Gli dei dalle lacrime d'oro
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Gli dei dalle lacrime d'oro

Le cronache terrestri IV

  1. 312 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Gli dei dalle lacrime d'oro

Le cronache terrestri IV

Informazioni su questo libro

Aztechi, Toltechi, Olmechi, Inca, Maya: centro e sud America sono un mosaico ininterrotto di reami perduti, di città abbandonate e civiltà scomparse, di rovine che lasciarono senza fiato anche i conquistadores spagnoli. Grandi piramidi a gradoni, intricati bassorilievi, sofisticati calendari astronomici, complessi riti di mummificazione caratterizzano queste antiche culture e sembrano riportarci quasi magicamente nella Mesopotamia e nell'Egitto di migliaia di anni fa. Dietro queste apparenti coincidenze, si cela forse una nuova verità che illumina misteri rimasti fino a oggi irrisolti: una stirpe di esseri straordinari, venuti da un altro mondo e depositari di grandi conoscenze, ha guidato l'evoluzione della civiltà umana.

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Informazioni

eBook ISBN
9788858509685
Argomento
Arte

Capitolo Primo

EL DORADO

Oggi Toledo è una tranquilla città di provincia situata a circa un’ora di macchina da Madrid; eppure nessun turista in visita in Spagna si sognerebbe di “saltarla”, perché all’interno delle sue mura sono conservati monumenti di culture diverse e importanti testimonianze storiche.
Le sue origini, dicono le leggende locali, risalgono a due millenni prima dell’era cristiana, quando la città sarebbe stata fondata per opera dei biblici discendenti di Noè. Il nome, secondo molti, deriva dall’ebraico Toledoth (“storie delle generazioni”); le antiche case e i magnifici luoghi di culto della città sono testimonianza del periodo di cristianizzazione della Spagna, che seguì l’ascesa e la caduta dei Mori e del dominio musulmano sulla penisola e lo sradicamento della splendida eredità ebraica.
Per Toledo, per la Spagna, e anche per tutte le altre terre, il 1492 fu un anno fondamentale, che vide tre avvenimenti storici di portata epocale. Tutti e tre gli avvenimenti si verificarono in Spagna, la terra nota geograficamente come “Iberia” – un termine che può essere spiegato solo rifacendosi alla parola Ibri (“ebreo”), riferita, forse, ai primi colonizzatori della regione. A quel tempo gran parte dell’Iberia era in mano ai musulmani; il resto della penisola, suddiviso in sparsi e bellicosi regni, era stato per la prima volta unificato quando Ferdinando d’Aragona aveva sposato Isabella di Castiglia nel 1469. I successivi dieci anni erano trascorsi all’insegna della guerra contro i Mori, nel tentativo di riportare la Spagna sotto la bandiera del cattolicesimo. Nel gennaio del 1492, con la presa di Granada, i Mori vennero definitivamente sconfitti e la Spagna divenne una terra interamente cristiana. Nel marzo di quello stesso anno il re e la regina firmarono un editto che sanciva l’espulsione, entro il 31 luglio di quell’anno, di tutti gli ebrei che per allora non si fossero convertiti al cristianesimo. E il 3 agosto dello stesso anno Cristoforo Colombo – Cristobal Colon per gli Spagnoli – partì sotto l’egida spagnola alla ricerca di una rotta occidentale verso l’India.
Colombo avvistò terra il 12 ottobre 1492. Nel gennaio 1493 ritornò in Spagna. Come prova del suo successo si portò dietro quattro “indiani”; e poiché voleva assolutamente che la coppia reale lo autorizzasse a guidare una seconda spedizione, più massiccia della prima, portò con sé come giustificazione una serie di ninnoli che gli indigeni gli avevano regalato e raccontò di una città, una sorta di città dell’oro, dove la gente portava ornamenti d’oro attorno al collo, alle braccia, alle gambe e perfino sul naso e sulle orecchie: tutto quell’oro, diceva, proveniva da una fantastica miniera che si trovava vicino alla città.
