Trauma
eBook - ePub

Trauma

  1. 350 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

«Da parte mia non so cosa voglio.
La mia vita è come l’acqua, riflette ciò che la circonda, non ha colore o sapore.
Scorre via se si cerca di afferrarla.»Una nuvola nera si allarga su un disegno a gessetto: si aggiunge al giallo dei cerchi del sole, al rosso della macchina davanti alla casa. Tilde, cinque anni, nascosta sotto il tavolo, incolla gli occhi sulla madre, intenta a cucinare. I colpi alla porta, prima quasi impercettibili, si fanno a un tratto più violenti. In pochi drammatici minuti la bambina assiste immobile, con il fiato sospeso, al brutale assassinio della donna. Nel silenzio che segue, una macchia scura satura il foglio; i gesti della bimba si fanno ampi, disperati, nervosi.
In tutt’altra parte della città, la psicoterapeuta Siri Bergman e la sua collega e amica Aina incontrano, in un nuovo progetto sperimentale, un gruppo di donne vittime di violenza: cinque storie drammatiche di amori ingannevoli, brutalità e degrado.
Il destino della piccola Tilde si intreccia a quello di Siri e delle altre donne; in una gelida Stoccolma autunnale il comune bisogno di giustizia e rinascita si tramuta in una spietata caccia all’assassino.
Una lucida fotografia dell’universo delle mura domestiche; un disarmante ritratto delle perversioni e delle derive dell’amore.

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Informazioni

Print ISBN
9788856612752
eBook ISBN
9788858508954

CAMILLA GREBE
ÅSA TRÄFF

TRAUMA

Traduzione di
RENATO ZATTI

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Questo romanzo è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.
A Max, Gustav, Calle e Josephine

Trovo che amara più della morte è la donna, la quale è tutta lacci: una rete il suo cuore, catene le sue braccia. Chi è gradito a Dio la sfugge ma il peccatore ne resta preso.
ECCLESIASTE 7,26

