Si svegliò all’improvviso nel mezzo della notte, con uno strano senso di vuoto alla bocca dello stomaco e la testa pesante. Tirò il cordino dell’abat-jour per guardare l’ora, le quattro e mezza. Rimase immobile qualche minuto aspettando che quella sgradevole sensazione sparisse, ma le sembrava invece che anche le orecchie ora ronzassero fastidiosamente, e così si parlò, come faceva quando voleva comunicare a se stessa qualcosa di importante, o rimproverarsi con più efficacia di quanta potesse averne un semplice pensiero che attraversa la mente senza lasciare traccia. Si parlò ad alta voce, ma sussurrando, perché comunque era ancora notte.
«Non ti preoccupare Tina, non stai male; forse hai fatto un brutto sogno, o semplicemente ti sei svegliata perché non hai più sonno.»
Tina era il risultato di una serie di diminutivi successivi: da Elisabetta a Betta, poi Bettina e Tina; così la chiamava suo padre, ma ormai era per tutti la signora Elisa.
«Che stupidaggine,» si rispose un po’ stizzita «il sogno me lo ricorderei, non si dimentica un sogno che si fa subito prima di svegliarsi. Forse sto male.»
Da un po’ di tempo le aveva preso una strana paura di ammalarsi, un timore che non aveva mai avuto prima e che non era giustificato dal suo stato di salute più che buono; ma lei, con una buona dose di lucidità, lo associava a quell’altra fobia recente, quel gesto di scrutarsi nello specchio al mattino con molta più attenzione di un tempo, nell’ansia di scoprire qualche nuova ruga all’angolo degli occhi e della bocca; occhi peraltro luminosi e facili al sorriso in un viso dalla pelle ancora fresca e compatta, nonostante il suo essere più vicina ai sessanta che ai cinquant’anni. Paura di invecchiare e di ammalarsi, fantasmi che si affacciavano con sempre maggiore insistenza da quando Giovanni se ne era andato. Lei le capiva quelle paure, le teneva a bada, ma non riusciva a liberarsene del tutto.
«Senti, cerca piuttosto di ricordarti cosa hai mangiato a cena ieri sera.»
«Il semolino, mi pare; sì, un piatto di semolino.»
«Appunto; e nient’altro. Ti sembra sufficiente andare a letto con un piatto di semolino sciapito nello stomaco? Non lo sai che ci si può svegliare anche per la fame?»
«Ma era un bel piatto pieno, e per niente sciapito, l’avevo condito con un filo d’olio e un cucchiaino di parmigiano.»
«Capirai, che festa! Secondo me hai fame. Dai Tina, alziamoci e andiamo a mangiare qualcosa.»
Quando dal tu passava al noi era il momento di agire. Così Tina si alzò e a piedi nudi percorse il corridoio buio fino alla cucina, rimproverandosi immediatamente per non aver infilato le pantofole. Sfiorò con sguardo di riprovazione il pentolino dove la sera prima aveva cucinato una porzione in effetti un po’ scarsa di semolino nell’acqua calda, con un pezzetto di dado. Una volta era più accurata; metteva a bollire nell’acqua per qualche minuto, oltre al dado, uno spicchio d’aglio insieme a un pezzetto di sedano, di cipolla e di carota; ma da un po’ lasciava perdere quei particolari inutili. Perdite di tempo, li definiva, con tutto il tempo che alla fine le avanzava sempre.
Al buio aprì il frigorifero, e la luce giallognola la investì illuminandola, magra nella camicia da notte rosa sbiadito lunga fino ai piedi, perplessa davanti a quella vuota desolazione: un pentolino con un avanzo di minestrone che avrebbe mangiato il giorno dopo a pranzo, magari passato e allungato con un altro po’ d’acqua per farlo sembrare di più, e così la pasta si cuoceva meglio; un vasetto di yogurt, un cartoccio di cicoria, un fondo di tubetto di maionese, avanzo di chissà quale follia di chissà quanto tempo fa; una busta di latte a metà, due uova. Nient’altro.
Passò in rassegna tre diverse possibilità: spalmare su una fetta di pane il fondo della maionese, cuocersi una crema a bagnomaria con un uovo e un po’ di latte e cacao, ma subito si ricordò che non ricomprava il cacao da un bel pezzo, o scaldarsi una tazza di latte da mangiare con il pane. Anche i biscotti erano finiti. Ovviamente optò per la terza soluzione e sospirando riempì a metà il pentolino del latte e aspettò che fosse caldo. Nel frattempo ritornò a parlarsi: «Voglio proprio vedere quando ti deciderai a fare la spesa e riempire questo frigorifero che sembra un deserto. Tanto per dire, da quant’è che non ti compri una bella bistecca saporita, o un merluzzetto da fare bollito con le patate? E non mi dire che non te lo puoi permettere, perché lo sai che non è così».
Mentre rompeva nel latte caldo i pezzetti di pane fu costretta ad ammettere con se stessa che il problema non era economico, ma di ben altro genere. Certo Giovanni non l’aveva lasciata ricca, ma con la pensione e una piccola rendita che le veniva dall’affitto di un negozio, e la casa di sua proprietà, poteva cavarsela e permettersi qualche piccolo lusso ogni tanto: un cinema, il parrucchiere ogni due mesi, un paio di libri, qualche gita poco costosa con il dopo lavoro. L’anno precedente si era anche iscritta a una palestra, non le piaceva, ma sapeva che le avrebbe fatto bene alla salute. Una o due volte l’anno si comprava una camicetta o un golf; scarpe e borse solo quando quelle in corso erano alla fine. Una vita semplice ma decorosa, come si dice in questi casi.
