L'Ottagono di Federico
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L'Ottagono di Federico

  1. 340 pagine
  2. Italian
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L'Ottagono di Federico

Informazioni su questo libro

Agli estremi confini orientali dell'Italia meridionale, durante gli scavi presso un'antica torre costiera, la giovane archeologa Idrusa Costantini scopre il cadavere di un marò del San Marco, sepolto in una posizione a dir poco sorprendente: seduto, con le mani sulle ginocchia e un fucile accanto. A infittire il mistero, poche ore dopo il ritrovamento del militare morto, è l'assassinio di una stagista appartenente alla squadra che effettuava gli scavi. Chiamato a indagare, l'ufficiale dei Carabinieri Angelo Mattei si trova ben presto su una pista imprevedibile, che lo riporta indietro nei secoli. Con l'aiuto di Idrusa e di un paleografo, dovrà risalire a Federico II di Svevia - lo Stupor Mundi, coltissimo re crociato e figura carismatica del medioevo - per svelare il mistero custodito nell'antica torre e risolvere un caso che minaccia la sicurezza nazionale. Insieme, attraverseranno un mondo prigioniero del secolare scontro di civiltà tra l'Islam e la Cristianità e, in un crescendo mozzafiato, combatteranno una potente organizzazione internazionale tentando di demolirne i simboli.

