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Comparvero quattro anni prima che portassero via suo padre: dapprima uno o due, lo sguardo appannato come se non avessero mai visto una casa, e poi ne vennero altri. Arrivavano curvi e terrei, gli occhi bassi e circospetti, da Groznyj, Šali, Urus-Martan, una lunga teoria verso le montagne. Alcuni portavano i generi di prima necessità: scarpe, calze di lana, altre calze di lana, denaro per le mazzette. Quelli che avevano perduto tutto, persino la ragione, portavano le cose più assurde: un uomo che nell’esplosione di un razzo Uragan aveva perso i genitori e i figli portava con sé la chiave della casa in cui erano morti; una donna rimasta vedova tre volte portava il ritratto incorniciato di una faccia che nessuno aveva visto in carne e ossa da almeno cent’anni, e neppure un’immagine dei suoi mariti; un burocrate in pensione portava con sé il raccoglitore di un regolamento, convinto che quelle regole fossero inviolabili per sempre. Altri non portavano niente. Continuavano ad arrivare, con i vestiti che sembravano sempre più larghi addosso. Havaa aveva appena imparato l’alfabeto arabo, e nelle loro figure ritrovava la sagoma delle lettere.
Suo padre ne aveva fatti accomodare uno o due, i primi, al tavolo di cucina e aveva messo davanti a loro così tanto cibo che dopo si erano quasi rifiutati di andarsene. La voce si era propagata tra i ranghi dei profughi, e ben presto il loro numero aveva superato le magre disponibilità dei suoi genitori. Un giorno era tornata a casa dal bosco e aveva trovato i mobili della sua camera da letto sparpagliati in cortile, con Achmed e suo padre che fabbricavano nuovi letti modellati sul suo, l’aria pungente di segatura e il sole che brillava sulle loro schiene nude. Due giorni dopo la sua camera era diventata un ostello a tre letti. I profughi – ecco cos’erano, poteva dirlo in ceceno e scriverlo in arabo – pagavano come potevano per il pernottamento, due pasti e il filo per stendere. La vergogna che serrava i ventricoli di Dokka ogni volta che si faceva pagare si ridusse ben presto a una lievissima contrazione, facile da ignorare. Il primo e il millesimo profugo venivano da popoli diversi: uno meritava compassione e ospitalità, l’altro niente. Dormano pure all’aperto, finché avranno i gioielli della nonna a scaldarli. Che si mangino pure i loro rubli. Ma siccome ben pochi possedevano gioielli e rubli, e Dokka era incapace di mandare via chi aveva davvero bisogno, i suoi parametri per il pagamento si ampliarono fino a includere quasi tutto. Ninnoli e ricordi di famiglia andavano ad Havaa, che li collezionava come souvenir, e così, invece che con i giocattoli o con i compiti a casa, si baloccava e studiava con una ballerina di plastica raffigurata in una piroetta, un manuale per riconoscere la flora del Caucaso, e qualunque altra cosa suo padre giudicasse sufficiente per un giaciglio di fortuna in una notte d’inverno. Lei adesso dormiva su un materasso appoggiato sul pavimento della camera da letto dei genitori. Molte notti le capitava di risvegliarsi nel lettone fra loro due, il suo calore corporeo custodito fra i loro, e nel buio riusciva a distinguere l’una dall’altro dalle dimensioni delle dita.
Altre persone arrivavano il sabato e la domenica, estranei più riposati e meglio vestiti, che venivano a cercare Achmed. Se avevano sentito parlare del fantasma del pedofilo lasciavano fuori i figli prima di entrare nella casa abbandonata, le braccia cariche di quello che portavano in dono: bende di lino, lenze da usare come fili per sutura, gesso in polvere, sacche di tela piene di vecchie riviste e foulard di cotone. Sedevano dritti e immobili in sala d’attesa, timorosi di respirare troppo forte, di far scricchiolare le delicate sedie pieghevoli rompendo così la solennità che il momento richiedeva. Achmed li chiamava, una famiglia per volta, come se fossero suoi pazienti. E avrebbe voluto che lo fossero, perché lo trattavano con tanto più rispetto dei suoi veri pazienti, e sapeva di poter fare di più per loro. Entrando nello studio di Achmed, la famiglia probabilmente sapeva che era il peggior medico della Cecenia. Mentre si accomodavano sulle sedie pieghevoli davanti alla sua scrivania, probabilmente sapevano che aveva seguito la vocazione sbagliata. Probabilmente sapevano che il medico peggiore della Cecenia era il suo ritrattista di maggior talento.
