Ritrovarti
eBook - ePub

Ritrovarti

  1. 266 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Ritrovarti

Informazioni su questo libro

Emilie prepara una cena a lume di candela per festeggiare il suo venticinquesimo anniversario di matrimonio. Manca solo il vino. Scesa in cantina, afferra una bottiglia avvolta in un foglio di giornale. È la pagina degli annunci. Mentre li scorre distrattamente, uno, all'improvviso, cattura la sua attenzione: "Emilie, Aix-en-Provence 1976. Raggiungimi al più presto a Genova. Dario." D'istinto, Emilie risale le scale, spegne il forno e le candele, sale in macchina e dimentica il cellulare. Molla tutto - vita, marito e figlie - e si mette in viaggio. Verso l'Italia, verso i suoi sedici anni, verso un primo amore mai dimenticato. Un romanzo che parla della nostra vita: come è, come l'avremmo voluta e come sogniamo di poterla ancora cambiare.

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Informazioni

Print ISBN
9788856626629
eBook ISBN
9788858509494
VÉRONIQUE OLMI

RITROVARTI

Traduzione di
LAURA BUSSOTTI
Piemme
Questo romanzo è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.

A Pascal Elso,
a Luc Dodemant
Sei stata l’epoca più bella della mia vita. Ecco perché, non solo non potrò mai dimenticarti, ma ti custodirò per sempre nel profondo della memoria, come una ragione di vita.
PIER PAOLO PASOLINI

A volte basta un niente per cambiarti la vita. Un attimo di distrazione sulle strisce. Uno sciopero delle ferrovie. Un nuovo vicino. Un guasto all’ascensore. Una lettera. Una telefonata in piena notte.
La mia vita è cambiata il 23 giugno 2008 alle 20.34, nell’istante esatto in cui scartavo il foglio di giornale che avvolgeva la bottiglia di Pommard che doveva accompagnare la spalla di agnello che cuoceva in forno da ventisei minuti.
Il Pommard, una volta estratto dal suo giornale, non è mai stato stappato. La spalla di agnello non è mai stata cotta: ho avuto la lucidità di spegnere il forno, prima di fuggire in Italia. E anche di spegnere le candele sparse in tutto il soggiorno.

