Gatto a distanza
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Gatto a distanza

  1. 208 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Gatto a distanza

Informazioni su questo libro

Micio è un gattino dal pelo fulvo che è rimasto intrappolato sul tetto di un garage. Soffre di vertigini e non riesce più a scendere! Per fortuna la piccola Martina deciderà di 'adottarlo a distanza', lanciandogli cibo dal balcone della sua cucina. È proprio grazie a questa nuova amica che Micio ritroverà le forze, ma soprattutto il coraggio di fare un salto... verso la libertà!

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Informazioni

Print ISBN
9788856632941
eBook ISBN
9788858509098

1

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Il vecchio furgoncino procedeva veloce sobbalzando lungo la strada buia disseminata di buche. Dietro, nel cassone scoperto, Micio si stiracchiò le zampe e sbadigliò: proprio non gli riusciva di prendere sonno, con tutto quel dondolare su e giù. Scavalcò le sagome addormentate dei suoi due fratellini e uscì dalla stretta scatola di scarpe. Facevano bene a dormire così profondamente: quella giornata era stata davvero lunga! Dover salutare la mamma, poi, era stato tristissimo, anche se lei li aveva preparati a quel momento da tanto. Aveva infatti spiegato loro che si sarebbero trasferiti dalla nipotina del padrone della fattoria in cui erano nati, che li aspettava come regalo di compleanno.
«Vedrete che sarà un’amica stupenda con cui giocare, e vi amerà tantissimo. Desidera da sempre dei gattini belli come voi!» aveva detto la mamma, ma Micio si era comunque sentito tanto, tanto triste all’idea di lasciarla. «Staremo di nuovo tutti insieme quest’estate, quando la bambina trascorrerà qui le vacanze.»
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Durante tutto il viaggio, i suoi fratellini non avevano fatto altro che parlare di quanto sarebbe stata comoda la loro nuova cuccia e si domandavano se avrebbero avuto il permesso di salire sui divani, ma tutte quelle chiacchiere non erano riuscite a distrarlo: Micio continuava a pensare alla mamma che gli leccava le orecchie prima di andare a dormire e alla corteccia della quercia su cui gli piaceva farsi le unghie. Ancora sbadigliando, arrivò fino al bordo del pianale del furgoncino. Le ruote, così grandi e instancabili, facevano una gran paura!
«Sono il più grande nemico dei gatti,» gli aveva spiegato un giorno la mamma «soprattutto dei micetti poco attenti. State sempre lontani dalle ruote quando andrete in città!». E Micio aveva proprio intenzione di dare ascolto alla mamma! Quindi si allontanò dal bordo e andò verso il centro del pianale. Con l’aria frizzante che gli solleticava le orecchie si sentiva decisamente meglio, e anche la prospettiva che il giorno dopo sarebbe stato coccolato da una bella bambina in una casa con tanti divani e termosifoni iniziò ad apparire meno terrificante. Aveva raggiunto di nuovo la scatola, con l’intenzione di svegliare a zampate quei pigroni dei suoi fratellini, quando il malandato furgoncino prese una buca più grossa delle altre e sbandò di lato: senza avere il tempo di realizzare cosa stesse succedendo, Micio si ritrovò a volare nel cielo notturno per poi atterrare in piedi nel bel mezzo della strada.
Cos’era successo? Col cuore che palpitava e tutto il pelo dritto sulla schiena, Micio ringraziò di avere la terra sotto i piedi, ma il sollievo durò solo un attimo perché subito si rese conto che non avrebbe dovuto trovarsi lì! In men che non si dica prese a correre dietro al furgoncino. Avrebbe voluto miagolare per chiamare i suoi fratelli, ma avrebbe solo rallentato la corsa. Aumentò il ritmo, spingendo al massimo le sue zampe di giovane gatto, e finalmente era quasi riuscito ad affiancare il furgoncino quando… Aiuto, le ruote! Puntati contro di lui c’erano i fari di un’auto che procedeva in direzione opposta. Si bloccò di colpo, poi con istinto felino si buttò di lato. Era salvo per meno di un pelo! Ancora confuso per via dello spavento, Micio sgusciò fuori dal ciuffo d’erba in cui era rotolato. Davanti a lui, la strada era deserta. Nessuna traccia né delle malefiche ruote che quasi lo avevano investito né di quelle tanto sospirate del furgoncino con a bordo i suoi fratellini. Era solo, nel bel mezzo della notte e della strada.
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Una paura grande, grandissima gli strinse il cuore: e adesso? Come avrebbe fatto a ritrovare il furgoncino del contadino? Non aveva nessuna idea della direzione che aveva preso, né conosceva il tragitto per tornare indietro alla fattoria. Si era perso! Dalla sua bocca uscì un debole “miao”, ma non ottenne nessuna risposta.
