Il tesoro di Leonardo
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Il tesoro di Leonardo

  1. 288 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Leo e Cecilia non si sono mai visti prima, quando si incontrano un giorno al Castello Sforzesco di Milano. Lei vuole ritrovare il tesoro che Leonardo da Vinci nascose nel 1499, prima di fuggire dalla città. Leo, invece, non può sopportare il grande genio italiano, perché gli ricorda troppo il padre scomparso. Da questo fortuito incontro, però, parte una vera e propria caccia al tesoro sulla traccia degli indizi che Leonardo ha disseminato per la città; e Leo e Cecilia dovranno anche cercare di battere sul tempo un misterioso collezionista d'arte...

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Informazioni

Print ISBN
9788856621426
eBook ISBN
9788858512807

1

FURTO
AL
CASTELLO

Milano, martedì 23 dicembre 2014
– Ci sono quasi – mormorò Leo Sawyer mentre le sue dita correvano frenetiche sulla tastiera del computer portatile.
Sul monitor, schermate di numeri e dati si susseguivano incomprensibili per chiunque non avesse almeno una laurea in ingegneria informatica, ma Leo, che si muoveva tra codici e algoritmi con destrezza invidiabile, aveva solo tredici anni. Per il suo docente di informatica era un piccolo fenomeno.
– Manca ancora poco… – disse ad alta voce mentre sempre nuove finestre si aprivano davanti ai suoi occhi.
Era solo nella stanza degli ospiti dei nonni, ma l’abitudine di borbottare ce l’aveva sempre avuta.
Osservava la pagina che più gli interessava del sito della sua scuola, una pagina superprotetta da password di ogni tipo. La chiuse e aprì l’home del sito, a cui ogni studente poteva accedere con i dati con cui si era registrato al momento dell’iscrizione. Pochi se ne servivano, ma una volta registrati era possibile accedere a un’area per i dati anagrafici, dove sbrigare semplici faccende come l’aggiornamento del proprio indirizzo o della situazione famigliare.
Diede un’occhiata distratta ai soli due nomi che comparivano nella sua scheda, il suo e quello di sua madre. Papà se n’era andato tanti anni prima, al punto che lui ne conservava solo pochi ricordi.
Non volle fermarsi a rimuginare sul suo poco allegro passato, c’era altro che gli interessava sullo schermo. Fece scorrere verso il basso la pagina e giù, in un angolino, trovò il link che conduceva alla pagina dell’amministratore del sito. Lo cliccò e si aprì una schermata poco invitante, fatta di codici e numeri. Iniziò a digitare parole e simboli grafici finché, con un’ultima combinazione di tasti, tutte le finestre si richiusero di colpo come per magia, tranne una.
– Ce l’ho fatta! – esclamò soddisfatto Leo sgranando i profondi occhi scuri. Davanti a lui, la pagina superprotetta lo attendeva ora libera e indifesa. Aveva infatti scoperto che l’amministratore del sito, probabilmente qualche nerd sfaccendato che lavorava per la scuola, aveva pubblicato sulla sua pagina tutti i dati di accesso. Certo, erano cifrati, ma non gli ci era voluto nulla per craccarli.
Tante volte si era accorto che per accedere a una pagina superprotetta, non era necessario conoscere le password. Bastava trovare un ingresso alternativo. E in tutti i siti, qualche punto debole c’era sempre. Conosceva bene il modo di ragionare dei programmatori. Era come se volessero proteggere casa loro con una porta blindata dotata di serrature complicatissime, ma poi lasciassero sempre aperta la porticina del gatto sul retro.
Volendo fare i disonesti, avrebbe potuto modificare i suoi voti scolastici. La cosa gli avrebbe fatto comodo: in Storia e Geografia non se la cavava proprio benissimo. Leo, però, era lì per ben altro e ora scrutava la pagina tanto ambita: quella delle votazioni per Miss Happy New Year, la reginetta di fine anno della scuola, che tutti gli studenti dovevano votare durante le vacanze natalizie.
– Interessante… – osservò Leo. Prevedibilmente, ai primi due posti c’erano le gemelle Simmons, due ragazzine che erano tanto bionde quanto antipatiche. Leo non le sopportava.
Scorse la lista e solo verso la centocinquantesima posizione trovò il nome della sua amica Jenny Rawlings. D’accordo, Jenny non era uno schianto di ragazza, portava gli occhiali spessi e pesava come un vitellino in carne, ma era molto sveglia e quanto a simpatia dava la polvere a tanti maschi. E poi, forse aveva un debole per lui, visto che lo aiutava sempre durante le verifiche in classe. Se all’ultima prova sulla battaglia di Trafalgar non ne era uscito con le ossa rotte lo doveva solo a lei. In definitiva, era merito suo se ora non si trovava confinato a Londra sui libri, ma a Milano, in vacanza premio dai nonni. Jenny si meritava proprio un bel regalo.