Il padre poteva interrompere il silenzio con un colpo di tosse e, pregando che Achmed non volesse esaminargli il petto, descriveva la forma del naso di suo figlio. Piatto e largo, poteva dire, come se da piccolo gliel’avessero schiacciato con una padellata. No, no, no, capitava che negasse la madre prima che la matita di Achmed si posasse sul foglio. È un naso normale, un naso regolare, un bel naso, e non è mai stato colpito con una padella, né con una pentola e neppure con un pentolino; con un mestolo sì, naturalmente, c’era da aspettarselo, perché per una madre la cucina era il suo santuario e doveva pure mantenere l’ordine. Poi poteva succedere che si intromettesse un cugino, una sorella, una figlia addolorata che ricordava fin troppo bene il colpo di mestolo sul proprio palmo proteso. La conversazione avrebbe anche potuto degenerare se Achmed non avesse sollevato un dito per farli tacere; aveva già sentito quelle discussioni, aveva visto il dolore che deformava il tessuto del ricordo al punto tale che una madre rifiutava di riconoscere il figlio descritto dal padre, e il padre, di solito sottomesso alle richieste della moglie, era davvero convinto che suo figlio avesse un naso così schiacciato da dover respirare attraverso la bocca. Allora chiedeva a tutti di chiudere gli occhi, sperando che le bocche facessero altrettanto. Chiedeva a tutti di concentrarsi.
Ingobbito sulla scrivania dalle gambe di metallo, una tazza di tè nero tiepido fra le mani, Achmed poteva allora ripensare alla sua infanzia, agli schizzi di scheletri di serpi, di tendini delle ginocchia, di vasi sanguigni che suo padre aveva scambiato per interesse per la scienza. Ripensava alla facoltà di medicina, quando per un anno aveva marinato le lezioni di patologia per seguire quelle d’arte. A quel punto un cambio di carriera era improponibile: era una bottiglia gettata in mare, in cui i compaesani avevano infilato i loro desideri, e per quanto potesse desiderare di arrendersi, non voleva deludere tutti coloro che contavano su di lui perché li trasportasse sulle acque. Eppure disegnava nature morte quando avrebbe dovuto tracciare diagrammi, studiava modelle quando avrebbe dovuto esaminare cadaveri. Quando si era laureato in medicina fra gli ultimi del suo corso, non sapeva che il fardello della sua disgrazia, pesante come cento rubli in monete da cinque copechi, si sarebbe un giorno convertito in tagli meno ponderosi quando intere famiglie, come questa, si sarebbero presentate da lui sapendo che era un medico troppo incompetente per salvare la vita di un figlio, ma un artista così capace e di talento da saperlo riportare in vita per loro.
Ogni mezzo minuto faceva scivolare il foglio sulla scrivania e cercava sulle loro facce la pausa del riconoscimento. Sì, queste sono proprio le sue orecchie, fatte proprio così. No, aveva ragione mia moglie, il suo naso non è così largo, e lei non gli ha mai dato una padellata. Gli errori scomparivano sotto gli spigoli rosa di una gomma per cancellare. Questo è lui, dicevano. È nostro.