Gustavsberg, periferia di Stoccolma. 22 ottobre, pomeriggio
Tutto appare diverso dal basso.
Le gambe massicce del grande tavolo, il ripiano di quercia con il disegno che Tilde ha fatto con il gessetto, e che la mamma non ha ancora scoperto. La tovaglia che la circonda con le pesanti pieghe color crema.
Anche la mamma appare diversa dal basso.
Con prudenza, Tilde fa capolino dalla sua capanna e la guarda, mentre con una mano fuma e con l’altra lascia cadere nel pentolone grigio gli spaghetti, simili ai bastoncini dello shanghai, che si spezzano sotto la pressione della forchetta.
Dai jeans della mamma spuntano il tatuaggio che ha in fondo alla schiena e le mutandine rosa. Dal basso, il suo sedere sembra enorme, e Tilde medita se dirglielo. Mamma se lo chiede sempre se è troppo grosso e spesso costringe Henrik a rispondere, anche se lui non vuole. Lui preferisce guardare i cavalli che corrono in tv bevendosi una birra. Si chiama hobby.
La mamma spegne la sigaretta nella tazza del caffè, raccoglie con le unghie lunghe alcuni spaghetti caduti vicino alla pentola e li mette in bocca, come se fossero caramelle. Si sente uno scricchiolio quando mastica.
Tilde prende un gessetto blu e comincia a colorare quello che sarà il cielo. Ha già disegnato una casa – la loro casa – e una macchina rossa, quella che compreranno appena la mamma troverà un lavoro. Dalla finestra della cucina entra la luce fioca del pomeriggio autunnale, tingendo la stanza di un grigio deprimente. Dentro la sua capanna, invece, c’è un buio gradevole. Filtra solo un debole bagliore, sufficiente a illuminare il foglio posato sul pavimento e i colori dei gessetti.
Dalla radio arriva un flusso di musica continuo, interrotto solo dalla pubblicità. A quanto ha capito lei, la pubblicità è quando mamma e Henrik parlano. O quando lui piscia tutta la birra che ha bevuto. O quando mamma esce a fumare sul balcone, anche se, le volte in cui Henrik non è in casa, poi fuma dappertutto. Persino se non c’è la pubblicità.
All’inizio i colpi alla porta sono leggeri e prudenti.Non sembra che abbiano bussato, ma piuttosto che qualcuno abbia tamburellato sul legno passando davanti all’appartamento.
La mamma accende un’altra sigaretta, china sul lavello. Aspetta.
Ora i colpi diventano più forti. Bum, bum, bum.
Non ci sono dubbi: c’è qualcuno fuori, qualcuno che vuole entrare. E in fretta, anche.
«Arrivo!» grida la mamma, e si avvia alla porta con la sigaretta in mano. Lentamente, come se avesse tutto il tempo del mondo. Tilde sa che va bene così: Henrik deve imparare ad aspettare. Non può succedere tutto troppo in fretta, alle sue condizioni. Così gli ha detto la mamma.
Tilde cerca un gessetto giallo chiaro: andrà benissimo per il sole. Inizia a tracciare un tondo e lo riempie con movimenti circolari e avvolgenti. Il foglio si piega un po’ e, quando lo blocca con l’altra mano, si strappa nell’angolo destro. Una crepa nel mondo perfetto che sta creando con tanta cura.
Esita: deve ricominciare da capo o andare avanti?
Bum, bum, bum.
Henrik sembra più arrabbiato del solito. Si sente il tintinnio della catena di sicurezza, poi mamma apre la porta.
Tilde cerca tra i gessetti. Sotto il tavolo assomigliano a tanti bastoncini scuri. Come se fosse seduta sotto un abete nel bosco e giocasse con dei legnetti veri. Chissà come sarebbe: non è mai stata in un bosco. Solo nel parco giochi sotto casa, e lì non ci sono abeti, soltanto cespugli pieni di spine e di piccole bacche arancioni che secondo gli altri bambini sono velenose.
Trova il gessetto grigio. Deve fare una grossa nuvola scura, una di quelle gonfie di acqua e grandine, di quelle che spaventano i grandi.
Dall’ingresso arrivano voci irritate e altri colpi. Rumori sordi sul pavimento, come di qualcosa che cade e rimbalza. Tilde vorrebbe che smettessero di litigare. O che la mamma buttasse via quelle lattine di birra: è per colpa loro che Henrik è sempre di cattivo umore, arrabbiato e stanco.
Tilde si stende per terra per poter spiare da sotto la tovaglia. Urlano. C’è qualcosa che non va. Non riconosce quella voce. Henrik non parla come al solito.
L’ingresso è buio.
Riesce a intravedere dei corpi che si muovono, ma non a vedere cosa sta succedendo.
Un grido.
Qualcuno – è la mamma, adesso può vederla – cade a pancia in giù sul linoleum della cucina. Atterra sulla faccia. Tilde riesce a scorgere una pozza rossa che si allarga vicino alla testa. La mamma si aggrappa al tappeto. Tenta di trascinarsi mentre qualcosa di piccolo, luccicante e dorato rotola in cucina dall’ingresso.
L’uomo impreca. Ha la voce scura e roca. Poi dei passi. Una figura si china, raccoglie il piccolo oggetto.
Tilde non osa sporgersi per vedere chi sia, ma scorge degli stivali neri e dei pantaloni scuri che si fermano vicino alla testa della mamma, esitano un secondo e poi la colpiscono ripetutamente in faccia, finché tutto il viso non sembra staccarsi come la maschera di una bambola. Una poltiglia rossa e rosa sgorga formando una pozza sul tappeto davanti a lei. Anche gli stivali neri sono coperti di poltiglia che gocciola lentamente sul pavimento, come gelato sciolto.
Ora si sente soltanto la musica che viene dalla radio, come se nulla fosse successo, malgrado la mamma sia lì distesa sul pavimento della cucina come un mucchio di vestiti sporchi in un lago di sangue che si allarga ogni secondo che passa. I respiri della mamma sono profondi e rantolanti. Come se avesse appena bevuto tanta acqua fredda. Poi Tilde vede che viene trascinata verso l’ingresso, centimetro dopo centimetro. Sta ancora stringendo forte il tappeto della cucina, che la segue nell’ingresso buio. Sul linoleum color crema rimangono solo il sangue e la poltiglia rosa.
Tilde esita un istante, poi riprende a colorare il nuvolone grigio.

