"Le preoccupazioni di Day sulla mia incolumità adesso sono calzanti. Il piano sembra buono, ma qualcosa potrebbe sempre andare storto. E se invece di condurmi dall'Elector, del quale dovrei conquistarmi la fiducia prima di ucciderlo, mi sparassero nell'istante in cui mi trovano? Oppure potrebbero legarmi a testa in giù in una stanza per gli interrogatori e picchiarmi fino a farmi perdere i sensi. L'ho visto succedere un milione di volte. Potrei essere morta prima della fine della giornata, molto prima che l'Elector venga a sapere del mio ritrovamento. Ci sono un sacco di cose che potrebbero andare storte.
Per questo devo concentrarmi, ripeto a me stessa. E se guardo Day negli occhi non ci riesco."Niente è quello che appare e la violenza regna sovrana: che senso ha credere ancora nell'amore?June e Day arrivano a Vegas dopo essere miracolosamente sfuggiti all'ingiustizia della Repubblica quando l'inconcepibile accade: l'Elector Primo muore e il figlio Ander prende il suo posto. Mentre la Repubblica sprofonda nel caos, i due giovani ribelli si uniscono ai Patrioti nel disperato tentativo di salvare il fratello di Day, Eden. E i Patrioti accettano, ma a una condizione: June e Day dovranno prima uccidere il nuovo Elector. Peccato che Ander non abbia niente a che vedere con il suo crudele genitore.

- 300 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Prodigy (versione italiana)
Informazioni su questo libro
Scelto da 375,005 studenti
Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.
Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.
Informazioni
Print ISBN
9788856621358
JUNE
DENVER, COLORADO.
ORE 19.37.
TEMPERATURA -4 °C.
ORE 19.37.
TEMPERATURA -4 °C.
RAGGIUNGO LA CAPITALE in treno (Stazione 42B) nel bel mezzo di una tempesta di neve, con una folla di curiosi radunati sul binario per vedermi. Mentre il treno si ferma, sbircio fuori dal finestrino gelato. Anche se fa un freddo cane, questi civili sono ammassati dietro un’inferriata improvvisata e si spingono e si sgomitano a vicenda come se fosse arrivata Lincoln o un altro cantante di successo. A tenerli a bada ci sono addirittura due pattuglie. Le loro grida attutite raggiungono comunque le mie orecchie.
«State indietro! Tutti dietro le barriere. Dietro le barriere! Chiunque provi a scattare foto verrà arrestato all’istante.»
È strano. La maggior parte di loro sembra essere composta da poveracci. Aver aiutato Day deve avermi fatto guadagnare una reputazione nei bassifondi. Sfioro il metallo delle graffette arrotolate intorno al dito. Una nuova abitudine.
Thomas viene verso il mio corridoio e si sporge da sopra i sedili per parlare ai soldati seduti attorno a me. «Portatela all’uscita. Alla svelta.» I suoi occhi guizzano su di me e sui vestiti che indosso (casacca gialla della prigione e camicia bianca).
Si comporta come se la conversazione che abbiamo avuto ieri notte nella stanza degli interrogatori non fosse mai avvenuta. Tengo lo sguardo basso, la sua faccia mi dà il voltastomaco. «Avrà freddo lì fuori» dice ai suoi uomini. «Assicuratevi che abbia un cappotto.»
I soldati mi puntano le armi addosso (modello XM-2500, portata 700 metri, proiettili intelligenti, possono attraversare due strati di cemento), quindi mi tirano su. Durante il viaggio ho osservato questi due soldati con una tale intensità che a quest’ora i loro nervi devono essere a pezzi.
Le manette che ho ai polsi sferragliano. Con armi come quelle, un colpo e morirei dissanguata indipendentemente da dove il proiettile dovesse raggiungermi. Magari pensano che stia escogitando un sistema per sfilargliene una alla minima distrazione. (Una supposizione ridicola, perché con le manette non avrei modo di usarla.)
Mi scortano lungo il corridoio, verso la fine del vagone, dove altri quattro soldati aspettano davanti alla porta aperta sul marciapiede della stazione. Una folata di vento gelido ci investe e trattengo prontamente il respiro. Una volta sono stata al fronte, quella volta in cui Metias e io andammo in missione insieme per la prima e ultima volta, ma era nel Texas occidentale e d’estate. Non ho mai messo piede in una città sepolta dalla neve come questa. Thomas raggiunge la testa della nostra piccola processione e fa segno a uno dei soldati di mettermi addosso un cappotto. Lo accetto con riconoscenza.
