Ricordo perfettamente la prima volta che vidi Brando, perché non era un giorno qualunque, ma quello della mia laurea.
Ero pronta ad andare alla facoltà di Lettere col mio tubino color albicocca, i sabot bassi di cuoio, la tesi con la copertina telata verde sottobraccio.
Avevo chiesto a Paolo, il mio ragazzo, di accompagnarmi in auto, ma lui mi aveva risposto che non poteva e che comunque mi avrebbe raggiunto per l’inizio della discussione. «Vedrai, andrà tutto bene» mi aveva detto.
Quando mi ero allungata per baciarlo, aveva cambiato traiettoria e mi aveva posato un fugace bacio sul naso.
Così presi la mia utilitaria con le inseparabili Sara e Teresa e guidai fino all’Università, il mio sogno fin da quando, ancora bambina, provavo uno spasmodico piacere nel comporre i temi a scuola. Presto quelle piccole composizioni erano diventate veri e propri romanzi (o almeno un pallido tentativo), storie che proseguivano una volta tornata a casa dove, nella quiete della mia stanza, avevo capito quanto mi piacesse scrivere. Da lì il passo per decidere di giocare con le parole fu breve.
Quando iniziai a pianificare il mio futuro, con ogni scelta posavo un mattone sulle fondamenta della mia torre intellettuale.
Primo mattone: il liceo classico.
L’incontro con materie come latino e greco, con la loro antica musicalità, mi affascinarono fin da subito. A volte mi sentivo un po’ Cicerone o Sofocle, a volte un po’ Seneca o Euripide.
(Va bene, possiamo dirlo, a quei tempi non ero esattamente Miss popolarità).
Ma il liceo fu importante anche perché conobbi le mie due migliori amiche: Sara, inseparabile compagna di banco dalla quarta ginnasio, e Teresa, appostata giusto una fila dietro di noi, ma di fatto sempre allungata in avanti. Così i nostri banchi formavano un trittico di “amicali sensi”, come amavamo definirli noi.
Eravamo esplosive. O meglio, loro erano le mie trascinatrici, il detonatore giusto per un carattere un po’ schivo come il mio. Ancora non so darmi una spiegazione del perché funzionassimo così bene, fatto sta che capita solo in certe congiunzioni astrali e sentimentali, ma noi tre, seppur diverse l’una dall’altra, funzionavamo alla grande.
Ci incontravamo già al mattino presto per andare a scuola assieme; in classe eravamo un’unica entità (tanto che i professori, scherzosamente, ci chiamavano La Trimurti); nel pomeriggio studiavamo a casa di una di noi, a turno, e due volte la settimana giocavamo a pallavolo nella stessa squadra.
C’era solo una cosa che facevo per conto mio, senza di loro: il corso di teatro. E fu lì che conobbi Paolo, il mio primo ragazzo.
A dire la verità, la nostra storia iniziò a cavallo tra la quinta ginnasio e la prima liceo, momento in cui Paolo si era finalmente accorto di me, dopo che gli avevo sbavato dietro per due anni. Ammetto che ignorarmi fino a quel momento non era stata colpa sua, perché fino ai quindici anni il mio aspetto era più quello di una ragazzina che di una donna, non avevo potuto contare su quegli attributi che in genere colpiscono l’immaginario di un ragazzo. Spesso io e le mie amiche avevamo scherzato su questo argomento, ed eravamo arrivate a coniare la definizione di “ragazza polena”, ovvero colei che finalmente riesce a far cadere lo sguardo su di sé, come le antiche navi che entravano in porto.
Finalmente io ero diventata la ragazza polena di Paolo.
Lui aveva due anni più di me e ci eravamo ritrovati casualmente nello stesso gruppo teatrale a scuola, quello messo in piedi dalla professoressa Jannotta. E ricordo anche che la rappresentazione da mettere in scena era stata l’Antigone di Sofocle.
Che tipa quella Jannotta. Era una professoressa così misteriosa, ermetica, ma anche così intellettualmente ricca. Ci faceva studiare a memoria stralci di testo in originale. E per me era musica. Anche a Paolo piaceva, e dopo le prove cominciammo a fermarci per parlare di metrica, di aoristi e di tragedia in generale. Ma anche (e soprattutto) del rapporto tra autorità e potere, argomento sotteso in tutto l’Antigone. Perché Paolo era anche politicamente impegnato: rappresentante degli studenti, andava in giro con un aspetto volutamente blasé e fumava. Non aveva alcun timore a parlare alle assemblee, si confrontava con compagni, professori e preside come se fossero tutti sullo stesso piano. Insomma, ai miei occhi era un vero figo.
