L'africano
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L'africano

  1. 784 pagine
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Informazioni su questo libro

Roma, 235 a.C. Il senatore Publio Cornelio Scipione, avido lettore di tragedie greche, è pronto ad assistere a una delle prime rappresentazioni teatrali messe in scena nella capitale. Non sa che quel giorno si sta compiendo la Storia. Perché poco dopo l'inizio dello spettacolo, un servo arriva a chiamarlo. È nato suo figlio: si chiamerà come lui, Publio Cornelio Scipione, ma sarà ricordato nei secoli a venire con un altro nome: l'Africano. L'uomo destinato a salvare l'Impero, e impedire che la civiltà romana venga cancellata.

Perché Roma, in quell'ultimo spicchio del iii secolo, è in pericolo. A minacciarla c'è l'esercito più potente che la capitale dell'Impero si sia mai trovata a fronteggiare, guidato da uno dei condottieri più abili e spietati che la Storia ricordi. Annibale, che col suo esercito di soldati ed elefanti è pronto ad attraversare le Alpi, e a dare alla Storia un corso inimmaginabile.

Tra Scipione e Annibale si consumerà una battaglia all'ultimo sangue. In palio, c'è il destino di un mondo.

Un nuovo, ricchissimo romanzo storico dall'autore più amato di Spagna, che racconta con maestria narrativa e ritmo irresistibile le gesta di uno dei grandi uomini che hanno fatto la storia dell'Impero, e la nostra.

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Informazioni

eBook ISBN
9788858511619
Argomento
Literature

LIBRO VIII

ALLA RICERCA DELLA SPERANZA

In me omnis spes mihi est.
[Ogni mia speranza è riposta in me stesso.]
Terenzio, Phormio, 139

89

DESTINAZIONE HISPANIA

Porto di Ostia, 210 a.C.