Quella mattina, il 23 giugno 2008, mi sono svegliata pensando a ciò che mi aspettava. Io e Marc festeggiavamo venticinque anni di matrimonio: avevo deciso di prendere in mano la situazione e organizzare una serata speciale; certo, se avessi dato retta a lui e fossimo andati a cena al Grand Colbert, niente di tutto questo sarebbe mai accaduto, ma mangiare fuori era un’idea così banale, così povera di spirito, che avevo preferito preparare una cenetta intima come piaceva a noi. Ce l’avevo un po’ con Marc per non avermi fatto una proposta audace, come festeggiare in una capitale europea... se proprio non poteva essere New York, che sognavo da sempre e che, detto per inciso, doveva essere la destinazione della nostra luna di miele, mentre poi ci eravamo ritrovati in quell’alberghetto squallido di Venezia, peraltro a quei tempi di gran lunga al di sopra delle nostre possibilità.
Quel giorno, mercoledì, non lavoravo. E per fortuna, perché organizzare la cenetta mi aveva tenuta impegnata dalla mattina alla sera e Marc, che nel pomeriggio mi aveva chiamata due volte, aveva tutta l’aria di pensare che stessi affogando in un bicchier d’acqua; non che si azzardasse a dirmelo, ma dal modo in cui si era messo a trattarmi, come una bambina incorreggibile che ispira tenerezza, non era difficile intuirlo. La cosa mi aveva irritato, ma mi ero affrettata a scacciare subito quell’irritazione per paura di essere risentita con lui e quindi tesa per tutta la serata. A più riprese durante il giorno, mentre facevo la fila per la terza volta al supermercato, dopo che per la terza volta mi ero scordata un condimento o un ingrediente indispensabile, quando ero stata in dubbio sul vino e avevo cercato su internet cos’era più indicato per i vari piatti prima che il tizio dell’enoteca alzasse gli occhi al cielo per la mia incompetenza... a più riprese mi ero detta che avrei preferito trovarmi al posto di Marc, quello di chi, il giorno fatidico, lavora e ti fa il favore di non arrivare troppo tardi, tanto deve solo farsi servire, dissimulando la stanchezza dietro un sorriso paterno. So bene che esistono donne che se la cavano meglio di me. Quelle che improvvisano cene per quindici persone in pochi minuti e tutto è perfetto, e loro non sono affatto nervose o irascibili ma raggianti e rilassate; quelle che rientrano dal lavoro alle sette, e nel giro di un’ora hanno cucinato ricette fantastiche che non sbagliano mai e che fanno invidia a tutte le amiche, e vengono ad aprirti con i capelli ancora bagnati dalla doccia, senza trucco e con la pelle liscia di una che ha dormito dodici ore, ecc. ecc.
Per tutto il giorno avevo oscillato tra la gioia di organizzare l’evento e la paura di un fiasco.
Stavolta, a torto. Avrebbe potuto essere tutto perfetto. Molto meglio che al Grand Colbert. Avevo fatto una selezione della musica preferita di Marc e deciso l’ordine in cui mettere i pezzi: prima un po’ di jazz, ovviamente, Duke Ellington e Chet Baker per l’aperitivo e i regali, le arie di Schubert per gli antipasti, le sonate di Chopin e le cantate di Bach per la spalla di agnello, poi, al formaggio, i Gipsy Kings, seguiti da Janis Joplin al dessert, in modo da essere ben svegli al momento di passare in camera nostra, dove Maria Callas avrebbe accompagnato in sordina il nostro amplesso.
Per l’occasione avevo acquistato delle lenzuola di seta; quelle del BHV costavano una fortuna, ma nei meandri del XII arrondissement avevo scovato uno sbiadito negozietto cinese sommerso di polvere e di coordinati “made in Shanghai” dai colori tristi, un po’ striati dal sole: dopo tre quarti d’ora e dopo aver fatto aprire al commesso metà delle confezioni, alla fine avevo trovato delle lenzuola color perla perfette, quantomeno per una notte, poi ovviamente si sarebbero sfilacciate appena uno di noi due si fosse scordato di tagliarsi le unghie dei piedi per più di quarantott’ore.
Era stato ben più arduo decidere come vestirmi nell’ottica di spogliarmi. Impossibile prescindere dalla biancheria sexy e altrettanto impossibile non prendere atto della verità: non mi mostravo più nuda a Marc da un pezzo, avevo quarantotto anni. Così decisi che avrei spento le luci, mi sarei infilata sotto le lenzuola “made in Shanghai” in guêpière e l’avrei tenuta mentre facevamo l’amore; idem le calze. Un compromesso accettabile. Sexy ma non scoperta. Senza espormi. Senza troppo imbarazzo.
Il mio abito di mussola azzurra era semplicissimo da togliere: bastava abbassare la sottile lampo sul fianco, e scivolava a terra come una dolce certezza. Quanto alle scarpe grigie con i tacchi a spillo, magari potevo tenerle a letto: strappare le lenzuola monouso poteva sembrare una splendida audacia, oltre che una deliziosa trasgressione erotica.
Davvero, avrebbe potuto essere tutto perfetto. Se solo. Non avessi litigato con il tizio dell’enoteca. Non fossi uscita dal negozio senza aver comprato nulla, per poi ridurmi a prendere la bottiglia di Pommard che Marc aveva portato dalla Borgogna il weekend precedente e avvolto nelle pagine degli annunci di «Libération».

Emilie, Aix 1976. Raggiungimi al più presto a Genova. Dario.
Non ho pensato a niente. Non mi sono chiesta niente. Ho fatto dei gesti automatici.
Ho spento il forno. Ho soffiato sulle candele.
Ho lasciato sul tavolo della cucina un biglietto per Marc. NON TI PREOCCUPARE.
Ho infilato una giacca leggera sull’abito leggero.
Ho preso le chiavi della macchina. La borsa. Dimenticato il cellulare.
E sono uscita.
Mi chiamo Emilie. Vivevo a Aix-en-Provence nel 1976. L’anno in cui ho incontrato Dario. Lui era di Genova.
È stato il mio primo amore.

