E se poi mi innamoro, pazienza (Forever)
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E se poi mi innamoro, pazienza (Forever)

  1. 266 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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E se poi mi innamoro, pazienza (Forever)

Informazioni su questo libro

Storie romantiche che ti catturano e che leggeresti FOREVER Carlotta vive a Venezia, ha quasi trent'anni, molti pregi: è ironica, creativa, affettuosa. E un unico grande difetto: è afflitta da pigrizia cronica. Lei non è che odi il lunedì, odia tutti i giorni della settimana, se sono lavorativi.
Il suo sogno - nonché buon proposito per l'anno nuovo - è quello di smettere di lavorare. Certo avrebbe un sacco di tempo libero, ma lo impiegherebbe in modo costruttivo leggendo, iscrivendosi a un corso di pittura, organizzando cenette per gli amici e, perché no, facendo la fidanzata. Questa probabilmente sarebbe la sua maggiore occupazione. Anche perché, in un paese come l'Italia, affidarsi ai sussidi sarebbe quantomeno incauto e non essendo una figlia di papà avrebbe bisogno di qualcuno che si occupi di lei, non solo in senso metaforico.
Così, quando, durante la notte di Capodanno, sotto il vischio, esprime il desiderio di trovare il suo principe azzurro (in alternativa a una vincita all'Enalotto) e aprendo gli occhi vede Felix - bello sguardo, bel sorriso, forse un po' troppo sportivo, ma nessuno è perfetto - pensa di aver risolto tutti i suoi problemi. Forse però questa rigorosissima organizzazione dei sogni non tiene conto di un piccolo particolare: l'amore, quello vero, se ne infischia dei buoni propositi e fa sempre e inevitabilmente di testa propria.

