C’è una fotografia.
Ritrae quattro donne, undici bambini e un vecchio. Una foto ormai carica di decenni, una foto del secolo passato.
Bianco e nero, una sfumatura di livido, neppure l’ombra di un sorriso appena accennato. Quel sorriso che ti aspetteresti, almeno dai piccoli, dai bambini che probabilmente aspettano solo di tornare a giocare sull’aia, tra gli alberi o in riva ai canali. Forse c’è il sole, intorno, il sole caldo e feroce della campagna emiliana.
Ma non c’è sole in quelle facce, non c’è allegria in quegli occhi. Tra i sopravvissuti, i resti di tre generazioni. Le donne sono vedove, i figli sono orfani. Quanto al vecchio, ha perso tutto quello che poteva perdere. Salvo un filo di voglia di vivere, sottile ma resistente come l’acciaio.
Dietro, accanto a loro, c’è la casa, la grande casa in mezzo alla fertile campagna emiliana. Un’antica nave che ha appena attraversato un oceano nero sconvolto da onde in tempesta, una tempesta chiamata guerra. Perdendo, lungo la traversata, una parte fondamentale del suo equipaggio.
La nave c’è ancora, ammaccata e stanca, senza più vele al vento, consumata dal fuoco e dall’odio, segnata dalle pallottole, depredata di beni e suppellettili. E di uomini.
Ma il vecchio comandante seduto nella foto sa che bisogna andare avanti, che nella campagna dopo un raccolto ne viene un altro, che i tanti nemici del contadino non gli hanno mai impedito di ricominciare da capo ad arare, a seminare, a coltivare quella ricca terra che per anni ha sfamato tutti. Loro e non solo loro. Quanti volti, quante storie sono passate nella grande nave dei Campi Rossi…
Se prendo quella foto e la guardo, la nostalgia per quello che non ho avuto mi assale, mi morde come una bestia cattiva. E le lacrime, quella roba bagnata che non dovrebbe riguardare gli uomini, mi scendono giù.
L’unico uomo della foto, il vecchio, è seduto davanti, quasi in mezzo. In braccio tiene due bambini ancora piccoli, dai due ai quattro anni di età. Magri, un po’ smunti, occhi grandi e curiosi. Sono vestiti quasi uguali e a prima vista possono sembrare gemelli, anche se sono solo cugini.
Il vecchio è mio nonno. E il bambino appollaiato sul suo ginocchio destro sono io.
Sto lì perché mi ci hanno messo, ma non capisco, non so, e del resto come potrei? Però sento. Sento con l’istinto quello che non c’è, quello che non ci potrà essere mai più.
Papà, vorrei sentire il tuo odore.
L’odore di quand’eri stanco e sudato. Vorrei sentire la tua mano ruvida che mi accarezza i capelli. Il tuo respiro di quando ti fermavi a pensare.
Vorrei sentire la tua voce, le parole di cui non restavi mai senza, le parole che usavi per convincere gli altri che un altro mondo era possibile, un mondo di giustizia e di pace. Un mondo di lavoro, certo, ma giustamente retribuito, un mondo senza più sfruttamento, in cui operai e contadini non fossero più trattati come bestie da soma.
Per questo dopo tanti anni ho pensato di tornare sui miei passi, di tornare qui da dove non sono mai andato via veramente, neanche quando sono scappato lontano. Per parlare di te.
Per parlare con te.
Voglio chiudere gli occhi e rivivere un poco alla volta la tua storia, la storia di un uomo che non si è piegato, un uomo che ha avuto paura – ma alla paura non si è arreso.
È una storia di cui c’è un gran bisogno.
Ne ha tanto bisogno quel bambino, seduto inconsapevole sulle ginocchia di un vecchio dal cuore gonfio di dolore.
