A molti anni e chilometri di distanza, ormai anziana, Polly avrebbe avuto qualche difficoltà a spiegare che era proprio così che vivevano: a volte potevano raggiungere la terraferma in auto, altre invece dovevano prendere la barca. Capitava che rimanessero tagliati fuori dal mondo per un po’, e nessuno poteva stabilire quando o come: le tabelle delle maree prevedevano le maree, appunto, non il tempo.
«Non era terribile essere isolati?» avrebbe chiesto Judith.
Allora Polly avrebbe pensato al sole che, quando non si nascondeva tra le nuvole, brillava sull’acqua; alla luce che cambiava e al mare al tramonto, prima rosa chiaro poi più scuro, poi viola: a quel punto sapevi che un altro giorno era finito e non eri andato da nessuna parte.
«In realtà, no» avrebbe risposto. «Era meraviglioso. Non c’era altro da fare che raggomitolarsi, mettersi comodi e controllare di aver sistemato tutte le cose in alto. Se poi c’era l’elettricità, meglio; altrimenti... in qualche modo si faceva lo stesso. Tutte le finestre erano illuminate dal bagliore delle candele. Si stava bene.»
«Sembra un secolo fa.»
Polly avrebbe sorriso. «Lo so, ma non è passato poi così tanto tempo. A me sembra ieri. Se lasci il tuo cuore in un luogo, quel luogo resterà con te per sempre. Però tutto questo è venuto dopo. All’inizio era terribile, eccome.»
*
2014
Polly sfogliò i documenti all’interno della cartellina che le avevano dato. Lucida, con la foto di un faro in copertina. “Bella” pensò. Si stava sforzando in tutti i modi di vedere solo il lato positivo.
E poi quei due uomini erano così gentili, anche troppo; talmente gentili che Polly si sentiva ancora peggio. Provava dispiacere, più che rabbia o disprezzo.
Erano sul retro del piccolo ufficio di due stanze all’interno della stazione dei treni riconvertita di cui lei e Chris andavano orgogliosi. Era un posto grazioso e pieno di personalità, con un vecchio camino non funzionante in quella che un tempo era la sala d’attesa.
Ma adesso c’era solo una gran confusione: cartelline sparpagliate ovunque, computer abbandonati, fogli sparsi. I due gentilissimi funzionari della banca, con notevole pazienza, passavano in rassegna ogni cosa. Chris se ne stava seduto con fare indisponente, come un bambino di cinque anni cui hanno tolto il giocattolo preferito. Polly faceva il possibile per rendersi utile, e di tanto in tanto lui le lanciava un’occhiata sarcastica, come a dire: “Perché aiuti chi sta tentando di rovinarci?”. Forse un po’ di ragione l’aveva, ma Polly non riusciva a fare altrimenti.
Dopo le venne anche in mente che le banche assumono persone gentili proprio per incoraggiare gli altri a essere collaborativi, per evitare discussioni e litigi. A questo pensiero si sentì triste, sia per sé sia per Chris, ma anche per quei due uomini, il cui lavoro consisteva nell’assistere giorno dopo giorno alla miseria altrui. Non era colpa loro. Ovviamente Chris era convinto del contrario.
«Dunque» disse il più vecchio, che aveva un turbante e un paio di occhiali pulitissimi appollaiati sulla punta del naso. «La procedura consueta prevede che l’istanza di fallimento sia discussa in tribunale. Non dovrete presentarvi entrambi, basta un solo direttore responsabile.»
Alla parola “fallimento” Polly gemette. Le sembrava così perentoria, così seria. Le pop star sceme e i vip falliscono, non due onesti lavoratori come loro.
Chris grugnì sprezzante. «Vacci tu» disse a Polly. «A te piace avere tante cose da fare.»
Il funzionario più giovane gli rivolse uno sguardo comprensivo. «Ci rendiamo conto che è un momento difficile.»
«Ah sì?» ribatté Chris. «Avete fatto bancarotta anche voi?»