Per questo primo oro portato in Spagna dal Nuovo Mondo, Isabella – tanto pia da essere soprannominata “la cattolica” – fece costruire una speciale custodia, riccamente ornata, e la portò nella cattedrale di Toledo, sede tradizionale della gerarchia cattolica spagnola. E così, oggi, chi si reca a visitare il tesoro della cattedrale – una sala protetta da pesanti sbarre, piena dei preziosi oggetti donati alla Chiesa nel corso dei secoli – può vedere, anche se non toccare, i primi oggetti d’oro portati da Colombo.
È unanimemente riconosciuto, ormai, che dietro il viaggio di Colombo doveva esservi ben più della semplice ricerca di una nuova rotta per le Indie. Vi sono diversi indizi che fanno pensare che Colombo fosse un ebreo forzatamente convertito al cristianesimo: è probabile che coloro che finanziarono il suo viaggio, anch’essi convertiti, abbiano visto in questa impresa una via di fuga verso terre più libere. Ferdinando e Isabella sognavano di scoprire dove scorrevano i fiumi del Paradiso che dispensavano l’eterna giovinezza. E Colombo stesso nutriva ambizioni segrete, espresse solo in parte nei suoi diari personali: egli vedeva se stesso come colui che avrebbe potuto realizzare antiche profezie riguardanti una nuova era che sarebbe cominciata con la scoperta di nuove terre “all’estremità della Terra”.
Egli era però abbastanza realista da riconoscere che di tutti i dati e le informazioni che aveva portato con sé dal primo viaggio, l’oro era quello che più di tutti aveva attirato l’attenzione dei sovrani. Sostenendo che “il Signore gli avrebbe mostrato” il misterioso posto “dove nasce l’oro”, riuscì a convincere Ferdinando e Isabella a concedergli una flotta molto più numerosa per un secondo viaggio, poi un terzo. Col tempo, però, i monarchi cominciarono a mandare anche diversi amministratori e funzionari, decisamente più bravi ad agire che a sognare; questi cominciarono a controllare e a interferire con le operazioni e le decisioni di Colombo: gli inevitabili conflitti che ne scaturirono culminarono nel ritorno di Colombo in Spagna in catene, con l’accusa di aver maltrattato alcuni dei suoi uomini. Il re e la regina, pur avendolo subito liberato e pur avendogli offerto una sostanziosa ricompensa in denaro, erano anch’essi convinti che egli fosse un buon ammiraglio ma un pessimo governatore – e che certamente non sarebbe mai riuscito a farsi dire dagli indiani dove si trovava la Città dell’Oro.
Per contrastare questa opinione, Colombo fece appello ancor di più alle antiche profezie e alle citazioni bibliche. Raccolse tutti i testi in un libro, Il Libro delle profezie, che offrì al re e alla regina. Esso doveva servire a convincerli che la Spagna era destinata a regnare su Gerusalemme, e che Colombo era il prescelto per adempiere a questa missione, in quanto sarebbe stato il primo a trovare il luogo dove nasceva l’oro.
Animati anch’essi da una grande fede nelle Scritture, Ferdinando e Isabella acconsentirono a lasciar partire Colombo ancora una volta: egli, infatti, li aveva convinti che il fiume (oggi chiamato “Orinoco”) da lui stesso scoperto era uno dei quattro fiumi del Paradiso; e, come affermavano le Scritture, uno di quei fiumi attraversava la terra di Havila, “da dove veniva l’oro”. Quest’ultimo viaggio, però, incontrò molti più imprevisti e difficoltà degli altri tre.
Afflitto dall’artrite, vero spettro della sua vecchiaia, Colombo fece ritorno in Spagna il 7 novembre del 1504. Meno di un mese dopo Isabella morì, e re Ferdinando, sebbene avesse ancora un certo debole per Colombo, decise di affidare ad altri l’esecuzione del progetto di quest’ultimo, che si basava su un memorandum in cui si dava per certa la presenza, nelle nuove terre, di una grande sorgente d’oro.
«Hispaniola (l’isola che è oggi divisa tra Haiti e la Repubblica Dominicana) fornirà alle vostre maestà tutto l’oro necessario», diceva Colombo ai suoi “sponsor” reali. E in effetti i colonizzatori spagnoli, utilizzando gli indigeni come schiavi, riuscirono davvero a estrarre dalle miniere immense quantità di oro: in meno di vent’anni il tesoro spagnolo proveniente da Hispaniola ammontava all’equivalente di circa 500.000 ducati.
