Respiro dopo respiro
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Respiro dopo respiro

La mia storia

  1. 238 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Respiro dopo respiro

La mia storia

Informazioni su questo libro

Quando stai tanto male, quando ti capita spesso di sentirti come un pesce che boccheggia sulla spiaggia, a volte avresti voglia di mollare, di alzare le mani e dire: «Okay, mi arrendo». Troppa fatica, troppo dolore. Che se una cosa ce l'hai, tipo la vita, devi poterla usare, altrimenti che senso ha? E quando sei malata, malata per davvero, sei come i bambini poveri davanti alla pasticceria. Tanto vale che rinunci, che smetti di alitare sui vetri. Di sognare una vita che non afferrerai mai davvero.

Poi, però, basta una parola, uno sguardo, una carezza. Un messaggio su Facebook o un sms hanno il potere di ribaltare il mondo. Ti rimettono al tuo posto, ti ricollocano sullo sfondo. Capisci che non sei sola, che sei come una tesserina del domino e la tua vita condiziona quella degli altri. Che se cadi tu lo fanno anche loro. La tua famiglia, i tuoi amici, il tuo fidanzato. Tutte le persone che ti hanno voluto bene o si sono prese cura di te. E non vuoi farlo, non puoi farglielo. E poi ci sei tu. Va bene che stai male e sei stanca e tutto il resto, ma come la metti con la vita? Voglio dire, come fai? Ti siedi sul ciglio della strada e ci rinunci? Io, Caterina Simonsen? Impossibile. Amo troppo la vita e tutto ciò che mi ha dato. Ogni istante, ogni respiro, ogni colpo di tosse. Con il tempo sono arrivata persino ad amare le cicatrici che punteggiano il mio corpo, a trovarne un significato.

Molti pensano che la malattia, una come la mia specialmente, sia sintomo di tristezza e rassegnazione. Una sorta di attesa. Invece è tutto il contrario.