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Informazioni

Anno
2014
eBook ISBN
9788858510988

1

IDRUSA

Con un colpo azzardato, la punta affusolata del maleppeggio penetrò in un materiale di consistenza anomala per almeno cinque centimetri. Idrusa si tirò indietro. Pensava di aver danneggiato una trozzella messapica, o un unguentario, e si risistemò sulle ginocchiere da lavoro a scavare intorno con le mani, finché le sue dita non incontrarono qualcosa che al tatto pareva un tessuto infeltrito. Dopo aver ripulito le lenti gialle dei suoi occhiali di protezione, si sporse a pochi centimetri per osservare meglio. Lo scavo si era spinto più di due metri e mezzo sottoterra, ma era ampio, e alle nove di quella mattina la luce bianca e intensa del Salento eccitava l’aria primaverile illuminando ogni dettaglio sul promontorio. L’archeologa Idrusa Costantini si fece forza per evitare che le mani le tremassero e che i suoi gesti potessero danneggiare la stoffa increspata che stava spuntando fuori. Scalpellando attentamente, scese più in profondità rimuovendo i detriti con la cazzuola inglese.
Dalla terra stava emergendo una faccia raccapricciante, che pareva bloccata in un’espressione disperata. Idrusa prese un forte respiro, si riavvicinò e smosse il terriccio. Indossò i guanti in lattice, sfiorando il tessuto umano ancora visibile sulla mandibola e spennellò lo stemma rosso cucito sul basco ravvivando il fregio dorato: una corona su un’ancora circondata da rami d’alloro. La strana inumazione appariva relativamente recente. Si mise in piedi per osservare dall’alto. La profondità di sepoltura era adeguata a un occultamento di cadavere. A quella quota l’odore non sarebbe stato percepito, e gli animali selvatici non avrebbero provato a raspare il terreno per raggiungerlo e nutrirsene. Doveva continuare a scavare per tirar fuori il resto del corpo... sempre che davvero là sotto ci fosse un corpo. Andare fino in fondo, infischiandosene del protocollo, violando ogni regola, come sempre: avrebbe voluto farlo anche quella volta. Ma si fermò a riflettere, e non lo fece.
Nonostante nel suo ambiente fosse considerata una giovane archeologa, la trentunenne aveva già avuto esperienze di grande valore. Grandi anfore incastrate nel prezioso relitto di una gauloi fenicia dell’VIII secolo avanti Cristo. Il rostro in bronzo residuato di una battaglia risalente alla fine della prima guerra punica. Era spuntato al largo della Sicilia, a quasi cento metri di profondità, dove la pressione idrostatica non permetteva di spingersi con bombole e pinne. Solo i potenti fari del ROV e il software di georeferenziazione avevano potuto individuarlo semisepolto nel fondale sabbioso e quasi integro. Una serie fortunata di ritrovamenti a cui aveva partecipato e che avevano scaraventato il suo nome e il suo volto intelligente sulle pagine delle riviste, nei convegni, accanto ai più accreditati esperti e agli specialisti di archeologia subacquea. Una serie fortunata di coincidenze indotte dalla sua ambizione e dalla sfrontatezza del suo carattere insolito, costantemente in guerra con la razionalità accademica che le lavorava attorno.
Ma ora le luci del successo erano distanti. Isolata da ogni clamore, era stata relegata ai confini meridionali d’Italia a dirigere un progetto insignificante. Era questo che pensava. E cominciava a elaborare l’idea che quell’assurdo ritrovamento avrebbe potuto rallentare i suoi programmi.
«Venite giù» gridò alla squadra. «Anche tu» disse alla stagista che si era affacciata timidamente.
Scesero uno alla volta. Per ultima la ragazza, che guardò l’orribile faccia nella terra e si coprì il viso con le mani.
«Dobbiamo chiamare la polizia» disse il più anziano dei ragazzi, che non arrivava ai trent’anni.
“Dobbiamo?” si disse ironica Idrusa mentre scorreva sul tablet una pagina fitta di immagini.
Il collaboratore giovane s’inginocchiò a osservare. «Un basco del San Marco» disse scrutando attentamente lo stemma. «Potrebbe essere un basco del San Marco» ripeté rivolto a Idrusa.
Lei gli si accovacciò accanto per esaminare nuovamente da vicino. Si rialzarono e osservarono insieme lo schermo.
«Sono l’élite delle truppe da sbarco della Marina Militare Italiana.»
«Ho provato a entrarci. Il comando operativo è qui a Brindisi. Cercavo un lavoro vicino a casa.»
«E poi?»
«Per loro non avevo la stoffa – insomma, le palle – per far parte della squadra. In realtà, quella gente non ama chi usa troppo il cervello se deve eseguire un ordine» disse riaccovacciandosi a osservare i residui di materia sulla faccia nella terra. «C’è del tessuto molle.»
Idrusa si rivolse alla squadra. «Se volete che un cadavere sepolto nella terra si conservi più a lungo, dovete seppellirlo in profondità, dove si decompone più lentamente per il minor numero di insetti necrofagi in grado di raggiungerlo.»
«Non credo che qualcuno di noi abbia di questi problemi» disse il collaboratore giovane rivolto agli altri. «Almeno, lo spero!» precisò provocando una fragorosa risata di gruppo.