Certi ritratti trovavano la loro collocazione sui chioschi dai quali restavano a fissare il passaggio dei profughi, alla ricerca di un loro riflesso nella processione. Altri trovavano riposo in spazi più privati: sotto il vetro di una cornice appesa su un letto vuoto, o ripiegato in un portafogli che non conteneva altro, o chiuso nel cassetto di una scrivania accanto a un certificato di nascita che documentava esattamente ora, giorno e luogo in cui quella vita era venuta al mondo. Chi era scomparso restava scomparso e questo, i ritratti, non potevano cambiarlo. Ma quando Achmed faceva scivolare il ritratto finito sul piano della scrivania e la famiglia vedeva la forma di quell’amato naso, l’aria sembrava defluire dalla stanza, sostituita dal miracolo del riconoscimento mentre madre, padre, sorella, fratello, zia e cugina ritrovavano in quel naso il figlio, fratello, nipote e cugino che era stato, che sarebbe stato, che sarebbe potuto essere, e potevano inseguire quella possibilità, come personaggi dei cartoni animati che superavano di corsa l’orlo del burrone sostenuti soltanto dalla certezza della strada sotto di loro finché non guardavano in basso – e piombavano giù è la parola usata dal fratello minore che, a sedici anni, è stufo di essere il più giovane e spera nel ritorno del fratello maggiore per diversi motivi, non ultimo perché si sposi e abbia un figlio cosicché il fratello più giovane smetterà di essere il più giovane; quel fratello più giovane, che non ha niente da dire sul naso del fratello maggiore perché lui, il naso di suo fratello maggiore, se lo ricorda e non ha bisogno che quel naso assuma il significato che hanno bisogno di attribuirgli i suoi genitori, è quello che fra sei mesi sarebbe scomparso nel retro di un camion, così come era scomparso suo fratello; che avrebbe riconosciuto la Discarica attraverso la benda sugli occhi e il bavaglio sulla bocca per il suo penetrante odore d’argilla, così come l’aveva riconosciuta il fratello maggiore; è quello a cui avrebbero legato le dita con lo stesso filo elettrico che si era saldato alle ossa del fratello maggiore; che sarebbe rimasto in piedi sul bordo di una fossa comune che suo fratello aveva scavato e ci sarebbe caduto dentro com’era caduto suo fratello, anche se gli ci sarebbero voluti sei minuti e quattro proiettili in più per morire; che sarebbe stato sepolto sopra il fratello maggiore con un braccio di terra a separarli e, con il tempo, le sue ossa avrebbero ritrovato quelle del fratello maggiore e così, in un momento indeterminato del futuro, avrebbe esaurito la preghiera di sua madre che voleva che i suoi ragazzi potessero riunirsi, ovunque fossero; quel fratello più giovane avrebbe avuto un sorriso in faccia e il più stupido dei pensieri nella testa un attimo prima che il primo proiettile gliela spaccasse, pensando che quel giorno di sei mesi prima, quando erano andati tutti insieme a farsi fare il ritratto del fratello maggiore, doveva farsi fare anche il suo, perché adesso i suoi genitori sarebbero stati costretti a un altro viaggio, e sperava che lo avrebbero fatto, sperava che lo avrebbero fatto perché anche se lui, il naso di suo fratello maggiore, lo conosceva, non era preparato a vederlo su quel foglio di carta, a provare la densità del senso di perdita che generava, l’incredibile dolore di averlo amato e di non averlo mai stretto forte e gettato, come suo fratello aveva fatto, nel lago d’estate, ma non c’era altro che aria, e avrebbe creduto che quel piombare giù fosse quanto di più vicino sarebbero mai tornati a essere, e con il primo proiettile un fratello sarebbe caduto a un braccio di distanza dall’altro, e con il quinto la benda sugli occhi si sarebbe dissolta e la luce fino a quel momento bloccata sarebbe stata per sempre, e sulla parete della cucina dei suoi genitori il suo ritratto è appeso a un braccio di distanza da quello del fratello maggiore, e sua madre trascorre pomeriggi interi a fissarli, pregando che possano ritrovarsi, ovunque siano.
Una domenica sì e una no, Achmed e Ramzan venivano a giocare a scacchi con suo padre. Ramzan arrivava per primo e bussava con la fronte, le braccia strette attorno alla pentola dello stufato; a volte portava mance prelibate, che si elargiva da solo, dai carichi che trasportava da e verso le montagne: trota sottaceto o marmellata di prugne, agnello salato, noci candite. Poi arrivava Achmed, entrando senza bussare, agguantava Havaa e se la sollevava sulle spalle, minacciando di farla sposare con un rospo. In salotto Havaa serviva loro il tè, e più che un dovere domestico le sembrava il suo pur modesto contributo al pomeriggio. Ai suoi occhi, i tre uomini formavano una famiglia, in cui lei non era la figlia ma una sorella minore. Tutto questo cambiò quando cominciò a venire anche Chasan, a intervalli di qualche mese, come se la struttura invisibile costruita fra loro non riuscisse a sopportare il peso di un altro uomo. In sua presenza la risata vivace di Ramzan si smorzava e il risentimento montava dietro la sua espressione tranquilla. Achmed e Chasan monopolizzavano la conversazione e Ramzan osservava, in attesa di un’opportunità, ma, quando se ne presentava una, non sapeva mai cosa dire.
