Segreti rubati
di K.T. Briggs
Capitolo 1
Alle 8.45 in punto Lily Dell attraversò le porte girevoli della Jensen & Richardson Communications di New York e sorrise all’uomo della sicurezza. Era maledettamente in ritardo, ma non era un motivo sufficiente per essere scortese.
«Come andiamo oggi, Hank?» domandò.
L’anziano signore si toccò il cappello in segno di saluto. «Bene, Miss Dell. Grazie per avermelo chiesto.»
«Passa una buona giornata, allora.»
«Ah be’, finché il sole splenderà e avrò aria nei polmoni, ci può contare» rispose lui facendole l’occhiolino.
Tutte le mattine Lily e Hank si scambiavano le stesse identiche parole, ma andava bene così. Lily trovava confortante la routine. La causa probabilmente era da cercare negli anni della sua infanzia, ma di solito Lily non aveva voglia di dedicarsi a pericolosi scavi nel passato. I reperti archeologici aveva deciso di lasciarseli alle spalle. Punto e basta.
«Un momento!» urlò Lily correndo verso gli ascensori. Il suo ufficio si trovava al cinquantottesimo piano e a quell’ora del mattino poteva passare un’eternità prima che un ascensore si fermasse al piano terra.
All’interno, una bionda tinta con le unghie lunghe e laccate di rosa infilò un braccio tra le porte, bloccandole, mentre Lily scivolava dentro.
«Grazie» sussurrò alla donna.
L’ascensore partì, facendo varie tappe prima di svuotarsi completamente all’altezza del trentesimo piano. A quel punto, Lily si precipitò a cercare il rossetto nella borsa. Alla velocità con cui saliva non ci sarebbe stato tempo per un pit-stop nei bagni a sistemarsi un po’ il trucco prima della riunione con Hathaway.
Con una serie di movimenti degni di una consumata contorsionista, cercò di aprire il rossetto senza far cadere la giacca, la valigetta del computer o la borsa di pelle nera. Peccato che, in tutto quel contorcersi, perse la presa sul tubetto, che andò a finire per terra, non prima di strisciare diligentemente sulla camicetta bianca e lasciare una traccia di un color pesca rigorosamente waterproof.
«Merda.»
«Be’, non è così terribile» la raggiunse una voce. Dalle ombre dell’ascensore che finora le era sembrato vuoto era comparso un uomo: evidentemente al trentesimo non erano scesi proprio tutti. Era alto e magro, con capelli nerissimi e occhi imperscrutabili color muschio. La pelle chiara spiccava contro il gessato scuro della giacca costosa. Lily notò l’estremità di una leggera cicatrice accanto al sopracciglio destro. Lui le sorrise mostrando appena un accenno dei suoi denti perfetti.
Lei cercò di ricambiare il sorriso, ma improvvisamente l’ascensore era diventato angusto e rovente come una sauna finlandese.
«Ci siamo già incontrati» sentenziò lui, calmo, avvicinandosi di un passo. «Si ricorda?»
Come non ricordarselo? Dalla sera della festa, la settimana precedente, Lily aveva trascorso ogni singola ora di veglia a cercare di capire come rintracciare quell’uomo così pazzescamente bello, ma non era riuscita a scoprirne neanche il nome.
Era successo tutto all’evento per il lancio dello champagne Keller, quando lei, anche se non lo avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura, ormai si era già scolata diversi assaggi. Stava andando alla toilette quando era apparso l’uomo che adesso, per un incredibile scherzo del destino, si trovava in ascensore con lei.
Ed era stato allora, in quell’attimo fugace nel corridoio della toilette, che i loro sguardi si erano incontrati, il tempo sembrava aver rallentato la sua corsa, e Lily si era resa conto che ogni molecola del suo corpo era irrimediabilmente attratta da quello sconosciuto. Non avevano smesso di camminare, scivolando l’uno verso l’altra, gli occhi agganciati.
«Buonasera» aveva detto lui con una voce di velluto.
«Sì» aveva gracchiato Lily.
«Lo sa che è bellissima?» aveva aggiunto lui.
Prima che potesse dire grazie, chiedergli il nome o pregarlo di spiegarle cosa fosse appena successo, lui le aveva rivolto un ultimo saluto divertito ed era sparito dietro l’angolo. Le ci era voluto un minuto buono per ricomporsi e seguirlo. Ma quando era arrivata nella sala, lui non c’era più.
«Me lo ricordo, sì sì» stava biascicando ora Lily, in ascensore. La sua stessa voce le suonò strana, come se non provenisse da lei.
Lentamente, l’uomo si chinò a raccogliere il rossetto dal pavimento. I movimenti erano consapevoli e morbidi; Lily poteva vedere le spalle possenti tendersi sotto la stoffa della giacca.
«Ha perso questo» disse, porgendole il tubetto. Aveva mani grandi e delicate, notò lei, due qualità che in genere non si trovano contemporaneamente in un uomo, almeno secondo la sua limitata esperienza. Quando Lily fece per prendergli il rossetto, i loro occhi si incontrarono, e in quell’attimo la temperatura nell’ascensore si fece incandescente. Sulle sue guance si diffuse un colore molto più acceso di quello che le macchiava la camicetta.
