una porta, una finestra.
Come era arrivato fin lì? Chi lo aveva salvato? Posò una mano sulla gamba ferita e si accorse che era strettamente fasciata, il che voleva dire che, chiunque fosse la persona che lo aveva portato in quel luogo, aveva provveduto anche a curarlo.
«Dove sono?» aveva mormorato.
«Siete nell’infermeria del convento di Gozo» disse una voce femminile.
Aprì gli occhi e vide accanto a sé una monaca minuscola, giovane, quasi una bambina che lo guardava sorridendo.
«Come vi chiamate?» domandò.
«Sorella Giovanna. E voi?»
Le disse il suo nome. «Chi mi ha portato fin qui?» aggiunse poi.
«La scialuppa di una nave dei Cavalieri di Malta intervenuti nel combattimento. I saraceni se ne sono andati alla svelta. Così almeno mi hanno raccontato. E del resto quale poteva essere la volontà di Dio? Darla vinta a quegli infedeli?»
«Gliel’ha data vinta tante volte» disse piano.
Dove si parla di un passeggero inglese
Mersault si rivolse al medico e agli altri servi accorsi nella camera quando si era diffusa la notizia che il conte si era svegliato.
«Che ne pensate?»
«Non si è svegliato affatto» disse il medico «sta sognando. Chissà che cosa. Mi auguro che i suoi ultimi sogni non gli siano amari.»
Sotto, nelle profondità della mente del vecchio, continuava a svolgersi un altro colloquio.
«Sono il solo superstite?»
«No signore» disse la suora. «Il Phantôme ha avuto solo tre perdite. Che Dio abbia pietà delle loro anime. Assieme a voi una mezza dozzina di feriti. Il più grave è ustionato dalla testa ai piedi ed è difficile dire se…»
«Chi è?»
«L’altro passeggero. Oswalds, mi pare si chiami.»
Le Loup scosse piano la testa. Oswalds. Un inglese riservato, cupo, che si guardava attorno guardingo. Tuttavia, almeno a giudicare dall’aspetto, un gentiluomo con il quale non aveva avuto il tempo di fare amicizia.
«E la nave?» domandò.
«La nave stessa si è salvata dall’incendio appiccato dagli infedeli grazie a una forte pioggia mandata da Dio assieme al vascello dei Cavalieri. Ora, al cantiere dell’isola ne stanno riparando i danni.»
«Quale isola?»
«Sta sognando un episodio vissuto chissà quando» disse il medico. «Succede spesso ai morenti.»
«Non è il caso di dargli da mangiare?»
«No. Dategli da bere poche gocce alla volta in modo da non soffocarlo.»
«Gozo» disse la giovane monaca. «Ve l’ho già detto, la più piccola dell’arcipelago maltese.»
Il medico si guardò attorno e si rese conto che nella camera del conte de la Fère aveva trovato posto tutta la servitù della villa. La voce che il conte stava parlando nel sonno aveva impressionato e incuriosito troppe persone. Cercò con lo sguardo Antonio, il maggiordomo sostituto di Grimaud mandato a cercar notizie di Raoul, ma non lo scorse fra i presenti. Lo vide qualche istante dopo entrare in camera, scuro in volto, come irritato di vedere la stanza affollata da curiosi. Il dottore gli fece un cenno con il capo e ne ebbe in risposta un altro cenno. I due uomini si erano capiti.
«E ora» disse Antonio «fuori tutti. Questo non è uno spettacolo.»
«Devo andarmene anch’io?» chiese Mersault.
«No» disse il dottore «voi rimanete, Mersault. Ho l’impressione che svegliandosi gli farebbe bene vedere accanto a sé uno dei suoi vecchi precettori. Io vado ad affidare la mia infermeria al mio sostituto. Torno appena posso. Se avvertite che il conte sta soffrendo, mandate qualcuno a chiamarmi. Intanto buttate via quest’acqua e dategliene di fresca.»
Dove la memoria del conte indugia fra momenti diversi
Queste ultime parole attraversarono il tempo e lo spazio e irruppero come farfalle nella camera del convento dove giaceva il giovane conte.
«Sì, datemi da bere. Ma prima ditemi, c’erano dei cavalli a bordo del Phantôme, cavalli che dovevano essere portati a Malta. Erano otto più due: i miei che non dovevano essere consegnati a nessun altro che a me quando fossi sbarcato. Io li ho liberati tutti. Li ho visti tuffarsi in mare. Si sono salvati?»
«Sì. Sono stati avvistati dalla Blanc Manteau, la nave dei Cavalieri che hanno messo in mare non so quante scialuppe. Con l’aiuto di Dio che ama le bestie quanto gli uomini li hanno allacciati e trascinati a terra. Sono tutti qui. Quanto a voi, vi hanno trovato aggrappato al collo del vostro cavallo da sella.»
Il giovane respirò sollevato. «Equus» mormorò. Poi, come se si fosse reso conto di non aver ancora fatto una domanda che avrebbe dovuto essere formulata prima, chiese: «Da quanti giorni sono qui?»