Paolo aveva già l’auto, e un giorno mi propose di riaccompagnarmi a casa. Mi sembrava impossibile di essere lì con lui e che proprio lui s’interessasse a me. Aveva mille altre ragazze che gli giravano attorno, perché a scuola lo conoscevano tutte ed era anche molto carino.
Insomma, era uno richiesto.
Mi baciò con pochi preamboli. Anzi, forse la frase giusta sarebbe “mi stampò un bacio”, dimostrando di dare per scontato che io non aspettassi altro. Certo, era la verità, avevo immaginato quel momento un milione di volte, e ci avevo messo pure del mio per creare situazioni romanticamente appropriate. Che so: un gelato al tramonto, facendo in modo che la luce del sole ambrasse i miei capelli in modo tattico; uno sfioramento quasi casuale delle mani che andavano a raccogliere le monete della cassa del parcheggio; ginocchio-contro-ginocchio al cinema, perché niente è più eccitante di due rotule che si toccano.
Ma nulla.
Il momento invece lo scelse lui: un bacio schioccato e via, una specie di take-away sentimentale. Le sue labbra erano un po’ secche, così come la lingua, che sembrò quasi...
«Felpata?!» chiese Sara strabuzzando gli occhi quando le raccontai la scena. «Che vuol dire felpata?!»
«Non so... attaccata al palato... oddio, non so, magari ero io...» bofonchiai.
Non riuscivo a spiegarmi e allora pensai davvero che quella sbagliata dovevo essere io, perché in fin dei conti non è che avessi questa grande esperienza. E mi convinsi che Paolo andasse benissimo per me, che lo amavo con tutta me stessa e che era il ragazzo migliore che poteva capitarmi.
Anche quando facemmo l’amore per la prima volta io decisi che era stato fantastico.
Sì. Lo decisi.
Perché in realtà era più l’emozione di sentirmi grande, di sapere che l’avevo fatto anch’io e di avere un segreto tutto per me che rendeva l’evento sublime.
In compenso, dopo un po’, ci pensarono Sara e Teresa a ricordarmi con regolarità che forse Paolo non era proprio quello che si poteva definire il mio principe azzurro.
Ma io ormai ero tarata su di lui.
Dopo la maturità, lui s’iscrisse a Lettere e io ovviamente lo seguii un paio d’anni più tardi. La nostra vita di coppia si cementificò in una serie di rituali irrinunciabili: i sabati sera a casa di lui a guardare film d’avanguardia francese («Ma dai, Luce! Sono film dove i protagonisti trascorrono il tempo a non dirsi nulla, con quegli eterni fermo-immagine sui loro occhi!» diceva Sara), le vacanze insieme ai genitori nella “tranquilla” casa in Trentino («Luce, solo a novant’anni si cerca la tranquillità!» diceva Teresa), la colazione domenicale al bar del centro, seduti a un tavolino a leggere il giornale («Luce, eccheppalle!» Sara e Teresa in coro).
«Secondo me siete solo gelose» ribattevo io quando davvero non ne potevo più della loro insistenza. Sara e Teresa capivano che dovevano mollare un po’ la presa, altrimenti io mi sarei chiusa ancora più in me stessa.
Ero fatta così.
E allora noi tre ci facevamo bastare la “serata chicken”, ovvero il mercoledì sera, un momento tutto per noi. Era la nostra ricorrenza settimanale intoccabile, niente e nessuno avrebbe potuto far sì che una mancasse. Questo mi dava conforto, perché anche se dopo il liceo le nostre strade avevano preso direzioni diverse, c’era ancora qualcosa che faceva da collante, qualcosa che picchettava bene a terra la nostra amicizia, e la preservava intatta, in un confortante fermo immagine proprio da film francese.
Dopo il liceo, Sara aveva scelto Scienze Motorie, da supersportiva quale era, mentre Teresa, Economia e Commercio (anche se io faticavo a immaginarmela come una seriosissima commercialista).
Durante quelle serate ritornavamo le tre liceali di allora, con le risate sguaiate, le chiacchiere sulle panche del pub, i calici di brachetto a riscaldare il sangue, e le sigarette all’uscita, prima di tornarcene a casa. Eravamo ancora il ricordo nitido delle tre adolescenti, quelle che si scambiavano le versioni di latino e greco, che parlavano di ragazzi, che prog...