Ma con il cibo era un vero problema. Non riusciva più a cucinarsi qualcosa di decente, ed era un lento precipitare nella più totale indifferenza ai gusti e ai sapori di quello che mangiava.
Seduta davanti alla tazza vuota si costrinse a riflettere meglio. In fondo si voleva bene, non le piaceva ridursi all’accettazione di quella piattezza dei sapori, di quel deserto delle sensazioni, lei che una volta era stata una cuoca fantasiosa e capace di sperimentare cose nuove. A testimoniare un passato ben diverso, sugli scaffali della libreria c’erano ancora allineati molti libri di cucina, anche se sua figlia ne aveva portati con sé parecchi. Ogni tanto quando le telefonava, sua figlia le chiedeva cosa aveva mangiato a pranzo quel giorno, o a cena, e lei regolarmente mentiva su arrosti e sformati inesistenti.
«Il fatto è che non mi va di cucinare per me sola; il cibo preparato deve essere condiviso, deve essere qualcosa che ha a che vedere con l’amore, altrimenti non ha senso, è sufficiente sfamarsi.»
«Brava, l’hai detto. Ma si può avere amore anche per sé, mica solo per gli altri. Prova a pensare a quante volte un sapore ti ha dato gioia, un odore ti ha risvegliato la fantasia, e c’eri solo tu. Sforzati un po’ Tina, santo cielo, mi sembri tua madre.»
Questa cosa funzionava sempre. Non le piaceva sembrarsi sua madre.
E allora Tina tornò a letto, mentre la prima luce perlacea prendeva ad allargarsi oltre i vetri, e si sforzò di ricordare. Giù giù dal fondo della memoria cominciò a inseguire odori, sapori, colori, e a mano a mano che si sforzava affioravano sensazioni dimenticate ma ben custodite in qualche cassetto segreto della mente, in attesa di essere riportate alla luce.
Per primo riemerse il profumo del basilico che insaporiva un sugo denso di pomodoro, e sua nonna che condiva grandi zuppiere di pasta e teglie di melanzane al forno; affrontare la loro scorza un po’ scivolosa e scura le creava sempre qualche problema, ma dopo, insieme al ripieno morbido, prevaleva su tutto il sapore e il profumo di quel sugo. Le sembrava che aleggiasse nell’aria, come se stesse stropicciando tra le mani le foglie del basilico. Al mercato già si vedevano le prime piantine; ne avrebbe comprate parecchie, da riempirci quei bei vasi grandi che giacevano inutilizzati e pieni di erbacce sul terrazzo; era un po’ che non coltivava più erbe aromatiche, tanto poi appassivano, si diceva stupidamente.
E la parmigiana di melanzane, da quanti anni non la preparava; ci voleva un sacco di tempo, era anche un po’ indigesta, ma bastava fare un fritto leggero; dio che profumo aveva la parmigiana, un tempo le riusciva benissimo; ma adesso non era ancora stagione, avrebbe aspettato l’estate, non le piaceva l’abitudine ormai diffusa di mangiare pomodori a Natale e arance in estate. E continuando a inseguire il filo della memoria ritrovò il profumo che si spandeva dalla torta di mele verso la fine della cottura, quando la chiocciola di frutta tagliata a fettine spolverate di zucchero comincia a dorarsi di un bel colore caramello. Una volta sapeva fare molti tipi di torta di mele, almeno quattro, ma quella con la pasta morbida e sottile e tutte le fette di mela infilate a spirale nella pasta era la migliore di tutte. Ormai da un bel po’ di tempo non cucinava dei dolci, e come scusa alla sua apatia si diceva che una torta intera le avrebbe fatto male, e cancellava così dalla memoria profumi e ricordi; ma lo sapeva che se è avvolta bene nella stagnola una torta si conserva anche una settimana e si può mangiarne un pezzetto tutti i giorni. Poteva anche fare una torta allo yogurt, senza burro, se proprio voleva sentirsi in pace, o un budino di riso profumato di cannella. E poi le tornò in mente all’improvviso quel dolce strano che sua madre aveva preparato una sola volta ma che le era rimasto in mente per sempre: le palle di neve, lo chiamava, fatto di bianchi d’uovo montati densi e messi a cucchiaiate a rassodarsi nel latte bollente, e poi servite immerse in un lago di crema liquida spolverata di cacao. Uno spettacolo per gli occhi, una stranezza per il palato, dal sapore tenue e delicato.
Una volta, ormai adulta, durante una vacanza in Francia le capitò che in un ristorante le servissero proprio quel dolce; lì lo chiamavano Île flottante, e lei si era stupita e commossa per quell’incontro inaspettato con un pezzetto della propria infanzia.
Galleggiando in mezzo a quei ricordi tra sughi e dolci si sentiva strana, affamata e sazia nello stesso tempo, ma non voleva smettere adesso che aveva ritrovato il filo, la chiave del cassetto segreto della mente.
Aveva anche cucinato pietanze elaborate e raffinate, in passato, come l’anitra all’arancia o il filetto alla Wellington, spalmato di purea di funghi e avvolto in una crosta di pasta sfoglia croccante, ta...