Leo ci mise solo pochi minuti per scalzare le due Simmons dal vertice e spostarle oltre quota cento. Jenny si ritrovò al primo posto, con 48 voti di vantaggio sulla nuova numero due, l’attraente ma svampita Cissy Black.
In fondo, ragionò Leo, chi aveva stabilito che il criterio per eleggere una Miss dovesse essere unicamente quello della bellezza?
Radioso per la missione compiuta, uscì dal server della scuola cancellando ogni traccia del suo passaggio. Quindi chiuse il computer e recuperò l’ultimo libro del re del cyberpunk, William Gibson, in cui non vedeva l’ora di immergersi. Sentì suonare il campanello. Pochi istanti dopo, la casa fu invasa dalle voci squillanti e ridanciane di quelle che dovevano essere le amiche della nonna.
– Pensate… – stava dicendo nonna Sandra dopo che furono entrate – abbiamo una compagnia speciale, per questo Natale. È venuto a trovarci il nostro nipotino inglese, Leo. Ora lo chiamo, così ve lo presento…
– Oh, no! – esclamò Leo balzando subito in piedi. Una mattinata a base di cioccolatini e strizzate di guance come se avesse ancora cinque anni non l’avrebbe sopportata.
– Leo? – chiamò la nonna dal corridoio mentre si avvicinava. – Vieni, abbiamo ospiti.
Leo si guardò intorno in preda al panico cercando una via di fuga poi, non trovando niente di meglio, si gettò a terra. Rotolò sotto il letto un istante prima che la porta si aprisse.
– Leo, vuoi… Oh, ma qui non c’è nessuno –. Una nota di delusione nella voce. – Guarda che disordine… – sospirò la nonna. Entrò, quasi volesse mettersi a rassettare, spostò una seggiola, raccolse una maglia da terra, poi forse si ricordò che aveva ospiti e uscì dalla stanza.
– Ragazze, mi dispiace – disse rivolta alle amiche. – Leo dev’essere uscito con Giulio senza che me ne accorgessi.
In effetti, avrebbe dovuto approfittare dell’offerta che a colazione gli aveva fatto nonno Giulio di accompagnarlo a fare due passi per la città, ma ormai era tardi. Leo allungò la testa oltre il bordo del letto e guardò il cielo fuori dalla finestra. Quei nuvoloni non promettevano niente di buono, ma anche una tempesta di neve sarebbe stata meglio del “trattamento nonnine”.
Sgusciò silenzioso da sotto il letto, quindi si infilò il giaccone e afferrò lo zaino. Raggiunse a quattro zampe l’ingresso e sbirciò oltre lo stipite. Nella sala accanto, chiome imbiancate dondolavano ridacchiando oltre la spalliera dei divani. Come un marine in territorio nemico, Leo si accucciò di nuovo e sgattaiolò infine accanto alla porta, la aprì e senza fare rumori uscì sul pianerottolo. La richiuse con ogni cautela e sospirò. Ora era libero, anche se non aveva la minima idea di dove andare.
Come ogni giorno, da quando erano iniziate le vacanze natalizie, Cecilia Galli entrò nella saletta e si sedette in terra, a gambe incrociate, davanti al muro. Si sistemò gli occhiali con la montatura rossa e guardò dritta davanti a sé. La targa di marmo era sempre al suo posto, là in alto, e il testo che vi era inciso non era minimamente cambiato. Sarebbe stato ridicolo anche solo pensare il contrario, visto che era lì identico da secoli, ma ormai Cecilia era pronta a immaginare qualunque cosa pur di trovare una soluzione a quell’enigma.
Nel Castello il riscaldamento funzionava a tratti e in quelle sale faceva più freddo che altrove. Si sfilò comunque il cappotto e tolse dalla cartella il suo diario fitto di appunti e ritagli. Ne scorse le pagine e giunse a quella in cui aveva trascritto il testo della targa. Era in latino e diceva:
ATRA IN FINE SUO FIUNT OM
NIA QUAE INTRA MORTALES
FELICITATEM HABUISSE
VIDENTUR
Anche se faceva solo la terza media, seguiva un corso facoltativo di latino e non le era stato difficile tradurre quelle parole. Significavano: “Triste diventa infine ogni cosa che fu creduta dai mortali felice”.
Era una riflessione sulla precarietà della vita: tutto prima o poi finisce, anche la felicità.
Cecilia sapeva che se quella frase si trovava in quella saletta del Castello Sforzesco c’era un motivo ben preciso. Proprio lì, infatti, il Duca di Milano Ludovico Sforza detto “il Moro”, così chiamato forse per il colorito della sua carnagione, aveva pianto nel 1497 la morte della giovane moglie Beatrice d’Este, deceduta a soli ventidue anni mentre cercava di dare alla luce il suo bambino. Le salette stesse erano definite “Negre” nei documenti dell’epoca, come a dire tristi, funeree.