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Informazioni

Print ISBN
9788856632606
eBook ISBN
9788858510438

1

Una sana onestà alla cena aziendale

Ho bevuto troppo Franciacorta. Da un certo punto in poi mi sono persino accorta di avere esagerato. L’intento era quello di berne il giusto per rilassarmi, per socializzare, per non soffrire l’inquietudine di non conoscere quasi nessuno. Volevo evitare che mi prendesse una paralisi per aver dimenticato il nome di un collega. Non mi è mai accaduto, per inciso, di farmi prendere da paralisi, intendo; di aver dimenticato i nomi invece sì, mi è accaduto eccome.
Dei trenta presenti in sala ne conosco solo quattro. Il Franciacorta mi pareva una bella idea, o forse era Cartizze, non mi ricordo.
«Carlotta, tutto bene? Ti vedo e non ti vedo.»
La voce di Silvia mi scuote. Sto per versarmi un goccio d’acqua mentre le dico che sì, a parte che sono completamente sbronza, sto bene.
«Vuoi che usciamo a prendere una boccata d’aria?» chiede lei gentile.
Annuisco, mi farà bene uscire un pochetto.
Fabrizio Marchi, il mio capo, usa organizzare questo genere di cene ogni anno in estate, mentre tutti i normali datori di lavoro le fanno a Natale o su di lì; lui, per esigenze lavorative, la organizza sempre in luglio. In effetti, è vero che a Natale lavoriamo tanto, troppo per permetterci di andare a cena spensierati.
Io a Natale comunque non ho lavorato perché mi sono presa l’influenza nei giorni più intensi: però lo so, prima della mia malattia già si stava preparando l’atmosfera, e poi comunque i colleghi me lo hanno riferito. Mi avevano anticipato del grosso caos che sarebbe arrivato, la chiamavano “preparazione psicologica”. Me lo hanno ripetuto ogni giorno, per poi raccontarmi il loro vissuto quando sono tornata dalla malattia, ad allarme ormai rientrato.
I colleghi, dopo Natale, erano contenti di trovarmi in forma smagliante. Silvia si è anche accorta che ero un po’ abbronzata, così le ho detto che mi sono fatta un paio di lampade, ché mi pareva brutto tornare al lavoro color neve; se le dicevo che in verità ho passato il Capodanno ai Caraibi la storia strideva. Non che Silvia sia scema, lei avrebbe capito che comunque se una è in malattia è in malattia, poco importa se si sta male ad Arino di Dolo o ad Antigua, sempre male si sta.
Tra le altre cose non ho fatto nulla ai Caraibi, proprio perché sono partita da Venezia che ero un po’ ammalata, non volevo sgualcirmi più del necessario. In definitiva non averne goduto appieno è come non esserci andata veramente. Sono stata nove ore in aereo, e a casa di un amico, e ho visto la spiaggia e basta. Ho mangiato solo pesce, tanta aragosta, e mangiare pesce è sano. Il brindisi di mezzanotte lo avrei fatto anche a casa mia, nel letto, quindi non conta... A ogni modo, dire a Silvia che ero ai Caraibi mi pareva brutto, quasi come se me la tirassi, ecco allora perché ho preferito raccontare una piccola bugia bianca.
Quando io e Silvia ci alziamo (vorrei dire che ci sosteniamo a vicenda, ma in realtà è lei che sostiene me, ha fatto bene a mettersi i sandaletti col tacco basso), si alza anche il dottor Marchi, Fabrizio Marchi, alto e bello e che mi sorride, e io gli ricambio il sorriso. Uno dei camerieri del ristorante gli allunga un microfono.
«Fa sempre il discorso, lo fa ogni anno, ma è breve... ce la fai ad aspettare un minuto?» domanda Silvia.
Le accenno un sì con la testa. È radiosa, Silvia, credo le piacciano i momenti di socializzazione coi colleghi e credo anche pensi che debba far pipì o che abbia bisogno di qualcosa che non è. Sono solo in urgenza di aria fresca e di un letto.