«Gra… grazie.»
Prendendo il tubetto, le dita sfiorarono la pelle fresca dell’uomo e il polsino della sua giacca. Una meravigliosa scossa elettrica si irradiò subito dalla punta delle dita su per il braccio e poi giù fino allo stomaco, per fermarsi proprio lì, tra le gambe. Lily rabbrividì, nonostante sentisse sempre più caldo. Un’onda di piacere sconosciuto l’attraversò, stordendola per un istante. Non aveva mai reagito così a un uomo. Di solito era misurata, cauta, logica. A sue spese, aveva imparato cosa succede a non esserlo. Ma ora il suo corpo sembrava prendere decisioni autonome.
«Oh» mormorò, stringendo le cosce. Era una sensazione fantastica.
L’uomo si avvicinò di un passo. Emanava un profumo caldo, agrumato, che non l’aiutava certo ad allontanare le vertigini. Adesso lui non sorrideva più. La guardava come se fosse una preda: un falco pronto ad avventarsi sul topolino indifeso.
Le gambe di lei minacciarono di cedere sui tacchi alti diventati terribilmente instabili.
«La camicia» sussurrò lui.
Lily era certa che attraverso la stoffa sottile lui potesse vedere il suo cuore battere impazzito. Chissà se anche lui provava la stessa sensazione?
«Credo sia rovinata» disse.
Era così vicino adesso che Lily si rese conto di quanto fosse liscia e perfetta la pelle del suo viso. Non riusciva a pensare ad altro che al folle desiderio che lui la toccasse. Dappertutto.
E finalmente lui fece scorrere, con lentezza estenuante, un dito lungo la guancia di lei, e poi giù fino all’incavo della gola. Lì esercitò una lieve pressione, facendola sussultare. Il suo corpo, come scollegato dal cervello, si inarcò verso lo sconosciuto.
“Ti prego” pensò Lily “non posso farlo.”
Il dito caldo di lui continuò a percorrerla, scendendo lungo la clavicola, spostando con facilità il lembo della camicia e infilandosi tra il reggiseno e la pelle. Lily cercò di non abbassare lo sguardo, mentre lui, con uno sguardo intenso, sollevata la stoffa del reggiseno, si faceva strada con il palmo della mano.
“Grida” disse a se stessa. “Chiedi aiuto.” Ma l’unico suono che le sue corde vocali sembrarono in grado di produrre fu un altro «Oh».
Infine, con un solo movimento improvviso ed energico lui scostò definitivamente la camicia e le sfilò la spallina rivelando il seno, che apparve nella luce tenue dell’ascensore, una perfetta sfera bianca e come separata dal resto del corpo. Lui lo accolse con gentilezza in una mano, si chinò e fece scorrere la lingua sul capezzolo duro, prendendolo tra i denti e mordicchiandolo poi con delicatezza.
Lampi di elettricità l’attraversarono. Lily avrebbe voluto sospirare forte, chiedere di più. Invece si morse il labbro e si aggrappò alla parete per sostenersi, sopraffatta dal desiderio che pulsava tra le sue gambe. Da quanto tempo non le succedeva? Da un’eternità.
«Mmm, hai un sapore così dolce» sussurrò l’uomo.
Quanto tempo avevano? Sarebbe bastato? Non poteva credere di avere simili pensieri. Chi era quest’uomo che sconvolgeva così il suo corpo? Come se le avesse letto nella mente, lui portò le labbra al suo orecchio.
«Presto» disse, facendole scivolare una delle sue bellissime mani tra le ginocchia, lasciandola poi risalire lungo la pelle morbida, appena depilata, dell’interno coscia. I pantaloni in questo caso l’avrebbero salvata, la gonna invece preludeva a un destino diverso. La mano di lui raggiunse le semplici mutandine di cotone già intrise di umori e per un istante Lily desiderò di avere addosso qualcosa di più speciale, magari di pizzo. Quando però lui premette le dita su di lei, Lily boccheggiò in cerca di aria. Chino, tanto da costringerla a guardarlo negli occhi, l’uomo le strappò gli slip e fece scorrere le dita morbide attraverso…
«Mamma!»
Eh?
Cazzo, mia figlia.
«Cosa c’è, tesoro?» le urlo.
Un rivolo di sudore mi striscia subdolo lungo la schiena. Non mi ricordavo che facesse così caldo nel mio studio.
«Mamma, vieni…» piagnucola mia figlia dall’altra stanza.
«Sì, Ali! Sto arrivando!»
Bene: sono le ore ventitré e quindici di un giovedì sera, e due sono le cose che so con certezza. La prima è che Lily Dell sta per fare sesso in un ascensore dove il tempo non esiste, il cotone si strappa come un asciugone Regina e ansimare tipo mantice non è un sintomo di allergia agli acari. La seconda è che le mie possibilità di fare sesso stasera, in un ascensore o in qualunque altro luogo del mondo, sono pari a zero. Z-e-r-o.