Domande frequenti

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Informazioni

Print ISBN
9788856640496
eBook ISBN
9788858511985

1

Eppure dovrei esserci abituata. Le corse al pronto soccorso, il suono delle sirene, i ricoveri in ospedale. Sono le prime cose che ricordo. Il problema è sempre lo stesso: la respirazione. Che non è una cosa da poco: è la prima che fai quando nasci. L’ultima. L’inizio e la fine. E se inciampi al primo passo è difficile rimetterti in piedi. Ci vuole qualcuno che ti prenda la mano, che ti dia coraggio. Una famiglia, per dire, una vera.
Mamma Fatima è nata a Goiânia, una città nel cuore del Brasile, in una famiglia borghese e molto cattolica. Seconda di cinque sorelle, suo padre la cresce come il maschietto che non ha avuto. Più che della sua bellezza – che la rende la ragazzina più corteggiata, e invidiata, del quartiere – è orgoglioso del fatto che sia un asso nel motocross, la accompagni a caccia e spari meglio di un uomo. Probabilmente le vuole anche bene. Ogni tanto, però, ha il vizio di alzare le mani e questo non va. Figurarsi a una con il carattere di mia madre, che è ribelle e anticonformista dalla punta dei piedi alla testa. Così, ad appena sedici anni, infila le sue cose in una borsa e prende un pullman in direzione dei sogni. Nel suo caso, la città di San Paolo. Dieci milioni di abitanti più altrettanti che vivono nelle periferie. Un concentrato di speranze, denaro e povertà a quasi mille chilometri di distanza dal luogo in cui è nata. Ci sbarca senza certezze, a parte quella di avere preso la decisione giusta. Il rischio di perdersi è altissimo. Ma lei non cede. D’altra parte ha un vantaggio: è bella, bellissima. E lo sa. Così, dopo pochi giorni, mentre cerca lavoro, un qualsiasi lavoro, un’agenzia di pubblicità la nota e la chiama per un servizio. Il primo di una lunga serie. Parte dai cataloghi, poi va sempre più in alto: servizio fotografico dopo sfilata finisce sulle copertine delle riviste più importanti del paese. La chiamano soprattutto dall’alta moda, in particolare per i vestiti da sposa. Alta e sinuosa, con gli occhi azzurri, i capelli biondi e il profilo nordico, ma con il fascino di una brasiliana purosangue, mamma viaggia e sfila sulle passarelle più prestigiose del mondo, comprese Parigi e Milano. È una ragazza corteggiata e indipendente, si sente soddisfatta. È felice.
Tutto fila per il verso giusto finché entra in scena Norberto Geraldo Simonsen, detto Gege, ovvero mio padre. O, meglio, il mio padre biologico, visto che ai miei occhi non è niente di più. Se mamma Fatima viene dalla provincia e conosce il sapore della polvere e del sudore, lui appartiene a una della famiglie più ricche e importanti del Brasile. Suo nonno, Roberto Cochrane Simonsen, di origini inglesi, era uno scienziato, un diplomatico e un senatore. Suo padre, Victor Geraldo Simonsen, un ingegnere, un mecenate e un industriale, seppure con scarso senso per gli affari. Un po’ dappertutto nello stato paulista esistono strade, scuole e istituti intitolati a loro e ad altri membri della famiglia. Siccome aveva soldi a palate, nonno Victor visse praticamente senza lavorare, navigando intorno al mondo ed educando i dieci figli avuti da due matrimoni a una vita del genere. Gege nasce e cresce in un clan privilegiato, dove le ore sono dolci come un mango appena colto e tutto sembra possibile. Un mondo a parte, una bolla di sapone circondata dalla povertà. Se chiudo gli occhi, rivedo una delle sue case, la fazenda Campo Verde fuori San Paolo, la preferita dei Simonsen, al punto che Victor scrisse addirittura un libro sulle storie e le leggende che la riguardavano. Oppure l’altra casa in Rua Turquia, nello splendido quartiere residenziale dei Jardins, un’oasi tropicale a pochi passi dai grattacieli e gli stradoni del centro. Un palazzone rivestito in ceramica con parco e alberi secolari, piscina e quello che veniva chiamato Nautilus, lo spazio giochi riservato ai bambini.
Fatima è di origini modeste, ma brilla come un diamante. Gege è un figlio di papà neanche troppo bello, altezza media e poco atletico. A dirla tutta, se uno vuole farsi un’idea del suo aspetto, basta che mi guardi: sono praticamente il suo ritratto, mentre, purtroppo, ho ben poco di mia madre. Comunque sia, ci sa fare e alle donne piace. È simpatico, uno di quelli con cui non ti annoi mai.
Gege e Fatima provengono da due mondi molto diversi, quasi opposti. Forse è per questo che si attraggono, e, forse, addirittura si amano. Mio nonno accoglie mia madre come una figlia mentre nonna Dulce, la matrona della casa, abituata a proteggere e prendersi cura degli otto figli, mantiene le distanze: una ragazza così bella e indipendente non potrà che portare guai.
Poco tempo dopo Gege e Fatima si sposano e vanno a vivere insieme. Quando però nasco io, il 9 settembre 1988, i problemi sono già iniziati. Il nonno è morto l’anno prima, la fazenda è rimasta a nonna Dulce e l’eredità divisa in tante parti. Gege, che ha ventisei anni e non è mai stato costretto a lavorare per vivere, dovrebbe rimboccarsi le maniche. Ma non sa da dove cominciare. Per di più non dispone di nessuna qualifica, visto che non ha nemmeno finito le superiori. Così si arrabatta qua e là, ma non trova la sua strada. Ammesso che la cerchi. Con i fatti intendo, perché a parole è un campione. Al momento della mia nascita prova a gestire una piccola agenzia di assicurazioni. Non proprio il sogno della vita, soprattutto per un Simonsen. Mia madre, intanto, ha perso il lavoro da modella a causa della gravidanza. Lei, però, non ha lasciato la propria casa e messo al mondo una figlia per fare la fame. Pretende una vita migliore: scuole private, vestiti, viaggi... Il massimo, costi quel che costi: questi, in fondo, erano i patti.
Mamma Fatima e Gege ci provano, forse ci credono, ma la realtà è che litigano sempre più spesso, in modo sempre più cattivo. Lei dice che è un buono a nulla, che sa solo lamentarsi e non fa niente per la sua famiglia. Lui risponde che non è colpa sua se le cose vanno male, che sta facendo il possibile.
«Cosa? Ma se passi le giornate a fumarti le canne con i tuoi amici!»
Gli dice che è un vigliacco, un egoista.
Lui ascolta, ma è come se non la sentisse. Non sembra turbato, neppure arrabbiato.
«Cristo, non te ne frega niente di tua figlia?»
La lascia sfogare. Sbotta solo quando gli dà del fallito: «Ma come ti permetti?» fa, con un lampo negli occhi. «Ti rendi conto di chi hai davanti?»
Norberto Geraldo detto Gege: il rampollo della famiglia Simonsen. Un predestinato. Uno a cui tutto è dovuto. Incapace di comprendere che tutto, ormai, è niente.

