Dicembre
«Ti preparo qualcosa da mangiare?»
Se c’è una certezza, è che Tommy non perderà mai il vizio di parlarmi dalla porta. Il mio è il tipico uomo che attraversa la camera da letto solo quando è il momento di andare a dormire e ora, senza ombra dubbio, non è ora. Ho provato a togliergli l’abitudine spostando il cestone della biancheria sporca dentro alla stanza da letto, nell’angolo vicino alla finestra, ma siccome quando gli fa comodo trova soluzioni concrete, ha risolto il problema lanciando la biancheria sporca nel bagno di servizio. Ho in mente altre decine di adorabili comportamenti di Tommy, ma al momento non so decidere se preferisco che urli dalla porta – consapevole del mio mal di testa perforante – o affrontare il suo sguardo, di poco più empatico di quello del branzino di emergenza che abita il nostro congelatore da più di sei mesi.
«Ho ancora mal di testa, non urlare» sussurro.
«Cosa?» mi risponde, il suo tono è aumentato di almeno due ottave, mi esplode la testa.
«Vieni qui» chiedo, ma lui copre la mia voce con la sua: «Vengo lì?» e, senza aspettare che io risponda, entra in camera a grandi falcate rumorose. Non potrebbe fare più rumore di così neanche se indossasse degli zoccoli tirolesi! Si avvicina al mio lato del letto, si siede al mio fianco, e anche lo scossone del materasso è per me fonte di dolore... Chiudo gli occhi un istante. Lo sento trafficare sul mio comodino, agita la lattina di caramelle gommose Valda, oggi ha idee più geniali del solito. Apro gli occhi e la testa è un continuo pulsare.
«Tommy… metti giù quelle caramelle, cristo santo, e non camminare con le scarpe in camera! Sai che questo parquet si rovina solo a guardarlo...»
«Sì, scusami. Ti preparo qualcosa da mangiare? Hai fame?» chiede sbrigativo.
«Farai di nuovo i noodles istantanei nel bicchiere di cartone?»
«Pensavo di sì, però se hai un menù alternativo…»
«No, no. Vanno bene. Giusto per sapere... quanti ne rimangono, ancora, in dispensa?»
Da tre giorni non faccio che mangiare noodolini istantanei, certo, i gusti sono variabili tra pollo, manzo e verdure; ma avrei bisogno di una zuppa vera, non di prodotti liofilizzati... Ho sempre cucinato io: sempre, da quando siamo sposati, da quando viviamo insieme. Ho cucinato per due anni. Il medico che mi ha visitata è stato però piuttosto risoluto: almeno per qualche giorno riposo assoluto, se si aprono i punti sono guai. È evidente che non posso occuparmi di far la spesa e cucinare, è altrettanto evidente che Tommy fa apposta a propinarmi quei surrogati. Sta aspettando che ceda, che mi catapulti fuori dal letto e cucini qualcosa di vero. Ma io non crollo, bello.
«Già che sono qui» aggiunge, e inspira a fondo prima di proseguire «ti serve aiuto per andare in bagno?»
«Ma sì, dai! Approfittiamo di questo tuo ritaglio di tempo!» rispondo ironica, ma lui non raccoglie la provocazione, si limita a guardarmi con l’occhio giudice. Solleva e appoggia un ginocchio sul letto, mentre l’altra gamba è ben ancorata a terra, poi allunga entrambe le braccia verso di me: io prima mi appoggio sul materasso con le mani chiuse a pugno, ma il dolore alla schiena e al collo è lancinante, mi sento tremare e perdo subito le forze. Tommy allora mi afferra impedendomi di franare sul materasso, tiene una mano appoggiata alla base della mia schiena e con l’altra mi sostiene il collo. Quando avverto la sicurezza della sua presa mi rilasso, respiro a fondo lascio che un’altra morsa di dolore pulsante mi attraversi le tempie, poi ricordo di essere tra le braccia dell’uomo più impaziente del mondo e faccio del mio meglio per sollevarmi in fretta. «Lascia che ti aiuti, Aurora» il tono di voce è basso.