Fabrizio si installa al centro della sala che ci ha riservato il ristorante. Io e Silvia abbiamo la visuale migliore, visto che siamo appoggiate a una colonna in marmo a due metri da lui, lo possiamo vedere bene e senza che lui veda noi, così non dobbiamo ricambiare gli sguardi, che in genere è una cosa imbarazzante, soprattutto per me. Non l’ho mai detto a nessuno del mio posto di lavoro, i miei amici invece sanno tutto, ma Fabrizio ogni tanto mi telefona e mi dà del tu ed esige che io dia del tu a lui, e la cosa non è normale perché io lavoro lì da pochi mesi e i miei colleghi che sono lì da anni invece gli danno del lei. La prima volta che mi ha imposto ’sta cosa del tu, in effetti, volevo capire se potevo far partire un processo per mobbing, ma quando ho compreso che gli sono simpatica e basta ero quasi del tutto contenta: mi pareva una bella cosa essere simpatica al capo, certo, però un risarcimento per mobbing può essere la fortuna di tutta una vita.
Ci sarebbe da menzionare, tra i suoi comportamenti insoliti, anche la fissazione su una mia presunta malattia degenerativa, e che certo gli sono un po’ più che simpatica ma, insomma, non mi pare né il luogo né il momento per pensarci.
Fabrizio si schiarisce la voce e tutti si atteggiano a un silenzio pregno di apprensione, e siccome il silenzio mi imbarazza (è una sorta di malattia comportamentale, il silenzio e il dolore mi imbarazzano e quindi quando c’è silenzio o se per ipotesi mi schiaccio un dito a me viene da ridere, è una reazione non controllabile) inizio a ridere il più piano possibile; contando che sono avanti con l’alcol sono bravissima.
«Grazie a tutti.»
I miei colleghi non capiscono un cazzo, ha solo detto grazie e son già lì a fare l’applauso. Dategli un attimo, no?
«È passato un altro anno...»
C’è il direttore che mi osserva di sottecchi, non riesco a concentrarmi sulle parole del discorso se mi sento fissata, e dal direttore poi. Il direttore con me usa il lei.
«Ti pare che il direttore mi stia fissando, Silvia?»
Per tutta risposta lei si volta a guardarlo e mi fa sì con la testa.
«Fatturato molto positivo di questi tempi... la crisi...»
Lo sento ma fatico ad ascoltare veramente, poi Fabrizio ogni tanto fa una pausa solenne che non è di aiuto alla mia precaria concentrazione.
Il direttore, anche lui non sta ascoltando, si è messo a parlare con un tizio al suo fianco e mi indica.
«Insomma, questa sera siete qui perché è l’unico modo che ho per ringraziarvi di tutto il lavoro di quest’anno.»
Faccio ciao con la manina al direttore, che mi ha davvero infastidita con quell’indice.
Tutti hanno preso ad applaudire, che quella di Fabrizio è stata proprio una bella chiusura.
Lo guardo e lui incrocia i miei occhi. I suoi passi diretti verso di me e Silvia, lei che non è coraggiosa si sposta e lascia che lui mi si avvicini, completamente dimentica del fatto che se mi lascia il braccio io sono poco stabile, abbastanza da cadere a pelle d’orso, ma per fortuna trovo nuovo appoggio nella colonna. Sento la voce di Fabrizio sin troppo entusiasta: «Avete conosciuto tutti Carlotta? È il suo primo anno con noi. Hai qualcosa da dire, Carlotta?».
Il microfono è davanti alla mia bocca, a pochi centimetri, ho l’istinto di leccarlo e mi viene da ridere perché solo in questo istante mi è chiaro il perché lo chiamino gelato. Ventisei anni e non sapere perché si chiami gelato fa riderissimo. Il sorriso di Fabrizio è un incoraggiamento a parlare e io forse, sotto sotto, molto in profondità, non voglio deluderlo. «Grazie» dico, e la sala che aveva iniziato a rumoreggiare torna subito silenziosa. Aspetto un applauso che non arriva, Silvia mi fa il gesto dell’indice davanti alla bocca e no con la testa.
«Volevo dire che pagarci una cena non è l’unico modo che hai per ringraziarci di tutto il lavoro di quest’anno.»
Di nuovo nessuno mi applaude. Fabrizio si dipinge in volto un’espressione cupa che non gli ho mai visto prima. I colleghi restano muti e forse è solo un’impressione, ma il dj credo abbia spento la musica.
Sento l’abbraccio di Silvia intorno alla vita. «Ti porto fuori, Carlotta.» Anche lei sembra meno radiosa di due minuti fa. Il microfono inizia a fischiare in modo seccante. Tutti i presenti in sala si portano le mani a coprire le orecchie. Mi volto a cercare Fabrizio, ma lui non c’è più, è fuori dal mio campo visivo. Come diavolo ha fatto a far cadere il microfono?