Ma per gli Spagnoli non era mai abbastanza: a mano a mano che gli indigeni morivano o fuggivano, e che le miniere d’oro si esaurivano, la loro euforia si tramutava in delusione e poi in disperazione; ed essi cominciarono a cercare nuove fonti di ricchezza, esplorando con crescente audacia coste e territori sempre più remoti di quell’immenso continente. Una delle prime destinazioni fu la penisola dello Yucatan. I primi Spagnoli che arrivarono qui, nel 1511, erano i sopravvissuti di un naufragio; ma nel 1517 tre navi partirono da Cuba alla volta dello Yucatan, al comando di Francisco Hernandez de Córdoba, con lo scopo di procurarsi manodopera da ridurre in schiavitù. Con loro grande stupore, essi si imbatterono in edifici in pietra, templi e statue di divinità; inoltre, sfortunatamente per gli indigeni (che, secondo quanto capirono gli Spagnoli, chiamavano se stessi “Maya”), essi “trovarono anche alcuni oggetti d’oro, di cui si impadronirono”.
Il racconto dell’arrivo degli Spagnoli e della conquista dello Yucatan è basata anzitutto sul testo intitolato Relacion de las cosas de Yucatan, scritto da frate Diego de Landa nel 1566 (la traduzione inglese di William Gates è intitolata Yucatan, Before and After the Conquest). Nel corso della spedizione Hernandez e i suoi uomini, riporta Diego de Landa, si trovarono di fronte un’enorme piramide a terrazze, idoli e statue di animali e una grande città posta nell’interno. Ma quando cercarono di catturare degli indiani, questi si difesero con le unghie e con i denti, combattendo con indomito coraggio, senza farsi spaventare neanche dal fuoco dei cannoni che proveniva dalle navi. Lo stesso Hernandez venne ferito, e perciò le circostanze costrinsero alla ritirata. Tornato a Cuba, però, Hernandez raccomandò di compiere ulteriori spedizioni, poiché «quella terra era buona e ricca, grazie al suo oro».
L’anno dopo un’altra spedizione partì da Cuba per lo Yucatan. Approdati all’isola di Cozumel, i colonizzatori scoprirono nuovi territori che chiamarono Nuova Spagna, Pánuco e Tabasco. Armati questa volta di un gran numero di merci da barattare, e non soltanto di armi, gli Spagnoli incontrarono qui diversi tipi di Indiani, alcuni ostili, altri più cordiali. Videro altri edifici e monumenti in pietra, assaggiarono la punta di frecce e di lance affilate con pietra ossidiana ed esaminarono oggetti artigianali di preziosa manifattura. Molti erano fatti di pietra comune o semipreziosa; altri scintillavano come fossero d’oro, ma a un esame più attento si rivelarono essere di rame. Contrariamente a quanto ci si aspettasse, si trovarono pochi oggetti d’oro, anche perché quella terra risultò essere assolutamente priva di miniere o di altre fonti d’oro o di altri metalli.
Ma allora, da dove venivano quegli oggetti, per quanto pochi essi fossero? Li ottenevano con il commercio, dicevano i Maya. L’oro proveniva da nord-ovest, dalla terra degli Aztechi, dove si trovava in gran quantità.
La scoperta e la conquista del regno degli Aztechi, tra le montagne del Messico centrale, sono legate storicamente al nome di Hernando Cortés. Egli partì da Cuba nel 1519 al comando di una vera e propria armata di undici navi, con circa seicento uomini e un gran numero di cavalli. La flotta procedeva lentamente lungo la costa del golfo dello Yucatan, fermandosi spesso, approdando a terra e poi ripartendo continuamente, finché arrivò a una regione dove l’influenza dei Maya era meno forte e cominciava invece il dominio azteco. Qui Cortés allestì un campo base e lo chiamò Veracruz (ancora oggi la località porta questo nome).