Lui e mia madre vanno avanti così per settimane, mesi, anni. Se Gege recrimina e si compiange, Fatima è sempre più cupa e frustrata, completamente tagliata fuori da quel mondo di feste, bei vestiti e amicizie brillanti di cui un tempo faceva parte e che ora ritrova solo sulle riviste. La nascita, tre anni dopo la mia, di mia sorella Beatriz, detta Bibi, non cambia le cose. Sì, anzi, in peggio: mamma va in depressione post-parto e inizia prendere psicofarmaci. Quando non è fuori a cercare lavoro, passa la maggior parte del tempo in camera, sdraiata sul letto. Con lo sguardo assente, spento.
Poi, un giorno, si scuote: mette Beatriz, che ha ancora pochi mesi, nel passeggino e mi prende per mano: «Andiamo».
«Dove?»
«Via.»
Ovunque, fondamentalmente, ma lontano da quell’uomo che le sta rovinando la vita.
I mesi seguenti sono confusi. Come gli appartamenti in cui siamo ospitate. Amici, conoscenti, compagni occasionali. La famiglia Simonsen si chiude a riccio intorno al suo rampollo: da loro nessun aiuto. Mai. L’unica eccezione è zia Dulce Mathilde, detta Tipiti. Per il resto, dice mamma Fatima, «siamo noi tre ragazze in guerra con il mondo».
Che poi, a dirla tutta, sarebbe una cosa normale. Basta guardarsi intorno: le famiglie nascono, crescono, alcune si dividono. L’amore funziona in modo strano. C’è però un’altra cosa, grave, che non va: io, Caterina, non sto bene. Malata, ma non si sa bene di che. Di notte mi manca l’aria, è come se non avessi la forza di respirarla. Ma sto zitta, mi sforzo almeno. Lo facevo prima, per non disturbare mamma e Gege, e lo faccio ora, per non aggiungere problemi a quelli che ha, che sono già parecchi. Capita, però, che non resista. Quando succede, siamo costrette a correre in ospedale. Ricordo la macchina che sfreccia lungo le strade a quattro corsie e la città che mi scorre accanto, veloce e confusa, come il respiro. I primi ricoveri non sono lunghi: ore, al massimo un paio di giorni. Tuttavia non ho neppure quattro anni che già mi curo con lo spray per dilatare i bronchi che usano gli adulti. L’aerosol è un tormento. Lo è per tutti i bambini, figurarsi per me che lo uso tutti i giorni. Mamma mi insegue. Utilizzo l’ultimo fiato che mi resta per scappare. Poi mi arrendo, e lascio che mi tranquillizzi: «Coraggio meu amor,» dice con una voce tranquilla «sii paziente, fra un po’ sarà tutto passato».
La mia malattia è l’unica cosa che lega mamma e Gege. Per il resto sono come il bianco e il nero, due frecce scagliate nella direzione opposta. Dopo la separazione, provano a rialzarsi, ciascuno a modo proprio. Lui si fidanza con Michelle: è ricca, di buona famiglia, e lo conosce da quando erano bambini. Probabilmente lo ha sempre amato. Infatti lo accoglie in casa sua, ascolta le sue lamentele, lo giustifica e si fa carico dei suoi problemi, compresi quelli finanziari. In pratica lo mantiene. Visto che lui si trasferisce da lei, siamo costrette a frequentarci. E all’inizio va bene, ho un buon rapporto, migliore rispetto a quello con mio padre. Certo ha le sue manie, come tutte noi donne. È fissata con lo zen, lo yin e lo yang, il feng shui e via dicendo. Soprattutto è gelosa e odia mia madre. E nonostante sia gentile e credo mi voglia bene, quando insulta mia mamma di fronte a me e mia sorella la odio, con un odio più forte del suo.
Mamma dice che papà è un buono a nulla.
Lui dice che è un’approfittatrice.
Lei risponde che lui pensa solo a se stesso e non si preoccupa per me.
Michelle sostiene che sia una poco di buono.
Io e Beatriz cresciamo in mezzo a questo ping-pong di cattiverie. E siccome sono piccola e non ho ancora imparato quando stare zitta, racconto a mamma ciò che Gege dice di lei, e viceversa. E loro si arrabbiano ancora di più. Ognuno cerca di tirarmi dalla propria parte, in quella che ormai è divenuta la loro guerra personale. Quando ci sono contrasti su qualche cosa, e ce ne sono sempre, ognuno mi dà la sua versione, insultando l’altro.