Polly abbassò di nuovo gli occhi sulla foto del faro, ma ormai non funzionava più. Si sforzò di pensare ad altro e si ritrovò ad ammirare gli schizzi del portfolio di Chris che avevano appeso al muro appena arrivati nell’ufficio, sette anni prima: avevano venticinque anni ed erano galvanizzati dall’apertura del loro studio di grafica. Un inizio promettente. Chris si era portato dietro alcuni clienti dal vecchio lavoro, mentre Polly si impegnava senza sosta nella gestione della società: allacciava nuovi contatti, faceva networking, firmava contratti con aziende di Plymouth, dove vivevano, e anche di Exeter e Truro.
Avevano comprato un appartamento in un palazzo sulla costa appena costruito, molto moderno e minimalista, e frequentavano tutti i ristoranti e i locali giusti per essere notati e conoscere gente. Era andata bene... per un po’. Si sentivano sulla cresta dell’onda, parlavano a tutti della loro società. Poi però nel 2008 era arrivata la crisi e, grazie alla tecnologia, chiunque poteva usare i programmi di computer grafica e lavorazione delle immagini. Le aziende avevano iniziato a tagliare le spese per le commissioni esterne, la pubblicità e il ricorso ai freelance, si affidavano sempre più ai dipendenti e, come diceva Chris, il graphic design era morto. Per loro restava ben poco.
Polly si era buttata a capofitto nel lavoro, senza mai smettere di promuovere la loro attività, chiudere affari, fare sconti: qualsiasi cosa per assicurarsi commesse per la sua dolce metà così piena di talento. Invece Chris si era arreso: se la prendeva con il mondo che non voleva le sue creazioni e il suo lettering elaborato e svolazzante. Era diventato taciturno, si era chiuso in se stesso, mentre Polly, per reazione, aveva cercato di mantenere un atteggiamento positivo. Una faticaccia.
Anche se non l’avrebbe mai ammesso, forse nemmeno a se stessa, il fatto che il giorno fatidico fosse arrivato – dopo aver a lungo implorato Chris di chiudere lo studio e trovarsi un altro lavoro, ed essersi sentita accusare di complottare contro di lui – fu quasi un sollievo. Era spiacevole, umiliante, orribile, nonostante molte delle persone che incontravano nei locali di tendenza di Plymouth fossero nella loro stessa situazione, o avevano conoscenti che ci erano passati. La madre di Polly non capiva, per lei bancarotta era quasi sinonimo di prigione. Avrebbero dovuto vendere il loro appartamento, ricominciare da zero. Eppure, la presenza dei due funzionari della banca, il signor Gardner e il signor Bassi, significava che in qualche modo la soluzione era vicina, che le cose si muovevano. Gli ultimi due anni erano stati davvero deprimenti, sia per la loro vita professionale sia per quella privata. Il loro rapporto era in un momento di stallo: sembravano due persone che condividono la stessa casa malvolentieri. Polly era esausta.
Guardò Chris e sul suo viso notò rughe profonde di cui non si era mai accorta. Era da un po’ che non lo osservava con attenzione. Negli ultimi tempi persino alzare gli occhi su di lui quando tornava dall’ufficio – Polly se ne andava sempre per prima, mentre Chris si fermava fino a tardi a rivedere i pochi lavori che avevano, quasi che la cura maniacale per i dettagli potesse rimandare l’inevitabile – sembrava un’accusa, un rimprovero. E così Polly teneva sempre la testa bassa.
