– PER FAVORE, cercate di spicciarvi a mangiare, se no arriviamo tardi.
Mamma era un po’ nervosa, ma papà rideva: – Certo che dobbiamo fare in fretta! Abbiamo appuntamento con un muro.
Con un muro che parla e canta, però. Ma Leo questa frase la disse solo dentro di sé. Era meglio non perdere altro tempo. Per sicurezza afferrò la mezza mela che gli era rimasta e si alzò, scostando la sedia.
– Finisci di mangiare! – gli gridò la mamma, ma intanto si era mossa anche lei.
Il muro era nel loro appartamento, e precisamente nella stanza di mamma e papà, quella in fondo alla casa.
Leo si era già seduto per terra a gambe incrociate e di profilo, con un orecchio appiccicato al famoso muro, mentre sua sorella Lisetta, con quella faccia da regina sempre offesa, si era accomodata sulla seggiolina rossa di quando era piccola, anche lei di profilo.
Mamma era su una sedia vera dietro a Lisetta. Tutti così in fila, appoggiati alla parete, sembrava che fossero su un tram o sui banchi di scuola, in attesa della maestra.
Solo papà se ne stava in piedi, come se di quel muro non gli importasse niente. Aveva l’aria di uno che sta lì per caso, solo per prendere in giro gli altri della famiglia.
Ma faceva finta, perché dopo un po’ Leo si era accorto che papà stava così attento e attaccato alla parete che l’orecchio sinistro era diventato quasi rosso.
Ecco, finalmente il muro stava cominciando a fare il suo lavoro.
Prima la musichetta e poi la voce di un uomo e di una ragazza che scherzavano fra loro. Però subito dopo l’uomo e la signorina diventavano seri.
Qualcuno stava per commettere un terribile delitto. Lo si capiva perché la musica faceva una specie di dooong con suoni sempre più profondi.
E infatti il delitto arrivava, e le voci e le urla facevano veramente paura.
Ma poi, per fortuna, entrava in scena l’eroe di tutta la storia, il commissario Pasquarosa, un tipo furbissimo anche se un po’ distratto, che ogni tanto s’imbrogliava con le parole. Il commissario indagava con l’aiuto del suo assistente, un certo Gastone, che però era un po’ sciocco e parlava troppo.
Gastone voleva sempre dire la sua sul delitto e su chi era l’assassino, ma non indovinava mai.
E alla fine il commissario Pasquarosa spiegava tutto perché, anche se distratto, era intelligentissimo.
Ogni tanto Leo provava a dire “è il portiere” oppure “ è il garzone del fornaio”, ma sua sorella gli gridava: – Stai zitto, non ci fai sentire niente! –, e anche mamma le dava ragione.
Comunque quelle del commissario Pasquarosa erano storie bellissime. Leo e gli altri aspettavano l’appuntamento con il muro per ben sei giorni. Ascoltare tutte quelle cose emozionanti era un tale piacere da farti allegria per tutta la settimana.
Certo, le sentivano attraverso un muro. Ma la spiegazione era abbastanza semplice: dietro quel muro c’era una radio.
Tutto qui. Niente misteri e magie.
Il fatto è che loro la radio non l’avevano. Non l’avevano proprio, e perciò dovevano “spiare” quella dei vicini.
«Per fortuna i nostri vicini sono vecchi e sordi!» diceva mamma (lo diceva tutte le volte). «Tengono il volume così alto che possiamo sentire come se la radio fosse nella nostra stanza.»
Sì, era una vera fortuna. Anche Leo lo pensava. Se i vicini non fossero stati così vecchi e sordi, niente commissario Pasquarosa e niente dooong a farti paura.
Perché a casa sua non ci fosse la radio, Leo non l’aveva capito tanto bene. Papà gli aveva detto che era stato il “Governo” a proibirlo, con una legge fatta apposta.
Leo sapeva che il “Governo” è quello che comanda su tutti, inventa le leggi e se i cittadini non le rispettano manda le guardie.
Questo però valeva per i ladri e gli assassini, tipo quelli che il commissario Pasquarosa riusciva sempre a scovare, o per quelli che compravano le cose da mangiare di nascosto, senza adoperare i bollini della tessera1. Cosa c’entravano le radio? Che gliene importava al Governo della loro radio, che aveva anche una manopola rotta?
Se le cose stavano così, magari al Governo poteva perfino venire in mente di portar via proprio a lui, Leo, il meccano con la gru, che era il suo giocattolo preferito e l’unico che era costato un bel po’.
Papà e mamma un giorno avevano cercato di spiegarglielo.
«Sei grande ormai,» aveva detto papà «devi capire che cosa sta succedendo», e gli aveva chiesto di sedersi vicino a lui.
Seduto ben dritto e composto su una sedia, come gli adulti! E poi mamma e papà avevano tirato fuori una spiegazione molto strana.
Loro non potevano avere una radio perché erano ebrei.