Tutti i mercoledì Gege passa a prenderci a scuola, spesso ci porta da McDonald’s. Io, che so già come andrà a finire, mando Bibi, mia sorella, a giocare nel cortiletto. E mi preparo al solito copione.
«Tua madre esagera,» inizia Gege «sa che ho appena ricominciato a lavorare, come faccio a mandarle tutti i soldi che chiede?». Poi si mette a piagnucolare: «Avanti, dimmelo, so che sta uscendo con un uomo...».
E via così, con me che ho appena otto anni e guardo Beatriz attraverso la vetrata e vorrei solo essere lì. Con lei che è praticamente cresciuta solo con mia madre, che infatti la chiama micuin, la sua piccola zecca, perché le sta sempre attaccata, ed è ancora troppo piccola per rendersi conto del dolore e della rabbia che ci circondano.
In pratica mi rubano l’infanzia. Non bastasse la malattia, sono costretta ad ascoltare mamma che dice: «Tuo padre è uno stronzo», Michelle che la chiama «troia» e Gege che sparla in continuazione di fronte a parenti e amici. L’unica che si mantiene neutrale è zia Tipiti. Giuro che non l’ho mai sentita dire una parola contro mia madre, e di questo le sarò sempre grata. Mi tratta per quello che sono, semplicemente una bambina: mi racconta le storie, mi aiuta a fare i compiti, gioca con me. Che io, a dire il vero, è praticamente dalla prima elementare che non lo faccio, che non gioco. Sono stata costretta a crescere in fretta, a mettere da parte sogni e fantasie, e a prendermi cura di me stessa e della mia sorellina. L’unico rifugio sono i miei peluche che abbraccio quando vado a dormire, nella speranza che non mi venga una crisi respiratoria. Tipiti è speciale. E quando partorisce le sue figlie, Elena e Lia, divento a mia volta la loro piccola zia-mamma: ci gioco, le curo, le cambio come fossero mie. Beaujardin, la fazenda di Tipiti e di suo marito Pedro, diventa per me e per Bibi una sorta di oasi nella quale ripararci. Lì passiamo le vacanze e moltissimi weekend, i giorni più belli e spensierati di quel periodo.
Intanto anche mia madre cerca di rifarsi una vita mettendosi con Roberto, figlio del proprietario di un lussuoso albergo a San Paolo. Basso e calvo, lo chiamiamo “il grassone antipatico”. Tra il 1993 e il 1994 viviamo nel suo hotel, praticamente senza uscire se non per andare a scuola o da amici. Noi bambine e la mamma stiamo in una grande suite. Dall’altra parte del corridoio c’è la stanza degli altri due figli del grassone, un maschio e una femmina, mentre il terzo, il più grande, vive per i fatti suoi. In fondo c’è la suite imperiale a due piani, solo per lui. Noi bambine ci divertiamo un sacco con la piscina e la palestra, questa vita ci piace. Anche se, forse, quell’ambiente contribuisce ancor più al nostro senso di precarietà: possiamo chiamarla casa? Per quanto rimarremo?
Incrociamo raramente nostra madre, che è sempre in palestra: dopo aver visto il suo corpo deformato da due gravidanze, dopo la depressione e gli psicofarmaci sta cercando disperatamente di ritrovare la sua forma fisica, la sua bellezza. Io e Beatriz passiamo tutto il giorno a scuola, una delle migliori della città: la mattina lezioni, il pomeriggio sport o si sta semplicemente in compagnia. Inoltre anche Roberto sta male, e mamma deve prendersi cura di lui. Quando si sottopone a un trapianto di reni negli Stati Uniti andiamo nel suo appartamento di New York, dove trascorriamo diverse settimane tra cliniche, passeggiate a cavallo a Central Park e incursioni da Toys Я Us a fare il pieno di giocattoli.
Roberto non ci fa né caldo né freddo, ma iniziamo ad abituarci alla sua presenza. A volte andiamo dai suoi genitori, che ci vogliono bene e ci accolgono come nipoti. Almeno non abbiamo problemi economici, e per ogni necessità c’è la sua carta di credito. In questo periodo viaggiamo tanto, soprattutto in Europa: Svizzera, Francia, Olanda, Italia... Con il tempo quello che consideravamo un grassone appiccicoso inizia ad aprirsi, a mostrarsi speciale. Un giorno ci fa salire in macchina e ci conduce di fronte a una splendida villa in costruzione, in uno dei sobborghi più belli di San Paolo.