«Chi è?» chiese il collaboratore anziano.
«Sembra un uomo. Forse un militare... se quelli che ha addosso sono il suo basco e la sua piastrina identificativa» disse Idrusa, che si inginocchiò sulla faccia per scrutarla da vicino. “Devo scavare ancora e controllare il cranio.”
«Da quanto tempo è là sotto?» chiese la stagista.
«Una sepoltura relativamente recente. Azzarderei una decina di mesi se me lo chiedessero con una pistola puntata alla testa. In un posto come questo e così in profondità, nessuno l’avrebbe mai ritrovato. Se non casualmente, com’è capitato a noi.»
«Voi che ne dite?» domandò Cristina Anchisi, la stagista del gruppo.
«Effettivamente a nessuno verrebbe in mente di cercare un cadavere proprio qui» convenne il collaboratore giovane.
«Dobbiamo chiamare la polizia» ripeté il collaboratore anziano fissando severo Idrusa.
Lei mise una mano sulla spalla della più giovane del gruppo e l’accompagnò verso la risalita. «Non troveremo mai gente viva sottoterra. Devi farci l’abitudine.»
«Che cosa?» esclamò sbalordito l’ufficiale dei carabinieri a cui avevano trasferito la chiamata. «Non toccate niente e fate in modo che nessuno si avvicini. Mi sono spiegato?» urlò per non dar modo di replicare.
“Merda!” pensò Idrusa, maledicendo chi l’aveva convinta ad accettare quell’incarico: quell’uomo aveva un nome, un cognome e una qualifica che faceva rima con prepotente.
La squadra raggiunse le rocce più levigate, lontano dalle buche dove avevano lavorato in quei giorni. Si sedettero in cerchio, disperdendo i pensieri nell’aroma fumante che proveniva da un thermos a cui avevano appena allentato la chiusura ermetica.
Dopo l’ennesima scossa giornaliera di caffeina, Idrusa si avviò verso l’antica torre. Superò l’edificio di qualche metro e raggiunse lo strapiombo. Il mare aveva un colore blu intenso, schiumato di bianco dalle raffiche di vento. Abbandonò i pensieri all’aria del mattino, mentre il maestrale le pettinava i lisci capelli neri rasati da un lato. Chiuse gli occhi. E adesso? Il progetto prevedeva altre tre settimane di lavoro. Poi un aereo l’avrebbe riportata in Germania, in tempo per l’ultima fase dei nuovi scavi di Marktbreit, dove lo staff di comunicazione tedesco stava già costruendo l’evento dell’anno.
“Faccia nella terra” rischiava di annientare i suoi progetti bloccandola in Italia. Roma, la Francia, Berlino, ora era giù nel suo Salento, a ottanta chilometri dai ricordi: i vicoletti di Otranto, i colori profumati della campagna, le braccia forti di suo nonno che la sollevavano sulla sedia di una tavolata all’aperto per le poesie della festa che lui scriveva e lei mandava a memoria dopo una sola lettura. Un passato chirurgicamente cancellato.
Un’operazione d’immagine contro la fuga di cervelli all’estero, le aveva detto il ministro. E, nei dodici mesi del progetto, avrebbe dovuto mettere in campo la sua fresca autorevolezza con la stampa e nei simposi. Le avevano assicurato che il governo voleva cambiare registro, e le avevano detto che, per promuovere l’Italia della cultura, c’era bisogno di gente come lei: giovane, brillante, sfrontata, che bucava lo schermo. Idrusa sapeva benissimo di essere un ingranaggio dello spot montato dalle autorità italiane per millantare attenzione istituzionale sulla più grande ricchezza del paese: la sua storia, i suoi capolavori artistici. Un’operazione da sempre accantonata dai mille governi che si erano succeduti, anche perché ritenuta un lusso per le casse dello stato dai politici e dagli “scienziati italiani dell’economia”, come lei definiva con spregio i cosiddetti “tecnici” che di tanto in tanto si affacciavano a Palazzo Chigi per impacchettare le decisioni impresentabili dei politici. Non avrebbe mai accettato di prestarsi al gioco se non l’avesse pregata personalmente il sovrintendente regionale, con la promessa che, ultimata la fase preliminare, sarebbe stata libera di ritornare in Germania, passando le carte a un burocrate qualsiasi.
Questo era il programma. Lo aveva studiato nei minimi particolari, come sempre. Ma ora era a oltre seicento chilometri da Roma, e a pochi passi da una maledetta torre pericolante, con un cadavere sotto i piedi: una strana sepoltura che doveva dimenticare in fretta, se non voleva infilarsi nel “labirinto dell’archeologo”. Così il suo grande maestro chiamava il luogo senza uscita dove finivano i colleghi che si facevano fuorviare dalla sete di rivelazioni perdendo di vista ciò che dovevano trovare.
Dall’inizio dei lavori, quasi ogni mattina Idrusa arrivava sul posto all’alba, quando lo scenario costiero emanava la più intensa suggestione. Si rannicchiava seduta sotto la torre e, da quella posizione, i suoi occhi chiari perlustravano il mare aperto. E, spesse volte, dai banchi di foschia, aveva visto spuntare sagome terrificanti di galee turche, e intorno a sé fantasmi di soldati intenti a innalzare fuochi d’allarme per avvertire la gente del posto che il demonio stava per sbarcare sulle loro vite.