Ne ha tanto bisogno il vecchio che il bambino di allora sta per diventare, perché certi vuoti non si riempiono mai, ma proprio mai. Però se ci puoi mettere sopra un cartello, un foglio di carta, un disegno o una sfilza di parole, qualcosa che spieghi nero su bianco perché e come quel vuoto si è formato… allora forse puoi respirare meglio, quando ti prende quella fitta, quel dolore al petto.
Hai attraversato, insieme alla tua famiglia, alla nostra famiglia, un periodo terribile. Hai affrontato un oceano in tempesta che ha inghiottito te, e non solo te.
E io voglio sapere perché.
Perché e come sono arrivato lì, in braccio al nonno, in quella fotografia senza sorrisi. Come se fosse una storia di quelle che la nonna raccontava a te e agli zii, quando eravate ragazzi, la sera, nel calduccio della stalla.
C’era una volta…
C’era una volta una grande famiglia.
Una di quelle belle famiglie numerose che oggi non esistono più, o forse sì, ma solo in altri paesi lontani, paesi da dove la gente parte, scappa, emigra. Perché sono in tanti, spesso perseguitati, e con tanta voglia e bisogno di lavorare, per sopravvivere e mangiare, e sfamare i loro figli, ma non hanno abbastanza lavoro e allora vengono qui da noi. Anche a costo di rischiare la pelle.
Perché hanno sentito dire che qui da noi si sta meglio. E se è vero, che qui si sta meglio, mi viene da pensare che dipenda anche dal fatto che c’è gente che ha lottato, protestato e combattuto, a volte fino a sacrificare la vita, per ottenere un mondo migliore e una vita migliore per tutti. Che poi, chissà se è proprio vero, se è proprio così, chissà se a mio padre piacerebbe questo mondo di adesso, figlio o nipote di quello che lui ha combattuto. Chissà se sarebbe contento della sua “creatura” o se penserebbe che è un “figlio” un po’ degenere. Io temo di sì.
C’era una volta una grande famiglia, dunque, con un padre, una madre e nove figli, sette maschi e due femmine, nati nell’arco di vent’anni. Il più grande è venuto al mondo nel 1901, il più piccolo nel 1921 – e prima di loro i nonni, e dopo i nipoti. Erano contadini, figli e nipoti di contadini, uomini e donne che lavoravano duramente in campagna, sempre, tranne nelle feste comandate. Abituati alla sveglia col canto del gallo, ai muggiti delle mucche nella stalla, all’odore del fieno e del letame, alla fatica che ti toglie il fiato.
A ricordarli c’è un’altra vecchia fotografia, sempre in bianco e nero, che a guardarla adesso fa venire ancor più tenerezza e commozione. Il posto dove li hanno ritratti è sempre lo stesso, davanti alla grande casa nella pianura, ma la casa in quel momento è la nave prima della tempesta. Forse le acque non sono del tutto calme, ma l’equipaggio è ancora al completo.
Niente bambini, in questa foto. Uno si immagina il fotografo lì davanti a loro, ormai per sempre anonimo e invisibile, occupato a dare istruzioni per la posa. Su alcune facce, in questa foto, c’è persino un accenno di sorriso. Il terzo in piedi da sinistra, per esempio, ha le labbra increspate e il quarto lo stesso, come per un qualche misterioso scherzo di cui solo loro sanno il perché.
Forse, visto che il primo dei due è mio zio Gelindo – quello nato nel 1901, il figlio maggiore – può essere davvero che abbia appena fatto uno scherzo a qualcuno: mi hanno raccontato che era un vero burlone, allegro e un po’ matto. Come quella volta che si era travestito da donna per andare a una festa da ballo e l’ha fatta in barba a tutti, finché non se n’è accorto un ragazzino e a quel punto l’hanno cacciato fuori.