La folla (circa novanta o cento persone) si zittisce completamente nel vedere la mia casacca gialla e, mentre scendo i gradini, mi sento i loro sguardi addosso. La maggior parte di loro sta tremando, magri e pallidi, con vestiti consunti che sicuramente non riescono a tenerli caldi e scarpe piene di buchi. Non lo capisco. Nonostante il freddo sono venuti qui a vedermi scendere dal treno e chissà quanto hanno aspettato. D’un tratto mi sento in colpa per aver accettato il cappotto.
Raggiungiamo la fine del binario e siamo quasi entrati nell’atrio della stazione quando sento uno degli spettatori che grida. Mi giro di scatto, prima che i soldati possano fermarmi.
«Day è ancora vivo?» urla un ragazzo. Probabilmente è più grande di me, poco più che maggiorenne, ma così magro e basso che potrebbe sembrare un mio coetaneo se uno non facesse caso alla faccia.
Alzo la testa e rido. Poi una guardia lo colpisce al volto con il calcio del fucile e quelle che ho intorno mi prendono per un braccio e mi costringono a guardare di nuovo davanti. La folla esplode, riempiendo l’aria con grida d’esultanza. Nella confusione generale, sento alcuni che urlano: «Day è vivo! Day è vivo!».
«Continui a camminare» abbaia Thomas. Ci spingiamo nell’atrio della stazione e di colpo l’aria gelida viene tagliata fuori dalla porta che si richiude alle nostre spalle.
Non ho detto niente, ma il mio sorriso è bastato. Sì. Day è vivo. Sono sicura che i Patrioti apprezzeranno il fatto che ho alimentato la notizia.
Attraversiamo l’atrio e saliamo a bordo di tre jeep che ci aspettano col motore acceso. Mentre ci lasciamo dietro la stazione e ci dirigiamo verso una superstrada sopraelevata, non posso fare a meno di guardare a bocca aperta la città che scorre fuori dal finestrino. Di solito occorre una ragione valida per venire a Denver. Solo i nativi del luogo sono ammessi senza autorizzazione. Il fatto che io sia qui e possa vedere la città non capita tutti i giorni. Ogni cosa è rivestita da una coltre bianca, ma anche sotto la neve si intravede la sagoma di un mastodontico muro scuro che intrappola Denver come un’enorme diga contro le alluvioni. La Corazza. L’ho letta nei libri di scuola, ovviamente, ma vederla coi miei occhi è un’altra cosa. Qui i grattacieli sono così alti che scompaiono nelle nuvole, ogni piano coperto da uno spesso strato di neve, ogni lato rinforzato da imponenti travi metalliche. Tra gli edifici, scorgo la Capitol Tower. Di tanto in tanto noto dei riflettori che scrutano il cielo o elicotteri che sorvolano i grattacieli. A un certo punto, quattro caccia da combattimento sfrecciano sulle nostre teste. Mi fermo ad ammirarli un momento (si tratta di Mietitori X-92, velivoli sperimentali che non sono ancora entrati in produzione al di fuori della capitale, ma che devono aver passato i test di prova, visto che gli ingegneri si fidano a farli volare sopra il centro di Denver). La capitale è una città militare tanto quanto lo è Las Vegas e incute timore anche più di quanto mi aspettassi.
La voce di Thomas mi riporta di colpo alla realtà. «Stiamo andando al Salone di Colburn» mi dice dal sedile anteriore della jeep. «È un ristorante all’interno del Capital Plaza dove i senatori si incontrano a volte per dei banchetti. L’Elector pranza spesso lì.»
Colburn? Da quello che ho sentito è un posto davvero elegante, specialmente considerato che all’inizio volevano sbattermi nel penitenziario di Denver. Devono essere notizie nuove anche per Thomas, immagino. Non credo che sia mai stato nella capitale, ma da bravo soldato non perde tempo a godersi il panorama. Sono ansiosa di vedere com’è il Capital Plaza, se è grande come l’ho sempre immaginato. «Lì la mia pattuglia la consegnerà a una squadra del comandante DeSoto.» Una squadra di Razor, aggiungo tra me. «L’Elector la riceverà nella sala da pranzo reale del ristorante. Le consiglio di comportarsi come le circostanze convengono.»
«Grazie della dritta» rispondo, sorridendo freddamente al riflesso di Thomas nello specchietto retrovisore. «Vedrò di sfoggiare il mio inchino migliore.» In realtà, però, comincio a essere nervosa. L’Elector è una figura che mi hanno insegnato a riverire fin dalla nascita, qualcuno per cui non ho mai dubitato che avrei dato la vita senza pensarci due volte. Anche adesso, anche dopo tutto quello che ho scoperto sulla Repubblica, avverto quel sentimento così profondamente radicato in me che cerca di riemergere, una coperta familiare nella quale vorrei avvolgermi. Strano. Non mi sono sentita così quando ho appreso la notizia della morte dell’Elector. E nemmeno quando ho assistito al discorso di Anden sullo schermo. È rimasto nascosto fino a ora, quando manca poco al nostro incontro.