Era il periodo in cui mia sorella Christine cantava C’est ma prière e Le lundi au soleil davanti allo specchio, per ore, con l’impugnatura della corda per saltare come microfono.
Credeva di cantare in playback ma non poteva impedire alla voce di uscire, così, alle canzoni di Mike Brant e Claude François, si sovrapponeva sempre il filino di voce di Christine, come un gemito un po’ rauco, un ultimo respiro. Dondolava lentamente i fianchi a destra e a sinistra e sputacchiava un po’.
«C’est ma prièèèère, je viens vers toi, ah ah! C’est ma prièèèèère!» Pomeriggi interi. Poi diceva: «Che peccato, eh Mimile, che peccato che è morto, eh?».
«Sì. Però, vedi, ci restano le sue canzoni.»
«Secondo te canto bene, io?»
«Sì, canti benissimo.»
«Un giorno farò la cantante, che dici, Mimile?»
«E tu cosa dici: farai la cantante?»
«Io sono bella. Sono bella io? Senza occhiali sono bella? Sono bella, posso fare la cantante!»
Per evitare che si innervosisse, dovevo sempre finire con qualche bugia: «Sei bella farai la cantante ti sposerai con Ringo». Era pazza di Ringo, il marito di Sheila, la cantante; era il suo tipo ideale. Così diceva.
Spesso, quando sono triste, penso a Christine con la sua corda per saltare. La serietà con cui dondolava i grossi fianchi. Lo stupore nei suoi occhi quando cantava «Le lundi au soleil on pourrait le passer à s’aimer!».
Spesso, quando mi dispero, penso a Christine che si innervosiva se non si sentiva dire che tutto è possibile.
Spesso penso a questa sorella maggiore che aveva una cosa in più di me, un cromosoma non troppo simpatico, il 21.
È stata la colonna sonora della mia giovinezza.

Quando ho incontrato Dario, avevo sedici anni ed ero innocente come una bambina di tredici.
Tutto quello che mi capitava mi coglieva di sorpresa. Tutto mi sembrava nuovo e importante, sentivo con uno stupore felice che le cose dicevano più di quel che erano.
Certe emozioni lievi si portavano dentro, lo sapevo, le promesse di sconvolgimenti profondi. Nulla era semplice, e nella complessità della vita intuivo gioie piene di ansia, terrori meravigliosi; le attese mi piacevano, fantasticavo su ogni cosa, mi sentivo capace di sentimenti grandi come il mare, ero un gigante rinchiuso in una famiglia limitata, un liceo vecchio, una piccola città di provincia che si sapeva graziosa ma soffriva già di non essere Parigi.
Per tutti gli anni della scuola ho avuto la sensazione di sforzarmi di varcare una porta. Che non si apriva mai del tutto. E mi costringeva a passare insinuandomi di lato, tirando in dentro la pancia, in punta di piedi, il respiro bloccato, precauzioni da obesa che cammina su un pavimento di carta.
Ma quella sera, la sera dei miei venticinque anni di matrimonio, quando ho lasciato la tangenziale per immettermi nell’autostrada A6, ho avuto la netta percezione che in quel lontano 1976 tante cose erano state belle.
E che, spesso, mi erano mancate.