Mentre gli uomini mangiavano, lei e sua madre restavano in cucina. Quell’abitudine le sembrava così ingiusta e non capiva perché sua madre, di solito testarda come un bue rintronato, vi si sottomettesse. Suo padre le permetteva di raggiungerli appena avevano finito, purché non si mangiasse le unghie, e l’ottomana le forniva la postazione ideale da cui seguire la partita a scacchi. Era una splendida scacchiera di betulla laccata, bordata di madreperla. Dovevano averla ricavata da un legno magico, perché in tutto il tempo che aveva trascorso nel bosco non le era mai capitato di vedere un albero così lucente. I pezzi, suddivisi per colore e legati a regole precise, facevano della guerra un’impresa corretta e ordinata. Le teste bulbose di pedoni e imam, rese calve dal tocco di troppe dita, erano le sue preferite; mesi dopo, si sarebbe chiesta come mai ribelli e Federali, per la maggior parte sulla ventina, avessero ancora tutti quei capelli. Suo padre era così bravo che Ramzan e Achmed giocavano in squadra contro di lui. I due si consultavano e cospiravano prima di ogni mossa, e suo padre leggeva un libro mentre loro decidevano, così sicuro della sua abilità da non preoccuparsi se Ramzan barava. Una volta le aveva detto che il vero giocatore di scacchi pensa con le dita, e se ne sarebbe ricordata tredici mesi dopo, quando il padre perse le proprie. Quando arrivava il suo turno saggiava l’aria, indeciso; poi, come se ogni dito arrivasse per conto suo alla medesima conclusione, si congiungevano sul cranio di legno dell’imam che uccideva Boris Eltsin, come ogni buon jihadista.
Con loro, suo padre perse solo due volte. La prima fu nel 2001, la domenica dopo che una compagnia di ribelli feriti trascorse a Eldár una notte della loro ritirata di diciotto mesi. Arrivarono dall’ospedale di Volčansk, elemento che Achmed avrebbe potuto sfruttare a suo favore quando in seguito ci portò la bambina, se solo se ne fosse ricordato. Quando erano entrati zoppicando nella piazza del paese, le braccia appese al collo, gli occhi rossi per lo sfinimento, i paesani lì raccolti pensarono che lo avevano lasciato troppo presto, l’ospedale. Uno era sulla sedia a rotelle. Come avevano fatto a sfuggire ai Federali? Le fasce verdi che portavano attorno alla testa proclamavano Allāhu Akbar in calligrafia araba dorata. I paesani, tra cui Havaa, si avvicinarono ai ribelli, incuriositi ma circospetti. Molti, tra cui Havaa, non avevano mai visto un ribelle in carne e ossa. Erano un territorio oltre l’orizzonte: figli e fratelli andavano dai ribelli e non si rivedevano più. Diverse madri parlarono direttamente con loro chiedendo notizie dei figli, ma molti, tra cui Havaa, osservarono in silenzio. Un brivido percorse l’intera assemblea quando il comandante in capo, un ometto basso, piantò nella piazza la bandiera verde dell’indipendenza nazionale. Con quell’atto i ribelli – così indeboliti che un branco di ragazzini armati di attrezzi da giardinaggio avrebbe potuto sopraffarli – si erano ufficialmente impadroniti del paese, condannandolo così alla liberazione da parte dei russi.
Chiesero cure mediche e vennero accompagnati al cospetto di Achmed da una dozzina di paesani che fecero le presentazioni e scomparvero, grati per la prima volta dell’ambulatorio. Solo dopo aver controllato gli armadi della biancheria per evitare possibili imboscate dei Federali, i ribelli accettarono di posare le armi. Dall’estremità opposta del paese, Havaa non vide niente di tutto questo. Era seduta con sua madre, al sicuro in cucina. Avesse visto il comandante basso e tarchiato, avrebbe potuto pensare che somigliava a un mezzo sacco di grano in mimetica. Il comandante si rivolse ad Achmed con cortesia, sottolineò più volte l’importanza del sacrificio comune nella campagna per distruggere il flagello di quei senzadio dei russi. Achmed teneva le mani intrecciate, senza che una riuscisse a impedire all’altra di tremare. Avvisò il comandante che non era un granché come medico, che a quanto si diceva il fantasma di un pedofilo infestava l’ambulatorio, e che avrebbe preferito di gran lunga fargli un ritratto. Con una voce placida e profonda, mentre si sbottonava la camicia, il comandante informò Achmed che, se non fosse diventato il miglior medico della Cecenia nei successivi cinque minuti, anche lui sarebbe presto finito a infestare la clinica. Un filo chirurgico che Achmed non ave...