2

IL MASSACRO DI OTRANTO

Un’armata di diciottomila soldati turchi partì da Valona diretta a Brindisi forte di novanta galee, quaranta galeotte, quindici maoni, mille cavalli e un formidabile arsenale di cannoni e munizioni. Era l’estate del 1480. I venti, o forse la prospettiva di incontrare una resistenza più blanda, li spinse quarantatré miglia più a sud. Sbarcati sulla spiaggia di Otranto, si presentarono sotto le mura della città e la cinsero d’assedio. Dopo due settimane di furiosa resistenza, la città cadde sotto i colpi delle bombarde, e migliaia di cittadini sperimentarono i supplizi e la morte, arrivati in paese al sibilo delle scimitarre. Per le vie della città dominavano terrore e sangue. Nella cattedrale, mentre l’arcivescovo celebrava messa invocando l’aiuto di Dio, irruppero i turchi. Al prelato, che impugnava il crocifisso, fu mozzata la testa tra l’orrore della gente e fu esposta per le vie della città sulla punta di una picca. La chiesa fu trasformata in una stalla, in segno di estremo disprezzo verso la religione cristiana. Secondo le fonti più macabre, il comandante della guarnigione cittadina fu catturato e segato vivo.
Come ultima nefandezza, a ottocento cittadini maschi dai quindici anni in su fu richiesta la conversione all’islam, pena la morte. Il portavoce degli otrantini fece sapere che tutti loro preferivano morire piuttosto che rinnegare la propria fede. E di fronte a tale rifiuto, il comandante turco fece predisporre un cippo sul colle della Minerva e gli ottocento vennero decapitati innanzi ai loro famigliari obbligati ad assistere.
Al giorno d’oggi, in sette enormi teche a vista, incastonate tra migliaia di ossa, le schiere dei teschi dei martiri avvolgono di raccapriccianti occhiate il visitatore che si addentra nella stupefacente cattedrale di Otranto.

