
- 56 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Una notte solo per noi
Informazioni su questo libro
UN RACCONTO DI JENNIFER WEINER, DISPONIBILE SOLO IN DIGITALE. Il volo di Piper per Parigi è stato cancellato e suo marito ha pensato di comunicarle che al suo ritorno non lo troverà più a casa. Una giornata iniziata nel peggiore dei modi, ma che riserverà a Piper sorprese inaspettate, soprattutto quando in aeroporto, ad attendere un volo che non arriverà mai, non sarà sola. Un uomo affascinante e sconosciuto sembra essere l'occasione giusta per buttarsi alle spalle i mille pensieri che affollano la sua mente. Almeno per una notte. Contiene le prime pagine del nuovo romanzo dell'autrice, La prima cosa bella.
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Informazioni
Argomento
LiteraturaCategoria
Literatura generalUNA NOTTE SOLO
PER NOI

«Ma le pare?» borbottò l’uomo davanti a Piper. La coda, di cui avevano finalmente guadagnato la testa, si era snodata lungo le curve del corridoio del Philadelphia International Airport, accanto alle originali sedie a dondolo dipinte di bianco e ai monitor ultrapiatti con le partenze e gli arrivi. Lei gli rivolse un sorriso forzato.
«Arrivo qui due ore prima per un volo nazionale. Nazionale!» spiegò lui, indifferente al silenzio della sconosciuta. «Eppure guardi qua!». E accennò alla fila, prendendosi a mala pena il disturbo di guardarla in faccia e sicuramente, senza vederla davvero, perché diversamente si sarebbe accorto di avere di fronte una donna sull’orlo... magari non di una crisi di nervi, ma certo di un bel pianto. Durante i quindici minuti di corsa in taxi dalla sua villetta a schiera all’aeroporto in centro città, Piper aveva abbondato con il makeup, ma il correttore non poteva nascondere più di tanto le occhiaie, l’eyeliner e il mascara non potevano celare gli occhi arrossati, né il rossetto ravvivare le labbra o impedir loro di distorcersi in una smorfia. Che cosa fai se, rincasando dall’ufficio, tuo marito ti viene incontro sulla porta, le valigie preparate al fianco, e ti dice: «Al tuo ritorno non ci sarò più»? Che cosa fai se hai una bambina di quattro anni? Se sei l’unica della famiglia con un lavoro a tempo pieno e hai passato gli ultimi ventiquattro mesi a tentare di risollevarlo dalla depressione in cui era caduto dopo aver perso il suo posto d’insegnante? Se tu hai sempre pagato i conti per assicurare a tutti vestiti, cibo e serenità? Come reagisci, se tuo marito pensa bene di comunicarti la sua decisione alla vigilia di un viaggio di lavoro a Parigi?
Stando a quanto era successo a Piper poche ore prima, ti potresti limitare a sibilare: «Non ora», tentando di scavalcare i suoi bagagli, finché non avverti la salda stretta di tuo marito al gomito.
«Ho tentato di dirtelo» si era difeso Tosh, mostrando almeno il buon gusto di sembrare addolorato, e Piper poteva presumere che fosse vero. «Dobbiamo parlare» le aveva detto una piovosa sera di settembre. E lei aveva riempito la cucina di chiacchiere allegre, per lo più rivolte alla figlia. «Non sono contento» era tornato a insistere la notte di San Silvestro. E lei gli aveva portato del gelato, porgendogli il telecomando e sgattaiolando fuori dal salotto per rispondere a una e-mail di lavoro. Quando, poi, un mese prima, si era trasferito a dormire nello scantinato, Piper aveva raccontato alla bambina che era solo perché non sopportava di sentirla russare. E quando, infine, le aveva confessato di amare un’altra, allora si era limitata a ignorarlo. Innamorato di un’altra? Assurdo! Erano sposati. Fine della storia.
«È solo una fase» aveva detto con disinvoltura alla sua migliore amica, Sarah, che la guardava con occhi traboccanti di un’intollerabile commiserazione. Dopodiché aveva smesso di parlarne: farlo non faceva che rendere la cosa reale e “non poteva” esserlo. Si trattava senz’altro di un momento, di un malumore passeggero: Mercurio retrogrado o roba simile. Tosh si sarebbe trovato un lavoro, sarebbe tornato a dormire nel letto insieme a lei, e tutto sarebbe andato bene.
Ma se fosse stato davvero così, non l’avrebbe lasciata, non avrebbe stipato le valigie nel bagagliaio di un taxi, con le lacrime agli occhi, per allontanarsi da lei. Ed invece, era proprio ciò che aveva fatto Tosh mentre Piper si era dovuta accontentare di assistere impotente.
“Non sta succedendo sul serio” si era ripetuta più volte e in modi diversi, fino a crederci. Non stava succedendo. Non poteva succedere. Poi era rientrata in casa, aveva congedato la babysitter di Nola, preparato la cena alla bambina, e infine l’aveva messa a nanna. «Dov’è andato papà?» aveva chiesto la piccola, dalle morbide profondità del suo letto: due trapunte, una copertina di cotone e le lenzuola di flanella, che venivano scalciate sul pavimento durante la notte. Piper aveva risposto: «È partito per un viaggio di lavoro».