Strano. Se ad andare a rotoli fosse stata la loro vita sentimentale gli amici si sarebbero dimostrati pieni di compassione, avrebbero offerto aiuto, consigli, rassicurazioni. Invece il fallimento... La gente era troppo spaventata per dire qualcosa: si teneva a debita distanza, preferiva non indagare. Persino l’intrepida Kerensa, la migliore amica di Polly, evitava l’argomento. Forse perché tutti avevano troppa paura di diventare poveri, di perdere la vita che si erano costruiti con tanta fatica, neanche la loro situazione fosse contagiosa. O magari nessuno se n’era accorto. Forse lei e Chris avevano finto troppo bene e troppo a lungo: erano sempre allegri, offrivano cene (poi, al momento di passare la carta di credito, trattenevano il respiro), ai compleanni regalavano solo cose fatte in casa (e per fortuna Polly era brava in cucina), e si erano tenuti fino all’ultimo la loro appariscente Mazda nera, di cui ovviamente ora si sarebbero dovuti disfare. A Polly non importava dell’auto. Le importava solo di Chris. O meglio, prima le importava. Adesso non lo riconosceva più, non era più il ragazzo dolce e buffo, timido e goffo, che poi era diventato un uomo e aveva aperto una sua società. Polly era sempre rimasta al suo fianco. Erano una squadra. Aveva creduto nel loro progetto e glielo aveva dimostrato. Aveva investito nella loro attività i risparmi di una vita (non tantissimi, dopo il mutuo), aveva lottato con tutte le sue forze per non perdere i clienti, li aveva adulati e inseguiti, si era spesa in ogni modo possibile.
Ovviamente, dopo tutto questo, il colpo era stato ancora più duro. Una fatidica sera di una primavera gelida che sembrava piuttosto un inverno senza fine, Chris era tornato a casa, si era seduto e Polly l’aveva guardato. L’aveva guardato sul serio.
«È finita» aveva detto lui, cupo.
I quotidiani locali stavano chiudendo e non avevano più bisogno né di pagine pubblicitarie né di layout; alle aziende non servivano più volantini, oppure sì, ma grazie a internet li disegnavano e li stampavano da soli. Adesso erano tutti grafici e fotografi, facevano da soli le cose che fino a quel momento Chris aveva realizzato con cura e attenzione per ogni minimo particolare. Non era stata solo colpa della recessione, anche se di certo la crisi non aveva aiutato. Il mondo era cambiato ed era come se Chris avesse voluto vendere cercapersone o musicassette.
Erano passati mesi dall’ultima volta che avevano fatto l’amore. Spesso Polly si svegliava all’alba e trovava Chris disteso accanto a lei con gli occhi spalancati, a fare e rifare i conti a mente o a lasciare che la tristezza e l’ansia gli si rimescolassero dentro. Aveva cercato le parole giuste per sostenerlo, ma non c’era riuscita.
«No, non funzionerà» abbaiava lui a ogni proposta di Polly per rinnovare lo studio, dalle partecipazioni matrimoniali agli annuari scolastici. Oppure: «È una perdita di tempo». Non faceva che contraddirla, finché lavorare insieme era diventato intollerabile. E siccome a lui non andava bene nessuna delle idee di Polly e non entrava nessun lavoro nuovo, lei aveva sempre meno da fare. Lo lasciava uscire prima la mattina perché potesse fare la sua corsetta. «È l’unico modo che ho di alleviare lo stress» ripeteva lui, e a quel punto Polly doveva mordersi la lingua per non ribattere che ogni volta che gli chiedeva di fare qualcosa insieme – una passeggiata, due passi fino al porto, un picnic, tutte cose che non costavano niente –, lui le ringhiava contro che era inutile e che non voleva essere seccato.
Polly aveva cercato di convincerlo ad andare da un medico, ma anche questa secondo lui era una perdita di tempo. Semplicemente, Chris si rifiutava di ammettere che c’era un problema, che lui, loro avevano un problema. Era solo una congiuntura, si sarebbe risolto tutto. Poi lui l’aveva sorpresa a consultare un sito di offerte di lavoro: la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Avevano litigato, e c’era mancato poco che facessero saltare per aria la casa. Era venuto fuori tutto: l’ammontare del prestito che Chris aveva chiesto, la reale gravità della loro situazione, ben peggiore di quanto lui le avesse fatto credere. Polly era rimasta a bocca aperta.
La settimana successiva, dopo sette giorni di silenzio e sofferenza, Chris era crollato, si era seduto e l’aveva guardata dritta in faccia.
«È finita.»