E pretendevano che lui ci credesse. Altro che grande, lo avevano preso per un bambino dell’asilo!
Ci sono delle cose che gli ebrei non possono fare, Leo lo sapeva benissimo. Per esempio non possono farsi il segno della croce e nemmeno gridare «Oh, Madonna mia!» se si spaventano per qualche cosa. Una volta che, dopo un tuono fortissimo, Leo aveva strillato «Oh, Madonna mia!» (lo aveva fatto per imitare Antonietta, la sua amica del cortile), la nonna si era arrabbiata e aveva addirittura rimproverato la mamma dicendole che non sapeva educare i suoi figli.
Ma questo succedeva perché gli ebrei hanno una loro religione e non possono copiare da un’altra. Per gli ebrei, in cielo c’è un solo Dio per tutti che se ne sta da solo, non in compagnia di Gesù o della Madonna.
Forse era sbagliato, come diceva Antonietta, ma ognuno la pensa come vuole. Questo Leo lo sapeva benissimo.
La radio però non c’entrava niente con la religione. Ai tempi di Gesù la radio nemmeno c’era!
OLTRE A QUELLO della radio e dei vicini, in famiglia c’erano altri segreti, che piano piano mamma e papà cercavano di spiegare a Leo.
Però lui ne aveva già uno tutto suo.
Non era un vero e proprio segreto, visto che un sacco di persone lo conoscevano.
Insomma, lui non si chiamava Leo.
Il suo vero nome era Leone, ed è chiaro che con un nome così trovi sempre qualcuno pronto a prenderti in giro.
Infatti a scuola, dove c’erano i documenti e le pagelle e quindi non si poteva mentire, i bambini prima gli gridavano «Leone!» e poi gli facevano versacci spalancando la bocca in una specie di ruggito.
Poi dicevano: «Leone non è il nome giusto, ti dovresti chiamare Coniglio».
E questo succedeva per via di una brutta avventura che gli era capitata all’inizio dell’anno e che aveva trasformato la scuola in un posto dove Leo non andava volentieri. Anzi, addirittura in un incubo.
Pensare che prima era tutto così semplice! Di noioso c’era che, sempre per le famose leggi contro gli ebrei, la sua scuola non poteva essere quella del quartiere dove andavano tutti i suoi amici, e che in più era vicinissima.
No, a lui e a sua sorella toccava andare in quella ebraica vicino al Tevere, che era un po’ lontana da Testaccio, dove abitavano loro.
Poi però si erano abituati.
Nei primi tempi papà li accompagnava la mattina, mamma veniva a riprenderli, e la noia era solo la lunga camminata, visto che il biglietto del tram era un lusso riservato ai giorni di pioggia.
Ma da quando sua sorella era alle medie, mamma e papà avevano deciso che poteva tornare a casa da sola, naturalmente portandosi dietro il “fratellino”, che poi era Leo.
Lisetta aveva gridato: «Non lo voglio con me! È troppo stupido! E se poi non mi obbedisce e scappa e va a finire sotto una macchina?».
Mamma aveva obbligato Leo a promettere di dare la mano a sua sorella, almeno nei punti dove bisognava attraversare la strada.
Figuriamoci se Leo era contento! A otto anni, dover dare la sua mano, che sapeva anche costruire una gru, a una femmina che lo chiamava “stupido”.
E invece la stupida era lei!
Per tutta la strada, infatti, Lisetta parlava all’orecchio della sua amica Celeste, ridendo, e lui nemmeno lo guardava. Solo quando dovevano attraversare gli prendeva la mano, ma la stringeva troppo per fargli dispetto.
Era fortunata ad avere un’amica del loro stesso quartiere che andava anche lei alla scuola ebraica. Così potevano tenersi compagnia per tutta la strada.
Leo no. Conosceva solo i bambini del cortile che andavano tutti alla scuola pubblica del quartiere. Non è che Lisetta fosse sempre cattiva, però.
Un giorno Leo era uscito piangendo da scuola perché la maestra lo aveva rimproverato. Un rimprovero ingiusto, visto che lui aveva semplicemente dato un calcio a un bambino che gli aveva fatto per la centesima volta la smorfia del leone. Non era un vero calcio, aveva solo allungato la gamba, ma la maestra lo aveva messo in punizione: mezz’ora in piedi dietro la lavagna.
Beh, quella volta sua sorella l’aveva consolato e gli aveva anche permesso di attraversare la strada senza darle la mano. Così Leo per la soddisfazione era tornato indietro e l’aveva attraversata due volte.
Ma la tremenda avventura non era stata questa.
A PRENDERE IN GIRO Leo facendogli la smorfia del leone erano più che altro certi ragazzini prepotenti e scatenati che abitavano nel quartiere ebraico lì vicino ed erano abituati a stare sempre per strada, molto più liberi di Leo.
All’inizio lo chiamavano anche “cocco di mamma”, solo perché sua madre veniva ad aspettarlo ...