Qui però ha addosso il vestito della festa, come tutti gli altri, e porta la cravatta, come tutti gli altri uomini. Tutti tranne il vecchio Alcide Cervi, il capofamiglia, che non ha bisogno di annodarsi questo straccio da borghese al collo per affermare il suo primato sul resto della brigata: gli basta stare lì seduto tutto serio con il suo cipiglio e i baffoni (è l’unico che ha i baffi) proprio al centro della foto, accanto alla moglie, la Genoeffa, chiusa in un austero vestitone scuro, probabilmente nero.
Siamo sicuramente verso la fine degli anni Trenta – difficile scoprire quando, di preciso, e quando ho cominciato a pensare a questa storia mi è venuto alla svelta un qualcosa qui alla gola, un dispiacere: se avessi chiesto prima, se avessi pensato, se mi fossi interessato… – e il mondo intorno ai miei scivola dritto verso la tempesta della guerra. Ma qui, per il momento, la lotta di tutti i giorni è ancora quella antica dei contadini, al tempo stesso contro la terra e per la terra. Me lo ricordano le scarpe della famiglia: basta guardare giù un attimo, per vedere le loro scarpe tutte impolverate. Certo, potrebbe essere domenica, il giorno del vestito della festa e della chiesa, il giorno in cui si prega e in cui si predica. Oppure un giorno particolare, una ricorrenza, una data che ha richiesto – o preteso – che fossero tutti quanti lì schierati in pompa magna, col vestito della festa e la camicia bianca.
Niente bambini, abbiamo detto, anche se alla data della foto – imprecisata, come ho detto – la faccia tonda e liscia di Ettore – quanti anni potrà avere qui? Quattordici? Quindici? – lascia pensare che siamo tra il 1935 e il 1937 al massimo. Il che significa che da qualche parte fuori dalla foto, in braccio alla mamma Margherita, ci dovrebbe essere mia cugina Maria, nata nel ’34, e forse, avvolto in un fagottino, suo fratello Luigi, poco più che neonato, venuto al mondo nel 1935. Nel riquadro non compare neppure Amedeo, il marito di mia zia Diomira, che si è sposata nel ’29. E forse è al suo uomo, e magari al primo dei suoi figli (mai stati scarsi di braccia per l’agricoltura, in famiglia), che è rivolta la zia, l’unica che non guarda per niente verso l’obiettivo della macchina fotografica, in questo giorno particolare. Non ci si fotografava a ogni piè sospinto, a quei tempi – anche perché non ce l’avevano in molti, una macchina fotografica – quindi doveva essere per forza un’occasione speciale. Ha gli occhi che corrono verso sinistra, forse è impaziente di riabbracciare i figli, forse sotto l’ampio abito grigio scuro (o blu?) si muove già la vita della prossima creatura destinata a venire al mondo.
Invece Aldo, mio padre, guarda dritto nell’obiettivo, come un Gesù laico che invece di sedere alla destra del padre se ne sta in piedi quasi protettivo alle sue spalle, un po’ sulla sinistra. È lì, ma pensa già al dopo, a quello che farà tra poco, quando il gruppo si scioglierà. Forse sarà un incontro per parlare con qualcuno di politica, qualcuno da convincere – perché è certo che qui si è già “voltato”, come dice mia sorella, cioè ha già smesso di andare in chiesa per abbracciare un’altra fede, quella comunista – qualcuno che magari gli dirà: «Ho capito, Gino, ma oggi è domenica». Sì perché nessuno lo chiamava Aldo, che era il nome di battesimo: il suo scotmaj, il suo soprannome per tutti era Gino, “Gino dei Rubàn”. E lui replicherà che è sempre il momento giusto, perché la politica, vedi, la politica non si riposa mai, e la lotta per il progresso delle classi sociali mangia tanta energia, ci ha bisogno di ogni minuto possibile, anche di questo, quindi come ti stavo dicendo…
Ecco, tra un attimo il fotografo dirà che va bene e il gruppo si scioglierà. Qualcuno forse toglierà il vestito buono e rimetterà i panni da lavoro. Magari Ferdinando, detto Nando, quello riccio seduto alla destra di Alcide, correrà dalle sue api. Mi viene in mente quella volta che mi hanno raccontato del carro che…
No, un momento, questo sta diventando un elenco del telefono di nomi. Ferma tutto, tanto ci torneremo, a questa foto, e anche all’altra di prima.