«Mi stai già aiutando» dico affondandogli i palmi delle mani sul petto e le dita tra le clavicole, gli scappa un mezzo ringhio di dolore, devo avergli schiacciato un nervo, forse un paio, non credo sia una cosa irreparabile e così non mi preoccupo: «Ferma! Aurora, stai ferma un secondo. Ho parlato con Maurizio stamattina, ricordi? Il fisioterapista, quello che mi aveva sistemato il polso...»
Sì, sì, mi ricordo, mi ricordo che la mia amica che ha avuto un travaglio di ventidue ore si è lamentata molto meno di te per il tuo fastidio al polso; mi ricordo che hai iniziato a usare il mouse solo con la mano sinistra – sia per non affaticarti più del dovuto ma soprattutto in previsione dell’amputazione della mano destra –; ma quello che meglio ricordo sono stati comunque i giorni di: Aurora versami l’acqua, Aurora chiudimi i pantaloni che mi fa male il polso, Aurora tagliami la bistecca, Aurora guida tu che io non ce la faccio, Aurora di qua e Aurora di là... Figurati se me lo dimentico! «Ho preso una brutta botta, Tommy, non è lavoro da fisioterapista...» dico. Sono furibonda! Come cavolo gli è venuto in mente, neanche quando ha un pensiero gentile gli riesce qualcosa di vagamente sensato... «Lo so; Aurora, ma mi sono fatto spiegare un po’ di manovre per infilarti a letto e aiutarti a uscirne.»
Hm, e va bene, un punto a suo favore.
«Intanto rilassati un momento, meno tieni il collo in tensione e meglio è.»
Cerco di rilassarmi e abbandonarmi, lascio che sia lui a tenermi sollevata, ferma in questa posizione non sto neanche troppo male. «Prendi qualche bel respiro, quando sei pronta me lo dici che ti aiuto a metterti seduta, farò forza sulla schiena ma farò io, tu mi dici quando sei pronta e io spingo. Capito? Pronta? Via?»
Ero tutto tranne che pronta: prima mi chiede di rilassarmi poi mi dà uno spintone, si decidesse! A ogni modo ora sono seduta, diritta, lui ha ancora le mani appoggiate su di me ma non mi sostiene, rimane solo lì accanto senza sfiorarmi. «Ti gira la testa?» chiede in tono gentile.
«Sì.»
«Beh, adesso dovrebbe passarti» annuncia sbrigativo.
Resto su per un pelo ma trattengo un: grazie al cazzo!, Tommy intanto mi fa appoggiare i piedi a terra, mi infila i calzettoni antisdrucciolo, si sistema in piedi davanti a me e con un unico gesto mi afferra sotto le ascelle e mi mette in piedi, questa volta però non trattengo l’imprecazione: «ma porc.., ahia! Ma Tommy! Fai un po’ piano! Sono mica fatta di gomma!»
«Scusa! Comunque vedi, sei in piedi, visto come abbiamo fatto presto? Ora, vai: tu davanti e io dietro» ordina, mi aiuta a ruotare di centottanta gradi, si sposta dietro di me, appoggia le mani sui miei fianchi e procediamo a trenino diretti verso il bagno.
Fino alla tazza del water tutto bene, ma davanti alla tazza – una scena che si ripete da tre giorni a questa parte, più volte al giorno – ci paralizza l’imbarazzo. Ho bisogno che sia lui ad abbassarmi i pantaloni e le mutande, non è mai stato un problema quando si trattava di un momento di travolgente passione, lo è però adesso, se deve mettermi sulla tazza per fare pipì. Non siamo mai stati una di quelle coppie che va al gabinetto con le porte aperte, ora che ci penso non abbiamo neppure mai fatto la doccia insieme... il bagno caldo massaggiandoci a vicenda sì, ma una sbrigativa doccia mai. Mentre Tommy traffica con i bottoncini dei pantaloni del pigiama prima e con l’elastico dei miei slip bianchi da nonna poi, evitiamo di guardarci, io conto le piastrelle della parete davanti, lui si fissa su un punto indefinito tra le mie gambe. Mi fa sedere e poi mi aspetta fuori dalla porta, che rimane comunque semi aperta, abbiamo paura entrambi che mi prenda un malore, e spaccarmi la testa due volte nella stessa settimana non è nei miei piani.