2

Qualche mese prima e i buoni propositi
per l’anno nuovo

Il luccichio dell’albero di natale di Mario è mesmerizzante. Lo sto fissando da diversi minuti, mi è impossibile staccare gli occhi, riesco ormai a scandire con la mente il tempo esatto di variazione di luce. Meno cinque, meno quattro, meno tre, meno due, meno uno, cambio. È rasserenante, distensivo. Devo procurarmi dei faretti, così per il prossimo anno potrei trascorrere un sacco di ore sul divano a guardarli, e di sicuro saranno più efficaci del mio acquario. Già, il mio acquario, bello.
Al conteggio nella mia testa si sovrappongono le voci chiare e forti dei miei amici. Contano anche loro: come diavolo hanno fatto a sapere che stavo contando il cambio luce? «Meno cinque, quattro, tre, due, unoooo... Buonannnnooooooooooo!»
Ah, no, mezzanotte, evviva.
Delle mani si infilano sotto le mie ascelle madide. Mi volto e vedo il faccione di quello che è stato a fumare tutta la sera in terrazzo, la sua bocca che si avvicina veloce, è un attimo e le sue labbra son lì, umide e molli, addosso alle mie, morbide e impastate di lucidalabbra all’olio di oliva. Tra molli e morbide la variazione è il viscidume.
Riesco a ritrarmi senza sforzo. Sto per dirgli «buon anno», ma è già diretto verso Mara, bacia sulla bocca anche lei. Anche Mara sta per dire qualcosa, ma lui è già andato.
«Buon anno, Mara» dico avvicinandola.
Mi avvolge in un abbraccio.
«Ricordami chi è quello.»
Lei mi sorride. Si sofferma a osservarmi la faccia e mi chiede se ho caldo. Allunga le braccia e con tutte e due le mani mi libera collo e schiena dai capelli, centocinquantasette treccine, chiuse con l’accendino perché me le sono fatte montare coi capelli sintetici invece che con i capelli veri. Visto che porto le treccine false da anni, ho potuto motivare la scelta del capello finto partendo da un punto di vista prettamente economico. La verità è che l’unica volta in cui mi sono fatta montare le treccine di capelli umani sono stata a disagio per tutti i mesi in cui le ho tenute. Mi chiedevo di chi fossero i capelli, se la persona che li aveva venduti era viva o morta, se faceva uso di droghe leggere o pesanti, se si lavava i capelli, e se sì, quanto spesso, mi chiedevo dove fossero appoggiati quei capelli prima che sulla mia testa, mi chiedevo perché una donna avesse deciso di vendere i capelli, l’unica persona che conosco (per via indiretta) che ha venduto i capelli è Jo March, era povera. Mi chiedevo se fosse davvero legale vendere i capelli e se non si trattasse di una cattiva interpretazione del codice etico, e un incentivo alla vendita di organi più o meno vitali per la sopravvivenza. Il pensiero più devastante sui capelli, in assoluto, si è presentato in seguito alla visione di un programma in tv. In quella trasmissione dovevano verificare quanto peso possono sostenere i capelli umani (in quel caso particolare i capelli avrebbero dovuto sopportare un’auto con a bordo tre persone): ero concentratissima e in attesa che si palesasse una donna dalla folta chioma e invece, poi, si è presentato un uomo, un maschio, un ragazzo, uno che ha venduto una coda di cavallo lunga novanta centimetri per mille dollari. Indossare i capelli di un uomo mi pareva una cosa addirittura più brutta che indossare i capelli di una donna che se li lavava poco. Da quel momento in poi ho optato per i capelli finti, in plastica, treccine chiuse a mezzo bruciatura di accendino e il disagio è scomparso.
Mi scosto prima che Mara possa toccarmi la fronte. «Un pochetto. Sopra i diciotto gradi comunque è caldo. Diciamo che i Caraibi, e tutti i posti con la sabbia, non sono esattamente il mio ambiente preferito invernale, comunque.»
In effetti, passare il Capodanno qui, è stato un grande compromesso. Lo so che ho monopolizzato i loro Capodanni per anni trascinandoli in baita, con la neve, e sapevo che prima o poi qualcuno avrebbe voluto fare qualcos’altro. Però, Capodanno ai Caraibi? I Caraibi sono caldi, i Caraibi ti fanno fare un sacco di sforzo fisico. Anche stare ore sotto il sole è fatica e stress per il corpo, è un dato di fatto, si fa prima a termoregolarsi con il freddo che con il caldo. I Caraibi hanno le palme e nessun pino, i Caraibi hanno i souvenir con Babbo Natale coi Ray-Ban.