«Che cosa ne dite?» fa, uscendo dall’auto. «Vi piace?»
Siamo stupite, disorientate.
«Avanti, venite.»
Roberto apre la porta d’ingresso e ci fa cenno di entrare.
«Allora?»
Niente, siamo tutte e tre con la bocca spalancata.
«Be’, spero che sia di vostro gradimento, visto che sarà la nostra casa...» Mi guarda, accarezzando i muri ancora grezzi: «Che stanza vorresti?».
Non so che cosa rispondere. Non mi sembra vero. Soprattutto mi rendo conto di aver giudicato male una persona senza prima averla conosciuta. Forse ama veramente nostra madre, forse vuole bene anche a noi.
Nel 1997 si sposano. Tempo due o tre mesi, però, siamo di nuovo per strada, ancora una volta in fuga, noi tre sole contro il destino. Un giorno mia madre viene in camera e dice di preparare le nostre cose: «Avete dieci minuti, poi si parte».
Piange ma è lucida, determinata. Si batte come una leonessa che difende i suoi cuccioli. Andiamo da un’amica. Sulla strada ci spiega che dal giorno del matrimonio Roberto è cambiato. La tratta male, spesso la umilia, le rinfaccia le sue origini e la sua condizione. Una volta l’ha addirittura picchiata. Proprio come suo padre, e questo non può tollerarlo, non può accettare che un uomo le faccia di nuovo paura, che voglia impossessarsi della sua vita. Insomma: un altro amore finito, un altro inizio. La cosa che mi colpisce di più è che in quell’occasione, quando ce ne andiamo da casa, perdo Teddybear, il mio orsetto bianco. Lo avevo da quando ero nata.
Nel 1997 nasce anche Pedro, il primo figlio di Gege e Michelle. Divento subito importante per lui, e lui per me. Quando sono da loro gli cambio i pannolini, lo cullo e gli do da mangiare. Visto che gli adulti sono sempre presi dalle loro faccende, mi sono detta, tanto vale prendermi cura dei più piccoli. Chi se ne importa se ho appena nove anni? Lo faccio volentieri. Anche se a volte mi costa una grande fatica: questa responsabilità, il fatto di dover essere sempre ragionevole e pacata, di non poter gridare la mia frustrazione mi pesa. Quando poi, nel 1999, arriva anche João, Michelle va in depressione post-parto. Le cose fra noi peggiorano, anzi, precipitano. João viene affidato a un’infermiera, che per cinque o sei mesi non me lo lascia nemmeno toccare. Michelle trascorre sempre più tempo chiusa in camera. Io non le parlo.
Ecco, a questo punto ci starebbe una pausa, sarebbe perfetta. Mi piacerebbe chiamare il “time-out”, come si fa durante le partite di pallavolo. Alzare le mani e dire: «Okay, mi arrendo, ditemi la verità, siamo su Scherzi a parte?». Avrei bisogno di fermarmi, di respirare. Ma, come dire, si vede che non è destino. E mentre sono impegnata sul fronte paterno, devo occuparmi pure di quello materno. Neanche per mia madre le cose vanno molto bene. Dopo Roberto ha altre relazioni. Spesso ha attacchi di rabbia, rompe i piatti e urla. Noi bambine sappiamo che in quei momenti dobbiamo stare zitte e buone. Che, se è proprio arrabbiata, rischiamo di beccarci uno schiaffo. Cerchiamo in ogni modo di prenderla nella maniera giusta, di non disturbarla. Sappiamo che è triste, e sta soffrendo molto. Una volta, mentre alza la mano minacciosa, Bibi dice sorridendo: «Che bell’anello!».
Lei si ferma. Guarda il dito. Poi Bibi. Poi me. E si mette a ridere. Poi piange. Poi ride e piange insieme, e noi lo stesso. La abbracciamo. Ci stringe forte. Poi, però, si arrabbia di nuovo. Ce ne andiamo in camera. Lei resta sola. Dopo mezzora bussa alla porta e si scusa.
Mamma odia Michelle, che la ricambia e fa di tutto per provocarla. Fatima, per dire, è fissat...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Respiro dopo respiro
  3. PROLOGO
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. EPILOGO
  17. Copyright