Stoccolma, due mesi prima
L’ufficio di Vijay: una scrivania gigantesca, dove ogni centimetro di superficie è coperto di carta. Mi chiedo come faccia a trovare quello che gli serve tra tutti quei fogli, cartelline e riviste.
In cima a una pila di tesine troneggia il suo portatile, un Mac ultrapiatto. Vijay è sempre stato un tipo da Mac. Accanto, una tazza di caffè e una buccia di banana. Una scatola di tabacco è seminascosta da una circolare del preside di facoltà.
«Hai cominciato a usare il tabacco?»
Aina guarda Vijay con aria scettica e fa una smorfia di disgusto.
«Mmm... sono stato costretto. Olle è contrario alle sigarette, ma tollera il tabacco.»
Sorride e Aina scuote la testa, comprensiva.
«Che peccato. E io che pensavo potessimo prenderci un caffè e dividere una sigaretta fuori, nel vento pungente. Rievocare i vecchi tempi.»
Ridiamo tutti e tre e ricordiamo per un attimo tutte le volte in cui siamo stati insieme sotto la pioggia battente, la neve e il sole, d’inverno e d’estate. Abbiamo diviso sigarette e caffè. Forse allora la vita era meno complicata. Oppure ci sembra così ora, perché è passato del tempo. Quello che una volta era il presente è molto lontano, adesso.
Io, Aina e Vijay studiavamo insieme psicologia qui all’università di Stoccolma. Dopo la laurea, io e Aina abbiamo scelto la psicologia clinica, mentre Vijay la carriera accademica e ha conseguito il dottorato. Ora, dieci anni dopo, è professore di psicologia forense.
Lo osservo. I capelli, un tempo neri, ora hanno qualche sbuffo grigio sulle tempie. Baffi folti, una camicia stropicciata azzurra di cotone a righe bianche. Non sembra un professore, ma forse è così che sono tutti gli accademici. Non si assomigliano tra loro. Per quel poco che ne so, visto che di professori non ne conosco molti. Di certo, comunque, non posso negare che Vijay sia invecchiato, proprio come me e Aina. Siamo tutti più vecchi, forse più saggi o forse solo più stanchi e un po’ sorpresi che la vita non si sia rivelata come pensavamo allora.
«Non è difficile convincermi. Magari dopo dividiamo una sigaretta. Olle è a Reykjavík per un congresso: non se ne accorgerà.» Vijay prende la scatola di tabacco e comincia a giocherellare distrattamente con l’etichetta. «Ma non è per parlare delle mie abitudini con la nicotina che vi ho chiesto di venire qui.»
Aina e io annuiamo. Sappiamo che Vijay ci ha invitate per discutere di un incarico, e noi gliene siamo grate. Anche le psicoterapeute risentono della crisi e incarichi lunghi da parte di un ente pubblico sono ben accetti.
«Si tratta di un progetto di ricerca nel quale studieremo l’effetto dei gruppi di auto mutuo aiuto sulle donne che hanno subito violenza. Nel nostro target rientrano donne che rischiano di sviluppare disturbi da stress post-traumatico, ma che per varie ragioni non vogliono sottoporsi a un trattamento tradizionale. Il progetto è una collaborazione tra il comune di Värmdö e l’università di Stoccolma.»
Vijay è entrato nella parte. Gli occhi brillano e le guance si tingono leggermente di rosso. Ha una vera passione per la sua professione. Non è solo un lavoro per lui, una forma di sostentamento, ma un modo di vivere e, forse, anche qualcosa che dà un senso alla vita. E poi non c’è dubbio che alimenti la sua vanità: ama l’autorità che l’essere professore gli conferisce. Gli piace essere l’esperto, quello che ne sa più degli altri.
Spesso appare sui media, dove si pronuncia sul crimine e sulle sue presunte cause. Sarebbe facile analizzarlo, concludere che la sua sia una necessità di rivalsa verso chi l’ha emarginato in quanto straniero e omosessuale. Niente di più falso: i genitori di Vijay sono accademici benestanti arrivati in Svezia con borse di studio e che poi hanno deciso di fermarsi. La famiglia non s’impiccia nella sua omosessualità. Ci sono altri tre fratelli che danno ai genitori gli agognati nipoti. Vijay viene visto come un tipo eccentrico, ma comunque affermato.
«E noi cosa c’entriamo con un gruppo di auto mutuo aiuto?» Aina interrompe Vijay, e lui è costretto a fermarsi, cosa che odia.
«Ci stavo arrivando, se hai un po’ di pazienza.» Apre la scatola del tabacco, ne mette un po’ sotto il labbro e poi continua. «L’idea è che voi vi occupiate dello studio pilota. Testare il manuale, controllare la parte psicoeducativa, vedere se è necessario aggiungere o togliere qualcosa.»
«Psicoeducazione e auto mutuo aiuto non hanno molto in comune con la terapia cognitivo-comportamentale, credo.» Aina ha l’aria dubbiosa.
«Infatti non si tratta di terapia cognitivo-comportamentale, non strettamente almeno. Ma non significa che non possa rivelarsi utile. Sapete che la domanda di psicoterapeuti supera ormai ampiamente l’offerta. Il nostro obiettivo è di far conoscere a un sempre maggior numero di persone l’esistenza di diversi interventi che sappiamo essere efficaci in caso di disturbo post-traumatico da stress e di trauma. Vogliamo semplicemente diffondere i metodi a un costo più basso. E poi i gruppi di auto mutuo aiuto si rivelano particolarmente utili per le persone che sono state esse stesse vittime. Infondono la sensazione di... avere il controllo su di sé. Sapete, empowerment
«Empowerment
Aina non è ancora convinta e mi guarda come per avere un segno, un’indicazione di come la penso io.
«Com’è strutturato il progetto?» Sono curiosa e voglio saperne di più.
«Otto sedute di due ore ciascuna. Ogni incontro si apre con una lezione sulle reazioni più comuni al trauma, sulla violenza contro le donne e sui sintomi del disturbo post-traumatico da stress. Poi si lascia spazio al racconto e all’ascolto delle esperienze delle partecipanti. Il ruolo del responsabile è guidare la conversazione, far...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Trauma
  3. Ringraziamenti
  4. Copyright