E ora eccoli lì, con la loro società colata a picco, insieme al signor Gardner e al signor Bassi, così gentili. Tutti i loro sogni, tutti i progetti di quando pensavano di poter fare qualsiasi cosa, tutte le scartoffie che Chris aveva firmato stappando champagne per inaugurare il loro delizioso ufficio, la pubblicità dello studio sulle Pagine Gialle... Ogni cosa era svanita. Al mondo non importava niente del loro duro lavoro, della loro voglia di farcela, né di qualsiasi altro luogo comune da reality show: tutto irrilevante nello schema delle cose. Era finita e neanche tutte le foto di fari del mondo potevano cambiare la realtà.
«Facciamo il conto di quello che mi è rimasto» disse Polly, a passeggio per la città nel vento fresco primaverile. Cercava disperatamente di risollevarsi il morale elencando tutte le cose belle che aveva. Era con la sua migliore amica e non voleva scoppiare a piangere.
«Sono sana, in salute, caviglia malandata a parte dopo la storta che ho preso ballando, ma me lo merito. So fare tante cose. Ho perso tutti i risparmi nella società, ma c’è chi ci rimette molto di più. Non sono rimasta vittima di una catastrofe naturale. La mia famiglia sta bene. Rompono, ma stanno tutti bene. E la mia vita sentimentale... c’è di peggio. Non dobbiamo divorziare.»
«Cosa stai facendo?» la interruppe Kerensa a voce alta. Barcollava sui tacchi vertiginosi, ma riusciva comunque a tenere il passo di Polly, con le Converse, lungo la strada verso casa dall’ufficio in cui lavorava come consulente strategica. «Parli da sola. Stai impazzendo? Perché, sai...»
«Cosa?»
«Potresti usarla come tattica. E se chiedessi l’assegno di invalidità?»
«Kerensa, sei terribile! No, se vuoi saperlo stavo facendo l’elenco di tutte le cose belle che ancora mi restano. Ero arrivata a “non dobbiamo divorziare”.»
Kerensa la guardò con un’espressione apparentemente dubbiosa, se tutto quel Botox in faccia non avesse reso quasi impossibile decifrare le sue emozioni. Che di solito esprimeva comunque a voce altissima.
«Oh Signore, veramente? E che altro c’è nell’elenco, “ho due braccia e due gambe”?»
«Pensavo che lo scopo della serata fosse farmi sentire meglio.»
Kerensa sollevò la borsa del negozio di vini in un tintinnio di vetri.
«Infatti, vai avanti. Sei già arrivata a “non ho più una casa e sono disoccupata”?»
Nel frattempo avevano raggiunto la villetta immacolata di Kerensa, con due piccoli aranci ai lati della porta rossa e perfetta con il pomello di ottone.
«Non so se voglio venire da te» disse Polly, anche se non era vero.
Kerensa era fatta così, prendeva la vita per le corna. Come avrebbe dovuto fare anche Polly nell’ultimo anno, mentre gli affari andavano a rotoli e Chris diventava sempre più inavvicinabile. Aveva chiesto a Kerensa un consiglio professionale solo una volta, a una festa di Natale, dopo aver bevuto un po’ troppo: lei le aveva risposto che la loro attività era ad alto rischio e l’aveva pregata di non farle più domande di quel tipo. Polly si era convinta che chiunque lavorasse in proprio era a rischio e da allora non avevano più toccato l’argomento.
«Ormai sei qui. E poi non ci penso proprio a mangiare tutte queste Pringles da sola» ribatté Kerensa allegra, armeggiando con il portachiavi di Tiffany.
«Tu non mangi mai le Pringles» brontolò Polly. «Le tiri fuori dalla confezione, poi dici: “Oh, quanto mi sono abbuffata a pranzo, ti prego finiscile tu o andranno a male”. Tra l’altro, le Pringles non vanno a male.»
«Se ti fermi, puoi smangiucchiarle come preferisci invece di ingozzarti come un topolino affamato.»
Prima che Polly potesse replicare, Kerensa alzò le mani. «Resta solo per stanotte.»
«Okay.»
Polly chiuse gli occhi mentre raccontava. Rivide il signor Gardner e il signor Bassi annunciarle che la banca si sarebbe presa l’appartamento. Qu...