E fu proprio qui che, con grande stupore degli Spagnoli, si presentarono degli incaricati del sovrano azteco a dare il benvenuto e a offrire doni raffinati. Secondo un testimone oculare, Bernal Díaz del Castillo (Historia verdaera de la conquista de la Nueva España, tradotta in inglese da A.P. Maudslay), tra i doni vi era «una ruota come il sole, grande come la ruota di un carro, con molte figure e fatta tutta d’oro, davvero un oggetto meraviglioso, che, secondo quelli che poi la pesarono, valeva più di diecimila dollari». Vi era poi un’altra ruota, ancora più grande, «fatta di argento di grande brillantezza a imitazione della luna», e inoltre un elmo pieno fino all’orlo di chicchi d’oro, e un cappello fatto di piume del raro uccello quetzal (una reliquia conservata tuttora al Museum für Völkerkunde di Vienna).
Come spiegarono gli incaricati del re, quei doni li mandava il loro sovrano Montezuma al divino Quetzal Coatl, il “Serpente piumato” che era il dio degli Aztechi. Egli era un grande benefattore che molto tempo prima, per colpa del Dio della Guerra, era stato costretto ad andarsene e a lasciare la terra degli Aztechi. Con un gruppo di seguaci se ne era andato nello Yucatan, per poi spostarsi ancora più a oriente; aveva promesso, però, che sarebbe tornato, nel giorno anniversario della sua nascita, nel cosiddetto Anno del Ritorno che, secondo il calendario ciclico azteco, si ripete ogni 52 anni. Per il calendario cristiano gli anni possibili erano il 1363, il 1415, il 1467 e il 1519, proprio l’anno in cui Cortés era apparso da est ai confini del territorio azteco. Munito di barba ed elmetto come Quetzalcoatl (secondo alcuni anche il dio era di pelle chiara), sembrava proprio che Cortés fosse colui che avrebbe potuto finalmente realizzare le profezie.
I doni offerti dal sovrano azteco non erano affatto scelti a caso; anzi, rispondevano a un preciso valore simbolico. I chicchi d’oro erano offerti perché l’oro era un metallo divino, che apparteneva agli dèi. Il disco d’argento che rappresentava la luna alludeva ad alcune leggende secondo le quali Quetzalcoatl aveva fatto ritorno in cielo e si era stabilito sulla luna. Il copricapo piumato e gli abiti riccamente adornati dovevano consentire al dio appena tornato di vestirsi. Quanto al disco d’oro, esso era un calendario sacro che raffigurava il ciclo di 52 anni e indicava l’Anno del Ritorno. Sappiamo che si trattava di un calendario di questo genere perché da allora ne sono stati rinvenuti altri analoghi, fatti però di pietra anziché d’oro zecchino (fig. 1).
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Fig. 1
Se gli Spagnoli abbiano o meno afferrato il simbolismo che stava dietro i doni, non lo sappiamo; quello che è certo è che, se anche lo compresero, non lo rispettarono. Gli oggetti, per loro, rappresentavano una sola cosa: la prova delle ingenti ricchezze che li attendevano nel regno degli Aztechi. Questi insostituibili oggetti arrivarono a Siviglia, provenienti dal Messico, il 9 dicembre 1519, a bordo della prima nave di tesori che Cortés rimandò in Spagna. Il re di Spagna Carlo I, nipote di Ferdinando e sovrano anche di altre terre europee come Imperatore Carlo V del Sacro Romano Impero, si trovava allora nelle Fiandre, e così la nave venne mandata a Bruxelles. Oltre ai doni simbolici, il tesoro comprendeva statuette d’oro raffiguranti oche, cani, tigri, leoni e scimmie, e un completo d’oro di arco e frecce. Il pezzo decisamente più interessante era però il “disco solare”, che aveva un diametro di circa due metri ed era spesso come quattro vere monete. Il grande pittore e artista Albrecht Dürer, che poté vedere il tesoro giunto dalla «nuova terra dell’oro», scrisse che «quelle cose erano talmente preziose che vennero valutate circa 100.000 fiorini. Ma in tutta la mia vita io non avevo mai visto niente di simile, niente che mi facesse rallegrare così il cuore. Ho visto infatti tra quegli oggetti delle splendide opere d’arte e sono rimasto sbalordito dalle raffinate capacità di quegli uomini che vivono in quelle terre tanto lontane. In verità non trovo le parole per descrivere ciò che avevo davanti».