Suzanne, mia zia, aveva lo stesso odore del suo appartamento. Un misto di carta bagnata, deodorante e smalto per unghie. Papà diceva alla mamma: «Tua sorella Suzanne, lascia che te lo dica, è sporca e anche volgare».
«Bertrand, puoi dire tante cose di Suzanne, ma non che è volgare. È una mente! È un’esperta contabile!»
«Sarà, ma ha delle unghie da farmacista!»
«Oh!»
Non era vero, posso dirlo. Ho osservato a lungo le unghie laccate delle farmaciste mentre infilavano con zelo delle scatoline dentro certi sacchettini, in cui aggiungevano a volte anche qualche campioncino («Sì, signora Beaulieu, è shampoo a secco, proprio così! A secco!»): mio padre si sbagliava. Le unghie delle farmaciste, nove volte su dieci, sono perfette. Quelle di zia Suzanne non lo erano mai. Sempre una punta scheggiata, una fessura... lei se ne infischiava. Di quello e di tutto il resto. Le piacevano gli uomini e non lo nascondeva, il che a casa nostra passava, più che per una trasgressione, per una malattia grave.
Se ho capito prestissimo che l’amore è un toccasana, lo devo a lei. Mi portava spesso in vacanza. Nel 1975, per Pasqua, siamo andate in Marocco.
«Emilie,» mi aveva detto la mamma prima di partire «Suzanne è un po’ stramba, lo sai. Non ha avuto una vita tanto facile, e... insomma... ti chiedo una cosa: appena arrivi a Marrakech, compra una cartolina, una qualsiasi, dell’albergo, brutta, non mi interessa. Sopra scrivi quello che ti pare, “Fa bel tempo il viaggio è andato bene non ho vomitato in aereo”, e poi aggiungi: “Zia Suzanne sta bene”. Intesi?»
«Intesi...»
«Lei leggerà la cartolina, la conosco, è curiosa come una vecchia pu... cioè, è molto curiosa, perciò: devi fare una croce se è vero che va tutto bene, due croci se va tutto benissimo. Ovviamente, se non ci sono croci capirò... ho il numero dell’albergo, chiamerò subito, stai tranquilla.»
Mia madre aveva la passione delle croci, vedeva croci dappertutto e ne portava due appese al collo, assieme a tre medagliette della Madonna, una di Lourdes, l’altra della Chapelle di rue du Bac a Parigi, più quella del battesimo, che era tutta intaccata perché da bambina era nervosa e la mordicchiava continuamente.
A Marrakech mi sono piaciuta. Mi sono guardata allo specchio e mi sono trovata bella. Era la prima volta. E quella rivelazione confermava ciò che intuivo confusamente della vita, cioè che un giorno mi ci sarei buttata. Mi sarei lanciata di testa, con tutta l’energia repressa giorno dopo giorno in una quotidianità mediocre, schiacciata da una morale che faceva brillare le nevrosi dei miei genitori come esempi di buoncostume e fede cristiana. Nei suq gli artigiani chiedevano quanti anni avevo, dicevano «è bella la gazzella», e zia Suzanne rispondeva «è minorenne ma sposata e suo marito arriva domani». E poi, con le sue unghie mal pitturate, sceglieva insieme a me stoffe e anelli grossi come un pugno. C’era odore di cuoio e di libertà. Di menta e di eucalipto. Avevo l’incedere di una regina, lo sentivo, avevo un sedere, avevo un seno, avevo una risata lunga e limpida, braccialetti finti ai polsi abbronzati, mi piaceva guardare i gesti delle mie braccia, scoprivo di piacermi.
Al bar dell’hotel, il pianoforte era scordato e ogni sera il pianista suonava a ripetizione My way e Que será, steccando metà dei diesis. Mi sforzavo di non pensare a Christine, e mi domandavo se un giorno la mia vita sarebbe stata così, se avrei potuto farlo spesso, andarmene a zonzo tra odori di gelsomino e spezie, di animali morti e fiori secchi... se c’erano in tutto il mondo hotel a buon mercato con pianoforti vecchi, e tutt’intorno persone talmente leggere da scordarsi di tracciare croci su cartoline sbiadite e da innamorarsi le une delle altre senza freni.

Ho venticinque anni di matrimonio alle spalle e tre figlie avute dallo stesso uomo, tre femmine; se ne sono andate tutte, sono uscite di casa senza avvertire, be’, in realtà avvertendo, ma troppo tardi e non come dovevano, con troppa allegria forse, o troppa indifferenza o non abbastanza esitazioni, insomma comunque sia se ne sono andate, mi hanno lasciato, è nell’ordine delle cose, come dice il loro padre.
«Senti, Marc, sarà nell’ordine delle cose, sarà normale, inevitabile, biologico, fisiologico e anche sociologico, ma io me ne frego! Perché, a differenza di te, io non penso solamente con la testa!»
«Ma certo! La donna pensa anche con la pancia! La donna dà la vita e noi facciamo la guerra! Dove hai messo i biglietti del treno? Odio le prenotazioni su internet. E non venirmi a dire che gli uomini non hanno il minimo senso dell’organizzazione.»
«Non ho detto niente. I biglietti sono nella mia borsa.»
Discussioni puerili e inutili. Con il tipico sarcasmo di chi non sopporta più l’altro e lo conosce così bene che qualsiasi mistero, qualsiasi sorpresa sono impossibili, e non gli resta che la certezza di sapere esattamente cosa sta pensando e come sosterrà la sua posizione. Allora è chiaro: uno è stanco.
Io insegno in una scuola materna. La mia scuola non è lontana da casa, ci vado a piedi, evito il métro, la folla che si annusa e non si piace. Faccio la maestra ...

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