«Stupido, stupido gatto» si disse. «Ma perché non sei rimasto nella scatola a dormire? In che guaio ti ritrovi! E ora?» La strada era deserta, ma i suoi acuti sensi di gatto gli suggerivano che era comunque pericolosa. Quindi iniziò a trotterellare nella direzione in cui aveva visto scomparire il furgoncino. Qualunque cosa sarebbe stata meglio che rimanere lì impalato, rischiando di finire sotto un paio di ruote.
Doveva assolutamente ritrovare il furgoncino e i suoi fratelli. Presto si sarebbero svegliati e, non vedendolo, l’avrebbero chiamato preoccupati e senz’altro sarebbero tornati indietro a cercarlo. Magari anche il contadino si sarebbe accorto della sua assenza e avrebbe invertito la marcia per recuperarlo. Fra poco si sarebbe ritrovato nella scatola a ridere della brutta avventura. Questo si raccontava Micio per non perdersi d’animo e darsi la forza di camminare. L’importante era non allontanarsi da quella strada. Ma ben presto fu la strada stessa a finire, diventando un grosso incrocio. Da che parte doveva andare? Si guardò intorno, annusò l’aria alla maniera dei gatti, ma non trovò nessun indizio. Scoraggiato, era lì a grattarsi la testolina con la zampa quando un forte abbaiare gli fece rizzare il pelo. Micio prese a correre nella direzione opposta a quella da cui provenivano le voci grosse dei cani, imboccò una strada, poi un’altra, e sorpassò un paio di incroci prima di sentirsi di nuovo al sicuro. Si fermò ansimante all’angolo di un giardino. Possibile che capitassero tutte a lui, quella notte?
Micio si guardò intorno. Non si trovava più in una zona disabitata, ma in quella che gli pareva una bella cittadina. Iniziò a camminare lentamente nel quartiere silenzioso e debolmente illuminato, facendo ben attenzione a mantenersi ai margini della strada per non incontrare nuove ruote. Era una notte tranquilla a dispetto di Micio, che non lo era affatto. Quella strada dai giardini ordinati gli appariva piena di insidie. E se dietro qualche bella siepe ci fossero stati altri cani?
«Se siete in pericolo, salite su un albero.» La voce della mamma gli risuonò nelle orecchie con una malinconia dolorosa. «Se avete paura, salite in alto. La strada è pericolosa, ma su un albero un gatto sarà sempre al sicuro. Siamo gli arrampicatori migliori del mondo, noi gatti. Nessun cane né uomo vi potrà mai raggiungere, se siete su un albero.»
Già, ma dove trovare un albero nel bel mezzo di una città? Micio si guardò attorno con attenzione: case, solo case, troppe case per un gatto nato in campagna, palazzi alti con i muri lisci come l’olio. Dove avrebbe potuto trovare rifugio? Lì in fondo svettava un bel pino, ma dopo aver fiutato un po’ in giro Micio storse il naso: quel giardino puzzava di cane a chilometri di distanza! E quel bell’alberello laggiù? No, sospettava che anche in quel cortile ci fosse un cane. Ma avevano tutti un cane in quella città? Le piante che costeggiavano la via poi erano troppo delicate e piccole: sarebbe bastato un alito di vento per piegarle. Intanto la stanchezza cominciava a farsi sentire: nel giro di poche ore la sua vita era stata completamente sconvolta. Non aveva davvero idea di cosa fare, a chi chiedere aiuto, dove andare. Poco prima era nella confortevole cuccia sul pianale del furgoncino e ora zac! era un gatto senza famiglia, un randagio. Rabbrividì a quella parola. I randagi erano molto pericolosi - lui lo sapeva bene - soprattutto per un cucciolo; la mamma infatti soffiava e miagolava se qualche randagio osava avventurarsi nel loro territorio.
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Nel frattempo aveva percorso altre strade e altri viali, ma di un albero che gli ispirasse fiducia neppure l’ombra. A un certo punto però il suo naso vibrò nel riconoscere un inconfondibile odore: una quercia! Quella sì che sarebbe stata perfetta come rifugio! Svoltò l’angolo quasi correndo, rincuorato, ma si ritrovò davanti solo i poveri resti di quella che senza dubbio era stata una bella e possente quercia: una catasta di legna alta quanto il primo piano della casa a cui era appoggiata. Micio annusò i tronchi ancora odorosi di resina; la legna doveva essere stata tagliata di recente.
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«Non sarà un albero» si disse «ma di sicuro è la cosa che più gli si avvicina qua intorno». Così, una zampa dopo l’altra, scalò quella montagna di legna che gli parlava di campagna.
Di fianco c’era un tetto malandato di assi e lamiere sconnesse, probabilmente un garage, e Micio agilmente lasciò la sua comoda scala di tronchi. Non era un albero, ma era in alto, e poteva andare. Finalmente si sentiva al sicuro quel tanto che bastava per poter riflettere sulla situazione e decidere il da farsi. Ma la stanchezza, la tensione accumulata e la lunga camminata lo avevano stremato. Micio si arrotolò la coda attorno al corpo e si addormentò profondamente.