Era rimasta sveglia tutta la notte, chiudendo gli articoli da toilette in bustine di plastica, evitando di guardare la posta elettronica o di controllare le chiamate sull’iPhone. Si era depilata le gambe e aveva messo lo smalto sulle unghie dei piedi. Si era fatta il trattamento esfoliante. Aveva riorganizzato il guardaroba, impacchettato dei maglioni di lana e due paia di pantaloni prémaman per la raccolta di beneficenza. Al mattino aveva svegliato Nola, sovrintendendo al lavaggio faccia e dentini, e alla colazione a base di Cheerios con pezzetti di banana. Poi l’aveva accompagnata all’asilo; sua madre, che avrebbe dato una mano a Tosh con la bambina durante il suo viaggio, l’avrebbe portata a pranzo a mezzogiorno, e forse, dopo, al cinema. Alle due, Piper avrebbe chiamato un taxi per l’aeroporto. E poi… Parigi. Continuava a ripetersi che al ritorno ogni cosa si sarebbe sistemata: Tosh avrebbe capito quanto gli mancassero lei e Nola; sua madre avrebbe accettato di restare una notte in più per permettere loro di uscire a cena e, magari, fermarsi in un bell’albergo, e lì, tra lussuose lenzuola sconosciute, lei e il marito avrebbero risolto tutto.
All’aeroporto, la coda avanzava con lentezza inesorabile e l’uomo davanti a lei insisteva imperterrito a far conversazione. «Lei è di qui? Di Philadelphia?» chiese. Piper annuì. «Le piace?» domandò e lei, di nuovo, fece sì con la testa. Probabilmente, pensò, avrebbe dovuto sentirsi lusingata dal fatto che un uomo – un uomo qualsiasi – la considerasse degna di avances. In tenuta da ufficio, con il look bibliotecaria-sexy, l’eyeliner, i tacchi alti e i capelli raccolti in uno chignon, poteva ancora cavarsela; ma allo specchio, mentre si depilava le sopracciglia, aveva colto i segni dell’età: le piccole rughe sempre più evidenti intorno agli occhi, una macchia senile qua e là (insieme a qualche brufolo superstite). Era una quarantenne con una bambina di quattro anni, un lavoro a tempo pieno, un marito scontento e disoccupato (il cui abbandono non ammetteva e non poteva ammettere). E, a volte, se li sentiva tutti, quegli anni, se non di più.
Tosh, invece, non era invecchiato di un giorno. La sua pelle color noce era liscia, i capelli ancora lucidi, il corpo sodo, la muscolatura agile, visibile a ogni movimento. Faceva lo scultore, lavorava con le mani, con il corpo, sollevando blocchi di pietra, mentre Piper, ancorata alla scrivania e sempre più flaccida, dimostrava tutta la sua età.
«Dov’è diretta?» chiese l’uomo.
“La mia vita è finita” pensò lei, cupa. Ma non poteva dirlo. Quello era il genere di conversazione che ti mandava dritto nella camera imbottita, come la chiamavano i suoi (con frasi del tipo: «La nonna è di nuovo nella camera imbottita» o «Papà passerà lo Spring break nella camera imbottita»). La pazzia serpeggiava nella sua famiglia, forse per questo Tosh si era scoraggiato, per questo aveva…
L’uomo la fissava con uno sguardo colmo di aspettativa. «Parigi» rispose lei, sorpresa al suono naturale della propria voce.
«Ah.» Il volto di lui si addolcì e gli occhi si fecero sognanti; a Piper parve quasi di vedere l’aeroporto - con le anonime pareti beige e il frastuono dei viaggiatori, degli annunci crepitanti all’altoparlante, dei bagagli trascinati sul pavimento - dissolversi, mentre l’uomo chissà cosa immaginava:. Il Louvre? La Tour Eiffel? Un suggestivo bistrot? Una passeggiata per i Jardins de Luxembourg o lungo la Senna, al braccio della persona amata? «Parigi in primavera!»
«Per lavoro» si sentì in dovere di chiarire.
«Ah sì?» continuò lui. «Che cosa fa?»
«La consulente.» Nessuno sapeva mai cosa volesse dire. Tosh gliel’aveva ripetuto mille volte, all’epoca in cui le era stato offerto il posto: «Pipe, non si capisce neanche cosa vuol dire». Una volta accettato il lavoro (con la cifra che le offrivano, non avrebbe mai potuto rifiutare), marito e moglie avevano trascorso un weekend alle Bahamas, sfruttando il premio d’ingaggio. Piper aveva tentato di spiegare a Tosh, per un pomeriggio intero, sulla spiaggia, l’attività che avrebbe riempito le sue giornate, ma lui si era limitato a ripetere: «Quindi sarai quella che licenzia la gente», finché lei non era stata costretta ad ammettere che, in sostanza, era così. In realtà, nei suoi dieci anni di collaborazione con la Brodeur Williams, non aveva mai silurato nessuno di persona: il suo compito era inserirsi nelle aziende, osservare, ascoltare, prendere appunti, confondersi con lo sfondo, e infine consegnare un rapporto ai manager che l’avevano assunta, su come la società avrebbe potuto ottimizzare le operazioni. Non si occupava mai dell’effettivo licenziamento di risorse umane; il suo contratto non lo prevedeva.
«Povera lei!» L’uomo sembrò notare finalmente il suo volto, il suo pallore, la sua afflizione. Aprì bocca per dire qualcos’altro, ma, in quel momento, la coda avanzò e si divise di fronte ai sei metal detector, portandoselo via. Piper porse il biglietto e il passaporto a una donna in div...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Contenuti speciali “La prima cosa bella”
- Frontespizio
- Parte Prima - CUORI SENZA ETÀ
- I romanzi e i racconti di Jennifer Weiner
- Copyright