«Cinque giorni.» disse la suorina versando dell’acqua in un bicchiere. «Avete rischiato di morire, sapete. Avete perso molto sangue anche se, grazie a Dio, l’arteria femorale non è stata toccata. Ma ora siete fuori pericolo. E fra qualche giorno potrete lasciare l’ospedale e riprendere il vostro viaggio.»
«Che vuol dire qualche giorno? Due, tre, quattro…»
«Non lo so. Così almeno si dice. Qualche giorno vuol dire qualche giorno. Avete tanta fretta di andar via?»
«Sì, ma non più di ogni altro ferito.»
«Capisco. Qualche bella ragazza che vi aspetta?»
Scosse il capo senza dire nulla. La suora gli allungò il bicchiere. «Su bevete. Ora vi porto da mangiare leggero. Dovete avere una fame da lupo».
Il giovane sorrise a sentire la seconda metà del nome con cui lo avevano sempre chiamato.
«Sono un lupo» disse.
Mersault, affacciato a quella fessura del tempo, fece un cenno di assenso con la testa.
Dove il conte si chiede se nell’aldilà
si continui a vivere
Fra pochi giorni potrà riprendere il suo viaggio, aveva detto a Le Loup la giovane suora. Lui invece, Athos, o se vogliamo il conte de la Fère, pensava che entro pochi giorni sarebbe morto. Il suo viaggio era finito per sempre, a meno che – non sapeva se i suoi pensieri erano suggeriti da una naturale speranza o dall’educazione ricevuta – nell’aldilà, in qualche misterioso modo, non si continuasse a vivere. Era ancora vivo Raoul, di cui da tempo non sapeva nulla, o era morto in guerra come sembrava avergli dato conferma quell’orribile sogno dove, sullo sfondo di un cielo rosso incattivito che non aveva nulla in comune con i colori naturali del tramonto, aveva visto e sentito Raoul dirgli addio per sempre?
In tal caso, quando fosse arrivato il suo momento di passare il confine, avrebbe cercato Raoul, anche se gli pareva difficile poterlo trovare fra le innumerevoli anime che dovevano popolare l’aldilà. Milioni di anime, miliardi di anime, da quando la specie umana era misteriosamente comparsa sulla terra o forse, da quando era stata creata da Dio per qualche sua insondabile ragione, come diceva la Chiesa. Datemi una mano a trovare mio figlio, avrebbe gridato, passate la voce, voglio fargli sapere che anch’io sono qui. Forse risponderà lo stesso Raoul o forse non risponderà nessuno. O forse, a sentirmi, ci saranno soltanto il gelo e il silenzio.
Dove si parla del mistero del figlio
Eppure… eppure qui, nel freddo dei vivi, c’era ancora qualcosa dalla quale poter ricavare un po’ di calore, un fuoco lontano che si era acceso più di quindici anni prima, il giorno in cui aveva scoperto di avere un figlio, una brace che non si era mai spenta.
Nell’apparente contesto della sua vita Raoul pareva essere arrivato per caso, non da una passione che, del resto, non aveva più provato dopo il suo infelice matrimonio. Neppure i suoi amici D’Artagnan, Porthos e Aramis avevano mai saputo da dove venisse quel figlio. Non glielo aveva mai detto. E loro non glielo avevano mai chiesto. Raoul era un racconto che faceva a se stesso ma ora non gli pareva il momento di tornare a raccontarselo.
Sentì una lieve stretta al petto e gli venne da chiedersi da quanto tempo fosse vecchio e malato. Da qualche mese forse, da quando il primo medico chiamato d’urgenza gli aveva detto che, probabilmente, una delle arterie che portano sangue al cuore era diventata sottile come un filo. E che poteva spezzasi da un momento all’altro. Poi erano venuti il dottor Laval e Mersault, e non se ne erano più andati. Ma quando erano arrivati? Da quanto tempo erano lì? Aveva comunque capito che non poteva contare su alcun futuro, ma solo su ciò che amava ricordare della sua vita passata, a cominciare dal viaggio in Italia fino al momento in cui si era reso conto che stava morendo. Perché dal viaggio in Italia e non prima era facile capirlo. Quel viaggio, fatto a diciassette anni, era stato l’iniziazione all’avventura, alla rottura di un ordine quotidiano, insomma l’ingresso in una dimensione dove si comincia a mettere in gioco le proprie forze. Sospirò…
Dove il giovane Le Loup, che un giorno diventerà
Athos, riceve una visita spettrale
Sospirò. Era stanco il vecchio conte, proprio lui che era stato l’infaticabile Athos, avrebbe voluto dormire e morire nel sonno. Era stanco di aspettare quel momento. Ma la presenza del precettore che il padre gli aveva messo accanto quando era ragazzo lo tratteneva nelle regioni della giovinezza e riportava i suoi pensieri al viaggio in Italia, al lontano episodio di guerra che forse era stato l’inizio di quella lunga storia che lo aveva portato ad abbandonare il nome aristocratico della sua famiglia e a diventare Athos. Non che vi vedesse un rapporto diretto, ma quello che vi vedeva assomigliava troppo a ciò che era stata la sua tempestosa vita...