A prua della nave, Publio sentì il vento di mare che gli scivolava sulla pelle. Aveva bisogno d’aria fresca, che lo restituisse alla vita e alla speranza. Fino a pochi mesi prima era il figlio felice del proconsole in Hispania, un giovane tribuno sposato con una bella patrizia, erede di una grande famiglia e di un’ingente fortuna. La morte improvvisa del padre e dello zio aveva tagliato di netto le basi della sua felicità e serenità. Erano in guerra da molti anni, certo, e aveva visto la morte da vicino, sul Ticino e in altre battaglie, ma quando il padre e lo zio erano stati uccisi, il suo mondo era crollato. Roma era stata assediata dallo stesso Annibale, che si era permesso di passeggiare a pochi passi dalle sue porte. La città sul Tevere aveva resistito e con l’appoggio di uno degli eserciti consolari e delle legiones urbanae aveva sconfitto il nemico, almeno per il momento. Anche Capua era stata recuperata, ma erano ormai lontane le vittorie che Publio aveva studiato con Tindaro sotto l’attenta vigilanza del padre: le conquiste nei territori dei Galli, dei Liguri o la lotta contro i pirati di Illiria, le battaglie epiche contro il re Pirro o la grande vittoria su Cartagine, che anni prima aveva segnato l’inizio dell’espansione di Roma nel Mediterraneo. Che fine aveva fatto tutto ciò? La Roma che lui aveva studiato e la Roma in cui viveva non avevano niente a che spartire. Ora si lottava per recuperare ciò che un tempo si possedeva e che era andato perduto, o per difendere la stessa capitale della Repubblica. Le forze inviate all’estero per le campagne militari erano scarse, insufficienti, perché la guerra di sopravvivenza che Annibale aveva portato nella penisola italica bruciava ogni risorsa. I risultati parlavano da soli: suo padre e suo zio erano morti, il protettorato in Illiria era minacciato dalla Macedonia, la Magna Grecia era in mano ad Annibale e i Galli si accampavano a loro piacimento al Nord, apertamente ostili. Nel profondo, Publio desiderava recuperare la Roma in cui era nato, la sua forza e il suo coraggio, i suoi domini e il suo potere. Quello che non sapeva era che in realtà voleva tornare ai giorni in cui il padre e lo zio erano vivi. A quel tempo Roma era forte, come loro, e senza rendersene conto, nel suo inconscio, Publio pensava che recuperare quella Roma possente lo avrebbe riavvicinato al padre e allo zio, così che un giorno, come se non fosse successo niente, avrebbe trovato il primo che leggeva in biblioteca alla luce di una lampada a olio, mentre il secondo lo avrebbe chiamato gridando dall’atrio per uscire a bere vino in una delle taverne che gli piacevano tanto. Erano altri tempi. Lontani, sfumati, perduti.
La nave, il mare e le onde, con il loro dondolio e le voci dei marinai, lo riportarono al presente.
Gaio Lelio dirigeva le manovre della flotta che lasciava il rifugio del porto di Ostia: trenta quinqueremi cariche di truppe, viveri e rifornimenti per quella che si prevedeva sarebbe stata una campagna lunga e complicata.
«Che rotta seguiamo? Diretti in Hispania?»
Scipione non rispose subito a Lelio.
«No. Procederemo lungo la costa dell’Etruria prima e poi lungo il Sud della Gallia. Navigheremo sempre nei pressi della costa.» L’aria era fresca, limpida, intensa. «Non voglio correre rischi inutili. Non possiamo permetterci di perdere una sola nave in alto mare. Non andiamo a combattere contro Nettuno, ma contro i Cartaginesi. Riserviamo le truppe e le forze per questo. Rotta verso nord. A nord.»
Lelio annuì e diede ordini precisi agli ufficiali. Le navi che formavano la flotta avrebbero seguito il corso segnato dalla quinquereme di Scipione. Osservò la scia che si apriva sull’acqua al loro passaggio. Non sarebbe stata una traversata problematica. Si chiese se sarebbe stato così, con quell’estrema prudenza, che Scipione pensava di portare avanti la campagna.
Le parole del generale irruppero nei suoi pensieri.
«Leggo nel tuo viso una certa delusione, amico mio.» Publio sorrideva. «Non temere, ci saranno abbastanza battaglie e ostacoli in cui potrai fare sfoggio del tuo coraggio. Ora mi preoccupa attraccare in Hispania con tutte le truppe che ci ha concesso il Senato. Due legioni, soltanto diecimila uomini, oltre ad appena mille cavalieri, non bastano a piegare i tre eserciti cartaginesi che controllano quel paese. Non possiamo sprecare risorse in una navigazione rischiosa in alto mare.»
«Quindi,» chiese Lelio «credi che non abbiamo nessuna possibilità di vincere?»
Nella voce di Gaio Lelio non c’era timore. Scipione sapeva che quell’uomo l’avrebbe seguito fino alla fine del mondo, fino alla morte sul campo di battaglia se necessario, e che la paura di combattere non rientrava nella sua visione della vita. No, quella era una domanda diretta, a cui però era difficile rispondere. Publio decise che l’onestà fosse la politica migliore.