Ma qualunque fosse il valore artistico, religioso, culturale o storico di quegli oggetti, per il re essi non rappresentavano altro che oro – oro che poteva servire a finanziare le sue guerre esterne e la repressione dei moti insurrezionali interni. Senza perdere tempo, Carlo ordinò dunque che questi e tutti i futuri oggetti di metallo prezioso che fossero giunti sul suolo spagnolo venissero immediatamente fusi e trasformati in lingotti.
In Messico, Cortés adottò lo stesso comportamento. Avanzava lentamente e soffocava qualunque resistenza gli si parasse davanti con la forza delle armi o con la diplomazia e l’astuzia; così arrivò alla capitale azteca Tenochtitlan – l’attuale Città del Messico – nel novembre 1519. La città, che si trovava nel mezzo di un lago, si poteva raggiungere solo mediante strade rialzate facilmente difendibili. E tuttavia, ancora soggiogati dalla profezia del Dio che ritorna, Montezuma e tutti i dignitari di corte andarono personalmente a dare il benvenuto a Cortés e al suo entourage. Soltanto Montezuma indossava dei sandali; gli altri erano tutti a piedi nudi, in segno di rispetto e sottomissione al dio. Il re fece entrare gli Spagnoli nel suo magnifico palazzo, dove tutto era d’oro, persino il vasellame da tavola; quindi li condusse in una sorta di magazzino pieno di manufatti d’oro. Con uno stratagemma gli Spagnoli fecero prigioniero Montezuma e lo condussero al loro quartier generale, chiedendo un riscatto in oro per la sua liberazione. I nobili, allora, mandarono degli incaricati per tutto il regno a raccogliere l’oro necessario a mettere insieme il riscatto: gli oggetti raccolti furono tanti da riempire un’intera nave, che venne prontamente mandata in Spagna. (Durante il viaggio, ovviamente, la nave venne intercettata e catturata dai Francesi, che nel frattempo avevano dichiarato guerra per non rimanere a bocca asciutta.)
Cortés, che era riuscito nell’intento di procurarsi l’oro con l’astuzia, stava cercando di indebolire gli Aztechi seminando zizzania tra loro e mettendoli gli uni contro gli altri; il suo obiettivo era quello di lasciare Montezuma sul trono come una sorta di refantoccio. A un certo punto, però, il suo comandante in seconda perse la pazienza e ordinò di massacrare tutti i dignitari e i comandanti aztechi. Ne seguì un finimondo nel quale restò ucciso anche Montezuma, e Cortés, il cui esercito era stato decimato, dovette ritirarsi dalla città; poté rientrarvi, dopo aver ricevuto rinforzi da Cuba e dopo aver affrontato altre battaglie, solo nell’agosto 1521. Quando gli Aztechi furono definitivamente sconfitti e il dominio spagnolo si impose in maniera irrevocabile, le casse spagnole avevano già incamerato lingotti d’oro provenienti dal tesoro degli Aztechi per un valore di circa 600.000 pesos.
Nel periodo della conquista del Messico, questa sembrò davvero la nuova “terra dell’oro”; ma una volta depredati tutti i manufatti creati e accumulati nel corso dei secoli, se non dei millenni, apparve sempre più evidente che il Messico non era la biblica terra di Havila, e Tenochtitlan non era la leggendaria Città dell’Oro. E così la corsa all’oro, alla quale né gli avventurieri né i re avevano intenzione di rinunciare, ricominciò in altre parti del Nuovo Mondo.
Gli Spagnoli avevano fondato un avamposto, Panama, sulla costa del Pacifico, e da qui inviavano spedizioni ed emissari verso l’America centrale e ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Gli dei dalle lacrime d’oro
  3. Prefazione
  4. 1. El Dorado
  5. 2. Il regno perduto di Caino?
  6. 3. Il regno degli dèi serpenti
  7. 4. Punti di osservazione celeste nella giungla
  8. 5. Stranieri che arrivano dall’altra parte del mare
  9. 6. Il regno della bacchetta d’oro
  10. 7. Il giorno in cui il sole si fermò
  11. 8. Le vie del cielo
  12. 9. Città perdute e ritrovate
  13. 10. “Baalbek del nuovo mondo”
  14. 11. La terra da cui provengono i lingotti
  15. 12. Gli dèi dalle lacrime d’oro
  16. Fonti
  17. Indice analitico
  18. Copyright