Tutto chiaro e tutto logico. Ma Cecilia sapeva che c’era dell’altro. Quelle parole nascondevano un segreto e lei si stava scervellando da un paio di settimane per venirne a capo. Era stato il ritrovamento fortuito di un volumetto dedicato a Leonardo Da Vinci, dove era riprodotto un curioso foglio autografo mai segnalato da altri autori, a farle intuire che il genio toscano aveva inserito proprio lì un messaggio in codice di sorprendente importanza.
Immaginando dunque che il testo nascondesse qualche significato segreto, aveva provato ogni sistema possibile per decifrarlo. Aveva cercato di leggere una parola sì e una no, senza però ottenere nulla. Allora lo aveva letto partendo dal fondo per arrivare all’inizio: RUTNEDIV ESSIUBAH METAT… Niente da fare, non aveva nessun senso. Aveva cercato di anagrammare le lettere all’interno delle singole parole, ma ancora niente.
Capovolse allora il diario, lo voltò e osservò il foglio in trasparenza alla luce fioca che filtrava dalle finestrelle della stanza.
VIDENTUR
FELICITATEM HABUISSE
Lesse ad alta voce, ma nemmeno così sembrava funzionare.
Sbuffò e le venne un’altra idea. Tolse dalla cartella uno specchietto che si portava sempre appresso. Non lo aveva perché amasse particolarmente rimirarsi, ma poiché aveva spesso la testa tra le nuvole, e a volte si dimenticava persino di pettinarsi, la mamma le aveva suggerito di tenerlo in borsa per darsi un’occhiata ogni tanto e verificare se era almeno presentabile. Ora, però, le serviva per un altro motivo.
Prese il diario e lo mise davanti allo specchio, lesse così il messaggio che compariva:
ATRA IN FINE SUO FIUNT OM
NIA QUAE INTRA MORTALES
FELICITATEM HABUISSE
VIDENTUR
No, decisamente non pareva più chiaro di prima. Aveva sperato che con qualcuno di quei sistemi potesse spuntare il messaggio nascosto, ma non e aveva cavato un ragno dal buco.
Ogni tentativo di decodificare quello che lei era convinta fosse un codice cifrato falliva e quella mattina, dopo che anche i tentativi elaborati a casa la sera prima avevano fatto fiasco, sentiva che stava per venirle il mal di testa dalla frustrazione. Non sapeva più che pesci pigliare.
Sollevò gli occhi dalla pagina per cercare di snebbiarsi la mente.
Era sola, i turisti amavano visitare il Castello, ma pochi lo facevano a quell’ora del mattino. Solo il solito guardiano, un tipo alto e burbero, con tanti ciuffetti disubbidienti di capelli sul cranio che lo facevano somigliare a un gambo di sedano e che rispondeva al suo buongiorno con un grugnito, buttava ogni tanto lo sguardo verso di lei per accertarsi che fosse tutto a posto. Chissà che cosa pensava di una stramba ragazzina che preferiva trascorrere le vacanze di Natale seduta davanti a un muro piuttosto che a divertirsi o a fare shopping con le amiche.
Pensasse quel che voleva, a lei non importava. Ciò che contava era solamente…
– Scusa, ma ti sei accorta che le opere d’arte sono quelle cosette disposte nella sala e non il mattone che stai fissando da un’ora?
Una voce con un leggero accento straniero alle sue spalle la fece trasalire. Si voltò di scatto e vide in faccia lo stupido che l’aveva fatta spaventare. Era un ragazzotto con una frangia di capelli biondi che spuntava dal berretto e che sorrideva compiaciuto per la sua battuta idiota.
Di solito Cecilia non aveva nessuna difficoltà a ribattere pan per focaccia a chi la provocava, ma quella volta rimase interdetta e non trovò nulla di meglio che fargli una linguaccia. Quindi si girò di nuovo a fissare le sue carte, mentre sentiva che il volto le andava a fuoco.
«Che tipa assurda!» pensò Leo mentre scrutava le spalle della ragazzina seduta in terra.
Era entrato al Castello dopo avere bighellonato un poco su via Dante. Lo aveva visto in fondo al viale, in tutta la sua imponenza, e aveva deciso di farci un salto. Ne aveva sentito così tanto parlare che non avrebbe potuto tornarsene a Londra senza dargli nemmeno un’occhiata. Le stanzone gli parevano interessanti, tutte affrescate e piene di statue e fregi, ma lui di arte e di storia non capiva ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Il tesoro di Leonardo
  3. Prologo L’ultima Notte di Milano
  4. 1. Furto al Castello
  5. 2. Codice Leonardo
  6. 3. La scala di Salaì
  7. 4. Sulle tracce dei Navigli
  8. 5. Fermi tutti, Polizia!
  9. 6. Infiltrati nel chiostro
  10. 7. Ultima Cena con sorpresa
  11. 8. Lo sguardo di Argo
  12. 9. Patto con il diavolo
  13. 10. La vigna di Leonardo
  14. 11. Il racconto del professore
  15. 12. Il tesoro più prezioso
  16. Ringraziamenti
  17. Chi è Massimo Polidoro?
  18. Copyright