3

LA TORRE COSTIERA

Il tenente colonnello dei carabinieri Angelo Mattei aveva incassato l’ennesima giornata di “relax interruptus”, come chiamava le sue fughe in campagna interrotte dalle telefonate di richiamo in servizio del maresciallo Santini. L’ultima era giunta spietata verso le due di quel pomeriggio, cancellando un weekend riparatorio con Beatrice. La corsa verso Brindisi era durata sette brani di Zucchero, sparati ad alto volume per azzittire il diavolo che aveva in corpo e che gli faceva amare il suo lavoro più di ogni altra cosa.
Giunto sul promontorio si fermò a fissare l’orizzonte e le violente sfumature del cielo discriminate dalle lenti blue blocker dei suoi occhiali. La costa apparentemente infinita si allargava luminosa disegnando insenature per chilometri, mentre il maestrale aggrottava il mare rendendo l’aria satura di un intenso profumo carico di iodio. Angelo osservò l’antica torre. Tutto intorno, la terra era lastricata di strane rocce increspate, punteggiate di cespugli della macchia mediterranea dai colori matti. Mise il berretto sotto il braccio e si avvicinò allo strapiombo sulla scogliera con il vento che gl’imperlava di gocce salate la divisa nera e i distintivi colorati sul petto. Si sporse ancora per qualche secondo, poi si voltò a scrutare la costruzione in pietra a secco che incombeva sopra la sua testa. L’erosione del mare l’aveva portata a pochi passi dal precipizio. Era alta una decina di metri, a forma di piramide mozzata. Scorse con lo sguardo il mare aperto e l’entroterra alle sue spalle, come avrebbe fatto un soldato guardiano dalle feritoie che erano disposte su ogni lato. Altre torri di avvistamento erano piazzate sulle sporgenze della costa, a pochi chilometri l’una dall’altra. Girando intorno all’edificio, osservò da vicino i lavori di consolidamento e le lunghe assi di legno che sostenevano la struttura come uno scheletro d’emergenza. Come avrebbe mai potuto quel leggero intervento conservativo fermare la forza del vento e delle mareggiate piuttosto frequenti in quella zona? Dieci, cento colpi ancora e l’erosione della falesia avrebbe trascinato con sé quella costruzione lasciando che il mare la inghiottisse per sempre.
Ritornò verso il cantiere.
Una ragazza con i capelli neri rasati da un lato, t-shirt impolverata e scarponcini da lavoro parlava con una tuta arancione del 118. Il pubblico ministero aveva le mani in tasca, le maniche della camicia arrotolate e la cravatta allentata; discuteva vicino all’ambulanza parcheggiata a un centinaio di metri. Superata la zona degli scavi, perimetrata da una griglia di plastica arancione, Angelo sollevò il nastro bianco e rosso e si accovacciò sulla fossa. Era profonda più di due metri. Si alzò quindi continuando a scrutare la faccia che spuntava dalla terra.
In alto, un elicottero aveva appena avvistato il promontorio. Nella cabina il frastuono era intenso. Il pilota indicò la torre...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. L’ottagono di Federico
  3. PROLOGO
  4. 1. IDRUSA
  5. 2. IL MASSACRO DI OTRANTO
  6. 3. LA TORRE COSTIERA
  7. 4. LA STAGISTA
  8. 5. IL RICONOSCIMENTO
  9. 6. IL COMANDANTE DEL REGGIMENTO SAN MARCO
  10. 7. IL RITROVAMENTO
  11. 8. IL SOVRINTENDENTE
  12. 9. LA REGISTRAZIONE
  13. 10. LA CATTEDRALE DEI MARTIRI
  14. 11. IL MESSAGGIO
  15. 12. ARCHEOLOGIA SUBACQUEA
  16. 13. IL PALEOGRAFO
  17. 14. LA VICENDA DEGLI SCAFISTI
  18. 15. IL SACRIFICIO UMANO
  19. 16. I DUE MARÒ
  20. 17. HOHENSTAUFEN
  21. 18. TAPIS ROULANT
  22. 19. BROWLINE GLASSES
  23. 20. L’ECOMOSTRO
  24. 21. LE TRE SORELLE
  25. 22. SE ESISTONO I VANGELI
  26. 23. PALAZZO TOPKAPI
  27. 24. LA CHIESA DEL CONCILIO
  28. 25. SULLE TRACCE DI RUGGERO FLORES
  29. 26. IL PARROCO DELLA CATTEDRALE
  30. 27. LA TORRE DEL SERPE
  31. 28. L’IMAM
  32. 29. LA CORSA DELL’INGEGNERE
  33. 30. IL CASTELLO HOHENSTAUFEN
  34. 31. IL GENERALE FRUNDSBERG
  35. 32. LA SEGRETARIA DELLA FONDAZIONE
  36. 33. VIS
  37. 34. L’IBAN
  38. 35. LA TORRE DI COMANDO
  39. 36. LA SAGRADA FAMILIA
  40. 37. L’ESTREMO CRISTIANO OCCIDENTALE
  41. 38. LA CENA
  42. 39. IL FURTO AL MUSEO
  43. 40. CARRER DE ROGER DE FLOR
  44. 41. NICO POLETTI
  45. 42. LA SECONDA TORRE
  46. 43. 48 ORE
  47. 44. L’OTTAGONO DI FEDERICO
  48. 45. IL PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE
  49. 46. OPERAZIONE FEDERICO II
  50. 47. YOU MUST BELIEVE IN SPRING
  51. Epilogo. LO STUPOR MUNDI
  52. Copyright

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