Perché, caso mai non fosse chiaro, queste due non sono solo fotografie, per me. Sono due pilastri della mia memoria – e non solo della mia – due altari dove ogni tanto torno a pregare, se così si può dire, io che non prego in chiesa e non vado a messa.
Forse perché non sono così uguale a mio padre come a volte mi immagino.
Lui sì che ci andava, in chiesa, altro che balle, prima di “voltarsi”.
E guai a chi non seguiva l’esempio…
È una domenica, potrebbe anche essere il lunedì dopo, ma viene più bella raccontata come se fosse una domenica, e dev’essere per forza una bella giornata, magari di primavera, con l’aria profumata e il sole e gli uccellini che cinguettano, e la campagna intorno che sembra il posto più bello del mondo – che poi a volte lo è per davvero. Come fa a non essere una bella giornata, quando hai tenuto per mano il giovanotto che ti fa battere il cuore, l’uomo che ti guarda e tu lo guardi e sentite che camminare insieme sarà la cosa più giusta da fare, per il resto della vita? Come fa a non essere una bella giornata quando stringi ancora nella mano il calore del suo palmo già calloso? Uno che lavora la terra, e lavora sodo… Uno che magari domani ti sposa, e poi magari ti porta via da qui, perché no? In un posto col mare, o magari addirittura di là dal mare, come nelle figure di quel libro che ha la mamma…
«Diomira!»
Lei fa un salto: «Oh Madonna mia!». Si porta la mano al petto, poi si prepara un sorriso in faccia e si gira. Non è che non ha riconosciuto la voce, l’ha riconosciuta eccome, infatti si gira e si trova di fronte niente meno che il segretario dei giovani cattolici di Campegine. Che poi sarebbe suo fratello Aldo.
«Mi hai fatto prendere uno spavento, Gino! Ma cosa ti salta in mente?»
Lui viene avanti, magro e con la giacca che svolazza, lo sguardo franco e diretto di quelli che quando hanno in testa una cosa non mollano neanche se gli dai l’antiparassitario. L’aria di chi è convinto e crede, e vorrebbe che anche gli altri credessero come lui. Mica semplice. Non è aggressivo, Diomira non ha paura che le tiri un ceffone, però è arrabbiato sul serio. E si vede. Lui viene avanti controsole e Diomira si porta la mano agli occhi.
«Vè, ma si può sapere cosa c’hai?»
Il fratello si ferma a un passo dalla sorella.
«Dove sei andata, eh? E non contar su balle, perché ti ho vista!»
Lei lo osserva stupita, scuote la testa, fa segno come per dire “ma cosa dici?” poi le viene il dubbio, abbassa gli occhi…
«La domenica si va alla santa messa, sempre. Perché bisogna andarci, lo dice il parroco, lo dice il papa, lo dice il Vangelo!»
Lei sospira, lo guarda, accenna un sorrisino complice, ma lui niente. E pensare che è una così bella giornata, c’è odore di erba tagliata di fresco, c’è un aroma dolce di miele…
«Dai, Gino, fa’ mica così…» Gli mette una mano sulle braccia conserte, che il fratello stringe al petto come uno scudo.
«Te sei andata a moroso, invece di andare a messa!»
Diomira arrossisce appena, pensa: “E pazienza…”, ma non glielo dice, perché lui è proprio arrabbiato, non fa finta.
«Io non dico che non ci devi andare, con tutto che poi, ma va bè, lasciamo stare. Ma a Dio quel che è di Dio e a Cesare…»
Si è accalorato e adesso qualcuno fa capolino dalle finestre, dal portico de...