«Caro Gaio, detto fra noi, senza che la voce arrivi alle truppe, abbiamo undicimila uomini e in Hispania ci aspettano altri tredici o quattordicimila soldati, già esausti e quasi senza equipaggiamento militare, sfiniti dalle battaglie continue e sfiduciati dopo le sconfitte subite. In totale, venticinquemila soldati. I Cartaginesi dispongono di tre eserciti per un totale di settantacinquemila uomini, senza contare le guarnigioni delle città che controllano, la gran quantità di armi e l’appoggio della maggior parte delle tribù della zona. Significa almeno tre a uno. No, Lelio, non abbiamo le truppe sufficienti per questa campagna.»
Publio terminò il proprio discorso e tornò a guardare il mare.
«Allora,» disse Lelio «questa è una campagna senza speranza… Non lo dico per altro, sai che ti seguirei comunque… È giusto per sapere dove andiamo, come dici tu, detto fra noi, senza che gli uomini lo sappiano… In un certo senso… andiamo lì a farci sconfiggere?»
Publio di nuovo si prese qualche secondo prima di rispondere. Lelio rimase in silenzio e rispettò il momento di riflessione del giovane generale.
«Insomma,» disse infine «non necessariamente, no… Ho i miei piani… C’è qualche possibilità di vittoria. Non molte, ma qualcuna sì e ci lavoreremo. Forse non vinceremo, ma possiamo creare un po’ di problemi ai Cartaginesi.» Publio diede una pacca sulla spalla al nuovo ammiraglio della flotta e tornò a sorridere. Un sorriso onesto, che gli illuminò il viso ben rasato e che, senza sapere bene perché, infuse una fiducia sconfinata in Lelio. «Vinceremo, amico mio, vinceremo. Gli dèi sono dalla nostra parte, soprattutto Nettuno, soprattutto Nettuno. Al momento giusto ti ricorderai di queste parole e capirai… Se tutto va bene…» Sospirò profondamente. «Altrimenti, mi rimprovererai per essermi sbagliato, ma nell’oltretomba. Adesso vado a vedere come sta Emilia. Che io sappia, è la prima volta che si imbarca e non so se sopporta il dondolio della nave. Avrei preferito che rimanesse a Roma con mia madre, ma non c’è stato modo di convincerla. È testarda quasi quanto me, se non di più. Avvisami quando credi che sia meglio gettare l’ancora per la notte.» Publio salutò il luogotenente e andò alla cabina in cui lo aspettava la giovane sposa.
Quando fu all’interno della nave, mentre si avvicinava alla stanza riservata al generale delle legioni, sentì il pianto leggero di una bimba, che riconobbe subito. Emilia forse tollerava le onde senza problemi, ma era evidente che non si poteva dire altrettanto della piccola Cornelia. Sarebbero dovute restare a Roma insieme alla madre, ma quando Publio aveva cercato l’aiuto di Pomponia, le cose non erano andate come aveva previsto. Nel ricordare la conversazione tornò a stupirsi.
«Madre,» aveva detto lui, innervosito dalla testardaggine con cui Emilia si ostinava a volerlo seguire in Hispania «per Ercole, falla ragionare. Il suo posto è qui con te e con la piccola Cornelia. Diglielo, per tutti gli dèi.»
La madre era distesa sul triclinium, all’ombra di uno degli olmi che crescevano nel giardino di casa. Il suono dello scrosciare della fontana la rilassava. Vi trascorreva interi pomeriggi, in silenzio, a volte con Emilia e la nipote, a volte da sola, a leggere qualche rotolo della biblioteca o semplicemente a riflettere. In quel posto custodiva i ricordi migliori del marito. Lì avevano celebrato il loro matrimonio e lì avevano visto Publio prima e Lucio poi muovere i primi passi.
Il figlio, per la prima volta, aveva un diverbio con la moglie. La famiglia seguiva il suo corso, nonostante tutto, nonostante la guerra e le assenze che, crudele, insensibile e tremenda, seminava al suo passaggio.
«No, figlio mio» aveva iniziato Pomponia. «Mi spiace contraddirti, ma in questo sono d’accordo con Emilia. Se è disposta ad accompagnarti in Hispania, deve farlo. Il posto di una moglie è accanto al marito. Ti dirò di più, Publio, l’unica decisione di cui mi pento in questa lunga vita è di non aver accompagnato tuo padre e tuo zio in Hispania. Avrei potuto godere più a lungo della loro compagnia e del loro affetto. Ma esitai. Pensai che fosse meglio restare con voi, anche se ogni tanto penso che mi ero troppo abituata alla vita comoda e in una campagna militare non c’è spazio per le comodità, questo è certo. Tu però hai la fortuna di avere una moglie giovane, sana e forte, e che desidera accompagnarti. Deve venire con te.»
Publio era rimasto in silenzio. Emilia sorrideva, soddisfatta.
«Insomma,» aveva detto il giovane generale «spero di avere più successo con i Cartaginesi che in questa casa. È evidente chi comanda fra queste mura. Però impongo una condizione.»
Le due donne lo ascoltavano con attenzione.
«Emilia mi accompagnerà e immagino che verrà anche Cornelia, ma solo fino a Tarraco. Lì stabiliremo l’accampamento militare delle legioni sotto il mio comando, ma quando partirò verso nord, verso l’interno o a sud, in cerca del nemico, Emilia resterà a Tarraco, per la sua sicurezza e quella della bambina. Solo lì sento di poter fornire alla mia famiglia un minimo di protezione. È un territorio di frontiera, quasi tutto in rivolta contro Roma, ed è pieno di nemici. Fino a Tarraco. È la mia condizione.»
Emilia aveva guardato il marito e poi Pomponia. La madre di Publio aveva annuito.
«D’accordo,» aveva detto la giovane «fino a Tarraco. Vado a preparare ogni cosa.» Ed era scomparsa per il tablinum, diretta alle stanze sue e del marito. Aveva un sacco di cose da imballare prima di partire.