Però non sono più il prodigio osannato di quando ci siamo incontrati la prima volta. Cosa penserà di me?
SALONE DI COLBURN, SALA DA PRANZO REALE.
C’è l’eco, qui dentro. Sono seduta da sola all’estremità di un lungo tavolo (quattro metri di legno di ciliegio, gambe intarsiate a mano, decorazioni dorate finemente dipinte con un pennello millimetrico), con la schiena dritta, appoggiata all’imbottitura di velluto rosso dello schienale. Nel lontano muro di fronte crepita e scoppietta un caminetto, sovrastato da un gigantesco ritratto del nuovo Elector. I lati della sala sono rischiarati da otto lampade d’oro. I soldati della pattuglia della capitale sono ovunque: cinquantadue allineati lungo le pareti, spalla a spalla, e sei sull’attenti ai miei fianchi. Fuori fa ancora freddo, ma qui dentro fa abbastanza caldo da aver permesso agli inservienti di vestirmi con un abito leggero e degli stivali di pelle. Mi hanno lavato, spazzolato e asciugato i capelli, che adesso mi scendono lisci e lucenti fino alla schiena. Li hanno adornati con fili di piccole perle coltivate (ognuno vale tranquillamente duemila banconote). All’inizio le ammiro sfiorandole con le dita, ma poi mi tornano in mente quei poveretti alla stazione vestiti di stracci e tiro via la mano, disgustata. Un altro servitore mi ha tamponato le palpebre con una cipria traslucida, così adesso brillano nella luce soffusa del caminetto. Il vestito che indosso, bianco crema con sfumature grigie, scende fino ai piedi con i suoi strati di chiffon. Il corsetto mi toglie il fiato. Un abito costoso, non c’è dubbio. Cinquantamila, sessantamila banconote?
L’unica cosa che sembra fuori posto sono le pesanti manette di ferro ai polsi e alle caviglie che mi incatenano alla sedia.
Passa mezz’ora prima che un altro soldato (vestito con l’inconfondibile cappotto nero e rosso delle pattuglie della capitale) entri nella stanza. Questo qui si mette sull’attenti, tiene la porta aperta e il mento alto. «Il nostro glorioso Elector Primo è entrato nell’edificio» annuncia. «Tutti in piedi, prego.»
Prova a comportarsi come se non stesse parlando con nessuno in particolare, ma l’unica seduta sono io. Mi spingo su dalla sedia e mi alzo tra il clangore delle catene.
Passano altri cinque minuti. Poi, proprio mentre inizio a domandarmi se arriverà mai qualcuno, un giovane uomo attraversa la porta e annuisce ai soldati all’entrata. Con le manette ai polsi non posso porgere il saluto, inchinarmi o fare la riverenza come si deve, perciò rimango come sono e fronteggio l’Elector.
Anden non è cambiato quasi per niente da quando l’ho incontrato al ballo la prima volta; alto, regale e sofisticato, i capelli scuri ben pettinati, il cappotto da sera di un magnifico grigio cenere con bande dorate da pilota sulle maniche e i gradi da ufficiale sulle spalle. I suoi occhi verdi hanno uno sguardo solenne e la sua andatura è leggermente scomposta, come se gli si fosse posato un nuovo peso sulla schiena. La morte di suo padre deve averlo colpito, dopotutto.
«Si sieda pure» mi dice, sollevando una mano guantata nella mia direzione (guanti da pilota). La sua voce è molto pacata, ma nonostante la grandezza della sala si sente chiara e forte. «Mi auguro che l’abbiano messa a proprio agio, signorina Iparis.»
Faccio come mi dice. «Sì. Grazie.»
Appena Anden si è seduto all’altro capo del tavolo e i soldati sono tornati alle loro posizioni regolari, parla di nuovo. «Mi hanno riferito che ha fatto espressa richiesta di incontrarmi. Spero che non le dispiaccia indossare gli abiti che le ho procurato.» A questo punto si ferma per una frazione di secondo, quanto basta perché un sorriso timido gli illumini il volto. «Ho pensato che non le andasse di cenare indossando la divisa del penitenziario.»