2

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Martina sollevò il disegno dal banco per osservarlo meglio: sì, le era venuto davvero bene, era proprio soddisfatta. Celeste sbirciò il foglio dell’amica ed esclamò: – Che bel gatto! –. Poi le domandò: – Perché gli hai colorato il muso di nero?
– Perché è un siamese, e i siamesi hanno il muso nero – spiegò l’altra.
– Cos’è, vuoi un gatto?
Martina non rispose. Non lo voleva un gatto. O meglio, non aveva mai pensato di volerlo prima della sera precedente, quando lei e la mamma erano andate a trovare zia Matilde che aveva, appunto, un bellissimo siamese. Il gatto in realtà non si era dimostrato poi così simpatico: se ne stava sulle sue e non aveva voluto farsi accarezzare più di tanto da Martina. Seduta in poltrona col gatto che la scrutava, Martina si era sentita in soggezione. Però era bello, con quel pelo morbido e gli occhi azzurri! E poi che eleganza! Quando si muoveva, con quei suoi polpastrelli leggeri, sul pavimento - tap tap facevano - pareva che non toccasse nemmeno il parquet! Martina ne era rimasta affascinata.
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– Di’ un po’, non vorrai mica farti regalare un gatto? – ribadì Celeste inviperita. – Non puoi! Litigherebbe con Arturo!
Arturo, per chi non lo sapesse, era il cane di Celeste. O meglio, il cane che Celeste avrebbe avuto un giorno e che per il momento si limitava a essere un “progetto di cane”, su cui però la ragazzina era serissima. Guai a contraddirla su quel punto! Arturo ci sarebbe stato, un giorno, il che lo rendeva esistente già di per sé.
– Dovresti farti regalare un cane, così li porteremmo a spasso insieme – continuò Celeste mentre cancellava buona parte del colore dal suo disegno: una civetta strabica che dal banco guardava Martina.
Il gatto fruttò un “bravissima più” a Martina, Celeste invece appallottolò il suo “brava” nella cartella uscendo da scuola. Le due inseparabili amiche si avviarono verso casa a piedi come erano solite fare. Martina raccontava del siamese di zia Matilde e di quanto l’avesse affascinata, Celeste della civetta che aveva visto nel fine settimana appena trascorso in campeggio con i genitori. – E alla fine papà le ha fatto una foto… Vedessi quant’è bella! Devi venire a casa mia dopo i compiti…
Martina annuì. Le piaceva stare a casa di Celeste; i suoi genitori erano molto gentili e premurosi.
All’angolo del palazzo di Celeste le due amiche si separarono, e Martina arrivò al portoncino di casa sua. Salì al piano, girò la chiave nella serratura ed entrò nell’appartamento silenzioso. La mamma sarebbe tornata di lì a poco dal lavoro, ma Martina, dall’alto dei suoi nove anni, aveva già un mazzo di chiavi tutto suo e ne andava terribilmente fiera; a molti suoi compagni di classe questo privilegio non era concesso. Lei, però, era una “bambina giudiziosa”, come diceva la maestra Pina, e poi la sua mamma faceva l’infermiera e, a causa dei suoi orari strani, quello era l’unico modo che aveva per tornare a casa dopo la scuola. Si tolse la giacca e iniziò ad apparecchiare la tavola.
«Certo,» pensò «se ci fosse ancora papà…» ma il rumore dei passi di sua madre sul pianerottolo la distolse da quel pensiero triste. Anche se Francesca, la mamma di Martina, cercava di nascondere il dolore ancora forte per la perdita del marito, pranzarono allegramente, raccontandosi le rispettive giornate.
Fu quando la mamma andò a farsi una doccia, dopo pranzo, e Martina rimase da sola nella cucina silenziosa, che lo sentì per la prima volta: energico e triste, uno sconsolato “miao!” riempì la stanza. Lì per lì Martina rimase bloccata dallo stupore: da dove proveniva quel miagolio? Il televisore era spento e non si trattava neppure della suoneria di un cellulare. Era stato proprio un “miao” vero di un gatto vero. Si guardò attorno quasi aspettandosi di vederne saltare fuori uno dal lavandino, ma la cucina era tornata silenziosa. «Che sciocca,» si disse «ti sei fatta suggestionare da quel disegno a scuola!». Prese i quaderni dalla cartella e stava per sedersi al tavolo della cucina quando un altro poderoso “miao” la fece sobbalzare. Altroché se c’era un gatto! Un gatto tenore, per giunta, se la sua voce arrivava così forte in cucina! Che ne avesse adottato uno la vicina del piano di s...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Gatto a distanza
  3. Capitolo 1
  4. Capitolo 2
  5. Capitolo 3
  6. Capitolo 4
  7. Capitolo 5
  8. Capitolo 6
  9. Capitolo 7
  10. Capitolo 8
  11. Capitolo 9
  12. Capitolo 10
  13. Capitolo 11
  14. Capitolo 12
  15. Capitolo 13
  16. Capitolo 14
  17. Capitolo 15
  18. Capitolo 16
  19. Capitolo 17
  20. CHI E’ GRAZIA CIAVATTA?
  21. CHI E’ DONATA PIZZATO?
  22. Ti è piaciuto questo libro? Allora puoi leggere anche:
  23. Copyright