Sto mentendo.
È bellissimo stare qui. Sali su un aereo in partenza dall’aeroporto di Tessera con addosso un piumone che pesa come un cucciolo di mucca, ti rilassi, chiudi gli occhi qualche ora, e raggiungi questo paradiso di isola, dove puoi vivere pacifica, tutti i giorni della tua vita, in infradito. Gli indigeni sorridono sempre, il cibo è freschissimo, credo che la ragazza del chioschetto in spiaggia abbia raccolto il frutto dall’albero per prepararmi il succo. Tutto è più vivo e più colorato che a casa mia, e meno bianco che in montagna, sabbia a parte. Ma io, a modo mio, sono romantica, e tradizionalista, e in inverno mi piace mangiare la polenta, bere zabaione bollente, guardare la legna che brucia nel caminetto. Essere qui, il giorno di Capodanno, mi dà la sensazione di godere un po’ meno delle mie tradizioni.
«È il cugino di Mario» dice Mara. «Ti ricordi che ci ha detto che doveva assolutamente invitarlo?»
Io non mi ricordo, fa parte di quella categoria di notizie che non occupano alcuno spazio nella mia testa, e allora tendo a dimenticarle.
«Si chiama Samuele.» Mara sta per essere trascinata nel trenino di Capodanno.
Le dico: «Sì sì, mi ricordo». E la guardo sparire in mezzo a Mario e Riccardo che la inglobano nel treno.
Attraverso il salone bianco schivando gente che fa trenino alla mia destra e alla mia sinistra. Il trenino dovrebbe essere più organizzato, così non è un trenino, così è gente che balla in sala. Nel centro esatto dell’arco in mattoncini rigorosamente bianchi e grigi a vista che chiude la zona pranzo, sono appesi dei rametti di vischio. Mi chiedo se provengano da un qualche allevamento locale. Sto lì sotto e li osservo, cerco di sentirne l’odore, scopro che sono in plastica.
Chiudo gli occhi per qualche secondo ed esprimo il mio desiderio. «Fa’ che arrivi il principe a baciarmi, fa’ che arrivi il principe a baciarmi, fa’ che arrivi il principe a baciarmi.» Quando li riapro un uomo mi sta fissando dalla porta a vetri che divide la cucina dall’ingresso. Metto a fuoco, ride. Torno a chiudere gli occhi, sorpresa di quanto sia stato facile. «Fa’ che io vinca un’enorme somma di denaro, fa’ che io vinca un’enorme somma di denaro, fa’ che io vinca un’enorme somma di denaro.» Quando riapro gli occhi, l’uomo è ancora lì, ancora ride, e soprattutto tiene un bicchiere pieno di qualcosa tra le dita. Lo raggiungo in pochi passi barcollanti. Mi accorgo che un’unghia del mio piede ha lo smalto malmesso. Ecco, per esempio, questa cosa di avere lo smalto dei piedi messo male e visibile a tutti non si sarebbe mai verificata se fossimo stati a Capodanno in montagna come avevo detto io. «Ciao, buon anno.»
La camicia chiara fa risaltare la sua pelle dorata e la pelle risalta i suoi denti bianchi, bianchissimi. È un u...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. E se poi mi innamoro, pazienza
  3. 1. Una sana onestà alla cena aziendale
  4. 2. Qualche mese prima e i buoni propositi per l’anno nuovo
  5. 3. Una sorta di laghetto di carpe Koi
  6. 4. Io le ho provate tutte per farmi licenziare ma niente
  7. 5. Mi ricordo di quella ragazza
  8. 6. Magari guardiamo un film
  9. 7. In caduta libera
  10. 8. Sì, sto bene
  11. 9. Hai visto Carlotta?
  12. 10. Sono solo stanca
  13. 11. Tre e ventitré
  14. 12. Una parolaccia ci sta
  15. 13. Deve cambiare qualcosa
  16. 14. La mia parte migliore
  17. 15. Fusibili in rosa
  18. 16. Ami Felix?
  19. 17. L’amore ai tempi di Carlotta
  20. 18. Venezia è una città da innamorati
  21. 19. Coccinelle a casaccio
  22. 20. Ho capito
  23. 21. Sto bene, però...
  24. 22. Troppo Bordeaux
  25. 23. Da per terra non si cade
  26. 24. Il mio medico di base è un gerontologo
  27. 25. Respiro il tuo odore dal cuscino
  28. 26. Dico “felice” tutte le volte che posso
  29. 27. Un nuovo conto alla rovescia
  30. 28. Epilogo
  31. Ringraziamenti
  32. Scopri tutti gli ebook della collana Forever
  33. Copyright