La sua voce ha un tono di condiscendenza che mi dà sui nervi. Come osa vestirmi da bambola? pensa una parte di me, sdegnata. Ma allo stesso tempo sono colpita dalla sua aria autorevole, dalla padronanza del suo nuovo status. È salito al potere – tanto potere – all’improvviso e sembra gestire la cosa con una tale sicurezza che i miei vecchi sentimenti di lealtà mi premono con insistenza contro il petto. L’insicurezza che aveva prima sta lentamente scomparendo. Quest’uomo è nato per comandare. Secondo Razor è attratto da me. Perciò inclino la testa e lo guardo sbattendo le ciglia. «Perché mi tratta così bene? Pensavo di essere un nemico dello stato, al momento.»
«Mi vergognerei di me stesso se trattassi il prodigio più famoso della Repubblica come un prigioniero» mi dice, allineando perfettamente le forchette, i coltelli e il bicchiere di champagne. «Mi auguro che non trovi tutto questo spiacevole.»
«Per niente.» Do un’occhiata alla sala, memorizzando la posizione delle lampade, delle decorazioni alle pareti, di ogni singolo soldato e delle armi che portano. L’elaborata eleganza di questo incontro mi fa capire che Anden non ha organizzato il vestito e la cena per sedurmi. Vuole far sapere alla gente quanto mi sta trattando bene, penso. Vuole che si sappia che il nuovo Elector si sta prendendo cura della persona che ha salvato Day. La mia antipatia iniziale vacilla, questo nuovo pensiero mi intriga. Anden deve essere consapevole della sua scarsa reputazione. Magari sta cercando il supporto del popolo. Se così fosse, allora si sta prendendo il disturbo di fare qualcosa che all’Elector precedente non è mai importato. Il che mi fa pensare: se Anden cerca l’approvazione della gente, cosa pensa di Day? Di sicuro non si guadagnerà il favore del popolo dando la caccia al criminale più amato della Repubblica.
Due camerieri ci portano i vassoi con la cena (un’insalata con fragole vere e uno squisito filetto di maiale con cuori di palma), mentre altri due ci posano in grembo due tovaglioli candidi e servono lo champagne. I servitori vengono dal ceto alto (si muovono con la precisione che contraddistingue l’élite), anche se probabilmente non del rango che aveva la mia famiglia.
Poi accade un fatto molto curioso.
La cameriera che sta versando lo champagne ad Anden avvicina troppo la bottiglia al bicchiere che si ribalta, rovesciandosi sulla tovaglia per poi rotolare giù dal tavolo e frantumarsi sul pavimento.
La cameriera emette un gridolino e si getta immediatamente in ginocchio. Dallo chignon ordinato sfuggono alcuni boccoli rossi, che le ricadono sul viso. Noto le sue mani, così perfette e raffinate, di sicuro una ragazza dell’alta borghesia. «Sono davvero desolata, Elector» continua a ripetere. «Mi dispiace molto. Provvedo subito a cambiare la tovaglia e le prendo un altro bicchiere.»
Non so cosa mi aspettavo che facesse Anden. Che la rimproverasse? Che aggrottasse la fronte, almeno? Invece scosta la sedia, si alza e le porge la mano. Sono scioccata. La ragazza sembra paralizzata. Spalanca gli occhi e le labbra le iniziano a tremare. Con un unico movimento Anden si abbassa e l’aiuta a rialzarsi. «È solo un bicchiere» dice con gentilezza. «Attenta a non tagliarti.» Poi l’Elector fa un gesto a una delle guardie sulla porta. «Una scopa e una paletta, per cortesia. Grazie.»
Il soldato annuisce. «Certamente, Elector.»
Mentre la cameriera corre a procurare un nuovo bicchiere e un inserviente entra per spazzare via quello rotto, Anden si rimette seduto, aggraziato e regale. Impugna la forchetta e il coltello secondo le migliori regole del galateo e taglia un boccone di filetto. «Allora mi dica, agente Iparis. Perché ha voluto vedermi di persona? E cos’è successo la sera dell’esecuzione di Day?»
Copio i suoi gesti, taglio la carne che ho nel piatto. Le catene ai polsi sono lunghe quanto basta per permettermi di mangiare, come se qualcuno si fosse disturbato a prendere le misure. Accantono la sorpresa dell’incidente col bicchiere e inizio a raccontare la storia che Razor mi ha preparato. «Ho aiutato Day a scappare e i Patrioti hanno aiutato me. Ma quando è finito tutto, non h...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Prodigy
- Las Vegas, Nevada Repubblica D’america Popolazione: 7.427.431
- June
- Day
- June
- Day
- June
- Day
- June
- Day
- June
- Day
- June
- Day
- June
- Day
- June
- Day
- June
- Day
- June
- Day
- June
- Day
- June
- Day
- June
- Day
- June
- Day
- June
- Ringraziamenti
- Copyright