Publio era rimasto da solo con la madre. Aveva esitato prima di parlare, ma infine si era deciso.
«Credevo che ti avrebbe fatto piacere che restasse con te. Tu ed Emilia andate molto d’accordo. Sarebbe una grande consolazione per te averla qui.»
«Lo so. E hai ragione, ma il tuo matrimonio viene prima della mia tranquillità. Emilia è una brava moglie. Non avresti potuto incontrare una donna migliore. Quando la conobbi, ammetto che mi sembrò un po’ troppo avventurosa, perfino audace, ma ora intuisco che è il tipo di moglie di cui hai bisogno per la vita che condurrai. Deve venire con te e non parliamone più. Inoltre, con me ci sarà Lucio. In lui troverò la consolazione e l’appoggio di cui ho bisogno. E tu, fammi il favore di prenderti cura di te. Non dico di non combattere, sarebbe assurdo nel pieno di questa guerra e nelle attuali circostanze. Ti chiedo solo di non mettere inutilmente in pericolo la tua vita. Roma sta perdendo i suoi uomini più coraggiosi e intelligenti. E anche questa famiglia. Quindi fai ciò che devi fare, ma sii sempre prudente. Lo sai che cosa diceva tuo padre della guerra.»
«Sì, madre, lo stesso Fabio Massimo me lo ha ricordato pochi giorni fa al Senato. “Una battaglia si può vincere con il cuore, ma una guerra si vince solo con la testa.”»
«Bene, vedo che ascoltavi tuo padre, e anche Massimo, nonostante ci detesti. Più ricorderai gli insegnamenti di tuo padre e più arriverai lontano. Devo anche ammettere, a favore di tuo zio, che quanto più ricorderai i suoi insegnamenti con la spada, più possibilità avrai di tornare vivo. In momenti come questo, mi spiace essermela presa tanto con Gneo. Le sue abitudini e le sue debolezze mi irritavano, ma so che con te si è impegnato al massimo. Fanne buon uso. Publio, so di essere tua madre e che quindi puoi pensare che le mie parole siano frutto dell’affetto più che dell’intelligenza, ma in questa casa, come qualunque altra madre, ho avuto soprattutto il compito di osservare e tacere. Ti ho visto crescere e ti assicuro che per qualche disegno degli dèi, in te ha preso forma il meglio di tuo padre e tuo zio. Quindi so che c’è speranza per te, per la nostra famiglia e per Roma. Sii fedele a te stesso e il resto arriverà da solo. E adesso vai a controllare tua moglie, altrimenti avrai bisogno di una trireme solo per quello che vorrà portarsi dietro.»
Publio aveva osservato per un istante la madre, ancora sdraiata, finché lei non gli aveva fatto cenno di lasciarla sola. Il giovane generale l’aveva salutata e si era girato lentamente per andare a cercare la moglie.
Mentre apriva la porta della cabina, diverse settimane dopo, vide Emilia con la piccola Cornelia fra le braccia, intenta a cullarla.
«Sss, piccola, sss» le diceva all’orecchio e la bambina soffocava fra i singhiozzi il suo pianto.
«Sono le onde, vero?» chiese Publio a bassa voce, mentre si sedeva accanto alla moglie sul letto.
«È piccola, ma si abituerà» rispose Emilia.
«E tu? Ti dà fastidio la nave?»
«No. Non preoccuparti per me. Guarda, visto? Si è addormentata. È stanca. Sono molte emozioni per una creatura così piccola.»
Publio guardò la moglie mettere a letto la piccola Cornelia. Emilia portava una tunica aderente, che lasciava indovinare le morbide curve della figura minuta, con le spalle semiscoperte, la pelle leggermente abbronzata. Quando si chinò sul letto, la lunga treccia nero corvino cadde sulle lenzuola. Publio provò sensazioni che non avevano niente a che vedere con il mare, con la guerra o con quel viaggio. Prese Emilia per la vita e la fece sedere sulle sue gambe.
«Per Castore e Polluce» disse lei a voce bassa. «Che cosa fai? Sei impazzito.»
Ma Publio la stava già baciando sulla guancia.
«Qui?» chiese lei.
«Qui e adesso. Tranquilla, lo faremo senza fare rumore, per non svegliare la bambina.»
«Ma dove? La bambina è in mezzo al letto…»
«Per terra» ripose lui.
Emilia sentì la mano del marito che le accarezzava un seno sotto la tunica, mentre con l’altra la tirava per la treccia, in modo che lei fosse obbligata a piegare lentamente all’indietro la testa, mettendo in mostra il lungo collo, quello che cercava la bocca di Publio.
«E va bene,» disse «sei il generale di questo esercito: immagino che qui si faccia come dici tu.»
«Esatto.»
Emilia sapeva sempre che cosa dire per eccitarlo oltre l’immaginabile. La prese con entrambe le braccia e con un movimento agile, rapido ma silenzioso, la fece sdraiare a terra e le scoprì le gambe, sollevando la tunica fino alla vita. Lei lo lasciò fare. Accanto a loro, Cornelia, sfinita dalle emozioni della partenza, dormiva placida. Per Emilia e Publio il ritmo delle onde non fu più un fastidio ma un piacevole alleato.

90

GLI AUSPI...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. L'Africano
  3. Dramatis personae
  4. Proemio
  5. LIBRO I. UNA FRAGILE PACE
  6. LIBRO II. VENTI DI FURIA
  7. LIBRO III. IL NEMICO INARRESTABILE
  8. LIBRO IV. LA RESISTENZA DI ROMA
  9. LIBRO V. LA SCONFITTA PIÙ GRANDE
  10. LIBRO VI. IL MONDO IN GUERRA
  11. LIBRO VII. IL TEATRO DELLA VITA E DELLA MORTE
  12. LIBRO VIII. ALLA RICERCA DELLA SPERANZA
  13. APPENDICI
  14. Ringraziamenti
  15. Copyright