Mi è già successo di farmi male lavorando: ho sempre vissuto questi episodi come piccole ferite d’amore, le mani tagliate dalle foglie delle piante, gli aghi di pino conficcati nei posti più improbabili, piccoli e grandi ematomi, quelli che ti accorgi di avere solo quando vai a farti il bagno, quelli che ai bei tempi andati lui vedeva e mi chiedeva delucidazioni al solo scopo di farmi ridere: ma ti ha molestata un pino? Hai avuto il tuo solito attacco di dendrofilia?; dolori alla schiena per essere stata in piedi troppe ore, per aver sollevato troppi pesi, per essere stata troppo accucciata nella serra. Dolori da amore per il mio lavoro, piccole ferite a cui non ho mai dato peso... Non ci ho mai pensato veramente che potesse accadermi qualcosa di grave e ora che è accaduto mi rendo conto di quanto ci sia mancato poco, potevo davvero rimanerci. Il solo pensiero mi fa annodare la gola, gli occhi diventano liquidi e cerco di soffocare un singhiozzo: Tommy lo sente comunque, continua a dare le spalle alla porta ma il capo e l’orecchio sono rivolti a me: «tutto bene?» chiede, posso avvertire il suo disagio dal tono della voce, rispondo solo con un nuovo singhiozzo, sommesso. «Guarda che vengo lì» dice. Quando me lo trovo davanti mi porto le mani alla faccia, anche se odio piangere con lui e soprattutto detesto avere a che fare con una persona che non sarebbe in grado di comprendere le mie fragilità neppure se le riportassi su diagrammi in stile Eulero-Venn. «Adesso ti passa» dice lui.
Dieci minuti più tardi ho ancora le mutande alle caviglie e sto ancora piangendo. Tommy per fortuna non dice niente, si piazza davanti a me nella posizione del babbeo e aspetta che mi passi.
Oh, proprio non mi passa.
Provo a respirare a fondo, provo a concentrarmi su qualcosa di bello (non trovo niente di bello...), provo ad abbracciarmi da sola, a dondolarmi avanti e indietro distonica; provo a soffiare l’aria fuori dalla bocca in velocità. Non solo la crisi di pianto non si placa ma vado anche in iperventilazione: a quel punto mi gira la testa, e inizio a piangere più forte. Tommy, geniale per molte cose ma poco perspicace quando si tratta di me, ha finalmente intuito che non mi sta passando, perché si avvicina e mi mette in piedi, io lo lascio fare visto che non ho neanche la forza per far resistenza alle mie lacrime, figuriamoci a uno che pesa tre volte me. Con mia enorme sorpresa dopo avermi sistemato i pantaloni e avermi abbassato per bene la maglia del pigiama, appoggia un braccio sulla mia schiena e l’altro me lo infila dietro alle ginocchia, poi mi solleva e invece di andare verso il letto svolta in direzione delle scale. Mi sta portando al piano terra, dalla sorpresa smetto di piangere. Mi appoggia sulla poltrona grande, la sua, un pezzo di arredamento che risale alla prima guerra e dal quale non ha voluto separarsi quando siamo venuti a vivere insieme... in compenso sua madre era contentissima di liberarsene. Ci sto dentro tre volte e la trovo parecchio scomoda, è troppo morbida, troppo vecchia e soprattutto troppo marrone... Tommy prende una copertina di lana dal cesto vicino al camino e me la srotola addosso, poi si siede su un bracciolo della poltrona: «Vuoi parlarne?» chiede. Così mi ricordo che mi ha portata giù perché piangevo come un agnellino al macello e piangevo perché per un pelo non sono morta schiacciata da un albero di Natale; nel dubbio, sul parlarne o meno, scoppio a piangere di nuovo. «Aurora, se fai così non so come aiutarti. Ascoltami, ascoltami solo un attimo.»
«Dimmmiiiiihhhhh».
«Se...